qualcosa ci inventeremo

due fratelli rimasti soli, a casa loro, due adolescenti improvvisamente orfani. “la situazione”, la chiamano gli adulti intorno a loro. non c’è disperazione, non c’è incredulità, non c’è il pozzo nero dell’assenza. ci sono loro, 11 e 17 anni, la loro vita normale, la scuola, la complicità, la disciplina che diventa abitudine, il rigore che si scopre sicurezza, una sottile maniacalità delle regole perché solo con la loro applicazione rigida tutto può continuare come vogliono loro, nella loro casa, nella loro scuola, nel loro mondo. ci sono il dolore inespresso dei maschi, la rabbia trattenuta, la tenerezza virile degli affetti, la protezione reciproca, la fisicità goffa e ruvida, una risata per non andare in pezzi.

elastigirl lo ha letto per caso. qualcosa ci inventeremo, si chiama. l’autore è giorgio scianna. forse lo ha scelto perché gli occhi in copertina le ricordavano quelli dello hobbit grande quando la guarda interrogativo, annoiato, imperscrutabile. e si è fatta inghiottire da quel viaggio meticoloso e fedele nella testa di due ragazzini. perché non è facile raccontare un’età tanto torbida, un’assenza – incubo e sogno di ogni adolescente – così lacerante, il rapporto tra fratelli, così inestricabile e necessario, la solitudine, così avvolgente e infida, i pensieri dei maschi, così di rado espressi, così spesso inafferrabili.

le cose belle vanno condivise, libri in primis.

una sciura

“ehi! ciao! che bello, sei tornato prima!”
“veramente sono tornato giusto”
“ma no! dovevi rientrare domani!”
“no, oggi! sei tu che sei stra-stordita”
“su questo non ci sono dubbi. comunque meglio così!”
“ma… cosa hai fatto ai capelli?”
“niente. solo una piega”
“sei diversa, particolare, non ti riconosco tanto…”
“certo che sei bello strano, tu! quando me li sono tagliata di 20 centimetri, abbandonando  i capelli lunghi dopo decenni, non ti sei accorto di niente… poi faccio una piega, quelle cose effimere che dopo due giorni vanno via con uno shampoo e mi guardi come se mi fossi fatta il naso all’insù, gli zigomi sporgenti e le labbra a canotto…”
“no, è che….”
“cosa?”
“sembri… non so… una signora…”
“be’, a ben guardare sono una signora…”
“no… sembri una sciura… le sciure mi spengono…”
“ok, va bene, ho capito, non ti piace. tra due giorni passa tutto, ti prometto”
“no, ecco, io…”
“non fare il matto!”
“una sciura… mia moglie è una sciura…”
“eddai! sono i soliti capelli, il solito colore, tutto uguale a prima e prima ti piaceva, no?”
“sì, ma adesso sono capelli da sciura…”
“non fare quella faccia! è solo colpa di spazzola e phon. dopo tornano come prima!”
“il problema è quando “dopo”… forse per riprendermi devo andare a fare 90 vasche in piscina”
“no! te lo vieto! sei appena arrivato e ora stai a casa!”
“allora c’è una sola soluzione…”
“ok. ho capito. vado a lavarmi i capelli. sei veramente un pazzo molesto e io non dovrei ascoltarti”
“grazie, amore mio”
“sgrunt. io vado a farmi lo shampoo. però tu prepari la cena. e apparecchi. e sparecchi”.

te, mi fai la casseuola?

