un colore troppo bello per morire

“il sangue è del colole sbagliato”

“perché, hobbit piccolo?”

“pelché è losso. e il losso è un bel colole”

“hai ragione. il rosso è un bel colore”

“è un colole tloppo bello pel molile. non si può molile nel losso. si deve molile nel nelo. per questo il sangue deve essele nelo. deve esselsi sbagliato, chi lo ha disegnato losso”.

sarà che oggi elastigirl è stata travolta da una notizia lontana ma bruttissima, che arriva dalla città di A, in massachusetts, dove con mister incredible e gli hobbit va ogni estate da sei anni. sarà che doreen era la prima persona di A che hanno conosciuto laggiù e aveva due gemelli, l’irrequietezza di chi ha bisogno di correre via, la follia delicata dell’inquietudine, un talento per il pane che aveva trasformato in lavoro e trasportava in giro con un bizzarro mezzo a pedali ed energia solare. sarà che oggi è arrivato un messaggio: “doreen è caduta giù, da una montagna, forse una cascata, probabilmente nel bosco. è finita nell’acqua o forse era ghiaccio. faceva freddissimo”. sarà che doreen non c’è più, da domenica scorsa. ma il giornale lo ha scritto solo oggi. sarà che doreen sembrava inarrestabile e invincibile, un po’ tigre, un po’ gatto, un po’ elfo, un po’ pazzia pura nella sua essenza più sfrenata e ipnotica. sarà che è tutto il giorno che doreen cade da quella montagna o forse era una cascata. sarà, ma quando lo hobbit piccolo, questa sera, le ha spiegato che il nero è il colore giusto e non si può fare un torto tanto grande al rosso, elastigirl ha pensato che non avrebbe saputo dirlo meglio.

il motivatore

“ehi, hobbit grande, mi guardi un momento?”

“ti sto guardando”

“ecco. come sto?”

“perché sei vestita così tutta chic&shock?”

“perché devo andare in tv, te l’avevo detto”

“ah”

“comunque non sono chic&shock. ho un vestitino nero tranquillissimo”

“effettivamente più che chic&shock sei un po’ orfanella”

“ecco, grazie”

“orfanella ma swag”

“senti, swag sarai tu. secondo te sono meglio le calze gialle o le calze arancioni?”

“mah… è una bella gara…. forse le arancioni”

“e dimmi un po’… meglio questi stivali o questi qui?”

“ma il tuo scopo qual è?”

“che tu mi dia un consiglio”

“no, voglio dire, con questa roba che hai addosso, il tuo scopo qual è? che si notino le calze?”

“ma no. lo scopo è essere carina, senza strafare. una cosa giusta, misurata ma con un suo perché. allora, questi stivali?”

“sembri pippi calze lunghe”

“ok. siccome il mio modello non è esattamente pippi calzelunghe, escluderei questi stivali. meglio questi altri?”

“sembri una guardia imperiale di guerre stellari”

“eddai!”

“mi hai chiesto un consiglio, no? io sono schietto e sinGero con te”

“grazie. apprezzo molto che tu sia schietto e soprattutto sinGero. cosa ne dici di queste scarpe?”

“mah… sono color topo. è di moda il color topo?”

“va be’, scartiamo pippi, scartiamo le guardie imperiali, scartiamo il topo… restano questi stivali. sono vecchissimi…”

“in mancanza di meglio…”

“sei un vero motivatore nato, tu”

“grazie. ma dove hai detto che devi andare?”

“a rai tre. alle 645. questo pomeriggio, la trasmissione si chiama geo”

“se mi ricordo ti guardo”.

