denti a sciabola

“mamma, sai che alla scuola matelna abbiamo giocato con le femmine?”

“bene! e che gioco avete fatto?”

“giocavamo che noi maschi elavamo dei cani con i denti a sciabola”

“però! e le bambine cos’erano?”

“elano le padlone dei cani con i denti a sciabola”

“ah. e poi?”

“poi niente”.

ma cosa succede dopo? e, precisamente, quando succede? perché qualcosa, a un certo punto, lungo la strada, succede per forza. altrimenti non si spiega perché siano loro, intesi come i maschi, a governare il mondo.

un senso al mio lavoro

“sa, signora elasti. quando vedo tutta questa felicità in un paziente. quando vedo il sorriso, gli occhi che ridono e la sorpresa, come se la guarigione fosse un regalo bellissimo, io amo il mio lavoro. e ne trovo il senso. si goda la ritrovata libertà. magari però aspetti qualche giorno per fare i salti”

“grazie, signor ortopedico. allora posso andare? con due gambe, due calze e due scarpe?”

“certo che può andare! vuole conservare il gesso, per ricordo?”

“no, molto gentile, grazie. quello glielo lascerei”

“buoni festeggiamenti allora!”.

elastigirl è finalmente libera e così euforica che avrebbe baciato appassionatamente l’attempato ma fascinoso ortopedico.

e non si è nemmeno verificato il paventato effetto mangrovia, con crescita ipertrofica dei peli, nel microclima apparentemente fertilissimo creatosi dentro il gesso. ma forse tutto questo è un effetto collaterale dell’età che avanza, di cui non c’è moltissimo da rallegrarsi.

giovedì ore 16

scenario 1.
“buongiorno, signora elasti”
“buongiorno signor ortopedico”
“sto guardando la radiografia del suo astragalo…”
“e…”
“e non ci siamo! è più rotto di prima!”
“ma come???”
“sì. lei evidentemente ha commesso imprudenze, ha fatto la furba, non ha preso abbastanza seriamente la frattura. guardi che una frattura è una frattura!”
“sì, certo, lo so, ma non mi sembra di avere fatto chissà quali mattane… certo negli ultimi giorni qualche volta ho appoggiato il peso sul piede, forse non avrei dovuto però… non mi ha mai fatto male. mi pareva che lì dentro stesse andando tutto a meraviglia a parte forse la crescita abnorme dei peli che, a quanto dicono, trovano terreno fertilissimo dentro il gesso”
“ecco! lo sapevo io! lei ha caricato il peso sull’astragalo e ha mandato tutto a ramengo. io le do altri 47 giorni!”
“di cosa?”
“di gesso. guardi, non ci scomodiamo nemmeno a metterne uno nuovo. si tenga quello e ci vediamo in aprile”
“…”
“ma cosa fa? piange??? su, elasti, non faccia la bambina per cortesia. è per il bene del suo astragalo. arrivederci! ah, non si dimentichi le iniezioni quotidiane di seleparina nella pancia!”
“no, non mi dimenticherò le iniezioni”
“comunque è vera”
“cosa?”
“la storia dei peli e del terreno fertilissimo”
“bene. grazie”
“tante belle cose”.

scenario 2.
“buongiorno, signora elasti”
“buongiorno signor ortopedico”
“sto guardando la radiografia del suo astragalo…”
“e…”
“e non mi convince del tutto…”
“cosa intende dire?”
“dico che certamente l’osso si è saldato ma non abbastanza. ha assunto calcio a sufficienza? eh? eh?”
“non so. però il piede non fa male e io, ecco, ero convinta che oggi l’avrei tolto questo gesso…”
“certo che lo togliamo! e al posto di questo brutto gesso che, diciamo, inizia a essere sporco e puzzone, mettiamo un bel tutore che la immobilizza per benino dall’alluce alla nuca”
“alla nuca???”
“certo! un comodo tutore, detto ‘ad armatura’ che la costringe a stare tranquilla e in posizione corretta”
“e per quanto tempo dovrei tenere questa armatura?”
“tutta la vita, naturalmente. e già che ci siamo le prescriverei anche un bell’apparecchietto per i denti”
“…”
“signora? signora??? ops! è svenuta”.

scenario 3.
“buongiorno, signora elasti”
“buongiorno signor ortopedico”
“sto guardando la radiografia del suo astragalo…”
“e…”
“raramente ho visto un astragalo più in forma! complimenti”
“la ringrazio! mi fa veramente piacere! quindi possiamo togliere il gesso?”
“ma certo! qui non c’è alcuna traccia di frattura! si sdrai pure che seghiamo via il gesso. appoggi qui il piede destro che togliamo tutto!”
“veramente io mi sono rotta il sinistro…”
“ah”.

