a volte ritornano

capelli biondi, lunghi e dritti come spaghetti, occhi blu, una socialità vivace e indefessa, una professionalità formidabile, quasi paurosa. capace di adattarsi, di accomodarsi, di prendere le misure, di trovare spazi, di riempirli e di lasciare dei grandi vuoti, quando si allontanava. discreta, attenta, leggera. quando tornò a casa sua, lo scorso gennaio, scrisse una lettera lunghissima e densa, piena di affetto, gratitudine e cose belle. lasciò in regalo anche un ferro di cavallo, del suo cavallo. perché veniva dal maryland ed era cresciuta in una fattoria. quando partì lasciò anche un amore italiano e pianse tutte le sue lacrime, per un’intera settimana, senza mai smettere.
“vorrei tornare, un giorno. possibilmente presto”, disse salutando elastigirl.
“quando vuoi. noi siamo qui. e questa ormai è casa tua”.
cindy, la ragazza alla pari americana che venne lo scorso autunno, che faceva fare incredibili esperimenti scientifici agli hobbit, che aveva trovato due migliori amiche con cui beveva il caffè ogni giovedì mattina e con cui viaggiava e rideva e faceva finta di essere una spice girl, che si era innamorata e si chiedeva “chi lo sa che fine faremo noi due dopo?”, tornerà tra poco più di una settimana, per stare con l’elasti-famiglia un altro autunno e un inverno, una primavera, un’estate e un altro autunno ancora, perché si è iscritta a un master a milano, tutto in inglese, ed è una che fa sul serio.
e questa è proprio una bella notizia.
e poi, diciamolo, più che l’elasti-famiglia, poté l’amore.

fine vacanze

ieri elastigirl si è messa i jeans, una maglietta cittadina e un paio di scarpe, dopo due settimane allo stato brado. ha finito un libro su una principessa e uno scheletro, insieme allo hobbit di mezzo, ha letto per la centesima volta una storia su grazie-prego.perpiacere-ciao al piccolo e ha fatto qualche esercizio di francese insieme al grande, per non fare torto a nessuno ed evitare le recriminazioni dell’ultimo momento. ha salutato i tre hobbit, un mister i contrariato e sbrindellato ed ha lasciato il salento per rientrare a milano, da sola.
a casa ha trovato un frigorifero sbrinato e vuoto, un’automobile con la batteria scarica che non parte più, una bicicletta con le ruote sgonfie, odore di chiuso e molto silenzio.
oggi le finestre sono spalancato, le ruote della bicicletta sono state gonfiate, il frigorifero è di nuovo chiuso e funzionante, la batteria dell’automobile è sempre scarica e un cane abbaia al piano di sopra.
lei ha iscritto gli hobbit in piscina, ha fatto una spesa da single, monoporzione, ha programmato un pranzo con la sua mamma, un aperitivo con un’amica e un cinema con un ex collega, nei prossimi giorni, è andata in banca inutilmente, ha passato in rassegna la posta, ha trovato ben due multe da pagare, ha visto il primo telegiornale dopo due mesi, ha rincontrato i suoi colleghi con cui ha passato un pomeriggio di ricognizione lavorativa e non solo. ha pedalato su e giù per la sua città che un po’ le mancava, con, nelle orecchie, un audiolibro che si chiama all the light we cannot see e ha vinto il pulitzer quest’anno ma ancora, a poche pagine dalla fine, non ha deciso se la entusiasma o la lascia perplessa.
è quasi settembre e il mondo sembra abbastanza in ordine.

salento

cornetti (perché in alcuni posti si chiamano cornetti e in altri brioche e se usi la parola sbagliata nel posto sbagliato ti guardano come se fossi uno strano?) alla crema e al cioccolato.
crema protezione 50.
tre tizi al bagno, con la testa sott’acqua a guardare i pesci anche per cinque ore consecutive.
ombrelloni, sdraio, lettini, sabbia ovunque.
mozzarella, ricotta, pomodori, pesche, uva, anguria, prosciutto crudo ché dopo sei settimane in un bosco del massachusetts, il cibo diventa un elemento fondamentale dell’esistenza.
compiti delle vacanze come se non ci fosse un domani (ed effettivamente domani si comincia la scuola).
socialità balneare piuttosto intensa.
innumerevoli ore di sonno, perché del doman non v’è certezza.
libri belli che diventano ancora più belli se letti in spiaggia.
corse in pineta ma senza esagerare perché, dopo sei settimane di cardio kickboxing, bisogna darsi una calmata.
lunghe passeggiate a guardare i castelli di sabbia altrui perché è impressionante quel che la gente riesce a fare mentre ozia.
lucertole traumatizzate, in fuga permanente da cacciatori sanguinari.
spesa quotidiana al minimarket, seminudi e rigorosamente scalzi.
bucato che profuma di sole.
caffè in ghiaccio con latte di mandorla. perché a milano non lo hanno inventato?
bambini che russano e poi fanno la guerra con bazooka ad acqua e in mezzo niente, come un interruttore acceso-spento.
giornali, per raccapezzarsi. invano.
desiderio e terrore di tornare a casa.
poco altro.