quando elastigirl era incinta dello hobbit grande, mister i, tra l’inorridito e il turbato, si domandava che effetto avrebbe fatto a lui, orgogliosamente barese, avere un figlio nato sotto la madonnina, divoratore di panettone, che avrebbe detto “uhelà! che bèla biciclètta”, “perchèèèèè?”, con le fauci spalancate della rana dalla bocca larga, avrebbe chiamato “il giangi, il paolo e la titti” e avrebbe sostituito il pronome tu con un cacofonico “tèèèè”.
per cautelarsi dai rischi di avere una prole longobarda nel corpo e nell’anima, ha cominciato prestissimo a istillare nei suoi figli l’orgoglio barese, insegnando loro perle dialettali (“mo’ ti romb’ la capa”, “camìn, vattìnn”, “tu si’ numer’ iun!”) e l’amore per taralli, orecchiette, cime di rapa e panzerotti che, secondo lui, li avrebbe messi al riparo da eccessive influenze nordiche.
qualche giorno fa lo hobbit piccolo è andato, con la scuola materna, in gita al castello sforzesco dove “una guida blavissima, ma ploplio blavissima” li ha introdotti agli usi e costumi della vita quotidiana del 1.600 a milano, condividendo un prezioso volumetto di antiche ricette lombarde.
“mamma, come si chiama questo piatto? sembla buonissimo”
“si chiama cassueola”
“tè me lo puoi fare?”
“tu! non tè!”
“va bè, tè mi puoi fale la buonissima cassueola?”
“tu! non tè!. e comunque, ehm, non l’ho mai fatta e poi non sono sicura che ti piaccia… c’è anche il cavolo verza, oltre alle salsicce, la pancetta, le puntine di maiale, il sedano, il burro… mi sembra un piatto con il peso specifico dell’uranio…”
“intanto fammela e poi vediamo se mi piace”
“non so, non vorrei trovarmi da sola a dovere mangiare cassueola per settimane…”
“eddai mamma!”
“va be’, vediamo qualche altra antica ricetta lombarda che magari è più semplice da preparare…”
“questa questa!”
“bollito di maiale??? ecco, non è proprio primaverile!”
“ma io lo voglio tantissimo…”
“vediamo qualcos’altro…”
“questa!”
“è polenta di miglio… non so nemmeno dove trovarla la farina di miglio…”
“allora questo!”
“vino cocto… escludo. non è adatto”
“…”
“ma cosa fai??? piangi?”
“…”
“ehi! non mi pare proprio il caso! perché piangi???”
“perché tèèèè non mi fai la casseuola… che io adolo”.

un’ossessione al giorno

ci sono persone – grazie al cielo la maggior parte della popolazione – che vivono serenamente conducendo esistenze mediamente monotone, mediamente vivaci, mediamente varie, mediamente felici.
poi ci sono quelli che, per sopravvivere, devono coltivare le proprie ossessioni. se non lo fanno, mancano loro l’aria, la terra sotto i piedi, l’equilibrio, l’energia per andare avanti.
mister i appartiene a questa seconda categoria di esseri umani.
lui gioca compulsivamente a clash of clans e frequenta con maggiore assiduità il re barbaro, la regina degli arcieri e il mastino lavico della sua stessa famiglia. lui deve fare almeno 86 vasche quotidiane a stile libero, a scelta, nella piscina comunale alla periferia nord di milano o nella piscina pubblica di banglatown a londra est. con sé deve avere, oltre agli occhialini e al costume, dei bizzarri guanti palmati che aumentano la resistenza all’acqua e rendono il tutto più faticoso. lui deve ascoltare musica tamarra in cuffia quando lavora, però sempre la stessa, in loop, per ore e giorni interi. lui deve bere tè verde almeno quattro volte al giorno e si è convinto che è buonissimo anche se, in realtà, basta vedere la faccia che fa sorseggiandolo per capire che gli fa schifo. lui deve fare la birra in casa e ascolta il gorgogliare della fermentazione con l’estasi riservata alla musica tamarra in loop nelle orecchie alla trecentesima ripetizione.
e sono solo alcune delle ossessioni da cui mister i, e con lui, di riflesso, i suoi affetti, sono afflitti.
tuttavia, poiché la genetica non è acqua fresca, il seme dell’ossesione è germogliato rigoglioso e ha dato il suo prezioso frutto.
lo hobbit di mezzo, pur non potendo giocare a clash of clans con i ritmi paterni, perché non gli è permesso, di quel gioco conosce ogni dettaglio. conosce a memoria il suo villaggio, quello di tutti i compagni di scuola suoi e del fratello maggiore. sa esattamente a quale livello è il re barbaro di federico, il municipio di giovanni e l’elisir di edoardo.
nuota nella piscina comunale per dovere e non ancora per piacere ma, in compenso, monitora costantemente le temperature massime e minime di milano, attica orientale, göteborg, tirana e della provincia di gnagna.
la sua ultima passione sono le capitali del mondo. ha trovato un foglio su cui sono scritte tutte, in caratteri minuscoli. non se ne separa mai e, alla bisogna, estrae la sua tabella e interroga l’interlocutore. se mostra di non sapere, la delusione è grande.

due giorni in ordine sparso

prima colazione con nina, la ragazza alla pari che ha compiuto 20 anni il primo giorno di primavera e non è più una teenager. oltre a nina, gli hobbit, mister i ed elastigirl c’erano un regalo in una scatola, una crostata alla marmellata di mirtilli, dei muffin al cioccolato, un biglietto di auguri ed eliza, meravigliosa creatura hippie, alla pari l’anno scorso nell’elasti-casa e in visita per una settimana.