sono giorni che elastigirl immagina il suo appuntamento di giovedì alle 16, con l’ortopedico per la rimozione del gesso.
per una ragione o per l’altra la libertà, nella sua testa, non è a portata di mano mai.

una madre orrenda

ore 3 di notte
tong!
“ehi! chi sei?”
“sono io”
“mi hai fatto spaventare! ma sei sveglio veramente o sei sonnambulo?”
“ho fatto un brutto sogno”
“dai, ora sai che era solo un sogno. torna a letto”
“non posso”
“perché?”
“perché era troppo brutto. ora ho i brutti pensieri e ho paura che torni?”
“chi deve tornare?”
“il brutto sogno”
“eddai, non torna! te lo prometto! è notte fonda, amore, dormi. se continuiamo a parlare si sveglia anche papà”
“posso mettermi in mezzo a voi?”
“stai scherzando??? se ti metti accanto a noi, dormiamo malissimo in tre. anzi, io non mi riaddormento e tra un’ora ho la sveglia e mi devo alzare e la prospettiva mi agghiaccia. e ho anche il gesso. e pure il mal di pancia. e se non dormo muoio”
“ok. ho capito. ciao”
“ciao. buonanotte”.

ore 17,30 dello stesso giorno.
“hobbit medio?”
“sì?”
“ti ricordi che questa notte sei venuto in camera nostra perché avevi fatto un brutto sogno? e io ti ho mandato via?”
“mmmmh. sì, vagamente me lo ricordo. perché?”
“perché io volevo dirti che, a mente più lucida, oggi, ci ho ripensato a quella cosa lì, che tu vieni con i brutti pensieri e io ti dico ‘ehi no, devo dormire! tornatene da dove sei venuto, piccolo mostro'”
“non hai detto ‘piccolo mostro'”
“no, ma l’ho pensato però. comunque, ecco, insomma, ho riflettuto su quel che ho risposto e pensato questa notte”
“ah. io no”
“e volevo dirti che sono stata veramente una madre orrenda. scusa”
“no, tranquilla”
“però ho anche pensato che non posso prometterti che, se torni nel mezzo della notte con un brutto sogno, io non mi comporterò mai più da madre orrenda. perché di notte io non rispondo benissimo di quel che faccio e dico”
“ok. vuol dire che sei una madre orrenda sempre di notte. inguaribile. un caso disperato di madre orrenda”
“più o meno
bene. posso tornare a giocare adesso?”
“eh? sì, sì, certo. ci mancherebbe…”.

cose che si dimenticano

a elastigirl e mister incredible non capita mai, ma proprio mai mai mai, di stare soli, completamente soli, il sabato e la domenica. non capita nemmeno per un paio d’ore o un paio di minuti. in gran parte perché sono convinti che il sabato e la domenica siano fatti per stare tutti insieme a godersi il caduco piacere della reciproca compagnia, consapevoli che presto verrà un giorno in cui gli hobbit consideranno i loro genitori due inguaribili sfigati e preferiranno trascorrere il loro tempo libero con i loro simili, adolescenti brufolosi. in piccola parte perché non hanno molte alternative.
per questo, quando vengono sorpresi da una inattesa solitudine, non se ne capacitano, dimentichi che ci furono anni in cui quella condizione di libertà e intimità e anarchia festiva era la regola.
super w e mister brown, i nonni di bari, sono in visita a milano e stamane si sono presi gli hobbit e li hanno portati a spasso per un’esplorazione della città non meglio precisata.
così elastigirl ha letto repubblica, mister i il manifesto, lei si è fatta un caffè, lui un tè verde, lei si è stesa sul letto a leggere riviste arretrate, lui, accanto a lei, scribacchiava formule matematiche oscure, lei ha mangiato lo yogurt, lui le lenticchie, lei ha scambiato messaggi di lavoro, lui ha tubato via skype con hiroshi, il suo fidanzato e co-autore giapponese, insieme hanno guardato 25 minuti di video preparatorio per la quinta serie di game of thrones, insieme hanno deciso che devono andare a siviglia e a dubrovnik e che quando gli hobbit saranno più grandi sarà bellissimo tornare ad andare in giro per il mondo, insieme si sono annusati e si sono riconosciuti, anche senza la loro tribù intorno.

