il solito problema

“come è andata oggi a scuola, hobbit piccolo detto sneddu?”
“come deve andare? eh? come deve andare?”
“ehi, sneddu! cambia tono! che succede?”
“niente, non succede niente”
“ok, se non vuoi parlare non insisto”
“c’è il solito problema”
“quale problema?”
“il solito”
“?”
“in cortile, a scuola. nell’intervallo lungo”
“ah! quel problema…”
“sì. sempre lo stesso. un gran bel problema”
“era un po’ che non ne parlavi. pensavo si fosse risolto”
“anche io. invece no”
“continua?”
“sì. sempre lei, la bambina di prima B. mi guarda”
“…”
“mi guarda ma non mi ama”
“ah. te lo ha detto lei?”
“sì. mi ha detto ‘non ti amo’”
“e tu?”
“io le ho detto ‘bene. sono felice'”
“ottimo. allora il problema si è risolto”
“ama nino”
“il tuo amico nino? quello che è venuto a giocare qui qualche settimana fa? quello con cui parli tanto…”
“lui. ma non è mio amico”
“ah. pensavo…”
“io odio nino”.

e pensare che potevo essere bello tranquillo a scuola

parigi è un popolo non particolarmente amichevole che dice “pardon” in continuazione. è una casetta nel marais, al terzo piano senza ascensore, con una scala a chiocciola e un sottotetto con i lucernari senza tende da cui la luce e il cielo entrano senza nessuna pietà né discrezione. è un freddo invernale e una pioggia gelida, accolti con l’indifferenza di chi è in vacanza e ha cose più importanti a cui badare. è un giro da sola mentre i maschi si riposano e scoprono la casa di sherazade, ebbene sì, è proprio il suo nome vero. una passeggiata con la guida del touring sottobraccio e il naso in su, con qualche inciampo tra i negozi, che si trasforma presto in un trionfale shopping senza maschi tra i piedi.
parigi sono le falafel e l’hummus in un posto di fronte casa, scelto solo perché ha una lunga fila davanti. è un giro in batobus, è una scalata a piedi sulla torre eiffel, è un adolescente con un cappellino di paille calato in testa, che dice: “e pensare che in questo momento potevo essere bello tranquillo a scuola”, proprio mentre sta passando sotto il pont neuf che, nonostante il nome, è il più antico della città.
parigi è uno hobbit di mezzo che dice “fichissimo”, è un piccolo che sgrana gli occhi e quasi non ci crede. è la visita di notre dame con il grande che dichiara: meglio di questa roba è l’abbazia di chiaravalle dove sono andato con la mia classe” e poi si chiude in un torvo ma vigile mutismo. è lo stupore malcelato del suddetto preadolescente entrando al piano superiore della sainte chapelle, insieme alle sue notti passate a chattare con un interlocutore misterioso o, più probabilmente, interlocutrice misteriosa.
parigi è una cena da amici italiani che ci abitano e che raccontano una vita non facilissima, è un pranzo da parenti lontani, con le uova più buone del mondo, una prima colazione con un cugino incontrato l’ultima volta quasi vent’anni fa. è una coda lunghissima per entrare nelle catacombe, insieme allo sguardo stralunato e affascinato degli hobbit di fronte al più grande cimitero del mondo, per giunta sotterraneo. è una deliziosa casa museo messa in piedi da un marito ricco e da una moglie artista. sono il centro pompidou, montmartre, tre hobbit affamati e mister i che imita gli inglesi e dice “bizarre” e “weird” con aria disgustata.
parigi è una vacanza bellissima, come dovrebbero essercene centomila. sono grasse risate, crêpe al cioccolato e croissant. parigi è salutarsi all’aeroporto perché mister i va a londra e gli altri a milano. e pensare: “uffa, è già finita”.

