a senigallia

a senigallia ci sono una rotonda sul mare, una spiaggia di sabbia su cui correre e camminare e costruire castelli e giocare a pallone e piantare mille ombrelloni di tutti i colori. ci sono alberghi con le insegne luminose, ristoranti in fila, uno dopo l’altro, biciclette, il caterraduno, un fiume, il lungomare, i gelati, molti bambini e tanti nonni e mamme e papà e risciò e un ragazzino di nove anni che si chiama andrea e balla come un pazzo di notte per mano alla sua mamma e salta e canta e poi si ferma e la abbraccia e tu li guardi e pensi che forse è più facile diventare uomini per bene se, da piccolo, hai ballato come un pazzo per mano alla tua mamma, di notte, sotto le stelle e una luna piena e poi, improvvisamente, hai avuto voglia di abbracciarla, la tua mamma, e siete rimasti lì, stretti stretti, mentre intorno gli altri ballavano e la musica faceva tunf tunf tunf.

spalle larghe

per convenzione, ma non per anagrafe, si chiama jean, come jean-claude van damme, ma è molto, molto più giovane. leggendo il suo curriculum, parecchio tempo fa, “questo è uno fichissimo”, era stato il commento unanime. studia ma mentre studia fa molto altro e i suoi compagni di università lo chiamano “direttore”. è taciturno, sornione, efficientissimo, disponibile ai limiti dell’abnegazione, professionale, serio, vigile. parla poco ma ha l’aria di uno che riflette parecchio. ha un guizzo vivace, vorace e vagamente folle nello sguardo, che stride con la sua dedizione silenziosa e diligente. a volte viene voglia di entrargli nei pensieri, perché, da fuori, sembrano lucidi e pungenti ma da dentro chissà come e quali sono veramente.

della sua vita privata si conosce pochissimo perché, su di sé, è terribilmente discreto, ai limiti dell’omertà. viene dalla sicilia e ha un papà che sta su twitter da poco, magari per seguire il figlio. se una fidanzata esiste, ha l’evanescente incorporeità della moglie del tenente colombo. nient’altro è dato sapere.

si è svegliato per alcuni mesi all’alba, è stato istruito, accompagnato, consigliato, sfruttato e talvolta maltrattato. è stato punching ball, carta assorbente, oggetto di frizzi, lazzi, un po’ figlio, fratello minore, collega, capro espiatorio. a un certo punto è entrato in famiglia e anche nel gruppo lavorativo di whatsapp, che sono un po’ la stessa cosa. sembra avere un’integrità coriacea, un rigore luminoso e un’ironia sottile che lo ripara dalla pioggia.

fa lo stagista alla radio. è a senigallia, per il caterraduno, insieme a elastigirl e ai suoi colleghi. come loro lavora, più di loro corre su e giù e deve ricordarsi un sacco di cose. come loro è in servizio quasi sempre ma si sveglia prima la mattina e va a dormire più tardi la sera. diversamente da loro, non è pagato perché questo è l’ingiusto destino degli stagisti.

si chiama jean, come jean-claude van damme, ma è molto, molto più giovane. e ha spalle persino più larghe.

