come i normali

da oggi, per ben dieci giorni, l’elasti-famiglia sarà riunita, in formazione completa, sotto lo stesso tetto. mister i non andrà a lavorare a londra per un intera settimana. resterà qui, immerso nella follia dei suoi paper anticapitalistici, ma stanziale e casalingo. non ci sarà spazio per janet, la moglie inglese slavata divoratrice di patatine gusto garlic&vinegar e bevitrice di birra scura, e non ci sarà tempo per l’ancor più temibile e presente hiroshi, il co-autore e  fidanzato giapponese in infradito che si materializza a sorpresa in tutti gli angoli del pianeta, ubiquo e tempestivo come un supereroe.
per i prossimi dieci giorni saranno come i normali, quelli che si ritrovano ogni sera a cena, che non vanno e vengono come trottole, che non prendono treni da orio al serio a orari improbabili della notte, che non si parlano via skype e non comunicano per email perché possono farlo dal vero.
vedranno che effetto fa essere come i normali, sempre che i normali esistano veramente.
saranno tutti insieme, per dieci giorni. e sarà bellissimo. elastigirl ha deciso di festeggiare andando a dormire questa sera alle 19,30. da domani tutta vita. promesso.

capitolazione

“buongiorno, dottoressa farmacista”

“buongiorno. come posso aiutarla?”

“non saprei”

“se non lo sa lei…”

“ecco, il fatto è che io non sono una di quelle”

“di quelle chi?”

“di quelle che si stordiscono di vitamine, si fanno di integratori, assumono sostanze psicotrope naturali per tenersi su. io sono proprio contraria. perché, ecco, sono convinta che, se siamo sani e mangiamo per bene, il nostro organismo è assolutamente in grado di affrontare la vita senza stampelle, aiuti, droghe”

“uhm… siamo d’accordo. e quindi cosa posso fare per lei?”

“quindi ora, da sola, ho paura di non farcela. e devo contravvenire ai miei principi, al mio credo, alla mia fede spartana e un po’ superomistica. sto capitolando. e già questo mi fa sentire una fallita incoerente”

“su, non faccia così. mi spieghi meglio”

“il sonno”

“non riesce a dormire?”

“no, no, io dormo benissimo. erano anni che non dormivo così bene. il problema è la sveglia. alle quattro. per un nuovo lavoro. l’ho scelto io, sa?, di fare questa vita. e ne sono felice ma…”

“ma…”

“ma vivo dentro una bolla. e anche se, verso le 10 del mattino, torno a letto e dormo ancora un po’, comunque sono sempre come ubriaca. sono confusa, ho la testa nell’ovatta, ho spil tocicollo e la sciatica e probabilmente sarò preda di tutti i virus dell’inverno. insomma, mi sento fragile e alla mercè di qualsiasi mostro, grande o piccolo, di passaggio”

“è normale. lei soffre dei tipici disturbi da cui sono affetti tutti coloro che, per lavoro o altro, alterano i naturali ritmi circadiani: medici e infermieri che fanno le notti, turnisti, piloti, hostess…”

“be’ almeno sono in buona compagnia… e questi signori si avvalgono di, ehm… aiuti? assumono sostanze stupefacenti per vivere una vita normale?”

“alcuni prendono qualcosa. sì, certo. non c’è niente di male”

“qualcosa tipo?”

“echinacea”

“già il nome mi sa di capitolazione”

“rafforza solo le difese immunitarie. e comunque non ha un effetto eccitante”

“mi manca solo l’effetto eccitante… va bene. la prendo. non dà dipendenza, vero?”

“ma no! che dice?”

“non si sa mai con queste diavolerie…”.

in visita a casa

l’altro giorno era in centro, proprio accanto al suo ufficio. il suo ex ufficio. fuori era buio e freddo, come fosse già inverno ma dentro, attraverso i vetri, c’era tanta luce e un po’ di persone ma non troppe ché troppe l’avrebbero intimidita. così è entrata, senza pensarci troppo e le sue gambe sapevano la strada attraverso i corridoi e probabilmente le sue dita si sarebbero ricordate le password e tutti i comandi necessari per quel lavoro lì, che è stato il suo per 18 anni.

e ha incontrato la collega A che è completamente matta, ma anche geniale e curiosa e divertente come pochissime persone nell’universo. ha chiacchierato con il suo capo, ex capo, come fossero due amici che si incontrano per un caffè. si è messa d’accordo per vedere nel weekend la collega-amica C che diceva di essere sbrindellatissima ma invece era fichissima, come al solito. ha salutato Z che era troppo stressata per concederle più di un bacio ma Z è fatta così e bisogna volerle bene anche quando cade nel pozzo del lavoro matto e disperato. ha detto a G che era bellissimo, così bello che lo aveva dimenticato, e lui ha sorriso sotto i baffi. ha abbracciato stretto L che da grande farà la rockstar. ha incrociato E che parte per un viaggio solitario in africa. ha parlato con S e alla fine avrebbe voluto abbracciarla e portarsela via con sé.

