non siamo mica qui a giocare

comunista: “qualcuno vuole draghi?”
demone: “grazie compagno”
varys: “posso darti pekka o draghi ma solo al livello 1. ne vuoi?”
sam: “ciao compagni”
demone: “grazie varys”
varys: “prego compagno”
unione sovietica è stato accettato nel clan da sam
unione sovietica: “salve compagni. sono tornato e sono pronto a servire nuovamente il partito”
comunista: “qual è la tua visione sulla rilevanza del leninismo nella società occidentale contemporanea?”
unione sovietica: “sono un marxista leninista e credo fermamente nell’interpretazione di mao tze tung del comunismo. e sono per l’uguaglianza”
demone: “la dicotomia tra leninismo e maosimo è falsa”
red: “avete arcieri al livello cinque?”
unione sovietica: “la migrazione sud-nord provocherà una guerra civile, anche in occidente”
sam: “ho perso tutti i draghi”
varys: “io non credo che il capitalismo sia così male…”
comunista: “compagno varys, credo che tu debba essere allontanato dal clan per le tue dichiarazioni controrivoluzionarie”
varys è stato espulso dal clan.
demone: “qualcuno ha bisogno di domatori di cinghiali?”.

mister i è da tempo nel tunnel di clash of clans. gioca compulsivamente. sempre. mentre scrive le sue formule matematiche per l’abbattimento del capitalismo, quando cucina il sugo, quando parla al telefono con super w, sua mamma, quando ripete i verbi con lo hobbit di mezzo e quando conversa dell’universo mondo con elastigirl.
lei pensava che fosse solo un gioco. poi, oggi, ha sbirciato una conversazione tra i membri del suo clan, the communist squad. e ha capito che no, non è affatto solo un gioco: è pazzia pura.

oggi

non sei mai stato particolarmente bravo con le date. il giorno del mio compleanno non mi chiamavi mai di mattina. le ore passavano e io avevo una paura terribile che te ne dimenticassi. eppure non ti sei mai dimenticato. avevo conservato un tuo sms. era il 17 aprile 2012. diceva: tanti auguri, piccola. era insolitamente mattina ed ero seduta al tavolo della cucina a scrivere. quando lo lessi scoppiai in lacrime pensando che ero proprio una scema e che se tu mi avessi vista mi avresti sorriso, incredulo e interrogativo. e invece avevo ragione a piangere, quel giorno. perché io lo sapevo che quegli auguri sarebbero stati gli ultimi anche se non lo avrei mai detto a nessuno e nemmeno a me stessa.

non sei mai stato bravo con le date e le ricorrenze talvolta ti infastidivano. un giorno però mi sorprendesti con un biglietto. era la festa della mamma, la pri a per me, nel maggio del 2003. “non è una festa che normalmente amo celebrare. ma oggi, per la mia bambina che è diventata mamma, mi tocca fare un’eccezione”, diceva più o meno. insieme c’erano dei fiori. no, non piansi quella volta. ma fui io a sorridere incredula.

l’altro giorno ero in aereo e c’era un signore accanto a me. ha passato tutto il tempo con un sigaro spento in bocca. strano, no? di lui, per quasi tutto il viaggio, ho visto solo quel sigaro che gli penzolava dalle labbra. no, non era un gran bello spettacolo. poi, mentre “avevamo iniziato la nostra discesa verso milano linate”, come dicono le hostess dall’altoparlante, ho posato, per la prima volta, il mio sguardo sulle sue mani. e ne sono rimasta folgorata. già. erano identiche alle tue. proprio uguali. la stessa forma delle unghie, le stesse dita sottili, lo stesso candore, lo stesso desiderio di stringerle. avrei voluto chiedergli: “scusi, posso? credo ci sia un errore. le sue mani mi appartengono. le dispiace se controllo?”. e avrei voluto tastarle, esaminarle, controllarne il palmo, appropriarmene, almeno per l’atterraggio. invece mi sono limitata a osservarle, rapita. avrà pensato che fossi una feticista pazza.

non sei mai stato bravo con le date. e nemmeno io lo sono particolarmente. ogni volta che arriva il 25 maggio spero di dimenticarmene, di planare sul calendario con leggerezza e noncuranza. e invece no. non ne sono capace. e il 25 maggio mi rompo di nuovo e tutti i cocci tornano per terra. sono passati tre anni da quel giorno di sole. gli altri giorni non hanno bisogno di una data per ricordarti: sei nelle mani del vicino di posto in aereo, nello sguardo della cassiera del supermercato, nelle pagine di un libro, sulla punta del naso di mio figlio. eppure oggi non ci sei e la tua assenza mi travolge. e sono più sola del solito.