orribili 12

da qualche anno l’organizzazione estiva dell’elasti-famiglia prevede che mister i parta con gli hobbit per la città di A, in massachusetts, dove lui lavora e loro razzolano in un campo estivo naturalista, ed elastigirl si fermi ancora qualche tempo a milano a lavorare.
sulla carta è una buona soluzione, razionale, pareto-efficiente, come dicono gli economisti (che poi sarebbe una situazione in cui si migliora il benessere di tutti quanti senza ridurre quello di nessuno) e, dal punto di vista dell’equa ripartizione dei compiti tra mamma e papà, persino auspicabile.
sulla carta, appunto.
perché, a rovinare tutto e a rendere un incubo l’incipit di questa soluzione auspicabile e pareto-efficiente, sono le prime, orribili, 12 ore. 12 ore in cui elastigirl è a casa, o al lavoro o in giro e loro, i quattro quinti dei della famiglia, gli uomini della sua vita, sono in aereo, chiusi in una scatola, sospesi in aria, per lo più sopra un oceano.
e non c’è pensiero razionale sulla sicurezza del trasporto aereo in grado di alleviare il panico che lsi impossessa di lei per quelle eterne 12 ore. perché se quella minuscola probabilità epsilon, per epsilon che tende a zero, si verificasse proprio su quell’aereo lì, lei avrebbe perso ben più della sua vita. e questa cosa la disintegra, per 12 lunghissime ore.
probabilmente, per rendere indolore questo tempo, elastigirl dovrebbe ricorrere a sostanze psicotrope che la catapultino in un universo psichedelico parallelo dove fluttuare beata e inebetita. ma poiché è troppo bacchettona, da un punto di vista morale e salutista, per drogarsi serenamente e poiché non saprebbe neppure dove reperire un pusher che le somministri una pillolina magica, lei deve arrangiarsi come può.
mister i e gli hobbit sono partiti. elastigirl li ha accompagnati all’aeroporto simulando un animo garrulo e sereno. e, dopo averli lasciati, invece di sbattere fortissimo la testa contro il primo muro come l’istinto le suggeriva, ha raccattato i residui brandelli di razionalità e dignità e ha impiegato le successive, terrificanti, 12 ore, nei seguenti modi:
1. si è concentrata tantissimo sulle sveglie alle 4,30 del mattino – 195 da settembre a oggi, per la precisione – e ha preso coscienza che, per due mesi, non saranno più necessarie. la trasmissione alla radio all’alba è finita e adesso si può tornare a vivere sullo stesso fuso orario delle persone normali.
2. ha cambiato il colore dei capelli.
3. è andata in banca, in posta e in tintoria.
4. ha partecipato a una riunione lavorativa fiume in un parco, con le formiche che le camminavano sulle gambe e l’erba che le pizzicava il sedere. ed è giunta alla conclusione che le riunioni di lavoro non si fanno al parco ma al chiuso, magari addirittura in un ufficio.
5. ha comprato quintali di salumi e formaggi e ha fatto una focaccia per un aperitivo a casa di vecchi e cari amici.
6. ha rivisto vecchi e cari amici e questa è un’attività molto terapeutica. e hanno chiacchierato di milioni di cose: cambiare fidanzati, lasciare andare i figli, lavorare a roma, trovare amiche simpatiche incinta a bergamo, ammalarsi e guarire e ricominciare, tradurre dal e in francese e moltissimo altro.7. ha letto un libro bello e lieve, che cercava da tempo.
8. ha fatto una doccia per far passare il tempo più veloce.
9. si è spalmata di un olio immondo all’odore di bechamelle.
10. ha fatto un’altra doccia per far andare via l’unto alla bechamelle.
poi è arrivato un messaggio laconico, dal telefono di un’adorabile amica americana perché mister i si rifiuta di possedere un cellulare e nessuno degli hobbit ne è ancora dotato. “mamma siamo arrivati sani e salvi”. erano le due di notte e lei si è addormentata.

ps di servizio. tra pochissimo (circa mezz’ora) elastigirl partirà per senigallia dove, da domani, per una settimana, ci sarà il caterraduno che è il raduno degli ascoltatori di caterpillar AM e PM su radio2. ha un bagaglio troppo grande e troppo pesante, fatica a immaginarsi un caterraduno ma sa che è una cosa molto divertente.
dettagli e informazioni qui e qui.