la legge di murphy

mister i è a londra. domattina elastigirl e gli hobbit lo incontreranno all’aeroporto charles de gaulle, a parigi, per una breve ma intensa vacanza celebrativa dei compleanni. l’ultima volta che hanno organizzato un ardito weekend lontano, nella fattispecie a londra, era il 2014. lei è così felice che quasi non ci crede. e fa bene.
stamane. ore 7.06.
“maaaaaammaaaaa”
“ehi, hobbit di mezzo? che succede? lo sai che non puoi chiamarmi a quest’ora! sono alla radio. adesso c’è una canzone ma tra pochissimo finisce e devo chiudere!”
“lo so. ma so maaaaaaleeeee”
“male? in che senso male? cosa ti senti?”
“paaaaanciaaaaa. maaaaaleeeee”
“ok. puoi stare a casa da scuola. però ora devo scappare. ti chiamo appena riesco. intanto chiedi a cindy, la ragazza alla pari, se hai bisogno di aiuto”
“vooooooomitooooooo”
click.
ecco. quando elastigirl è tornata a casa, lui giaceva esanime sul divano. il suo colorito terreo risaltava accanto alla bacinella rossa, deputata a una periodica e frequente liberazione di uno stomaco completamente vuoto.
tra un lamento e un giro di bacinella, lui arredava appartamenti dei sims sul tablet, un po’ gemendo, un po’ commentando l’eleganza dei sanitari e dei divani.
“come stai?”
“maaaaaleeee”
“hai meno di 24 ore per rimetterti in sesto. chiedimi tutto quello che pensi ti sia d’aiuto per guarire”
“mi bastano la mia bacinella, il tuo tablet e i sims”
“bene. sono tuoi”
“devo vomitare”.

“e adesso come stai?”
“come dieci minuti fa, quando me lo hai chiesto”

“e adesso?”
“uguale a prima”

“e adesso”
“un pochino meglio”
“me lo dici perché io smetta di chiedertelo, vero?”
“sì, mamma”.

allons enfants

lo hobbit grande studia la lingua, senza entusiasmo. talvolta, quando deve ripetere i verbi o ricordarsi le parole anche più semplici, spegne il cervello e si rifiuta di riaccenderlo. se non deciderà di impegnarsi un po’ di più, i suoi genitori lo hanno minacciato di lasciarlo lì, in collegio, o, ancora meglio, in balia di una severissima e implacabile istitutrice che lo bacchetti a ogni errore fino a farlo diventare madrelingua.
il medio, vittima di pregiudizi di ignota provenienza, ha domandato se, lassù, i distributori automatici, nei luoghi pubblici, invece di biscotti e merendine, vendano rane.
il piccolo, detto sneddu, alla domanda: “cosa ti aspetti di trovare?”, ha risposto: “un’altra mamma e il nero di GI Joe”.
mister i li aspetterà direttamente in loco, perché arriverà da londra.
elastigirl ci è stata la prima volta quando aveva 15 anni, portata da nonna J. le sembrò il posto più bello del mondo e pensò che lì le sarebbe piaciuto vivere per sempre. in quell’età ibrida e tetra, in cui niente era capace di entusiasmarla, quel viaggio accese un lampo che non si sarebbe più spento.
ci tornò 22 anni fa, per il primo capodanno festeggiato insieme a mister i, l’unico, nella loro storia, lontano da bari. di allora, si ricorda un freddo e una felicità inauditi.
venerdì, l’elasti-famiglia partirà per parigi.
nonna j, per tutti i compleanni appena passati, ha offerto a tutti e cinque qualche giorno in una piccola casa nel marais, da una signora che si chiama sherazade, come la protagonista delle mille e una notte.
è tutto pronto, tranne la valigia.

mi manca

“mi manca”
“chi ti manca, hobbit piccolo, detto sneddu?”
“ieri pomeriggio… abbiamo giocato tanto insieme… aveva i pantaloni blu, beveva il latte nel biberon… mi manca”
“ma certo! siete stati insieme sul tappeto un sacco di tempo. sei stato molto bravo tu! ha solo sette mesi. ti ricordi come si chiama?”
“no. non lo so come si chiama”
“julie! è la figlia di L e B, gli amici della mamma e del papà che sono venuti a trovarci. ma che storidito sei? ci hai giocato per ore e non sapevi neppure come si chiamava?”
“no”
“comunque si chiama julie”
“mi manca”
“dobbiamo invitarli di presto di nuovo, allora. così la rivedi”
“ma… era una femmina… giulì?”
“sì. perché? pensavi fosse un maschio?”
“sì”
“ti manca anche adesso che sai che era una bambina?”
“un po’ meno”.