le prime dieci cose

elastigirl alterna momenti zen in cui la frattura dell’astragalo sinistro e la parziale immobilità le sembrano un segnale provvidenziale di resa del corpo, un’occasione di autocoscienza, riflessione e riposo, a momenti di insofferenza ed esasperazione totale globale in cui vorrebbe spaccare il gesso contro il muro o, in alternativa, a martellate, e farne un falò (il gesso è combustibile?) danzandoci intorno e cantando versetti satanici.
per darsi una calmata e ritrovare un suo equilibrio, ha fatto un elenco delle prime dieci cose belle che vorrebbe fare, appena sarà libera, indicativamente dopo giovedì prossimo alle ore 16,30.
1. deforestare la gamba sinistra con la ceretta, o la fiamma ossidrica, a seconda del livello di indecenza raggiunto lì dentro, grazie al rinomato favorevole microclima tropicale creato dal gesso.
2. farsi una doccia. ché il bagno è voluttuoso e rilassante e placido e antistress. ma la doccia è un’altra cosa e poi, come diceva gaber, è anche di sinistra.
3. andare in bicicletta, annusando il profumo della primavera che pare sia alle porte.
4. fare la spesa all’ipermercato. sì, è vero, è un proposito perverso ma la spesa di mister incredible è sempre tutta sbagliata e non si può nemmeno dirgli niente.
5. pranzare in centro con le ex colleghe dell’elasti-redazione per una seduta di spettegolamento selvaggio. 6. riporre le stampelle nell’armadio, insieme agli scheletri.
7. andare dalla giornalaia, a piedi, facendo pure il giro lungo.
8. amoreggiare, senza sentirsi fantozzi.
9. indossare una gonna.
10. mettersi un paio di scarpe, con una destra e, addirittura, una sinistra.

dare i numeri

lui ogni mattina si sveglia, con i capelli dritti in testa, lo sguardo allucinato e il pigiama sbrindellato di terza mano. si mette seduto, di scatto. per fortuna è ancora troppo basso per battere la testa sul letto del fratello al piano di sopra.
dice un numero.
“12!”, “21!”, “10!”.
ogni giorno uno diverso ma con una logica implacabile. come un oracolo, un orologio, un calendario, un pazzo.
poi, nel corso della giornata, quel numero viene ripetuto, ogni volta che incontra la sua mamma, o con lei interagisce.
dopo averlo pronunciato, sorride, con un guizzo trionfante nello sguardo.
ogni giorno l’euforia aumenta, come se il potere e la magia di quel numero crescessero con il tempo.
lui fa un conto alla rovescia ma senza spiegarlo. è un calendario dell’avvento vivente e vagamente petulante. il numero zero arriverà giovedì prossimo, quando questo rito ossessivo sarà terminato.
“otto!”, ha esclamato la mattina, con lo sguardo tondo e incredulo.
“sono pochi, otto, eh?”
“abbastanza pochini. sì. ma ola vado a fale colazione”.
lo hobbit piccolo partecipa all’elasti-countdown per la liberazione dal gesso con il coinvolgimento, l’entusiasmo e la trepidazione del protagonista, come se il piede rotto fosse il suo e non di elastigirl. per l’occasione ha imparato a contare al contrario.
oggi è arrivata la comunicazione che è stato accettato in prima elementare, nella stessa scuola dei fratelli.
“ehi! che bello! stai diventando un ragazzo! a settembre andrai anche tu alla scuola dei grandi”
“quanti giolni mancano?”
“tanti. vari mesi”
“io ho bisogno di sapele esattamente quanti giolni sono”
“te lo dico dopo che mi sono tolta il gesso. va bene? due conti alla rovescia contemporaneamente non saprei gestirli”
“okay. ma licoldati”.

meno nove

“ma quanti giorni ti mancano?”
“nove! solo nove!”
“sono proprio molto felice che manchi poco”
“grazie! è molto bello che tu gioisca con me perché finalmente mi tolgo il gesso”
“be’, io gioisco veramente soprattutto per me perché da quando hai il gesso in questa casa faccio tutto io…”
“ah, certo. proprio tutto tu, hobbit di mezzo. chi cucina? chi apparecchia? chi sparecchia?”
“be’, a parte qualche cosina, il resto lo faccio io”
“per esempio?”
“per esempio butto via la carta e la plastica e metto a posto gli accappatoi dopo la doccia. e soprattutto mi preoccupo dell’ordine generale”
“senti, allora facciamo che dell’ordine generale continuerai a occuparti tu per sempre. ti faccio capo mondiale dell’ordine generale”
“mpf”.
mancano nove giorni alla visita per togliere il gesso dall’elasti-piede, sperando che l’elasti-astragalo nel frattempo si sia aggiustato. e, a pensarci bene, ci si abitua in fretta ai cambiamenti. ci si abitua a saltapicchiare come grilli per casa, a farsi il bagno nel tardo pomeriggio, come si faceva da bambini, con uno hobbit piccolo che, appena sente lo scrosciare dell’acqua, è già nudo ed entusiasta di condividere la vasca con una gamba ingessata e una mamma, a zompettare con le stampelle qui e lì, a usare una sola scarpa, una sola calza e pantaloni sempre rigorosamente a zampa di elefante. ci si abitua a stare moltissimo in casa, a pungersi ogni sera la pancia con un’iniezione autoinflitta ma, a quanto pare, necessaria, a chiedere aiuto, a non farsi prendere da una crisi di nervi quando le giacche sono accatastate sul divano e le scarpe ammassate all’ingresso. ci si abitua a essere lenti e goffi. e non è nemmeno troppo faticoso, superati i primi giorni di nevrosi, rabbia e frustrazione.
meno nove. il più è fatto. elastigirl, nonostante tutto, non vede l’ora che passino. lo hobbit di mezzo non vede l’ora di smettere di fare tutto lui.