una missione

“non puoi passare giorni interi sdraiato sul divano! da domani vai al campo estivo insieme allo hobbit di mezzo!”
“no, dai, mamma! quel campo estivo mi deprime!”
“eppure a tuo fratello piace un sacco”
“certo che gli piace! lui lì si fa una cultura di parolacce che io, modestamente, già possiedo. che male c’è a stare con il mio amico paolo? ci hai anche vietato i videogiochi!”
“vi ho vietato i videogiochi ma comunque vi vedo sempre stravaccati sul divano”
“certo, perché mi sono dato una missione”
“e quale sarebbe?”
“istruire paolo!”
“su cosa?”
“sul cinema! ci sono moltissimi film imperdibili che lui non conosce. a lui mancano le basi! non ha mai visto i classici!”
“e tu hai la missione di colmare le sue lacune?”
“certo! non ti sembra una cosa importante e utile?”
“be’, effettivamente è molto bello che tu voglia condividere il tuo amore per il cinema con paolo…”
“vedi? pensa che siamo anche andati in biblioteca a prendere in prestito dei dvd che doveva assolutamente vedere…”
“in biblioteca??? ma che bravi! sono veramente impressionata. bravo, hobbit grande. e cosa hai preso? casablanca? roma città aperta? la finestra sul cortile?”
“eh?!”
“chiedevo… quali classici avete preso in biblioteca?”
“gli adoratori del male”
“mai sentito. e poi?”
“due bianchi nell’africa nera con franco franchi e ciccio ingrassia”
“ah”
“qualche bud spencer e terence hill… e poi dei film sugli zombie. ma tu non conosci il genere, quindi non ti dico nemmeno i titoli”
“ecco, non dirmeli che è meglio”.

ahpperòchebello

sarà che questi sono stati il primo sabato e la prima domenica tranquilli, dopo varie settimane di pendolarismo faticoso e nostalgia ipertrofica, sarà che mister i non c’era e lei li aveva tutti per sé, sarà che questa che arriva è l’ultima settimana di sveglia all’alba della stagione e la prospettiva di annullare quel drin drin drin alle 430 per un po’ è rilassante ed esaltante di per sé, sarà che la scuola è finita quasi per tutti e tutti sono di migliore umore, sarà che venerdì loro partono e lei no, sarà che le sembravano più grandi e simpatici e buffi, sarà che crescono e l’interazione, quasi sempre divertente, ha preso il posto dell’accudimento, talvolta alienante, sarà che averli tutti intorno, quei tre, le sembra un privilegio e una fortuna pazzesca. sarà per tutto questo e forse anche altro, ma elastigirl, questi due giorni da sola con gli hobbit, se li è goduti come una pazza. nonostante le intemperanze preadolescenziali del grande, gli attacchi di stupidera del medio e le bizze capricciose del piccolo. sono stati tutti insieme sul divano, hanno fatto la pizza e le polpette, hanno avuto ospiti, hanno mangiato parecchio gelato ma anche un po’ di frutta e qualche verdura, hanno fatto la spesa, hanno visto due film divertenti (kingsman e mcfarland usa), hanno visitato una mostra bizzarrissima di acquari giapponesi, hanno chiacchierato. hanno fatto cose normali e lei ogni tanto ha anche gridato, e loro hanno litigato e non sono state 48 ore di rose e fiori a pioggia. ma è stato bellissimo, come le cose preziose che ogni tanto si perdono di vista e quando si ritrovano si dice “ahpperòchebello!”.

varia umanità pediatrica

uno le ha detto che lui, a fare la cacca, non ha assolutamente problemi, a parte a scuola, dove i bagni sono “esecrabili”. “esecrabili?”, ha domandato lei. “sì, vuol dire che fanno schifo ma in modo più educato. me lo dice mio nonno quando mi vede mangiare il prosciutto con le mani”. lei ha annuito in modo grave.

un altro non le ha detto quasi niente ma l’ha guardata in tralice per oltre mezz’ora. aveva una giraffa tatuata sul petto. dopo tanto silenzio deve esserle parso strano che, alla fine, lui le si sia avvicinato, le abbia teso virilmente la mano per poi abbracciarla con l’affettazione solenne dei capi di stato che si incontrano al G8.