13

ehi tu, sì dico proprio a te che ti dai un sacco di arie. tu che sei l’apripista, privilegiato e vittima, che ti godi tutte le prime volte e paghi tutti i nostri errori di genitori impreparati.
ciao tu, ruvido, sfuggente, ragazzino e uomo, che sai essere irresistibile e detestabile negli stessi cinque minuti, che puoi sedurre un momento e respingere quello successivo, che mi incanti e mi esasperi cento volte dentro il medesimo giorno.
ehi tu, che pronunci parole bellissime e hai pensieri acuti, che hai un udito finissimo e senti ogni cosa, che mi capisci con solo uno sguardo, che sei capace di ironia e accoglienza e intuito.
ehi tu, che sei possessivo e geloso, che dici che ti imbarazziamo anche quando facciamo i normali, che fai finta di bastarti ma, appena entri in casa la prima domanda è: “dov’è la mamma?” con quel tono perentorio e preoccupato e con quel vocione… ma come è possibile che ti sia venuto un vocione così? quando è successo? forse una notte, mentre dormivo.
ciao tu, spalle larghe, petto in fuori, braccia da grande, alto più di me, che mi abbracci, in quel tuo modo virile e spigoloso, e domandi: “perché sei così piccola, mamma?”.
ciao tu, che hai il talento di far uscire tutti dai gangheri, me per prima. che hai spine da riccio, che ti irriti, che rispondi male ai tuoi fratelli, che fai giochi scemi e alla fine qualcuno si fa male e non sei mai tu.
ehi tu, capace di enorme tenerezza e di sottile, esasperante arroganza, aggrovigliato, arguto, perspicace, maturo e bambino.
ehi, tu, che quando siamo da soli parliamo moltissimo e ci capiamo e discutiamo ma non litighiamo mai. che ogni tanto ci fai disperare ma di te siamo orgogliosissimi.
ehi, tu, che sembra che tu sappia già tutto, che niente ti possa stupire, che sia superiore ma poi, quando non ti guardiamo, si vede benissimo che sei felice di essere dove sei.
ciao tu, che oggi, per il mio compleanno, a pranzo, per tutti i miei amici, hai fatto il pane. ed era buonissimo anche se, mentre impastavi eri così nervoso e saputello che nemmeno ti si poteva rivolgere la parola.
tu che parli con i grandi come un grande e io ti guardo, come dicevi da piccolo, con faccia d’amore.
ciao tu, ragazzo che giochi a pallanuoto, ti cali il cappuccio in testa e rispondi a monosillabi.
tu che mi fai il solletico e i massaggi alla testa e mi fai ridere.
tu che sei un po’ grande e un po’ no, che ieri hai compiuto 13 anni e quando ti volevo sbaciucchiare per farti gli auguri hai risposto “va bene madre, però adesso può bastare” ma io lo so che eri contento.
ehi tu, tanti auguri.
sappi che io ti voglio bene sempre, anche quando tiri fuori le spine e ti dico che sei insopportabile. sappi che è così che ti voglio e mi piaci, non diverso.
buon compleanno, hobbit grande.

la tua mamma

guardona

la deliziosa cindy, ragazza alla pari dell’elasti-famiglia ormai da quasi 18 mesi, seppur non consecutivi, a settembre spiccherà il volo, come è giusto che sia, anche se elastigirl la terrebbe con sé fino alla pensione di entrambe.
pertanto, in vista di un settembre insiodioso e incerto, elastigirl sta pensando fin d’ora a chi potrebbe, sperabilmente degnamente, sostituirla.
nonostante lo scetticismo del resto della famiglia, lei vorrebbe provare ad accogliere un maschio, così, per vedere com’è, perché probabilmente farebbe giochi nuovi, avrebbe interessi diversi e offrirebbe altri stimoli, di sicuro divertenti.
poiché, tuttavia, nella città di A, in massachusetts, dove vanno tutte le estati e cercano candidature tra la gioventù del posto, non si sono mai imbattuti in ragazzi, elastigirl ha deciso di sperimentare altre strade. e si è iscritta a un sito apposito che consente alle famiglie e agli aspiranti au pair di incontrarsi. si tratta di una specie di piattaforma di appuntamenti, dove, fino a prova contraria, sesso e amore non sono contemplati.
il problema è che dà dipendenza.
“cosa stai facendo, elasti?”
“…”
“ehi!? dico a te!”
“eh? cosa?”
“cosa stai guardando con tanto interesse dentro lo schermo?”
“niente, niente…”
“ma… sono ragazzi! e pure giovanissimi! 22 anni… 24… 19! elasti, devi dirmi qualcosa? sono tuo marito. certe cose devo saperle!”
“sto cercando lui, l’au pair per l’autunno. questo sito è incredibile, fantastico! guarda, ho definito i criteri di ricerca. lo voglio madrelingua inglese e non fumatore, tra i 19 e i 27 anni. quindi cerco solo in gran bretagna, usa, canada, australia e nuova zelanda. mi sono già arrivate cinque richieste! e sono iscritta solo da ieri sera! non è fantastico?”
“abbastanza… ma non c’è bisogno che tu stia ora a guardare i profili di tutti. questo che hai davanti, ad esempio, è di santo domingo. parlano spagnolo lì, quindi non dovrebbe neppure interessarti”
“già. ma hai visto che fustacchione? e poi ha studiato il tedesco””e allora?”
“no, niente. è solo strano che uno di santo domingo studi il tedesco, no? deve essere in gamba…”
“adesso basta però, star lì a guardare”
“ok. la smetto. volevo solo controllare un secondo mark, scozzese, 21 anni, appena laureato…”
“elasti, ho detto basta!”
“mamma! hai sentito cosa ha detto papà? e poi ti ho già spiegato che un maschio qui non li voglio”
“che ti importa? tanto deve occuparsi soprattutto dei tuoi fratelli, non di te!”
“non mi interessa. non voglio che tu abbia a che fare con uomini che non siano della famiglia”
“va bene, caro. chiarissimo. ora lasciami qui ché devo cercare il toy boy, ops, l’au pair dei sogni…”
“non fare la spiritosa, mamma!”
“ti sembra possibile che un ventenne possa rappresentare una minaccia alla virtù della tua mamma??? potrebbe essere mio figlio…”
“non si sa mai… comunque sarei molto più sereno se potessimo restringere la ricerca esclusivamente ai gay”.