 

c’è del disagio

ore 16,45
“ragazzi, sto lavorando. devo scrivere una cosa che mi agita, preparare un’altra roba entro questa sera e fare delle telefonate. chiudo la porta. con voi c’è cindy”
“va bene, mamma”
“ciao. finirò tra un paio d’ore”
“d’accordo. possiamo fare qualche videogioco?”
“no. niente video”
“possiamo fare merenda?”
“certo”
“cosa possiamo mangiare?”
“ragazzi, vi ho detto che devo lavorare. andate a vedere cosa c’è in cucina. chiedete a cindy se avete bisogno”
“va bene, mamma”

ore 16,51
“mamma, devo fale la cacca”
“bene. vai”
“mi fai compagnia?”
“no, amore. sto lavorando”
“mi fai il bidet quando ho finito?”
“non avevi detto che a cinque anni ti saresti fatto il bidet da solo?”
“non posso fale semple tutto io. già faccio la cacca…”
“puoi chiedere aiuto a cindy?”
“cindy???? cindy non sa falmi il bidet!”
“senti, vai. chiamami quando devo venire”

ore 16,52
“ho finitoooooooo”
“eccomi”
“ela uno schelzo. facciamo gli indovinelli?”
“hobbit piccolo. la mamma sta lavorando. non facciamo nessun indovinello. chiamami per il bidet e basta!”
“va bene mamma. me lo dai un bacio pel salutalmi?”

ore 16,55
“ho finitooooooooo”
“…”
“questa volta pel davvelo. non è uno schelzo”

ore 17,01
“mamma, devo parlarti in privato”
“puoi aspettare più tardi, hobbit di mezzo?”
“no”
“dimmi”
“avrei bisogno del tuo cellulare”
“perché mai?”
“per controllare la temperatura in questo momento a hadhramaut. e ovviamente a minneapolis. pensa che ieri ad hadhramaut c’erano 27 gradi”
“ma dov’è hadhramaut?”
“non so. ma c’è un clima interessante e lo devo controllare”
“tieni il cellulare ed esci”

ore 17,15
“madre!”
“perché mi chiami madre e non mamma come tutti i figli del mondo?”
“perché sei la migliore, madre”
“hobbit grande, sto cercando di lavorare. potete smettere di transitare da questa stanza come se fosse l’area partenze dell’aeroporto jfk a new york?”
“ho preso otto in storia, madre”
“amore!!! bravo!”
“e mi sono fatto interrogare in matematica e sono andato strabene”
“sono molto orgogliosa di te”
“i prof hanno detto che si vede che sto cominciando a studiare seriamente”
“vedi che i risultati arrivano se ti impegni? bene. sono molto contenta. ora però fammi lavorare”
“va bene. ciao madre”

ore 17,22
“mamma!”
“che c’è?”
“a minneapolis ci sono meno 12 gradi!!!”
“mamma, io da oggi mi chiamo toki toki paddington figo”
“madre, è okkei se faccio venire qui mattia a pranzo domani”
“FATE FINTA CHE IO NON SIA IN CASA, CHE NON ESISTA, CHE SIA STATA RAPITA DAGLI ALIENI CHE FORSE MI RESTITUIRANNO PER CENA. FUORI DI QUI!!!!”
“madre, c’è qualcosa che non va? possiamo aiutarti? c’è del disagio qui”
“HO DETTO FUORI!”

disagio. dice che c’è del disagio, lui.

chi va e chi viene

“cindy, che succede?”
“sto male”
“cosa ti senti?”
“nausea, mal di testa, vertigini, vomito, stanchezza… sono devastata”
“avrai preso l’influenza. mettiti a letto”
“no, no. non è influenza”
“ma sì! hai tutti i sintomi!”
“no. è lo stress”
“?”
“mi succede sempre così quando sono nervosa, agitata, triste. e adesso mancano sette giorni alla partenza. e vomito”
“ah. be’, capisco. posso fare qualcosa?”
“no, grazie. avrei bisogno di risposte, di certezze, di non partire…. devo annegare nello sconforto. prima o poi riemergerò. e poi a settembre torno. non ci sono dubbi. io torno”.

