un uomo di mondo

“ieri ho detto al mio amico joe del campo estivo che tu e papà avete festeggiato il vostro anniversario numero 21″
“ah, e cos’ha detto il tuo amico joe?”
“ha detto ‘wow!'”
“mi sembra giusto”
“e gli ho anche detto che siete usciti a cena voi due da soli e che noi siamo stati con brenda, la nostra amica e vicina di casa”
“hai raccontato un sacco di cose a joe…”
“be’, è normale: agli amici si raccontano molte cose”
“certo”
“e sai cos’ha detto, joe?”
“no. cos’ha detto?”
“ha detto che di sicuro siete andati a mangiare in un posto molto sexy. e avete probabilmente ordinato una sexy pizza con dei sexy tomatoes on top”
“sexy tomatoes?”
“già. on top”
“on top”
“il mio amico joe del campo estivo è proprio un uomo di mondo”.

21

1. perché ha lo sguardo pazzo
2. perché ha un profilo ossessivo che la seduce e la esaspera
3. perché è control freak
4. perché è autoironico
5. perché si fa la doccia gelida e non consuma acqua calda
6. perché è frugale ed ecologico, anche se non è a chilometro zero
7. perché una volta un’amica le disse: “è proprio carino. e ha un sorriso bellissimo, dei denti meravigliosi… da cane!”
8. perché c’è
9. perché la fa molto ridere
10. perché è generoso
11. perché le mutande e i calzini bucati li tiene a londra
12. perché sa piegare il bucato meglio di lei
13. perché carica la lavastoviglie meglio di lei
14. perché fa i letti
15. perché parla senza essere logorroico
16. perché tace senza essere ermetico
17. perché è curioso
18. perché è virtuoso ma solo nei punti giusti
19. perché è acuto senza pungere
20. perché i suoi figli sono molto fortunati
21. perché è con lui che vede il suo futuro.

ieri elastigirl e mister i hanno compiuto 21 anni insieme. finalmente possono bere alcolici nella città di A.

domande senza risposte

“cos’è la vita?”
“la vita è quella in cui siamo dentro adesso. in cui camminiamo, ridiamo, mangiamo, ci facciamo la doccia, dormiamo e ci svegliamo”
“ah. ma la vita lo sa quando dobbiamo moRiRe?”
“non so, hobbit piccolo. credo di no. credo che nessuno sappia quando dobbiamo morire”
“nemmeno la vita?”
“direi di no. e comunque, anche se lo sapesse, non ce lo direbbe”
“be’. ovvio. la vita ha i suoi segReti”
“già”
“e mica ce li viene a diRe a noi”
“no, appunto”
“mamma…”
“sì?”
“sai sputaRe lontanissimo?”.