l’ultimo le ha detto che lui lo sa che a volte è proprio intollerabile e molesto, ma è più forte di lui e non ci può far niente. le ha spiegato che gli piacciono il divano, i film, preferibilmente insieme, e poco altro. lei gli ha consigliato di lavarsi la faccia molto bene con il sapone quando fa la doccia, di mangiare farina integrale e di uscire e andare a farsi un giro quando il lato oscuro della forza prende il sopravvento.

quello dei pediatri deve essere un lavoro tremendamente impegnativo. come quello degli psichiatri, del resto.

al pranzo penso io

in questi giorni lo hobbit piccolo va ancora alla scuola materna, lo hobbit di mezzo va al campo estivo dove vanno tutti i suoi amici e dove orde di minorenni si autogestiscono allo stato brado con apparente enorme soddisfazione e danni limitati, a parte un quotidiano nuovo, sorprendente bagaglio di parolacce indicibili, e lo hobbit grande, più autonomo, sta a casa ciondolante e mediamente indipendente.

“mamma, può venire a casa il mio amico paolo?”
“certo, hobbit grande”
“e può stare tutta la mattina qui da noi?”
“sì, a patto che non la passiate a giocare ininterrottamente ai videogiochi”
“e può fermarsi anche a pranzo?”
“sì… però non c’è quasi niente e io ho una cosa di lavoro alle 1230… bisogna fare un po’ di spesa e non facciamo in tempo… se vi faceste una pasta? secondo me tra te e paolo riuscite a prepararvela…”
“no, meglio di no, mamma”
“delle uova? ah, no, non abbiamo uova”
“posso fare pan carré, burro di noccioline, marmellata…”
“facciamo così: ti do venti euro e fate un po’ di spesa al supermercato”
“va bene. anche se magari poi non li uso e facciamo pan carré, burro di noccioline, marmellata”
“eddai! non voglio nemmeno sentirti”.

elastigirl è rientrata verso le tre. ha trovato lo hobbit grande e paolo ipnotizzati davanti a kick-ass, sdraiati sul divano. di fronte avevano un tavolino con i resti del loro pranzo, proveniente per intero dal supermercato. a occhio nudo erano visibili:
una confezione vuota di salame
una confezione vuota di coppa
una confezione vuota di prosciutto cotto
quattro bottigliette di una bibita gassata molto zuccherata e vietata nell’elasti-casa a meno di celebrazioni straordinarie
due pacchetti di praline colorate al cioccolato e alla nocciola, anch’esse generalmente off limits
una confezione di formaggio piccante
una insalatiera con residui di patatine fritte tradizionali (vietate)
un’altra insalatiera con residui di patatine gusto formaggio (vietate)
un’altra insalatiera ancora con residui di patatine gusto paprika (vietate)

“avete fatto il pranzo dei campioni! complimenti”
“già. hai visto quanta verdura, mamma, con tutte queste patate? sei contenta?”
“felice”.

bentornata

“mamma, a roma ti sei rimpicciolita”

“sai che frank matano è diventato famoso facendo le puzze?”

“io non vedo nessun film peRché lui sta occupando il mio posto e sull’altro divano non posso staRe peRché sotto c’è l’uomo invisibile che mi tiRa i piedi quando mi distRaggo”

“ok, vediamo un film”

“piuttosto vi massacro a monopoli”

“io voglio faRe il toRneo di indovina chi ché tanto vinco sempRe”

“io voglio vivere con gli stivali da pioggia”

“che noia in questa famiglia”

“ho sete”

“sì, ti ricordavo più grande, mamma. roma rimpicciolisce…”.

poche cose sono rassicuranti come tornare a casa propria e trovare tutto come lo avevi lasciato. più o meno.