meno due

sabato, alle 22,50, l’elasti-famiglia partirà da boston alla volta di roma, dove, un altro aereo, la porterà a brindisi perché, inspiegabilmente, alitalia non ha previsto un volo diretto boston-brindisi, che, anche fonicamente, stanno bene insieme.
motivi per cui essere tristi di lasciare la città di A dopo un soggiorno durato sette settimane per hobbit e mister i e sei per elastigirl:
1. le cene comunitarie on the porch, che sarebbe la veranda di brenda, la vicina di casa. ci si siede intorno al tavolo con la tovaglia a scacchi rossi e bianchi, si chiacchiera, si mangia cibo multietnico, si saluta la gente che passa per la strada di fronte e, piano piano, si uniscono commensali: una linguista indiana, una biologa brasiliana, un matematico nepalese, un economista thailandese e via così, ad aggiungere posti a tavola.
2. gli hobbit che scorazzano liberi nel giardino, che dipingono case per uccelli insieme a brenda, che tagliano erbacce per la padrona di casa, che svuotano il contenitore del compost, che si arrampicano sugli alberi e giocano a carte in veranda.
3. l’elasti-camminata quotidiana solitaria, mezz’ora ad andare e mezz’ora a tornare, da e per il campo estivo naturalista, con un audio-libro nelle orecchie e la follia verde della città di A tutta intorno. elastigirl non ha mai letto (ascoltato?) tanti libri come in queste settimane.
4. le persone che ti salutano, per la strada, sorridendo. perché, probabilmente, nella cantina, hanno un fucile o una pistola o la bomba atomica, ma, se uno non ci pensa, a vederli così, gli americani di A sono esseri umani gentili e amabili.
5. la convivenza, sotto uno stesso tetto, tutti e cinque. il tempo più lento. le chiacchiere, i giochi, le storie, le canzoni. perché qui, da sempre, ognuno dà il meglio di sé.
6. le lezioni di cardio kickboxing con i micidiali burpees incorporati. perché la devastazione fisica dà dipendenza.
7. le elasti-mattine, passate a casa, da sola, a provare a fare un lavoro sperimentale e divertente. e chissà se ne verrà fuori qualcosa di buono. e anche se non ne verrà fuori niente, è stato bello potersi dedicare a tempo quasi pieno a una cosa nuova.
motivi per essere contenti di lasciare la città di A:
1. la deriva linguistica degli hobbit, in particolare medio e piccolo, che fanno dichiarazioni di questo tenore: “ho messo un worm nel mio garden”, “sto portando un bunch di roba a brenda”, “ho fatto dei jobs e ho guadagnato two bucks”, “a tre inches di distanza”, “siamo andati al river e abbiamo catturato frogs e crayfish”.
2. il cibo, a cui bisogna sempre stare attenti. e avere paura di quel che si mangia è terribilmente faticoso.3. la sveglia alle sette, tutte le mattine, per andare al campo estivo naturalista.
4. il lunchbox per gli hobbit, da preparare tutte le mattine, alle 715, perché il campo estivo naturalista non provvede al cibo dei ragazzi. e forse è meglio così.
5. la famiglia, gli amici, gli affetti. il piacere di sentirsi a casa.
6. il mare. perché i laghi possono essere spettacolari, le passeggiate nei boschi anche, ma il mare…
7. le zampe di kushla, la gallina domestica, trattata come una regina e poi divorata da una volpe o da un procione, mentre tutti dormivano. brenda ha regalato le zampe agli hobbit che, grati come poche volte nella loro vita, le hanno messe in un sacchetto, nel frigorifero, come una reliquia. e come una reliquia le contemplano e le osservano. ritrovarle la mattina, cercando il latte, può essere molto fastidioso. prima di chiudere le valigie, sabato, bisognerà verificare che nessuno abbia infilato le immonde reliquie tra la biancheria e gli asciugamani.