cose normali

nella città di A, in massachusetts, quest’estate, l’elasti-famiglia non è dotata di automobile. o meglio, per urgenze, emergenze o anche necessità volanti, la vicina di casa brenda mette a disposizione la sua. Ma poiché brenda presta già loro la tenda per gli hobbit al campo estivo, il sacco a pelo per le notti dello hobbit grande nel bosco, il caschetto con torcia incorporata per l’esplorazione delle grotte, la bilancia per preparare le torte, il mattarello per stendere la pasta della pizza, le biciclette, il lievito secco magico ordinato via internet, le teglie da forno, le padelle e probabilmente molto altro che ora sfugge, elastigirl e mister i cercano, ove possibile, di non abusare della sua generosa disponibilità.
così, alle 8, ogni mattina, l’elasti-famiglia al completo, insieme a tre lunch box, un paio di scarpe da trekking, tre borracce, un seggiolino per l’auto per le gite, arriva, trafelata e mezza addormentata, alla fermata dell’autobus numero 31 che porta al campo estivo naturalista. e aspetta tre minuti.
nella città di A gli autobus, sulla cui parte posteriore si possono agganciare le biciclette, sono guidati da studenti universitari, vestiti da studenti universitari, che, quando sali, ti salutano e sorseggiano un goccio del loro beverone, come se brindassero al tuo arrivo.
alla fermata, tutte le mattine ci sono altre persone che aspettano con mister i, elastigirl e gli hobbit. a ognuna hanno dato un nome. c’è sabbbino, che somiglia al protagonista di un film in dialetto barese che si chiamava la capa gira, c’è la fidanzata di sabbbino che tuttavia non sa di esserlo, e poi c’è rocco power, con una lunga barba e delle bellissime magliette, non necessariamente diverse ogni giorno.
alla fermata successiva, invece, sale un solo passeggero: la signora tranquilla.
quando l’autobus accosta, la signora tranquilla si avvicina all’entrata. e aspetta un momento. appena la porta si apre, dal pavimento dell’autobus si allunga un predellino che consente alla signora tranquilla di salire. il conducente studente a quel punto si alza e sorride alla signora tranquilla. lei va al suo posto, che è rimasto libero e vuoto perché lo sanno tutti che, a quell’ora, quel posto è il suo. lo studente conducente, una volta che lei è al suo posto, assicura la sedia della signora tranquilla a degli appositi ganci di sicurezza: due davanti e due dietro. così la signora tranquilla può stare tranquilla.
lo studente conducente torna al posto di guida e al beverone, il predellino rientra, l’autobus riparte. la signora tranquilla si mette a leggere.
il tutto richiede non più di un minuto di tempo. e avviene in silenzio, con movimenti rapidi e sicuri, nell’indifferenza generale. come succede con le cose semplici.
la signora tranquilla scende alla stessa fermata a cui scende l’elasti-famiglia. lo studente conducente lo sa e, quando arriva a destinazione, si alza e ripete ogni gesto al contrario, fino a quando la signora tranquilla e sua sedia a rotelle sono fuori.
la signora tranquilla è gravemente disabile. ma è libera di andare dove vuole. senza barriere, senza sguardi curiosi, imbarazzati, interrogativi intorno. per la signora tranquilla, per il conducente studente, per gli altri passeggeri, tutto questo è normale, come la quotidianità, come la routine, come un diritto.

ansie preventive

“io lo so che non ce la faRò mai”
“a fare cosa, hobbit piccolo”
“a impaRaRe l’alfabeto!”
“ma certo che ce la farai! perché ti vengono questi pensieri?”
“peRché andRò a scuola e non sapRò faRe niente. io lo so. e saRà un gRosso pRoblema…”
“ehi! che dici? tu sei bravissimo!”
“macché”
“sai fare un sacco di cose, tu!”
“non è veRo!”
“sì che è vero! vuoi saperne qualcuna?”
“dai”
“sai già leggere”
“non è veRo”
“sì che è vero! cosa c’è scritto qui?”
“c-R-e-m-a”
“vedi? e sai anche scrivere le lettere”
“ma non sono bRavo”
“sei bravissimo!”
“mpf”
“e poi parli in inglese”
“non è veRo. faccio finta”
“farai finta ma ti capiscono!”
“a volte”
“io credo che tu sia un bambino molto in gamba”
“no. sono un disastRo. e non so nemmeno andaRe in bici senza Rotelle. così non posso andaRe a scuola”
“a parte che si può andare a scuola anche senza sapere andare in bici senza rotelle e poi, se ti va, ti insegno”
“è inutile. non ce la faRò mai. a impaRaRe l’alfabeto”.

sarà che è sempre stato il piccolo, a casa e fuori. sarà che ha sempre fatto cose più grandi di lui. sarà che due fratelli maggiori sono ingombranti. sarà che essere il numero tre è una buona scusa per restare nelle retrovie. sarà che l’insicurezza è una piantina velenosa che va estirpata sul nascere. sarà che aveva nascosto bene, fino a ora, le sue fragilità.
lo hobbit piccolo ha bisogno di un’iniezione di fiducia, di una dose extra di autostima, di un buon motivatore, di una maggiore consapevolezza di sé e dei suoi talenti, di essere al centro.
questa è la missione dell’estate.

una storia da piangere

il dialogo e gli eventi che seguono sono reali. tuttavia la storia in esso raccontata non è stata verificata. potrebbe essere imprecisa, approssimativa o campata per aria. ma è una bella storia e, soprattutto, non è questo il punto.