è stato bello. è stato come quando torni nella casa dove sei cresciuto, che resta sempre tua, anche se la tua stanza è stata trasformata in studio, o lavanderia, o inglobata nella sala da pranzo.

un’ora sola non basta

Immagine

il desiderio di essere un bradipo, lo spesone, il parrucchiere, i compiti, il pranzo, un preadolescente in più a casa, una spedizione con sei maschi al cinema a vedere i guardiani della galassia (“vi è piaciuto?” “mondiale” “fichissimo” “da urlo” “geniale” “lo rivediamo?” “a te, mamma?” “uhm, nel suo genere, è notevole. ma il suo genere non è il mio genere”), un apple crumble, tre hobbit che si danno mazzate, un’ora a letto con un libro, a far finta di non esistere, una doccia, un rossetto, un vestitino nero (“mamma, come sei sciantosa”), una cena da amici simpatici insieme allo hobbit di mezzo e tutti gli altri a casa con la tosse a dormire, la sveglia alle nove del mattino che sono le otto, un pensiero grato all’ora solare, dei muffin al cioccolato, tre hobbit che urlano e litigano, un brunch da vecchi amici con una focaccia casalinga al formaggio come quella di recco, da piangere per la commozione, una sedicenne che sboccia e studia greco, quattro maschi e una bambina che giocano in giardino, il gelato al gusto croccante, un ragazzino biondo che mangia solo variegato all’amarena, tante chiacchiere, tre caffè, uno hobbit a una festa di compleanno, mille partite a uno sul lettone (“perché non vinco mai?” “perché non sai giocare, mamma!” “non è vero! sono bravissima. secondo me siete voi che imbrogliate”), le polpette, cindy che torna dalla scozia felice, con un cappello a forma di drago e dei cubetti di fudge dolci come il latte condensato in tubo degli anni 70, 60 messaggi di whatsapp di un lavoro che non sembra tale, la gioia di un calorifero acceso, il bagno caldo, il pigiama, la sveglia puntata alle quattro del mattino che in verità sono le cinque, mister i che parte di nuovo, un po’ di languore, la consapevolezza che quei 60 minuti in più, prestatici per sei mesi dall’ora solare, non bastano e che, se volessero fare le cose fatte bene, dovrebbero prestarci, o meglio regalarci, un giorno in più, gratis, ogni settimana. una domenica extra, la giornata del bradipo, sul serio però.

take care

ha imparato a usare i mezzi pubblici, di superficie e sotterranei. ha fatto suo il rito dell’aperitivo. conosce caffè, pub, ristoranti etnici e le migliori gelaterie. si fa il caffè con la moka ogni mattina. la domenica va in gita fuori porta. ha amiche a cui racconta tutto e con cui ride fino alle lacrime. la sera esce e certe volte va in discoteca. si gode, come è giusto che sia, questa vita aliena in un paese non suo. l’altro giorno, quando c’era sciopero all’asilo, ha preso lo hobbit piccolo e una coperta. e sono andati a fare un pic nic sul prato al parco. oggi ha passato molto tempo in moto, con un misterioso accompagnatore. elastigirl guarda cindy, la ragazza alla pari che viene da una fattoria del maryland e si è adattata nello spazio di mezza giornata, come una vera donna di mondo, con ammirazione, tenerezza, un po’ di invidia ed enorme curiosità. a volte chiacchierano, in cucina, quando sono sole. lei sorride, chiede, racconta con piacere ma con molta moderazione. è composta e contenuta nelle sue manifestazioni verbali, per non parlare di quelle fisiche. è un piacere averla intorno. e mette allegria.

“è la prima volta da quando sono arrivata che esco dall’italia. sono piuttosto emozionata!”

“ma in scozia parlano inglese. sarà una passeggiata, vedrai!”

“uhm, diciamo che parlano una lingua che ha qualche somiglianza con la mia…”

“e poi vai a trovare una tua amica dell’università, no? sarà bellissimo e facile. vedrai! il problema sarà rientrare a casa domenica perché avrai voglia di stare lì!”

“non credo”

“va be’, divertiti e fai buon viaggio”

“grazie”

“sei sicura di non avere bisogno di niente?”

“no, credo di no”

“e se hai bisogno di qualsiasi cosa o hai qualsiasi problema, chiama ché ti vengo a prendere!”

lei si è messa a ridere e poi si è guardata i piedi con quei buffi calzini colorati. e restava lì, sullo stipite della porta dell’elasti-stanza da letto. ferma, a guardare giù, con le lentiggini e un sorriso timido.