un tentativo di tornare a correre, dopo la frattura dell’astragalo, interrotto al chilometro cinque per un fastidioso dolore al piede. e siccome l’ortopedico aveva detto: “faccia solo quel che non fa male”, elastigirl è tornata a casa con la coda tra le gambe ma con orgoglio e pregiudizio in podcast nelle orecchie. e questo l’ha parzialmente consolata.

spedizione in piscina di mister i con hobbit minori. pare che il divertimento sia stato oltre ogni immaginazione e la volta prossima toccherà anche agli assenti.

hobbit grande da amici, in totale autonomia ché ormai, piano piano, si conquistano spazi sempre più ampi di libertà ed emancipazione.

preparazione della cena di compleanno per nina, inclusa una torta fumante al cioccolato che mister i, per motivi insondabili, ha appoggiato precariamente sul tetto inclinato del frigorifero e ha rischiato di far planare a terra con il suo piatto di vetro, alla prima apertura dell’elettrodomestico. grazie a quelli che lui definisce “riflessi jedi”, ha evitato lo spetasciamento del dolce al 100%, prendendolo al volo e rovinandolo al 75% soltanto. dopo una breve crisi isterica, elastigirl si è ricomposta e la serata è proseguita in allegria.

visita con amici simpatici a villa torretta, per le giornate aperte del fai. sorprendente come, di fronte a un terrificante centro commerciale, a ridosso di un inquietante stradone di periferia, possa esserci un posto così bello.

narcolessia incoercibile e riemersione dal sonno solo per assolvere i bisogni primari quali: pipì, cibo, controllo whatsapp e mail.

una strisciante ansia all’idea di ricominciare a svegliarsi alle 410 da domattina.

gomito a gomito

in questi giorni l’elasti-casa è un accampamento. ci sono i tre hobbit che razzolano lasciando ovunque tracce del loro passaggio, c’è nina, la ragazza alla pari che è la più alta e la più grande di tutti anche se per età è la quarta più giovane, c’è eliza, la ragazza alla pari dell’anno scorso, in visita in europa dalla comunità hippie del massachusetts dove vive dentro una casa di fate nel bosco, c’è mister incredible, rientrato nella notte da londra, e c’è elastigirl che cerca disperatamente luoghi tranquilli in cui lavorare e pensare in solitudine.

tuttavia gli hobbit stanno meglio nel caos e sono sempre e comunque convinti che the more, the merrier, mister incredible, abituato a un’infanzia e a una adolescenza in una incontenibile famiglia del sud, è in grado di isolarsi anche al centro di un campo da calcio durante la finale dei mondiali, nina usa delle cuffie enormi che la preservano da qualsiasi interferenza, ed eliza ha lo sguardo luminoso, sognante e stralunato di chi è in vacanza, strutturalmente tende alla felicità e alla pace dentro e fuori e non si lascia turbare da alcunché. elastigirl, invece, lei no. lei non si abitua, lei si fa prendere dal panico se l’entropia prevale, lei è cresciuta da figlia unica e ancora non si è abituata alla condivisione degli spazi, dei silenzi e del cioccolato. lei ha bisogno di silenzio e il rumore la soffoca.

così questo pomeriggio ha cercato disperatamente un angolo tranquillo, invano. allora è entrata in camera da letto e ha trovato mister incredible, che lavorava semisdraiato, concentratissimo, serissimo, con il computer sulle gambe, ascoltando a ripetizione la sua nuova ossessione musicale super trash, che si chiama el taxi ed è cantata da tra tamarri di raro talento di nome osmani garcia, pitbull e sensato.

“ho l’ansia. qui fuori è il caos universale e non c’è un angolo per lavorare tranquilla. posso mettermi qui accanto a te con il mio computer?”

“ma certo, elasti”

“grazie. sei un amico”

“figurati”

“ehm…”

“cosa?”

“non è che puoi abbassare questa… immonda roba?”

“è una canzone fantastica. ce l’ho in loop da quattro ore”

“ecco. appunto. allora puoi anche fare una pausa intanto che sono qui io…”

“certo che tu sei veramente un debito: ti si dà una mano e ti prendi il braccio e vuoi dettare legge…”

“è che ho bisogno di tranqullità. mica per tanto tempo…”.

così si sono messi vicini, semisdraiati uno accanto all’altra, con i rispettivi computer sulle gambe. come quando erano studenti e condividevano spazi piccoli e a volte inospitali ma erano felici di stare un po’ schiacciati uno addosso all’altra. ed è stato bello anche oggi, come allora. se si fa eccezione per quei tre tamarri che cantano el taxi.