“conoscete la storia di plutone?”
“plutone, il pianeta?”
“be’, insomma, pianeta… comunque sì, quel plutone nello spazio!”
“no, non sappiamo la sua storia”
“allora ve la racconto”
“volentieri!”
“un giovane astronomo, di nome clyde, tenace e appassionato, proveniente da una famiglia di agricoltori dell’illinois, entrato nell’osservatorio di flagstaff in arizona, si incaponì nell’osservazione certosina degli oggetti celesti. passava il suo tempo a fotografare il cielo e a guardare i fotogrammi fino a quando, a 26 anni, nel 1930, scoprì il nono pianeta del sistema solare: plutone”
“accidenti!”
“che bravo!”
“già. naturalmente all’inizio il nuovo pianeta non aveva nome. fu così indetto un concorso tra le scuole degli stati uniti per scegliere come si dovesse chiamare. una bambina propose pluto, plutone, che è una divinità greca ma anche il cane di topolino. l’idea ebbe un successo enorme e il pianeta si chiamò così”
“che bella storia…”
“non è finita!”
“ah!”
“negli anni 90 tuttavia alcuni scienziati stabilirono che plutone non aveva veramente le caratteristiche di un pianeta e quindi fu retrocesso”
“ah però!”
“la cosa terribile fu che clyde, quando plutone venne retrocesso, era ancora vivo! aveva 89 anni!”
“povero! chissà che delusione”
“già. una cosa tristissima. da spezzare il cuore”
“be’, dai, insomma”
“ma no! ti rendi conto? è terribile fare una scoperta grandiosa e poi essere informati, a distanza di oltre 60 anni, che ti eri sbagliato!”

e mentre diceva così e rifletteva su quanto fosse triste il destino di clyde, lui piangeva. già. piangeva con le lacrime. e con lui piangeva la moglie, seduta accanto. e, a un certo punto, è stato necessario andare a prendere dei fazzoletti per asciugare tutte quelle lacrime, per clyde.
ed elastigirl e mister i, a tavola con loro, li guardavano piangere. increduli.
perché a volte gli americani ti stupiscono. perché hanno un’arroganza strisciante, la convinzione di essere padroni del mondo, un’ansia di riuscire, l’imperativo morale di primeggiare, l’impudenza di raccontarti quanto sono belli, bravi e vincenti. e poi, insieme a tutto questo, hanno un’ingenuità disarmante, una naïveté imbarazzante, una facilità nel commuoversi, abbandonarsi, stupirsi, intenerirsi che proprio non c’entrano niente con il resto. eppure arricchiscono e complicano il quadro. rendondolo ipnotico.

banane farcite, zecche e cucina americana

lo hobbit grande, nella sua notte in campeggio nel bosco, ha mangiato banane farcite di burro di noccioline e gelatina, non ha incontrato orsi, come gli era stato promesso, ha dormito con quattro coetanei in una tenda troppo piccola, ha fatto gare di puzze e rutti al buio (“mamma, gli americani in apparenza sembrano più seri e contenuti, in realtà sono più selvaggi di noi!”), si è ritrovato a consolare un compagno di campo estivo a cui mancava la mamma ed è rientrato a casa con l’aria ruvida e noncurante di chi ha visto molta vita.
lo hobbit piccolo torna a casa dal campo estivo ogni giorno con una zecca diversa. se le zecche della città di A non portassero malattie orrende, la caccia al tesoro serale sarebbe un’attività persino divertente.
lo hobbit di mezzo socializza con i vicini di casa, con i passanti, con i cani al guinzaglio, con le zecche del fratello, con i compagni di campo estivo. e ogni tanto scompare, invitato a casa di brenda, nella cucina di lata, nel salotto di florinda, a conversare, mangiare, giocare.
e mentre gli hobbit metabolizzano banane farcite, zecche e socialità, l’elasti-famiglia ha fatto colazione a base di pancake, waffle e bacon nel posto del cuore delle colazioni, ha cenato con pollo, spinaci, purée e gelato a casa dei genitori di nina, l’ultima ragazza alla pari transitata nell’elasti-casa, e ha pranzato a casa di amici con uno sformato di zucca e mais, patate dolci, barbabietole, cosciotto di maiale arrosto e cheesecake alle fragole. ed è giunta alla conclusione che sì, in questo paese, volendo, si possono mangiare cose incredibilmente buone e varie e, in parte, anche sane.