guardandola

il fatto è che, quando arrivano, pensi di sapere già tutto di loro. immagini come si sentono, come ti vedono, cosa desiderano, cosa amano e cosa detestano. quando arrivano, le fotografi e ti illudi che basti una fotografia per incorniciarle. quando arrivano, le confronti e non c’è niente di più fuorviante che fare paragoni.
quando arrivano, per facilitarti il compito e la vita, fai finta che siano bidimensionali e in bianco e nero, come personaggi di un fumetto e non ti accorgi che, nella vita, è quasi sempre la tridimensionalità a sedurre.
poi, quando ti accorgi che hai sbagliato tutto, ti fermi e inizia a guardarla sul serio.

nina, la nuova ragazza alla pari, arriva dalla città di A, al momento coperta da uno strato di gelo e neve che riveste tutto, anche le case. è alta come nessuno nell’elasti-casa, è giunonica, come una donna, ha il sorriso timido e lo sguardo curiosi, come una bambina. ma è anche intimidente, come i duri, di poche parole, come i timidi, tosta come un’adolescente arrabbiata, guardinga come chi deve capire dov’è, a suo agio, come chi, dopotutto, si sente a casa, complessa, come una creatura terribilmente pensante. ogni giorno esce e fa un giro, esplora la città, con una guida e il suo incedere da regina o da carrarmato. guarda i film con l’elasti-famiglia, sotto un plaid, sul divano, si acciambella leggendo un libro nel weekend, mentre intorno l’entropia regna sovrana, placida e altera insieme. mangia con gioia e gusto e questa è una cosa che mette sempre allegria. sta imparando a essere amica degli hobbit, pur essendo un elfo.

piano, piano, lei e loro si stanno accomodando l’una accanto agli altri, stanno facendo conoscenza, stanno abbassando le reciproche guardie e le reciproche macchine fotografiche per guardarsi meglio, più da vicino e diventare una famiglia sola.

mi sa

nell’elasti-casa ci sono, in sala, due divani. uno più piccolo e uno più grande. l’assetto familiare serale davanti a un film prevede che elastigirl e hobbit medio e piccolo stazionino su quello grande e mister i e lo hobbit maggiore sul piccolo. funziona così da sempre e eventuali cambiamenti di consuetudini generano spaesamento, sgomento, apprensione e nervosismo perché, si sa, fatti non fummo a viver come bruti ma come abitudinari.
tuttavia, da quando ha il gesso, elastigirl preferisce stare sul divano piccolo che, per ragioni logistiche e morfologiche, favorisce la distensione della gamba.
siccome, però, la vita è più complicata di quanto potrebbe e dovrebbe essere, lo hobbit piccolo, detto sneddu, non tollera di stare lontano dalla sua mamma ma si rifiuta, con vigore e fermezza degni di miglior causa, di abbandonare il suo posto. tutto questo genera quotidianamente una decina di minuti di psicodrammi di cui elastigirl ieri sera ha voluto esplorare le radici profonde.
“ehi, sneddu! si può sapere perché non vuoi sederti accanto a me su divano piccolo? staremmo comodi. poi ti prometto che quando avrò tolto il gesso torneremo ai nostri soliti posti”
“pelché io non posso stale sul divano piccolo”
“perché mai non puoi?”
“pelché è pelicoloso pel me”
“pericoloso?”
“sì”
“vuoi spiegarmi meglio?”
“sotto il divano piccolo vive un uomo invisibile”
“ah. non lo sapevo…”
“celto che non lo sapevi. è invisibile…”
“già… ovvio. e che fastidio ti dà questo signore invisibile sotto il divano?”
“mi tocca i piedi”
“sei sicuro?”
“siculissimo”
“e perché a me non li ha mai toccati?”
“pelché tu sei una glande e l’uomo in visibile tocca solo i piedi dei piccoli. mi sa”.
“ti sa…”
“mi sa”.