roma

elastigirl sabato mattina ha preso un aereo per roma alle nove. aveva messo la sveglia alle 630 ma alle cinque era vispa come un grillo isterico. in aeroporto ha rischiato di cadere in un raptus di shopping compulsivo consolatorio ma ha deciso che non aveva diritto di consolarsi di alcunché e si è concessa solo un caffè macchiato. roma era grigia e fredda e il taxista le ha chiesto che strada volesse fare per raggiungere la sua meta. “famo er raccordo?” “ehm, be’, faccia lei… la strada più breve…” “eh! facile dirlo! stiamo a roma! raccordo e nomentana? raccordo e bufalotta?” “bufalotta è un nome bellissimo” “famo la bufalotta allora”.

dopo un tempo infinito, nonostante la bufalotta, è arrivata a destinazione. c’era già stata in quel posto. e le altre volte aveva notato l’altezza smisurata dei soffitti e la quantità di gente in movimento vorticoso. anche sabato i soffitti erano troppo alti per lei e le persone troppe, ma stranamente e inspiegabilmente più vicine e familiari. poi una rossella l’ha truccata e le ha detto che aveva un figlio di dodici anni e, entrambe, sono giunte alla conclusione che 12 anni è un’età bislacca, che il sabato mattina bisognerebbe poter dormire nella vita e che il trucco non doveva essere troppo forte ché già così elastigirl si sentiva una ballerina delle folies bergère. quello che chiamano parrucco è stato invece silenzioso come una seduta di meditazione ma con un buon profumo di spray per capelli.

di ciò che è successo dopo elastigirl ha memorie confuse. ha assistito, le pare di ricordare, all’incarnazione di creature che pensava vivessero solo nell’immaginario collettivo. si è incuneata in vite altrui. si è presentata cento volte. ha riso parecchio. ha ammirato uno smalto arancione in pendant con il suo maglioncino. si è chiesta che ci facesse lì. ha abitato un mondo finto e vivido e ipnotico allo stesso tempo. ha mangiato un petto di pollo buono in una mensa. ha pensato che tutto questo, potrebbe essere anche molto divertente e che vale la pena provarci.

poi è tornata in aeroporto, ha preso un volo per ritornare a casa e, arrivata a linate, ha ringraziato l’inventore del car sharing che le ha permesso di precipitarsi a teatro dove lo hobbit grande si esibiva, insieme a una dozzina di preadolescenti ispidi e goffi come lui, nell’imperdibile spettacolo di fine anno. “madre, ti è piaciuto?” “mamma, mi scappa la cacca” “mamma, il papà è proprio drogato di clash of clans. dobbiamo fare qualcosa come famiglia…”. e ha pensato che si sopravvive ai soffitti alti e alla follia della tivvù solo grazie alla cacca dei figli e a tutto quello che le germoglia rigoglioso intorno.

forse sì forse no

“ci prendiamo un caffè domani pomeriggio o venerdì?”
“eh, sarebbe bello. ma mica lo so dove sarò domani o venerdì”
“hai un orizzonte temporale orario, tu, nella tua vita?”
“più o meno. forse vado a roma, fino a metà giugno, per un lavoro abbastanza folle”
“a roma? e come fai con gli hobbit, la fine della scuola, le pizzate, le recite, il saggio di teatro, di flauto e tutto il resto?”
“eh, appunto, come faccio? non mi è chiaro. sarebbe un’incredibile gimcana, un frenetico alternarsi tra me e mister i… però, non so… questo lavoro dura poco, è nuovo per me ed è una tale mattana che forse devo provarci”
“sei sicura di farcela?”
“boh. sono tre settimane che non dormo, non mangio e mi consumo nel dubbio. se avessi risposte non sarei lo straccio che sono”
“ne vale la pena?”
“forse sì… se non provo non lo saprò mai. o magari no. un po’ mi sento in colpa, un po’ credo che certi treni si debbano prendere quando passano, un po’ sono triste e un po’ felice… praticamente un’altalena emotiva perenne”
“ma stai bene?”
“non saprei. ho molto sonno. non sono lucida”
“lo vedo… e quando dovresti partire?”
“domattina. in teoria. ma ancora ci sono cose in sospeso. a questo punto dipende solo in parte da me. forse salta tutto, forse no…”
“e quando lo saprai?”
“boh. stasera, spero. e in verità nemmeno lo so, cosa sperare”.