pentimenti tardivi

“chi viene con me?”
“scordatelo, mamma”
“ti dai tante arie, hobbit grande e poi, alla prova dei fatti, ti tiri indietro…”
“vengo io!”
“no, hobbit piccolo detto sneddu, tu non sei abbastanza grande purtroppo”
“su di me non contare, elasti. lo sai che vomito anche sul bruco mela”
“che noiosi. hobbit di mezzo, dimostriamo a questi due di che pasta siamo fatti. facciamo vedere loro chi sono i veri duri della famiglia”
“eh… non so…”
“dai! poi sei contento!”
“per la verità ho un po’ di paura…”
“che paura devi avere? ci sono io con te”
“mmhhh. non è che poi sto male?”
“ma no! dopo sarai stra felice e fiero di te stesso!”
“sei sicura?”
“sicurissima!”
“ok, allora. andiamo”
“evviva! ciao amici! ci vediamo qui tra poco!”.
così, elastigirl e lo hobbit di mezzo hanno lasciato i tre quarti pavidi o piccoli della famiglia a terra, hanno fatto una brevissima coda e sono saliti sugli appositi seggiolini. si sono allacciati l’imbragatura di sicurezza e sono stati controllati da un giovanotto un po’ grottesco, vestito da clown.
una voce metallica ha pronunciato parole incomprensibili e i due, imbragati uno accanto all’altra, tenendosi per mano, trepidanti e muti, sono partiti.
e si sono ritrovati lassù, a un’altezza smisurata, di dieci, cento o mille piani. fermi, in attesa.
lei, improvvisamente, si è ricordata che soffre di vertigini. aveva completamente trascurato il dettaglio “sospensione nel vuoto a una distanza terrificante dal suolo”.
lo stomaco le si è chiuso, le sono venuti:  nausea incoercibile, sudori freddi e un desiderio devastante di piangere e urlare. ma lì accanto c’era lo hobbit di mezzo che di lei si era fidato ciecamente, che magari era un po’ a disagio pure lui, che andava rassicurato, incoraggiato, accompagnato con mano salda in questa follia suicida.
“cosa mi è venuto in mente? perché sono così cretina? voglio scendere. voglio il pulsante che avverta il clown qui sotto che mi devono venire a prendere immediatamente. ecco. non c’è nessun pulsante anti panico. siamo intrappolati qui. ora muoio. anzi impazzisco e mi tolgo l’imbragatura, la seggiolina riparte e io vengo sparata nel vuoto come un proiettile, come la donna cannone, come una pallina di carta lanciata dal finestrino di un’auto in corsa. e mi schianto a sette chilometri da qui, magari dentro il lago. ci sarà una sicura che impedisce a chi impazzisce di liberarsi, vero? ci deve essere. ora vomito. sono una madre di merda”, pensava lei annichilita dall’imminente fine del mondo.
tutto è durato cinque secondi. o cinque ore.
le seggioline, improvvisamente, sono precipitate giù a tutta velocità. e rispetto a quelle vertigini, a quell’apocalisse in altitudine, a quei tremori e quella nausea, i giri della morte sono stati un soffio, un gioco, un’allegra passeggiata sui prati, il ritorno alla vita.
lo hobbit di mezzo, ignaro di tutto, è sceso dalla sua seggiolina, camminando a vari metri da terra e lanciando gridolini di eroico tripudio fino a sera.

sabato, per festeggiare il compleanno dello hobbit di mezzo, l’elasti-famiglia è andata in gita a un parco dei divertimenti sul lago. è stato quasi tutto molto bello.