manca esattamente una settimana alla partenza di cindy, ragazza alla pari, bionda, con gli occhi blu e le lentiggini, che in quattro mesi ha trovato due amiche del cuore, un fidanzato italiano e ha messo radici. e adesso non vuole tornare nella sua fattoria in maryland.
mancano esattamente otto giorni all’arrivo di nina che è altissima, è cresciuta nella fricchettona città di A, ha spalle larghe, aveva i dreadlock fino al sedere ma se li è tagliati, suona il basso ed è una popstar della valle del pioniere.
ci vuole un grande equilibrio per non lasciarsi travolgere da questo andirivieni.

e non è nemmeno colpa della pms

“fa freddo”
“ho fame”
“non mi interessa niente”
“non ce la farò mai”
“perché non parli?”
“mi stai stordendo di parole”
“ma mi vui un po’ di bene o fai finta? lo so, fai finta”
“perché hai fatto il caffè? a quest’ora non lo bevo. ah. era per te? e perché non mi hai chiesto se ne volevo un po’?”
“secondo me mi stanno bene i capelli? e i pantaloni? e la maglietta? ecco, non mi guardi. ora mi suicido”
“come fai a non ricordarti che il lunedì lo hobbit grande esce da scuola alle 4,30, il martedì hanno tutti nuoto, il mercoledì il grande pranza da mia mamma, il giovedì il medio va dal suo amico paolo, il venerdì il medio ha basket e il piccolo invita matteo? come fai a non ricordarti queste quattro cose sempre identiche a se stesse?”
“ah. hai fatto il letto? l’avrei fatto io volentieri se tu non facessi superman sempre”
“come mai non hai fatto il letto?”
“va be’, se devi risistemare tutto quello che metto in lavastoviglie, caricatela da solo”
“sono triste”
“è finito il cioccolato. è colpa tua. sì, colpa tua. anche se il cioccolato non lo mangi. è sempre colpa tua”
“mi viene anche un po’ da piangere”
“no, non sto male, nel senso di male tradizionale. piuttosto ho quella sensazione di soffocamento da waterboarding. sarà grave?”
“quella felpa nera è bruttissima. ora te la butto nell’umido”
“lo so, sono un mostro. ma ora vado a dormire e mi passa. ti prometto. se non mi passa ti autorizzo a usare la pallottola d’argento per uccidermi. o il paletto di frassino”

no, non è colpa della sindrome premestruale. anche se i sintomi sono gli stessi. è colpa della carenza di sonno. che genera elasti-mostri. e se è così come moglie, figuriamoci come madre.la consapevolezza è un buon punto di partenza, si dice. fino a quando qualcuno non userà la pallottola d’argento.

cose di un altro mondo

ci sono luoghi che restano identici a se stessi, nonostante il tempo che ci passa sopra, le persone che li calpestano, il mondo che cambia loro intorno. restano lì, cristallizzati, congelati, impermeabili, sorprendenti nella loro coerenza e integrità. e non sto parlando del colosseo, di san galgano, delle cattedrali gotiche o delle necropoli etrusche ma di posti relativamente moderni, attraversati e inquinati di prepotenza dagli eventi, dalle abitudini che si trasformano, dalla tecnologia che travolge usi e costumi, dall’irruzione costante di una quotidianità densa e irriguardosa.

elastigirl, con il nuovo lavoro, ogni giorno, dal lunedì al venerdì, alle cinque del mattino, entra in uno di questi luoghi impermeabili e incorruttibili, rimasto inchiodato agli anni ’50, per gli arredi, l’atmosfera, le immagini alle pareti, gli odori e le luci. lei arriva, saluta i baldi giovanotti e meno giovanotti che stanno di guardia di notte, prende un ascensore parlante (ma forse le parole sono solo nella sua fervida immaginazione antelucana) e raggiunge il suo piano deserto e silenzioso, dove attraversa un corridoio piuttosto tetro e si chiude in uno stanzone con il neon e l’odore della credenza della nonna.

ci si abitua a tutto, anche a un viaggio negli anni 50, ogni giorno all’alba. e tutto diventa quasi normale. infatti lei aveva smesso di farci caso.