“va bene. allora buonanotte, cindy. e prenditi cura di te”

“ok”.

il problema è che gli americani sono bacchettoni, hanno paura del public display of affection che poi sarebbero le manifestazioni di affetto e hanno la fisicità goffa degli orsi. ed elastigirl ha sempre timore di fare la mamma italiana, intrusiva e smanacciona. così è stata lì, impalata a guardarla guardarsi le calze, con l’emozione trepidante e impaurita di chi va all’avventura e non ci è abituato. e invece avrebbe dovuto abbracciarla e dirle: “fai la brava e sappi che qui ci mancherà un pezzetto perché ormai sei parte del nostro puzzle. fai la brava e torna presto perché io ti aspetto”. la prossima volta. la prossima volta sarà più brava e più se stessa. e pazienza se a cindy sembrerà strano o eccessivo.

giorno dieci

da dieci giorni mister i è via. aveva, ha detto, una conferenza a londra. in realtà, sospetta elastigirl, era tutta una montatura per rivedere il suo fidanzato giapponese, hiroshi, in transito da tokyo nel regno unito per una fuga pretestuosamente lavorativa e teneramente romantica.

“so che è un momento complicato, elasti. ma quest’assenza è inevitabile”, aveva detto lui.

“okkei”, aveva risposto lei, dimenticandosi subito dopo della conversazione. perché è così che funziona la sua testa da quando ha un nuovo lavoro, si sveglia alle 4 del mattino e vive sul fuso orario dell’azerbaigian: azzera periodicamente la memoria, facendo di lei una creatura inaffidabile al pari delle carpe, dei gatti persiani e degli zombie.

e adesso che il traguardo è a un passo, che quei dieci giorni sono agli sgoccioli, lei ha un solo desiderio. no, non amoreggiare furiosamente con il marito in fuga. e nemmeno tornare ad essere in formazione completa. e neppure passare un weekend tutti insieme, senza doversi inventare da sola attività ludico ricreative, senza vigilare sui compiti e senza recitare la parte del poliziotto buono e di quello cattivo passando vorticosamente da uno all’altro. adesso che il traguardo si tocca con la mano lei sogna solo di poter dire a tutti “buonanotte, amici”, prima ancora di cena, e andare a dormire alle sette. che poi sono le ventidue dell’azerbaigian.

come in prima media

- prima di uscire ha riflettuto attentamente su come vestirsi, giungendo alla conclusione che, comunque, si sarebbe sentita fuori posto e diversa.
– lungo la strada si è immaginata con trepidazione le facce degli altri.
– nell’atrio si è sentita paolino paperino, socialmente incapace e strutturalmente disadattata.
– ha cercato di socializzare nella deprimente consapevolezza che tutti gli altri, e soprattutto le altre, fossero amici di vecchia data, inseriti, disinvolti e navigati.
– se non avesse seguito una tizia alfa, oltre che alta ed elegante, mai avrebbe raggiunto la sua classe e probabilmente adesso starebbe ancora vagando per corridoi deserti, illuminati al neon.
– ha preso appunti, pendendo dalle labbra degli insegnanti, anche quando pronunciavano parole trascurabili, distinguendosi come la secchiona nerd.
– ha ascoltato l’insegnante di matematica con sacro timore, quella di inglese con deferenza, quella di arte con sospetto (il disegno è sempre stato la sua bestia nera), quella di musica con adorazione, quella di tecnica con soggezione, quello di ginnastica con senso di inadeguatezza (odia i giochi di squadra, nell’atletica è inetta e lentissima e ha paura della palla) e quella di italiano annuendo adorante, perché era bionda, aveva i ricci ed è dotata di più ore di tutti.
– quando hanno chiesto se c’erano domande, lei si è guardata le scarpe.
– quando qualcuno si doveva offrire volontario, lei è scivolata sotto il banco.
– quando due accanto a lei, carine, pettinate, simpatiche e sorridenti, hanno alzato la mano per immolarsi come rappresentanti di classe, lei, sollevata e anche un po’ invidiosa per tanto ardimentoso entusiasmo, le ha guardate come si guardano due dive hollywoodiane.
– quando, alla fine, si sono formati capannelli qui e lì, di socializzazione e amicizia, lei si è sforzata tantissimo di nascondere quella timidezza che la artiglia paralizzandola. poi, a un certo punto ha sussurrato ciao ed è andata via. probabilmente nessuno ha notato la differenza.

e mentre camminava, lungo la strada del ritorno, si è chiesta perché mai, alla prima riunione di classe in prima media, a quarant’anni suonati, una debba avere la sindrome della preadolescente tremebonda. nemmeno ci dovesse andare lei, tra quei banchi e quei professorei. e si è sentita una vera idiota.