una tenda, un sacco a pelo e due dozzine di bagel

“leggi”
“tenda. ce l’ho. me l’ha prestata brenda”
“benissimo. poi?”
“sacco a pelo. ce l’ho – sempre di brenda – ma non riesco a infilarlo in questo cavolo di sacchetto minuscolo”
“ti aiuto io. aspetta”

“poi?”
“una torcia. ce l’ho. me l’ha data brenda”
“senza brenda, in pratica, saresti un disperato”
“già. due lunchbox con due pranzi”
“ok. a quelli possiamo provvedere senza l’aiuto di brenda. dopo?”
“un piagiama pesante, il repellente antizanzare e un cambio completo per giovedì, con scarpe da montagna e pantaloni lunghi perché andiamo a scalare”
“ok”
“poi un caschetto con la lucina in testa per andare a fare caving
“fare cosa?”
“esplorare le grotte. il caschetto me lo ha già dato…”
“brenda”
“ovvio. per finire, due dozzine di bagel. 12 semplici e 12 assortiti di cui almeno uno al rosmarino e olio e un altro alla cannellla e uvette. ho detto io che avrei portato i bagel! per la cena e la colazione ognuno doveva portare qualcosa e io ho prenotato i bagel”
“bene. li ordiniamo al negozio di bagel vicino alla fermata dell’autobus”
“ah. e del ketchup biologico. per la cena”
“effettivamente che cena sarebbe senza ketchup biologico?”
“e dopocena arrostiremo marshmallows”
“wow! ma come ti senti?”
“normale, come mi devo sentire?”
“be’, vai a dormire in tenda nei boschi con i tuoi compagni del campo estivo naturalista, per giunta in america… ti senti come quando prendi la 42 a milano per andare a fare i compiti a casa della nonna?”
“più o meno…”.

lo hobbit grande è partito stamattina alle 8, con i bagel assortiti, semplici, il ketchup biologico e la tenda a due posti. tornerà domani sera, forse un po’ più grande.
“ci siamo liberati dello hobbit grande per una sera?”, è stato l’incredulo commento del medio.
“già”
“olé”.

adho mukha svanasana e il respiro di darth vader

elastigirl è una creatura inquieta, sotto vari punti di vista. probabilmente è per questo che nella sua, seppur talvolta smodata e ossessiva, attività fisica, non si è mai cimentata in discipline che richiedono lentezza, meditazione, sintonia tra corpo e anima.
negli ultimi vent’anni ha praticato, tra gli altri, con alterni risultati e soddisfazioni, ginnastica aerobica, balli latinoamericani, gag, step, kick boxe, zumba, ballo liscio, danza del ventre, cardio pump, step&tone, cardio fit, body pump, jogging, running, acqua tone e spinning.
Come si può notare a occhio nudo, mancano, nell’elenco, voci come stretching, pilates, tai chi chuan, back prevention, body control, panca fit, yoga. e non è casuale.
quest’anno, nella città di A, in massachusetts, come ogni anno, si è iscritta al recreation center universitario dove, per una trentina di dollari, ha accesso per l’intera estate a tutti i corsi, oltre alla pista olimpica per correre, alla piscina per nuotare e alle macchine infernali e sudate per tonificarsi.
tuttavia, mentre l’anno scorso frequentava, con entusiasmo traboccante, ogni lezione di extreme insanity workout, rischiando l’infarto per mano di un’insegnante invasata con i piedi da anfibio, il programma dei corsi dell’estate 2015 è stato rivoluzionato. niente più insanity, kick boxing, spartan challenge o ultimate fitness. il programma attuale prevede esclusivamente: yoga, hatha yoga, power yoga, pilates e kripalu yoga. e dopo un inziale, scorato sconcerto, elastigirl ha pensato che potesse essere l’occasione per scoprire mondi nuovi gravidi di meravigliose e istruttive sorprese.
così, da circa una settimana, in pausa pranzo, si presenta scalza, con un materassino nero e un mattoncino di polistirolo di cui ancora non le è chiaro lo scopo, al cospetto di jill che tiene gli occhi chiusi, è flessuosa come un giunco e ha il respiro di darth vader.
al ritmo dell’ansimare di darth vader, elastigirl sperimenta la posizione del cane, della gru, dell’aquila, del cobra, del bastone a terra e del piccione reale su una gamba. e pratica, o almeno ci prova, hatha yoga. ma, pur consapevole che le faccia un gran bene, sente che le manca terribilmente qualcosa.

