mission impossible?

la mia amica p è single.
la mia amica p ha un bambino piccolo.
la mia amica p ha una vita complicata.
"detesto chiedere aiuto. detesto che le persone che ti aiutano si sentano legittimate a decidere per te. detesto delegare. detesto lasciare il piccolo ad altri. detesto mia mamma, mia sorella. detesto il mondo"
"p, tu hai bisogno di un fidanzato"
"no. la mia vita è già zeppa di orpelli"
"p, un fidanzato non è un orpello, è una cosa bella. te lo trovo io"
"non ho bisogno di un fidanzato. ho bisogno di uno che mi dia dei soldi e non rompa le palle"
"tranquilla p, ci penso io"

e adesso?

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il cicciometro, l’ultima frontiera dell’umiliazione

nell’illusione di aumentare il mio benessere psicofisico mi sono iscritta a una palestra fikissima.
la strada verso l’olimpo tuttavia è irta di ostacoli.
ho superato l’interazione con l’istruttrice bonissima dall’evocativo nome "crisi" che mi dice "sciao amòòòre" quando mi vede.
ho superato la visione di veneri anoressiche che fluttuano nude nello spogliatoio.
ho superato gli insulti del sergente di full metal jacket che sale e scende da un gradino imprecando contro il gluteo rilassato.
ho superato la visita di una occhialuta dottoressa, con il fisico di jessica rabbit, che storcendo il naso ha dovuto riconoscere che sono di sana e robusta costituzione.
pensavo di essermi finalmente guadagnata l’ammissione al tempio del benessere. ma non era così.
la prova con la p maiuscola doveva ancora arrivare.
"adesso devi andare nella stanza di fianco, hai la visita con l’istruttore" mi dice jessica acida.
la stanzetta di fianco sembra la camera delle torture di garage olimpo.
dietro a una scrivania cosparsa di oggetti dall’apparenza sado-maso c’è lui. muscoli dell’incredibile hulk, testa di oliva, faccia da topo. l’istruttore.
"spogliati" mi dice perentorio.
vorrei spiegargli che un uomo, a meno che non sia george clooney, prima di ordinare di spogliarsi a una donna dovrebbe almeno scaldare un po’ l’ambiente. non pretendo tanto, basterebbe anche "bel nome elastigirl, anche mia nonna si chiamava così".
ma testa d’oliva non merita spiegazioni. mi spoglio senza proferir parola.
"mettiti di fronte allo specchio e guarda dritto davanti a te".
stare in piedi di fronte a uno specchio con l’incredibile hulk che mi osserva da dietro non è esattamente in cima alla mia classifica del piacere.
se poi lo specchio è a quadrotti, tipo un foglio di carta millimetrata gigante, e  l’incredibile hulk, armato di carta e penna, segna con puntiglio maniacale ogni mia imperfezione posturale ed estetica, il rischio di schiaffeggiare testa di oliva e mandare a cagare il tempio del benessere uscendo bestemmiando, è piuttosto elevato.
ma stringo i denti e resisto.
"lordosi, ginocchio valgo e collo rigido" è il verdetto di faccia di topo.
vorrei spiaccicarlo sui quadrotti dello specchio.
quando ormai mi sono convinta che questa pagliacciata è finita, lui sguaina l’arma segreta.
il cicciometro, l’ultima frontiera dell’umiliazione.
il cicciometro, noto agli addetti ai lavori come plicometro, è una impietosa pinza che, applicata  dovunque ci sia un po’ di grassino, misura la ciccia corporea.
mi faccio pinzare dal cicciometro dell’incredibile hulk. lui inserisce nel computer  i dati della mia cicciometria.
"la tua percentuale lipidica è 21" mi comunica con aria grave.
"quindi, testolinadiolivafaccinaditopo???"
"quindi se ti alleni duramente puoi farcela. ora ti puoi rivestire"
olé  promossa. ho toccato il fondo, a questo punto non posso che risalire.