poi, la settimana scorsa, è stata convocata, insieme ai suoi colleghi, per una pratica aziendale insolita ma imprescindibile – un cosiddetto, e piuttosto inibente, shooting fotografico – alle 10 del mattino, in una sala misteriosa, un auditorium gelido, chiuso da anni, forse dimenticato, dove, in un tempo in cui tutto questo era all’avanguardia, si facevano concerti e si registravano radiodrammi. e lì ha toccato con mano meraviglie di un altro mondo, in particolare una.

in quel posto dall’acustica perfetta, con una scala e delle poltroncine rosse, soffitti altissimi e il pavimento un po’ di marmo, un po’ di legno e un po’ di linoleum per simulare passi e luoghi diversi, c’era una creatura magica, in fondo, quasi nascosta. all’apparenza si sarebbe detto un armadio, di legno, alto circa un metro e cinquanta. in realtà era un produttore di rumori casalinghi. lì dentro c’era una finestra con i vetri, gli infissi e una tapparella che andava su e giù, con rumore di finestra, vetri e tapparella. c’era una porta con una serratura che si apriva e si chiudeva con suono di serratura e poi c’era un’altra porta che cigolava e sbatteva come la porta di una casa, tra la stanza e il corridoio. e da questa cosa – mobile, scatola, monumento, fantasma, oggetto magico – elastigirl è rimasta folgorata. perché viene da un altro mondo che non c’è e non serve più. eppure è ipnotica, fantastica, bellissima. ed è un peccato che resti lì, in quella enorme sala chiusa, polverosa e fredda, in cui nessuno mette mai il naso. un vero peccato, povera scatola magica. nata per creare rumori. e condannata al silenzio.

imprevisti

oggi elastigirl sarebbe dovuta andare a roma in giornata per un invito in tivvù.
sempre oggi lo hobbit di mezzo, secondo le approssimative elasti-informazioni, sarebbe dovuto entrare a scuola alle 10 a causa di un’assemblea sindacale.

gli hobbit avevano enormemente protestato per questa trasferta romana di circa sei ore della loro sciagurata madre (“perché vai, mamma, perchééééé?” “ragazzi, vado e torno! per le dieci di sera sono a casa!” “devi proprio?” “sì. devo e voglio! è mai possibile che quando parte papà, ogni settimane, non fate una piega e se io mi assento una volta ogni morte di papa per pochissimo, protestate come se fuggissi con darth vader?” “ma tu sei la mamma” “bell’affare”).
lo hobbit medio aveva enormemente gioito per queste due ore di vantaggio rispetto ai fratelli.

improvvisamente tutto è cambiato.

lo hobbit di mezzo con cindy si è presentato alle 10 a scuola, baldanzoso. i cancelli erano chiusi. “ma non bisognava entrare adesso per un’assemblea sindacale?” “no, l’assemblea sindacale è la prossima settimana e voi siete due storditi. tornatevene a casa. a quest’ora non si può più entrare”. lo hobbit ha incolpato elastigirl che non aveva letto attentamente l’avviso. elastigirl ha ammesso la sua negligenza ma ha incolpato lo hobbit perché le aveva detto, con spavalda sicumera, che l’assemblea sarebbe stata oggi. e lei, erroneamente, si era fidata e ha firmato senza controllare.
intorno alle 11, mentre elastigirl stava infilandosi un sobrio, forse pure triste, tubino nero dopo avere meditato un tempo infinito davanti all’armadio, il telefono è squillato. “pronto, elasti, abbiamo un’emergenza. napolitano si dimette, il tg3 fa uno speciale. il programma salta. non devi più partire. ci dispiace. molte scuse. puoi venire tra due settimane?”.
così elastigirl si è tolta il tubino, si è messa un paio di jeans vecchi e brutti e ha pensato che aveva tre opzioni:
– mettersi a lavorare per una serie di incombenze che la agitano e le pesano
– sbattere fortissimo la testa contro il muro, cadere svenuta e recuperare un po’ di sonno ché ce n’è sempre di bisogno
– concedersi una giornata di sbraco&svago con lo hobbit di mezzo.
“ok. lavoro fino alle 13,30 poi svago&sbraco”, ha comunicato al medio con gli occhi tondi e lo sguardo più euforico e spiritato del solito.
così lei ha lavorato un po’ e poi insieme hanno mangiato selvaggi e poi hanno fatto un torneo di calcetto (“mamma, è un gioco di polsi! polsi! non è possibile che tu non abbia ancora imparato. guardami attentamente! vedi? polsi!” “dammi tempo. non è un gioco per cui sono dotata. ma mi piace tantissimo. mi era successa la stessa cosa con la danza del ventre: la amavo alla follia ma non ero dotata” “e alla fine l’avevi imparata la danza del ventre?” “no, mai. ero negata” “ecco, appunto. sei sicura di voler continuare a giocare?”) e poi hanno preso una macchinina del car sharing e sono andati al cinema in centro.
e hanno visto pride. che è un film bellissimo. istruttivo, divertente, commovente, struggente. alla fine lo hobbit ha detto: “mi è piaciuto proprio questo film comunista”. elastigirl ha anche pianto. però di nascosto.