è un periodo un po’ così, se non si fosse notato.

gocce, vasi e brocche

elastigirl, per quanto talvolta si trasformi in strega con gli hobbit, non è una creatura litigiosa o attaccabrighe. tende a evitare lo scontro e a risolvere i contrasti con accomodante persuasione più che con la rissa. il conflitto la infastidisce, la polemica la strema, il battibecco la irrita.
mister incredible, pur non essendo affatto uomo di pace, asseconda l’elasti-indole con il risultato che le liti tra loro, negli ultimi 20 anni, si contano sulle dita di una mano.
lei non sa se questo sia il prodotto di una effettiva mancanza di argomenti su cui guerreggiare e di una sostanziale armonia cosmica tra loro o di un malsano atteggiamento da struzzi. tuttavia propende per la prima ipotesi e vive serena.
eppure, ieri, dentro di lei si è rotto qualcosa. è stata colpa di una goccia, di un vaso pieno, di una brocca sbroccata. ha perso le staffe e il senno ed è uscita dai gangheri. e, incurante di nina, la ragazza alla pari che chattava in camera sua, elastigirl ha iniziato a inveire, gridare e a fare la pazza. come chi non ce la fa più, come chi ha bisogno di sfogarsi, come chi dovrebbe fermarsi a riflettere, come chi ha bisogno di una scusa qualsiasi per tirare fuori i mostri.
e non va mica tanto bene.

cose da non credere

lei ha nove anni, gli occhi grandi e blu, lo sguardo luminoso, allegro e stupito di chi si gode l’attimo con una buona dose di incoscienza. va in terza elementare e, altrove, sarebbe solo una bambina terribilmente graziosa.

lui ha 14 anni e fa la prima Q, al liceo. non ha fatto nulla per essere dov’è. un giorno era a scuola, con i suoi compagni. si è accorto che lo stavano filmando. “cerchiamo un ragazzino asiatico. sei interessato?”, gli hanno chiesto. “perché no?”, ha risposto. ed eccolo lì, sornione e divertito. si gode il presente e fa spallucce, schivo e un po’ ritroso.

ogni tanto si guardano. sono amici, alleati, lei piccola e minuta, lui grande e ingombrante. si parlano con gli occhi. sembrano proteggersi l’uno con l’altra. una bambina e un ragazzino. sarebbe tutto poco rilevante se non ci fossero centinaia di coetanei a guardarli, ammirarli, osannarli, applaudirli, incoraggiarli, fotografarli, gridare loro: bravi! mi piaci tantissimo! siete fantastici! sei bellissimo!

sarebbe tutto in ordine se non fossero trattati come due eroi, o due rockstar o due divi di hollywood.

sono due degli attori protagonisti della seconda stagione di braccialetti rossi, una serie tv che racconta una storia vera, ambientata in ospedale, tra ragazzini malati, anche gravemente, di cui elastigirl non conosceva quasi nulla fino a poco tempo fa. ieri, insieme al suo collega-amico che si è tuffato felice tra la folla osannante, li ha intervistati, di fronte a quella bolgia adorante ed entusiasta. e non si capacitava dello stridore tra la normalità di quei ragazzetti impacciati, buffi, teneri e disarmati e l’enormità chiassosa, folle e incontenibile del loro successo.

medicine

in questi giorni è stravolta di sonno, piuttosto malinconica, in preda alla più selvaggia pms, sopraffatta da un’ansia lavorativa diffusa e capillare, preoccupata per l’organizzazione familiare nei prossimi 30 giorni, dubbiosa e interrogativa.
quindi, stamattina, ha deciso che doveva scuotersi assolutamente perché così non poteva andare avanti.
quindi ha preso la bicicletta ed è andata a comprarsi una gonnellina nuova. e una maglietta. e un vestitino. e poi avrebbe voluto prendere anche una camicia, un’altra gonna, altre magliette e una collana bellissima. ma si è trattenuta perché, anche nello shopping consolatorio bisogna avere misura per evitare il pentimento post acquisto e i deliri di rovina successivi.
poi ha ripreso la bicicletta ed è andata nell’open space del suo vecchio lavoro, a trovare le sue colleghe-amiche. e ha chiacchierato, spettegolato, pranzato fuori, preso un caffè al bar e persino acquistato un reggiseno nuovo con la collega A, ché comprare le cose tra femmine è una delle gioie della vita.
e dopo si è sentita meglio. parecchio meglio. perché, a volte, quando si è nel pozzo, bisogna farsi aiutare da quel che fa bene: gonnelline, amiche, ricordi belli, reggiseni nuovi, una corsa lungo il naviglio con un audiolibro nelle orecchie o, se proprio proprio non serve niente di tutto questo, sostanze psicotrope.