è stata bravissima

ieri mattina elastigirl, rientrando in macchina verso le otto dal suo lavoro dell’alba, ha guardato l’indicatore del carburante e c’erano due tacche che non sono molte ma non sono neppure emergenza-panico-faiqualcosaimmediatamente. in un eccesso di zelo (jamais trop de zèle, dicono i francesi che non sono nati ieri) ha deciso di fare il pieno ché così non ci avrebbe più pensato. e si è fermata in una stazione di servizio, di quelle con il self service, che lei odia perché il self service le mette ansia ma si costringe a usarlo perché pensa che, se è riuscita a laurearsi in una facoltà detestabile come economia e commercio, non può non essere in grado di affrontare un distributore automatico.
ha schiacciato il pulsante “pieno”, ha tolto il tappo del serbatoio della macchina, ha estratto la pompa e zac! 1 euro, 2 euro, 3 euro, 10 euro, 18 euro, 25 euro. toh, che strano! quante pompe ci sono una fin fila all’altra, tutte belle con i colori diversi. ma io ho preso quella verde, come la benzina che serve alla mia automobile. già già. 32 euro, 33 euro, 35 euro, 37 euro… ops, la mia pompa non è verde. è blu… blu come… blu diesel +! no! non è possibile! non ci credo!già, ha riempito il serbatoio della sua macchina, peraltro ibrida e quindi ben più incasinata e sensibile e di difficile comprensione delle auto normali, di blu diesel+ invece che di benzina verde.
al distributore c’era una ragazza di 19 anni, uscita lo scorso luglio da ragioneria, che lavorava lì, anche se sognava di fare altro. c’era un omone pachistano che sorrideva molto ma non parlava quasi nulla e a un certo punto ha provato ad aspirare il carburante sbagliato dall’elasti-serbatoio accostando le labbra a un tubo nero, anche se elastigirl diceva “no! per piacere! non fa bene!” ma non è riuscito e alla fine ha chiesto scusa.
e sono stati gentili, molto gentili ma, loro malgrado, inutili.
così elastigirl ha chiamato il carro attrezzi e al telefono le hanno chiesto se aveva l’assicurazione per il soccorso stradale ma erano le otto del mattino e lei era agitata e si sentiva scemissima e ha risposto “non so”. “vuole controllare?”. “no, grazie. voglio il carro attrezzi per favore”. e quando il carro attrezzi è arrivato lei ha scoperto che l’assicurazione ce l’aveva ma a quel punto era troppo tardi e pazienza.
il ragazzo del carro attrezzi era rumeno e viveva a pioltello, insieme alla sua mamma e pare che le mamme rumene siano come quelle italiane, piuttosto attaccate ai figli, ai limiti dell’asfissia ma il ragazzo del carro attrezzi lo raccontava intenerito e non soffocato.
così, elastigirl, il carro attrezzi, la macchina con il veleno nella pancia, il guidatore rumeno sono arrivati dal meccanico. e quando elastigirl è dovuta scendere da lassù ha pensato che non deve essere affatto male guidare una cosa alta ed enorme come un carro attrezzi.
il meccanico, quando ha visto elastigirl che continuava a ripetere “sono un’idiota sono un’idiota sono un’idiota”, ha detto: “signora! brava! bravissima! lei è stata proprio brava”. “non direi”. “e invece sì”. “se fossi brava, o almeno un po’ sveglia, non sarei qui”. “non è vero! perché questa cosa di sbagliare carburante la fanno tutti. ma solo quelli bravi non mettono in moto la macchina dopo avere combinato il danno. bravissima!”.
e lei, pur convinta di essere piuttosto stordita, ha apprezzato molto e si è sentita meno derelitta.