10

ciao tu, ragazzo di mezzo, tu, che eri piccolo piccolo e dicevi “io sono il più medio del mondo” ed era chiaro fin da allora che, con quegli occhi tondi e pazzi, da civetta, non ti saresti mai fatto schiacciare da nessuno. perché hai lo sguardo stralunato e sbilenco dell’originalità, l’indipendenza degli spiriti liberi, la curiosità degli inquieti, la generosità e l’accoglienza di chi non ha paura di niente.
ciao tu, che mi fai ridere e mi incanti, che hai un’intelligenza luminosa e vorace, una memoria fotografica quasi irritante, una limpidezza ordinata nei pensieri che stride con la tua aria da letto sfatto e con la tua storditaggine cronica.
tu, che riesci a essere assente e presentissimo, nello stesso momento, che sei saldo e ipnotico perché balli da solo, perche sai dove andare, perchè hai un senso innato di integrità e giustizia, perché a te, del giudizio degli altri, non è mai importato granché.
ciao tu che sei rigoroso ed entusiasta, che ti indigni e ti emozioni, che vivi tutto in prima linea, persino le vite degli altri dentro i film.
ciao tu che mi piaci da morire e, quando te lo dico, sorridi e guardi altrove. tu che tiri dritto, pur andando a zig zag, inconsapevole del tuo inestimabile valore.
ciao tu, che a volte arretri, per far passare gli altri, per gentilezza, perché, in fin dei conti, che importanza ha?
ciao tu, che ami i numeri, le macchine, la storia e scrivi parole folli e bellissime.
ehi tu, che non hai paura di essere te stesso, unico e diverso, libero e sfrenato, per me irresistibile, domani avrai dieci anni

e io, di questo tempo rotondo insieme a te, sono grata, felice e orgogliosa.
tanti auguri, hobbit di mezzo

la tua mamma

un conservatore

da tempo immemore elastigirl desiderava una centrifuga, per fare i succhi di finocchio, ananas, mela, carota, sedano, mela, pera, zenzero, fragola, pesca e qualsiasi cosa le venisse in mente.
però mister i era contrario.
“occupa troppo spazio per la nostra cucina”
“non è vero. ho già pensato a un posto perfetto dove metterla”
“è una moda di cui ti stuferai subito”
“non è vero. della macchina per impastare che tu non volevi, mi sono mai stufata? no. del tostapane che ritenevi inutile mi sono stufata? no. ci conosciamo da 22 anni. dovresti sapere che l’incostanza non rientra tra i miei numerosi difetti”
“umpf!”.
in un eccesso di correttezza e di ingiustificata reverenza, elastigirl non aveva osato procedere in autonomia all’acquisto dell’oggetto del desiderio. e si consumava nel sogno proibito dell’elettrodomestico.
tuttavia la centrifuga è improvvisamente e quasi magicamente arrivata, per opera di un’amica che, conoscendo l’elasti-languore, gliel’ha regalata, con la scusa di un imminente compleanno.
così, da alcuni giorni, elastigirl non fa altro che centrifugare qualsiasi cosa le capiti a tiro, con incontenibili allegria ed entusiasmo.
“ehi, mister i, vuoi assaggiare questo delizioso succo di pera, carota, finocchio e arancia?”
“no”
“guarda che è buonissimo sul serio”
“ci credo”
“e allora perché non lo vuoi?”
“perché è una novità e, lo sai, io sono contrario a tutto quello che è nuovo”
“mi stai dicendo che tu, economista marxista che prepari la rivoluzione del proletariato, in realtà sei un becero conservatore”
“per certe cose sì”
“e tra queste c’è la centrifuga”
“esatto”
“allora quando non sarà più nuova, accetterai di bere i succhi che ti preparo con incommensurabile amore?”
“forse”
“sei un essere insopportabile. e irritante”
“tanto, prima che io ti dica sì alla centrifuga, tu ti sarai già stufata di usarla. e io avrò vinto. perché io vinco sempre”
“conservatore mitomane pazzo”.