una pensa

che i figli ormai non siano più minuscoli. che l’era dei capricci, delle mattane, dell’irrazionalità, degli istinti primari sia alle spalle. che adesso, grazie a un’interazione articolata e adulta, tutto sarà più facile. che quel desiderio di chiudersi a chiave in bagno e far finta di non esistere sia ormai un lontano ricordo di un passato tetro di cui si è persa traccia. che la vita sia in discesa. che, in fin dei conti, cosa vuoi che siano tre figli? sì, un po’ faticoso all’inizio, ma poi, prati in fiore!
una pensa così.
fino alla sera, tipo ieri sera, in cui il primogenito, con il cappuccio sulla testa e l’aria goffa di chi sta facendo la muta da un corpo a un altro, ti comunica che l’indomani ha la verifica di geometria. sugli angoli. dieci pagine da studiare. “scusa ma perché non hai studiato nel fine settimana? perché non mi ha detto niente prima? perché te ne vieni solo ora, con quest’aria da vittima sacrificale dell’universo, a dirmi questa cosa degli angoli? alle 8,30 di sera, sapendo che io ho la sveglia alle 4, che siamo soli in casa e i tuoi fratelli richiedono attenzione. perché?”. “boh, mamma, mi aiuti?”.
così si studiano gli angoli, convessi, concavi, consecutivi, congruenti, retti, piatti, per due ore. e alla fine, come al solito, tu li sai alla perfezione e ti ricordi quanto ti piacevano quando andavi alle medie e lui, con il cappuccio sempre sulla testa, è confusissimo e approssimativo e devastato dall’ansia.
e il piccolo allora decide che ha bisogno di attenzione e affetto e cure e ti mostra un dito, perfettamente sano, forse un anulare sinistro, ma nei tuoi ricordi è il medio. e ti dice che lui mai nella vita ha avuto un dolore così insopportabile, lancinante, furibondo in un dito. “non vedi che taglio tlemendo?” “no, non vedo niente” “io cledo che sto molendo dal male”. e urla come un’aquila impazzita.
e il medio invece sembra che abbia trent’anni, tanto è posato e sereno. e dici tra te: “almeno uno normale, su tre. me lo merito”.
ma poi va a letto e si addormenta in 23 secondi netti e comincia a gridare, come un pazzo, come uno dentro a un videogioco in cui si consuma una strage e lui è il carnefice, e si alza e tu sei letteralmente terrorizzata da questo sonnambulo fuori di testa. e ti ricredi perché no, su tre non ce ne è nemmeno uno normale.
e allora capisci che da quel tunnel non uscirai mai. e cerchi disperatamente la chiave della porta del bagno, per andare a nasconderti. e smettere di esistere in pace.