cose di altri mondi

quando era piccola c’erano due cose bizzarre che faceva regolarmente da sola con il suo papà, generalmente la domenica. lei era convinta che lui si divertisse moltissimo e così, per amore filiale, diceva sempre sì. lui pensava che lei ne andasse pazza e quindi, per amore paterno, si sacrificava.
così, entrambi, vittime questo grande, seppur amoroso, equivoco, per anni quasi ogni domenica, obtorto collo, andavano al circo o, in alternativa, al luna park, nella fattispecie sulle macchinine del castello del terrore.
spesso tuttavia le consuetudini, anche quelle bizzarre, diventano irrinunciabili abitudini e rassicuranti piaceri anche quando, oggettivamente, non lo sono affatto.
così elastigirl adesso, quando attraversa un luna park, anche di quelli piccoli e temporanei, se si imbatte nel castello del terrore, deve, per forza, salire su una di quelle macchinine e farci un giro, rigorosamente urlando come una pazza ad ogni vampiro, fantasma, tomba che si apre, ragno penzolante dal soffitto o qualsiasi altro trucco che sia o meno terrificante.
così domenica, l’elasti-famiglia, nina ed eliza, la ragazza alla pari che veniva da una comunità hippy del massachusetts, che è tornata nell’elasti-casa per due anni di fila e che adesso è qui in vacanza, sono andati a fare un giro al parco.
ed elastigirl, improvvisamente lo ha visto. squallido, cadente e maestoso come solo i castelli del terrore dei luna park possono essere.
e ha costretto tutti quanti, anche quelle e quelli che resistevano, a farci un giro. e a gridare come ossessi ad ogni spavento.
ed è stato bellissimo.
perché è anche con le cose non ortodosse e inaspettate che si coltiva la memoria, seppure un giorno, forse, ognuno dei presenti si convincerà che lo ha fatto per compiacere qualcun altro.

soluzione finale

lei è naturalmente autorevole, di poche parole, vagamente intimidente, come lo sono i timidi e i duri. seppur molto giovane, ha una saggezza quasi antica e dà l’impressione di non dire mai nulla che non sia stato lungamente ponderato. ha uno sguardo obliquo e curioso sul mondo che scruta dalla sua altezza smisurata che, di certo, è un osservatorio privilegiato sulle teste altrui.

ieri, a cena, loro erano stravolti. e per questo litigiosi e molesti e affetti da ridarella e stupidera. dicevano idiozie, ridevano sguaiatamente, si davano gomitate che sfociavano in litigi furibondi. era una di quelle sere in cui elastigirl si chiede dove ha sbagliato nell’educazione di quei tre, che possono essere saggi e luminosi dottor jekyll ma molto spesso anche diabolici e inquietanti mister hyde.

lei, nina, la ragazza alla pari che vive nell’elasti-famiglia ha taciuto a lungo, durante la cena. guardando in silenzio, a seconda dei punti di vista, tre hobbit vivaci, tre creature insopportabili, il fallimento di una madre.

poi ha alzato un sopracciglio, sollevato la testa dal piatto e ha elargito, con la neutralità nell’espressione e l’ineluttabilità nella voce, la ricetta della soluzione finale.

“you know, elasti, boarding school is still an option”.

già, il collegio è un’opzione sempre aperta, ha ragione nina. come non averci pensato prima?

i buchi delle femmine

ieri sera, prima di cena. conversazione sul divano.
“guarda che loro ne hanno più di noi!”
“non è velo. ne hanno uguali”
“quanto ci scommetti?”
“ci scommetto anakin con la spada lasel”
“va bene. allora contiamoli e vediamo!”
“i buchini del naso”
“quelli ce li hanno i maschi e le femmine. due a testa. due pari”
“i buchi delle olecchie”
“due pari che fanno quattro pari”
“pelché quattlo?”
“perché due più due fa quattro! ma tu non preoccuparti delle somme. quelle le gestisco io che so la matematica”
“il buco della bocca!”
“bene. siamo ancora pari”
“uno a uno”
“veramente cinque a cinque”
“cinque?”
“sì, non chiedere e andiamo avanti!”
“l’ombelico vale come buco?”
“no. non vale perché se ci metti il dito dentro non arrivi veramente nella pancia. è un buco-non buco”
“zelo a zelo”
“poi?”
“poi il buco pel fale la cacca”
“che si chiama ano. e ce l’hanno anche loro, uguale a noi. sei a sei”
“uno a uno, non sei a sei”
“ok. comunque pari”
“poi loro hanno il buco della patatina dove escono i bambini”
“e noi abbiamo il buco sul pisello. sette a sette”
“ecco fatto! pali! vedi che avevo lazone? anakin skywalkel con la spada lasel è mio! hai pelso!”
“eh no carino! le femmine hanno il buco della pipì!”
“cosa dici??? la pipì esce dallo stesso buco dei bambini!”
“ma che schifo! no! c’è un buco apposta! a parte!”
“non è velo”
“sì! me lo ha detto una volta la mamma”
“non ci cledo”
“e invece devi crederci, scemo!”
“sdong!”
“ahi! mi hai fatto male! sdung!”
“uahhhh!”
“sei solo un frignone!”
“e tu sei un bugiardo!”
“mammaaaaaaaaa! quanti buchi aveteeeeee? vero che sono tre e non dueeeee come dice questo idiota?”
tunf, sdeng, tong.