accidental poisoning

elastigirl ha un rapporto con il cibo non propriamente sanissimo ma, nel complesso, ha trovato un suo equilibrio, più o meno a metà strada tra il nutrirsi esclusivamente di carote e bacche goji e l’assumere una tavoletta di cioccolato ogni due ore e 45 minuti, di giorno e di notte.
del resto, ognuno è affetto e afflitto da personali nevrosi, quella di elastigirl, se non altro, danneggia solo lei senza coinvolgere altri.
a casa, in italia, idiosincrasie, manie e dipendenze alimentari sono di più facile gestione. le strade sono battute e familiari, i ritmi regolari e prevedibili e il cibo non nasconde insidie e tranelli.
nella città di A, in massachusetts, invece, la spesa è una corsa a ostacoli tra sciroppo di mais ad alto contenuto di glucosio, nascosto nel pane e nei biscotti, ormoni, usati nella carne, clorina e altre schifezze, usate per sbiancare la farina, vitamine, ferro e calcio aggiunti qui e lì per arricchire qualsiasi cosa, pesticidi, spesso da noi vietati, utilizzati su frutta e verdura.
pertanto, pur non essendo vegana, crudista, vegetariana, nella città di A, la scelta dei cibi è un’attività impegnativa e non sempre soddisfacente.
nonostante l’attenzione resti sempre piuttosto alta quest’estate, periodicamente, lei viene colta da mal di stomaco lancinante, mai sperimentato in patria, accompagnato spesso da antiestetici sfoghi in viso, neanche fosse un’adolescente in fiore.
e questi fenomeni, che somigliano a lievi intossicazioni o avvelenamenti, non si manifestano dopo un
banchetto a base di senape, ketchup, hamburger, hot dog e patate fritte cotte nella sugna, o dopo un’abbuffata di gelato al gusto di pasta di biscotto, noci caramellate e croccante alla vaniglia ricoperto di panna farcita di burro di noccioline.
la prima volta è stata male dopo che aveva mangiato lamponi, la seconda dopo un’insalata, la terza dopo dei pomodori buonissimi, di nome kumato, la quarta dopo dei mirtilli. e ogni volta sta peggio della precedente. e ogni volta pensa che forse è arrivato il momento di tornare al supermercato vicino a casa.

let’s cheer!

elastigirl, al centro sportivo universitario della città di A, in massachusetts, ha sperimentato tutti i corsi possibili all’ora di pranzo, malgrado l’offerta, rispetto alle precedenti estati, abbia virato su discipline ben più spirituali e mentali rispetto alle pratiche sfinenti e autodistruttive che lei predilige in patria. così, ha provato hata yoga, kripalu yoga, vinyasa yoga, broga yoga, yoga fusion, body matrix flow yoga, strenght-based yoga, piyo. senza grande soddisfazione.
“non mi sembri particolarmente contenta del recreation center, quest’anno, elasti”, ha detto un giorno mister i, mentre lei, senza troppa convinzione, mostrava a lui e agli hobbit le posizioni dell’eroe, del guerriero e dell’albero.
“già, temo di non essere pronta per lo yoga. invece di rilassarmi mi irrita. e non va tanto bene”
“e non ci sono alternative?”
“be’, in realtà…”
“cosa?”
“ci sarebbe cardio kickboxing che mi piacerebbe proprio tantissimissimo… però”
“però”
“è alle sei di sera”
“effettivamente è un orario un po’ scomodo per noi”
“però potrei portarmi avanti con la cena nel pomeriggio. e potrei pure pensare al lunch box degli hobbit per l’indomani… e alle 530 potrebbe essere tutto organizzato e, se tu fossi a casa, potrei…”
“ok. tranquilla. se ti fa piacere puoi andare a fare cardio kickboxing alle sei”
“sul serio???”
così, nelle ultime settimane, alle sei, elastigirl si trova in una grande sala gremita di studenti, tutti tra i 18 e i 25 anni, ragazze e ragazzi, prevalentemente ipertonici, provenienti da ogni parte del mondo, che, per un’ora, al ritmo di una musica ossessiva, saltano, sferrano calci e pugni, risaltano e si massacrano di flessioni e cosiddetti burpees (ndr: chiamansi burpees esercizi designati allo scopo di massimizzare la probabilità di infarto in un essere umano).
tutto questo, nonostante la fastidiosa prossimità di pin-up e giocatori di football che potrebbero tranquillamente essere suoi figli, non la disturba affatto ma tende piuttosto a galvanizzarla. c’è tuttavia una cosa che la manda in crisi, intorno al quarantesimo minuto di lezione.
“adesso ognuno scelga un partner!” esclama, puntuale come la morte, l’insegnante.
e già tutto ciò è piuttosto intimidente in un’aula di alieni ipertrofici, più somiglianti ad androidi che a persone come quelle che si incontrano per la strada e al supermercato. questo primo scoglio però è stato gloriosamente superato grazie all’individuazione di una studentessa di phd in neuroscienze, sudcoreana, piuttosto isolata e derelitta e parecchio nerd, con cui elastigirl fa coppia fissa dal primo giorno, per la soddisfazione di entrambe.
“ora che avete un partner, possiamo iniziare il gioco! yeahhhhhh!”, aggiunge la maestra invasata e probabile consumatrice abituale di adrenalina sintetica.
“nella vostra coppia ci sono un partner one e un partner two, a vostra scelta. yuppie! al mio via, partner one fa cinque burpees più rapidamente possibile e il partner two…. cheer him on as if the other’s life depended on it. and then, you switch! ready???? yahhhhhhhh!”.
in pratica, mentre partner one fa questi cinque salti che terminano ognuno con un tuffo a terra sdraiati con flessione incorporata, partner two fa il tifo, gridando, incitando, contando, dicendo “sei fichissimo così fico che più fichi e potenti di te non ne ho incontrati mai. io credo tantissimo in te! io so che puoi farcela” e cosucce così. quando partner one, paonazzo, con il cuore che gli scoppia, ha finito e vorrebbe solo accasciarsi a terra in attesa dell’unità mobile di rianimazione che lo porti via, partner two inizia a fare i suoi cinque micidiali burpees, legittimamente aspettandosi che il moribondo ansimante accanto a lui, dimentico della sua agonia, gli dica, urlando, quanto lo consideri fico e quanto creda in lui, preferibilmente saltando e battendo le mani e facendo versi come “uuuuuohhhhh” e simili. e via così, fino alla fine della canzone che ha una durata effettiva di 3-4 minuti ma percepita di quattro giorni e quattro notti.
ecco, se non fosse per questo gioco al massacro tra due partner, per questo dovere morale di gridare cose imbarazzanti a un perfetto sconosciuto che sta tirando le cuoia, questa nuova routine delle sei del pomeriggio che ha oscurato quelle discipline composte e mentali dell’ora di pranzo, sarebbe assolutamente fantastica.