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odalisca forever

non possiedo le morbide rotondità delle odalische, non ne possiedo la grazia né tantomeno la sensualità. Eppure io, dentro, SONO un’odalisca.
Forte di questa consapevolezza, con una tenacia degna di miglior causa, per il quarto anno, sfidando il senso di colpa, i ricatti dei nani e soprattutto il buon senso, mi sono nuovamente iscritta al corso di danza del ventre.
Per due anni ho potuto nascondere la mia scarsa attitudine dietro il pancione. Per ben due corsi volteggiavo incinta e incurante tra le mie compagne attonite. La mia maestra mi guardava indulgente, le altre odalische divertite, qualcuna preoccupata che potessi partorire in mezzo a loro, ma complessivamente benevole.
Quest’anno non ho scuse.
Mi sono iscritta con la maestra A., la fondatrice della scuola, una odalisca della prima ora che ha importato la danza del ventre in Italia. Una il cui scopo della vita è formare altre odalische che a loro volta si faranno messaggere e interpreti di questa arte antica. Un’integralista della danza mediorientale, proprio quello che fa per me.
Sono pronta. mi presento a lezione. livello intermedio.
dal look delle mie compagne già capisco che qui si fa sul serio. Io, in tuta, ho uno straccetto nero intorno alla vita, con qualche monetina consunta che tintinna ogni tanto. Loro sono fasciate in un trionfo di veli, pizzi, collane, cavigliere, bracciali. Uscite direttamente dall’harem del sultano. Truccate, tatuate e con lo sguardo maliardo.
Io e il mio straccetto non ci facciamo intimorire.
Inizia la lezione. Riscaldamento tutto ok. Ci tiriamo, ci sciogliamo, l’odalisca che è in me inizia a scalpitare.
Partono le percussioni ed è tutto un pestare di piedi, un dondolio di anche, un tintinnare di monetine e un fruscìo di stoffe. Sono perfettamente inserita. l’abito non fa il monaco. sbrilluccico meno delle altre ma sono anche io parte di questo rito tribale esclusivamente femminile. Sono sempre più nella parte. chiudo gli occhi e lascio uscire l’odalisca che balla libera e felice.
Riapro gli occhi. Mentre io mi dimeno come una molla impazzita le altre, immobili, sono concentratissime sulle loro pance. Loro sono ferme mentre i loro ombelichi fanno evoluzioni acrobatiche: salgono scendono, si arrotolano e si srotolano, si parlano.
Poi l’ombelico di A. dice  alle altre che si cambia esercizio e sempre al ritmo dei tamburi, ora è il bacino che si agita, ma sempre in modo impercettibile. Sono tutte concentratissime ma sorridenti.
Io cerco di sorridere ma, nel tentativo di controllare ombelico e bacino, mi contraggo in una smorfia grottesca.
A. mi guarda come guarderebbe un ecomostro tra le palme di una spiaggia caraibica.
E mentre tutte roteano anche, bacino, spalle in un movimento flessuoso e morbido A. punta il dito verso di me.
"Tu in tuta, vieni qui. Voi continuate pure"
Striscio verso di lei. "Così, vedi, morbida, rilassata, segui la musica, non irigidirti…."
"fai il cammello con me, morbida, fai il cammello…"
le stronze dell’harem ancheggiano e mi guardano con aria di sufficienza. Loro fanno un cammello sopraffino mentre io non sento più le gambe figuriamoci le gobbe.
A. mi guarda sconsolata, io prometto che mi eserciterò tantissimo a casa (che tanto non ho niente da fare).
ma ci vuole altro per farmi desistere. tornerò e prima o poi A. sarà fiera di me.
Per il momento appena ho un attimo faccio esercizi. In ufficio , davanti allo schermo del computer, faccio shimmi di pancia, mentre mi lavo i denti shimmi di bacino, quando gioco coi nani shimmi di spalle, quando cucino i cammelli sono sempre con me.

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