un posto migliore

il ricordo più vivido e presente è la sua risata. rideva con gli occhi, divertito e contagioso. aveva un’intelligenza sottile ma vorace e onnivora, passioni grandi e diverse, la leggerezza della profondità, lo spessore denso e ipnotico di un vero intellettuale, una dolcezza timida e ritrosa, capace di sedurre e di mettere in soggezione.
era inquieto, enigmatico, a volte sfuggente. aveva l’autorevolezza e il carisma delle persone speciali, ma, forse inconsapevole o forse schivo, le teneva quasi nascoste, riluttante a ogni esibizione. aveva mille talenti e dava sempre l’impressione di non sprecarne nessuno.
era curioso e sapeva ascoltare con un interesse avvolgente e tiepido, che faceva sentire a casa. pareva disarmato e invece era abitato una forza buona e travolgente che sembrava, o speravamo, invincibile.
affrontava la vita con il coraggio noncurante dei grandi. era un vero signore, integro e per bene. e, quella risata che non riesco a togliermi dagli occhi e dalle orecchie, era un privilegio prezioso, come un regalo.
si chiama antonello, uno dei più cari amici di mister i.
se ne è andato ieri sera.
con lui dentro, il mondo era un posto migliore.

un antiestetico senso di oppressione

da quando elastigirl si sveglia alle quattro e un quarto del mattino per andare a lavorare, la sera crolla intorno alle otto e mezza e questo, oltre a essere terribilmente inibente per qualsiasi attività sociale o culturale in orari compatibili con il fuso orario dell’europa centrale, comporta un crudele abbandono della prole in un momento tradizionalmente deputato alla convivialità familiare. pertanto, quando mister i è assente, elastigirl comunica agli hobbit medio e grande che hanno ancora mezz’ora di tempo per attività ludico-ricreativo-letterarie prima di andare a dormire e, per comodità e contro i suoi stessi principi, si porta il piccolo nel lettone. in qualche modo bisogna pur sopravvivere.

tuttavia, l’occupazione regolare del letto da parte di un minore, spesso logorroico, ingombrante seppur di dimensioni ridotte, vagamente protervo e fermamente convinto di essere il maschio alfa, le provoca, nell’ordine:

un senso di oppressione, di insofferenza, di fastidio, di soffocamento, di claustrofobia.

un desiderio di fuga, di solitudine, di libertà, di nascondersi, di affrancamento.

ecco, lo ha detto. poi naturalmente si sente una madre orrenda ma questo non è sufficiente a placare le mostruose inquietudini.

happy mother’s day

“ti sposti una buona volta?”

“…”

“anzi, guarda, facciamo una bella cosa: vai di sotto e prendimi quello sgabellone alto sulla destra in fondo alle scale. ché ho capito che, con te accanto, qui non ho spazio per lavorare”

“eh? dove?”

“mannaggia! devo fare tutto io qui dentro! ci metto meno tempo a fare che a spiegare!”

“…”

“e tu, lì imbambolato?! vuoi servire la signora o prima devi farti un pisolino???”

“ma no, mamma, stavo mettendo a posto gli scontrini, ora arrivo”

“ecco, allora, vai tu a prendere lo sgabellone giù. se aspetto tuo padre facciamo notte”

“ma no, vedi che è già sceso lui?”

“come minimo si perde…”

“ecco qui lo sgabellone che volevi!”

“l’era ura! io non so cosa fareste voi se non ci fossi io… siete come due bambini… però anche io non saprei che fare senza di voi…”

“eh già. lei brontola, brontola ma poi…”

“signora, ecco qui le sue margherite!”

“grazie mille! sono bellissime. e complimenti per il piglio d’acciaio con cui governa la famiglia e il negozio…”

“eh, lei non ha idea di cosa vuol dire vivere con due maschi in casa…”

“in verità posso immaginarlo abbastanza bene. vivo insieme a quattro maschi. ma non sono brava come lei. il mio modello è, diciamo, più spesso, mio malgrado, la schiava isaura”

“scusi??? lei ha quattro figli maschi??? mi sta dicendo questo?”

‘”no, ho tre figli maschi e un marito”

“oh, signur! anche peggio, povera stellina…”.

stamane elastigirl si è fermata da un fioraio per comprare delle margherite da regalare. e lei, la signora fioraia, madre e padrona della famiglia e della sua impresa, alla fine, incredula e pietosa, ha abbracciato l’elasti-sconosciuta come se fosse stata una sorella tremendamente sfortunata. e le ha fatto un compassionevole sconto solidarietà.