il momento più imbarazzante della mia vita

“sai, mamma, ieri, al fiume, con il campo estivo, ho vissuto il momento più imbarazzante di tutta la mia vita”
“oh no! cosa è successo?”
“guarda, una cosa terrificante. volevo sotterrarmi e scomparire”
“e che sarà mai? ti sei fatto la pipì addosso?”
“no, peggio”
“oddio, no! la cacca???”
“no”
“hai fatto una puzza?”
“ma no! quello non sarebbe imbarazzante. non sai quante ne fanno i miei compagni…”
“mmmh… non so. hai baciato appassionatamente la bambina con le trecce e lei ha detto ‘che schifo!'”
“ma no, dai, che orrore!””allora cosa?”
“una cosa che, se ci penso, mi vengono i brividi e, sono sicuro, mi ricorderò anche quando avrò 40 anni…!”
“raccontamela”
“ero in riva al fiume. e ho visto una rana. se ne stava immobile. a pochi inches da me”
“inches??? non posso pensare di avere un figlio che misura le distanze in pollici…”
“dai, mamma, ascoltami!”
“sì, scusa”
“allora mi sono avvicinato, silenziosissimo e, zac!, l’ho presa!”
“ah! bravo! e cosa c’è di imbarazzante?”
“me la sono fatta scappare. un secondo dopo. terribile, mamma. un momento terribile”.

come sto?

tornando dal campo estivo naturalista della città di A con lo hobbit di mezzo e il piccolo (il grande, nel suo ruolo di junior counselor, deve passare l’aspirapolvere, riordinare, pulire i bagni e quindi torna da solo, più tardi), elastigirl, rimasta senza latte, si è fermata alla cooperativa che promuove il consumo di prodotti locali, facendoli pagare come se arrivassero direttamente dalla stazione spaziale ISS, trasportati dalla navicella soyuz.
accanto alla cooperativa “all things local”, c’è un negozio che vende abbigliamento da figli dei fiori – un evergreen nella città di A – e che aveva, questo pomeriggio, una gonna fricchettona ma non troppo, esposta fuori. nella città di A, l’elasti-senso estetico cambia, giorno dopo giorno, e si adegua progressivamente agli standard degli abitanti e lei, alla quinta settimana qui, si ritrova a rimirare incantata articoli che mai e poi mai, a milano, penserebbe di indossare né tantomeno acquistare.
“aspettate aspettate, ragazzi! per piacere! vorrei provarla!”
“cosa vorresti provare?”
“questa gonnellina rossa, a pallozzi”
“va bene. compRala!”
“prima voglio provarla. non sono mica sicura che mi stia bene. se aspettate un attimo, la provo al volo e voi mi dite com’è”
“ok”