ma che peccato

può succedere di avere bisogno di fare pipì nel bel mezzo di un lavoro e che, nella fattispecie, il lavoro sia una diretta radiofonica soli a roma con tutti  i colleghi a milano. può succedere che, nei programmi radiofonici, ci siano delle pause pubblicitarie o musicali o di informazione e che, in questo preciso caso, la pausa sia intorno alle 658 del mattino e duri circa quattro minuti, un tempo perfetto per una pipì, sempre che il bagno sia vicino. può succedere che il bagno accanto allo studio radiofonico sia un bagno per disabili, ampio e persino luminoso, che tutti, disabili e non, usano con disinvoltura e frequenza e che si apre e si chiude con un maniglione rosso antipanico. può succedere così di correre lì, in quello stanzino più accogliente e ameno di quanto non ci si potrebbe aspettare da un luogo preposto ad attività private e intime, di provvedere alle fisiologiche necessità, di lavarsi le mani e di spingere il maniglione rosso, con una certa fretta. può succedere che la porta non si apra a un primo, a un secondo, a un terzo e a un decimo tentativo e che ci si domandi se mai qualcuno a roma si accorgerà, a quell’ora del mattino, che qualcun altro è stato inghiottito dalla toilette. può succedere così che si cominci a battere con i palmi delle mani sulla porta, augurandosi che qualche orecchio fino, da qualche parte in quell’edificio ancora buio e dormiente, si accorga del trambusto intorno al maniglione antipanico. può succedere che i minuti passino, che il bam bam! sulla porta si faccia più forte e che un tecnico pietoso provi ad aprire da fuori e, non riuscendoci, dica “aspettami qui. vado a chiamare aiuto”. può succedere che, nell’attesa dell’aiuto, si riesca magicamente ad aprire la porta e che ci si precipiti nello studio, ci si infilino le cuffie e si sentano i colleghi dall’altra parte che, in diretta, commentano la sparizione dentro un bagno della conduttrice a roma. “eccomi! ero rimasta intrappolata! ma adesso sono tornata libera tra voi”, può succedere di dichiarare esultante. e dall’altra parte può capitare che replichino: “ah, sei già qui? ma non avevi portato il telefonino in bagno?” “veramente no. comunque ora ci sono e possiamo proseguire felici!” “ma che peccato. sarebbe stato bellissimo e divertentissimo fare la trasmissione con te al telefono chiusa in bagno. non credi?”. “no, non credo” “almeno prometti che la prossima volta ti porterai il telefonino”. può succedere persino di promettere.

un tempo

un tempo, di lei avrebbe notato e forse sorriso delle labbra rosso fuoco, di una molletta vezzosa tra i capelli, del sano buonsenso declinato in romanesco, della musica psichedelica dietro le spalle, della sicumera di chi la sa lunga, di un’inclinazione, non abbastanza incoraggiata, alla movida. e invece oggi cerca di non farsi inghiottire dal gorgo del suo sguardo malinconico, da quel sorriso materno e triste, da un tocco così sicuro da avere perso l’incanto. un tempo le sarebbero saltati agli occhi i colori sgargianti, oggi è ipnotizzata dai dettagli stropicciati e sgualciti.

un tempo lui l’avrebbe incantata per le chiome fluenti, per l’aura autorevole del capobranco, per l’ironia puntuta, per quella saggezza spiccia e irresistibile, per lo sguardo navigato di chi ne ha fatte e viste di cotte e di crude, per le spalle larghe. oggi nota l’incedere dolente, il sarcasmo amaro, il languore di chi si volta troppo spesso a guardare indietro, la tenerezza accudente sotto una tenda ruvida. ieri avrebbe ricordato la maestria spavalda e spaccona, oggi è travolta da un accenno a due anzianissimi genitori che vanno a ballare e si perdono nel bosco, incuranti del mondo intorno.

dalla stessa bislacca esperienza televisiva, dagli stessi curiosi personaggi che vi si incontrano, qualche anno fa elastigirl avrebbe portato a casa ricordi, pensieri e immagini diversi rispetto a quelli che conserverà oggi.

già. si cambia. cambiano lo sguardo, la percezione del mondo, la scelta dei dettagli da conservare e da buttare. cambiano le cose che si decide di raccontare. cambiano le nostre teste, le nostre pance e le nostre parole. per cambiare basta poco. basta anche solo vivere.