la mia famiglia e un pellicano

elastigirl aveva appena metabolizzato l’idea che, nella città di A, una gallina di nome kushla potesse diventare la regina della casa, amata come un cucciolo di cane e viziata come un bambino. certo, l’acquisto di vermi essiccati a uso, consumo e piacere di kushla la lasciava ancora parecchio perplessa, ma, nonostante tutto, il mondo le sembrava ancora abbastanza in ordine.
poi è andata a cena, con mister i e gli hobbit, nel portico di brenda, la vicina di casa che vive in una comune multietnica all’insegna della diversity, in cui gli inquilini sono equamente e rigorosamente ripartiti tra genere, orientamento sessuale e religioso, provenienza etnica e geografica.
ha portato, allo scopo di non turbare gli stereotipi sul cibo italiano, una grande pizza fatta in casa, oltre a tre hobbit vocianti e un mister i munito di birre, e ha trovato, in cambio, lata.
lata è indiana, insegna hindi all’università di A ma vorrebbe tornare a casa sua, possibilmente con un marito che la aspetti. e, tra un pezzo di pizza, del salmone al vapore, gran quantità di maionese e qualche foglia di insalata, lata ha cominciato a raccontare, come se fosse tutto terribilmente scontato e banale, della sua infanzia indiana con una mamma casalinga, un papà poliziotto, un fratello maggiore, una sorella minore e “alcuni animali domestici nel giardino”.
“alcuni animali domestici? tipo?”
“ma no, niente di che…”
“gatti? cani?”
“mmmhhh, sì, avevamo un paio di gatti e anche un cane. ma non mi sono mai stati molto simpatici”
“e oltre al cane e ai gatti avevate qualche altro animale domestico?”
“be’, certo. un coniglio… tre mucche…”
“tre mucche???”
“sì. e anche un altro animale, simile alla mucca, ma più grande e selvaggio. ma ha un nome intraducibile. poi mio papà amava i serpenti e ne aveva uno”
“accidenti! cane, gatti, mucche selvagge e non selvagge, un coniglio, un serpente…”
“be’, avevamo anche delle scimmie ma erano terribilmente dispettose. io non le sopportavo”
“avevate uno zoo?”
“no, no. stavano a casa nostra. liberi. in giardino…”
“avevate un parco!”
“no, un giardino. c’erano anche un paio di cavalli e un cervo”
“un cervo???”
“sì. un cervo. ma soprattutto… il mio preferito!”
“e chi era il tuo preferito?”
“il pellicano!”
e mentre nominava il pellicano, lata si illuminava, come se avesse evocato un grande amore.
“e com’è un pellicano domestico?”
“meraviglioso! simpatico, divertente, affettuoso! mia madre però lo detestava perché quando lavorava a maglia il pellicano le rubava i gomitoli e li disfaceva, riempiendo il giardino di fili della sua lana…”
“…”
“mia madre non sopportava il pellicano e il pellicano, che era intelligente, non sopportava mia madre”
“e quindi cosa faceva?”
“e quindi un giorno ha preso mia sorella, che era piccola piccola, nel suo grande becco. e se ne andava in giro con mia sorella dentro il becco, guardando mia mamma con aria di sfida”
“e tua sorella?”
“mia sorella non capiva, ma si divertiva molto”
“e tua madre?”
“mia madre gridava ‘ridammi subito mia figlia!'”
“lata, ma dove stavi tu in india è normale avere uno zoo nel giardino?”
“no, non proprio. infatti casa nostra era sempre un via vai di visitatori che volevano vedere i nostri animali domestici”
“domestici…”
“mamma, possiamo prendere un pellicano così magari si porta via sneddulone dentro al suo becco?”.
e allora elastigirl si è convinta che, in fin dei conti, i vermi essiccati di kushla sono mal di poco e che tutto, ma proprio tutto, ha, da qualche parte nel mondo, la sua versione iperbolica.