incontri ravvicinati del terzo tipo

“ehi! ciao, come è andata oggi a scuola?”
“mpf. bof. sgrunt. sgnarl. devo studiare un sacco. domani ho due verifiche”
“ok. allora inizia subito. se vuoi poi ti interrogo”
“bah, sì, dai, okkei. però adesso devo mangiare. posso mangiare le alici?”
“a merenda???”
“sì. c’è anche del polpo?”
“no, non c’è del polpo”
“peccato. allora mangio alici. e taralli. e pane. e due biscotti. un po’ di prosciutto e magari dell’insalata. puoi fare una pasta?”
“amore, sono le quattro del pomeriggio. la facciamo questa sera la pasta, se vuoi”
“umpf. allora magari mangio qualche crocchetta di pollo”
“forse sei posseduto dal verme solitario. non si spiegherebbe altrimenti perché mangi per sette.”
“non credo. abbiamo avuto piscina a scuola”
“ah. ok. capisco. questo non vuol dire però che devi mangiare alici, polpo, prosciutto e crocchette di pollo, pane, taralli…”
“mi prendo anche del parmigiano, vah. sai che andiamo in gita?”
“ah, bello!”
“mpf, blonz, burp, strub”
“dove andate?”
“non lo so. non a mantova”
“be’. nonamantova lascia fuori un bel pezzo di mondo”
“in centro”
“in centro italia?”
“no, in centro a milano”
“ah. andate a vedere una mostra magari?”
“boh. andiamo in tram”
“a piedi sarebbe stata lunghetta effettivamente”
“non si paga niente se non il biglietto del tram”
“ma proprio non ti ricordi dove andate?”
“te l’ho detto. in centro. con il tram”
“non a mantova”
“cosa c’entra mantova, adesso?”
“niente, mantova non c’entra niente. non ti viene sete con tutte quelle alici?”
“no, perché?”
“perché a me verrebbe una sete micidiale”
“no. io sono andato in piscina”
“e quindi non ti viene sete”
“esatto”
“mah”
“sei swag, mamma”
“va be’. poi ti interrogo”
“super swag”.

ci stiamo facendo vecchi

probabilmente lui sarebbe venuto a cena. lei forse avrebbe fatto le polpette al sugo con le patate, che gli piacevano e lui avrebbe commentato, con l’aria sorniona e divertita di chi non ci crede mai veramente: “sei proprio una donna da sposare!”. “ma io sono già sposata!”. “ah, già! e tu, sciagurato, ti rendi conto della fortuna pazzesca che ti è capitata?”, avrebbe detto, rivolgendosi a mister i che avrebbe tessuto lodi sperticate della consorte. “be’! mo’ non esagerare ché poi questa si monta la testa”.

avrebbe ascoltato il vociare concitato dei nipoti che chiamava “delinquenti”, “banditi” o “delizia del genere umano”. avrebbe riso, scosso la testa, fatto domande curiose perché era parecchio curioso e gli piaceva ascoltare.

magari avrebbe raccontato una storia, sarebbe uscito sul balcone a fumare una sigaretta e quando, rientrando, avesse visto la torta con le candeline, avrebbe esclamato: “nononèpossibilenoncicredo!” e poi si sarebbe ritratto e schermito perché essere al centro non gli interessava particolarmente.

forse lo hobbit piccolo gli sarebbe salito sulle ginocchia e lui lo avrebbe pastrugnato a dovere perché aveva una fisicità empatica e naturale, una tenerezza accudente e delicata. “di chi sono queste guance morbide?”, avrebbe domandato.

ci sarebbero stati dei regali che avrebbe spacchettato con lo stupore incredulo di chi non si aspetta mai granché.

e alla fine avrebbe detto: “ci stiamo facendo vecchi, ciccetti” e le avrebbe preso la mano, uguale alla sua.

74, erano gli anni che avrebbe compiuto oggi nonno A, il papà di elastigirl. sarebbe stato bello festeggiarli. mannaggia.