“quindi?”
“splendida!”
“meravigliosa!”
“ragazzi, per piacere, siate seri! non so se e dove ci sia uno specchio in questo posto. quindi dovete dirmi sinceramente cosa pensate”
“te l’ho detto: fantastica”
“sei tRoppo bella”
“sembri una principessa”
“te la puoi metteRe quando vuoi esseRe elegante”
“siete gentili a dire così. sul serio sta bene?”
“mai visto niente di più bello”
“sembRi una staR del cinema”
“guarda, mamma! qui c’è uno specchio! puoi guardarti!”

“ehi! hobbit! ma è terribile! sembra uno straccio! mi sta malissimo!”
“dici?”
“ma sì! guarda! fa difetto in vita e poi qui si gonfia…”
“non sapRei…”
“non posso mettermi una cosa così!”
“effettivamente…”
“perché prima dicevate che era bellissima? è orribile!”
“pRobabilmente hai ragione”
“sì. fa proprio schifo”
“andiamocene da questo posto di gonne orrende, mamma”.

poi ci si chiede perché dei maschi non ci si può fidare…

gente di A

elastigirl, nella città di A, tutti i giorni, alle 1430 esce di casa per andare a prendere gli hobbit al campo estivo naturalista che finisce alle 15. Per arrivare a destinazione puntuale, potrebbe prendere l’autobus numero 36, alle 14,48, ma preferisce camminare perché fa bene, la strada è piacevole e, soprattutto, ha un’intera mezz’ora per ascoltare un audiolibro. e gli audiolibri sono diventati la sua ossessione quest’inverno e, proprio stamane, pensava che, se la sua vita fosse completamente vuota, lei la riempirebbe di voci di attori che interpretano libri per lei.
oggi, mentre camminava con un libro che si chiama daughter nelle orecchie e che racconta la storia di una famiglia in cui un giorno scompare la figlia quindicenne, ha incrociato una tipica signora locale, sulla settantina, con i capelli lunghi, legati in una coda, occhialini tondi, bermuda sbrindellati, camicia indiana e sguardo rotondo e allucinato di chi non disdegna il consumo di sostanze psicotrope, come funghetti magici raccolti nel bosco.
seppur un po’ distratta dalla storia del suo libro, elastigirl ha salutato la signora, perché, nella città di A, quando ci si incontra per strada, ci si saluta e ci si sorride amabilmente, e, incautamente, ha proceduto oltre.
“psssst! pssst!…. psssst! hey!”
ci ha messo un po’ a capire che quei richiami erano rivolti a lei.
la signora teneva in mano un bicchiere di plastica trasparente, con la reverenza e la cura riservate alle cose di inestimabile valore.
si è avvicinata con fare cospiratorio, a elastigirl e, a pochi centimetri dal suo viso, le ha sussurrato: “guarda un po’ che cosa ho trovato”. aveva gli occhi sgranati e l’incanto stupito di chi ha assistito a un miracolo.
elastigirl ha fermato l’audiolibro e l’ha guardata, interrogativa, pensando che solo la scoperta del santo graal, di un manoscritto inedito di dante alighieri o di un affresco ignoto e originale di leonardo da vinci avrebbe potuto giustificare quell’entusiasmo esaltato.
“guarda! una libellula con la coda blu. morta. non è fantastica, meravigliosa, pazzesca?”
“molto bella. sì. davvero molto bella”
“osservala!”
“eh, sì. la sto osservando…”
“sublime…”
“già”
“vuoi tenerla in mano per un momento?”
“ecco, grazie mille. ma anche no”
“bellissima…”
“bene, ora dovrei proprio…”
“sono felice di avere condiviso questo bel momento con te”
“… ehm, anche io… grazie”
“grazie a te dolcezza. e grazie a questa creatura…”.

se un episodio del genere le fosse capitato in italia, elastigirl avrebbe pensato che ci fosse una telecamera nascosta, che la signora fosse un’attrice o, alla peggio, che la signora fosse completamente sciroccata.
invece qui, episodi così sono ordinaria amministrazione. tanto che, quando elastigirl, pensando di suscitare grande ilarità, lo ha raccontato a brenda, la vicina di casa, lei ha commentato: “e quindi?”.