tempeste

c’è da dire che lei ne è affascinata. forse perché non è mai stata maschio in vita sua. pertanto, per lei, guardarlo crescere e trasformarsi, è uno spettacolo suggestivo e quasi incredibile. le spalle che si allargano, il petto che si apre, quei muscoli che saltano fuori dalle gambe, dalle braccia, senza che nessuno li abbia mai innaffiati o coltivati. la trasformazione di un bambino in ragazzino e poi in ragazzo e infine in uomo, è ipnotica e lei non ci aveva mai fatto caso prima di avercela davanti, dentro casa. quando era toccato a lei, di mutare pelle, testa e forma (anche se, a dire la verità, quest’ultima non è mai cambiata moltissimo, sigh), era così concentrata sulla tempesta dentro e fuori di sè e delle amiche sue simili da non badare ai suoi coetanei, vittime di squassamenti altrettanto dirompenti, seppur diversi negli effetti.

lui, nel suo ineluttabile destino di figlio grande, è il primo. e da primo è il compiaciuto e gradasso oggetto di studio dei fratelli, oltre che della sua mamma.

“guardate qui che muscoli!”

“wow!”

“polca miselia!”

“va be’, adesso non fare il fenomeno…”

“tzk tzk!”

“scusa, ma come ci si sente? come peter parker quando viene punto dal ragno e diventa spider man?”

“mmhh… non proprio…”

“allola come?”

“come wolverine quando si sveglia e scopre che gli hanno messo l’adamantio nelle ossa”.

e allora lei ha capito che maschi e femmine sono vittime della stessa tempesta che tuttavia, nei primi, è accompagnata dal tarlo del superomismo che va soffocato sul nascere, prima che li infetti, come un ragno, o li condanni, come l’adamantio.

riflessioni di genere

“ehi, avete visto come è diventata bella la figlia di barbara?”
“sì. ma è normale. non ci vuole mica molto…”
“cosa vuoi dire, hobbit grande?”
“voglio dire che, a quell’età lì della figlia di barbara, tipo 16 anni, le ragazze sono tutte belle. è un’età fortunata per le femmine. è mantenersi così che non è semplice”
“be’, forse vale anche per i maschi, non credi?””sì, non so. forse… non ci ho mai badato…”
“invece io ho un altra teoria sui maschi e le femmine dell’età dello hobbit grande, tipo 11, 12 anni, preadolescenti per capirci”
“e quale teoria hai, hobbit di mezzo?”
“secondo me, a quell’età lì un po’ sfortunata, i maschi sono totalmente rimbambiti, hanno la stupidera violenta e pensano solo a giocare”
“mentre le femmine?”
“le femmine sono tutte chic-chic-smalto”
“chic-chic-smalto???”
“sì, chic-chic-smalto. è chiaro no?”.

ops, i did it again

il problema è che se uno ci casca una volta, il rischio di ricascarci è elevatissimo. del resto, lo sanno tutti, il vizio è in agguato dietro ogni angolo, pronto a divorare il malcapitato passante, colpevole solo di avere abbassato la guardia. “in fondo, a chi faccio male?” si è detta. “costa anche meno”, ha aggiunto adducendo bieche e pretestuose giustificazioni economiche.

tuttavia, questa volta ha cambiato luogo, perché quello della volta precedente, diciamolo, era parecchio impersonale e chiassoso e dispersivo e molto tamarro. certo, era comodo, vicino a casa, enorme e lei ci stava larghissima, tutta sola. era stata quasi un’esperienza metafisica. ma oggi voleva qualcosa che le somigliasse di più e la facesse sentire parte di un microcosmo di viziosi perdigiorno che, come lei, stavano dirottando energie produttive in orario lavorativo per scopi ludici.

così ha evitato i centri commerciali, le catene di megaschermi con caramelle e pop corn e si è avventurata in un luogo che frequentava parecchio nel tempo in cui queste pratiche peccaminose erano la regola e non la trasgressione sfrenata e svergognata.

ha scoperto che, davanti alla cassa di un cinema alle 3 del pomeriggio, può esserci una coda lunghissima e un’umanità variegata, rilassata e molto comunicativa. ha scambiato pareri, mentre aspettava il suo turno e ha ricevuto consigli e lezioni di vita da una signora che le ricordava la sua nonna. si è ritrovata incredula in una sala gremita (ma nessuno lavora in questa città che si dice operosa?) a vedere un film bellissimo e terribile come una tragedia greca, che racconta la storia di tre fratelli in calabria e si chiama anime nere. e quando si è alzata, un po’ tramortita dall’ineluttabilità di un destino implacabile, una signora segaligna con un’amica paffuta le ha chiesto: “cosa ne pensa? le è piaciuto?”, come si fa al cineforum, tra amici, tra adepti di una stessa setta. alla fine si sono salutate, con allegria, anche se, dopo quel film, c’è pochissimo da stare allegri.

è stato bello, come un regalo, una scoperta, un vizio che troppo male non fa.