ultime cene

ieri sera, a cena, in dodici, a casa di amici, in un patio salentino con un piatto di ostuni che si chiama acqua sala e potrebbe diventare la nuova ossessione di mister i.
improvvisamente, senza bussare o suonare il campanello, entra una bambina con i capelli lunghissimi e l’aria selvatica e volitiva dei supereroi in incognito.
“ah, è ellis. ciao ellis”, dice la padrona di casa.
ellis bofonchia un saluto ruvido e sbrigativo. dietro di lei, come una coda inquieta, spunta una minuscola creatura stropicciata.
“e lui chi è?”
“mio nipote”, risponde ellis, serissima.
“non sei un po’ troppo giovane per avere un nipote?”
“non è questione di essere giovani o vecchi. sono sua zia e basta”
“buonasera nipote di ellis”
“vive in germania e ha bisogno del bagno”, spiega lei.
lui, minuscolo e guardingo, si infila in un anfratto del patio.
“ehi! fermati! quello è lo sgabuzzino. non puoi fare la pipì lì!”
“la pipì l’ha già fatta”, dice ellis, spiccia e accigliata.
“nel cespuglio”, spiega il nipote tedesco in un perfetto italiano con una lieve inflessione leccese.
“deve lavarsi le mani”, aggiunge ellis.
“solo le mani”, chiosa il tedesco.
“cosa avete mangiato?” domanda la zia, con tono casuale e ciarliero, mentre accarezza il cane e aspetta il nipote.
poi vanno via, senza inutili convenevoli.
“sono un po’ depressa”, annuncia caterina che ha 19 anni ed è bellissima.
“perché?” domanda la sua nonna che di questo patio e di questa casa è la padrona.
“sneddu mi ha friendzonata”
“eh?”
lo hobbit piccolo, detto sneddu, all’età di tre anni, era perdutamente innamorato di caterina.
“io amo lei”, dichiarava con aria sognante.
adesso la osserva in tralice, con il suo sguardo torvo e diffidente.
l’incanto di tre anni fa si è rotto. a sneddu si è indurito il cuore.
“ciao friendzonata!” dice mila, 20, sorella di caterina.
“ma che vuol dire?” domanda super w, la nonna degli hobbit.
“vuol dire mettere nella friend zone. succede quando dici a una tipa che la vuoi solo come amica”, spiega lo hobbit grande.
allora il medio, per risollevare gli animi, fa un indovinello su un autista di un autobus che porta i passeggeri in gelateria, al teatro, sulla collina e a casa di un politico morto.
poi l’acqua sala finisce, caterina va a vestirsi e a truccarsi ed esce con i suoi amici per consolarsi un po’, gli hobbit provano uno skateboard che si chiama waveboard, senza alcun successo e in tavola compare tantissima anguria.
il cielo è pieno di stelle e mercoledì elastigirl tornerà a milano, lasciando i maschi ancora un po’ qui a godersi meraviglie e follie di fine estate.

silenzi

poi, a un certo punto, c’è bisogno di silenzio.
“pronto? stai bene? non hai più scritto nulla…”
“sì, mamma, tutto bene. ho preso solo una pausa. ce n’è bisogno ogni tanto, no?”
“be’ sì, credo di sì, ma per te è una cosa così insolita che mi sono preoccupata”.
a volte il silenzio è necessario per un po’, anche se i pensieri si affollano senza trovare vie di fuga e ci sono scontri e corto circuiti e persino vuoti e mancanze e inquietudini.
e la vita sembra una pratica strana quando si è abituati a scriverla e improvvisamente smette di lasciare scie tangibili.
eppure bisognava starsene un po’ zitti per un sacco di buoni motivi.
prima c’è stato il terremoto. e dopo le tragedie, spesso le parole sono insensate e raccontare la propria quotidianità piccola può essere inopportuno e insulso.
a elastigirl e a mister i e persino allo hobbit di mezzo, che ha da pochissimo una casella di posta elettronica per poter comunicare con i suoi amici del campo naturalista fricchettone americano, sono arrivati molti messaggi da amici della città di A e da altri luoghi lontani: chiedevano notizie e, pur sapendo che l’elasti-famiglia non era nei luoghi colpiti, volevano esprimere solidarietà, cordoglio, partecipazione, perché il dolore, in certi casi, smette di essere privato e diventa collettivo, come un’ombra nera o un patrimonio da custodire insieme.
e le manifestazioni di affetto e vicinanza sono gesti generosi e commoventi, che si vorrebbero condividere con chi li merita davvero perché, a riceverli in solitudine, si rischia di non esserne degni.
l’elastifamiglia è ancora nel salento, in uno strano tempo sospeso di fine stagione in cui tutto è effimero e sfavillante.
gli hobbit, che vivono il presente come fosse l’unico stato possibile ed eterno, socializzano con moderazione, si godono i nonni e i genitori e sbocciano giorno dopo giorno innaffiati dal mare.
mister i, al contrario, riesce a non farsi scalfire dall’euforia vacanziera, dai ritmi lenti e malinconici dell’estate al tramonto e dai riti piccoli e identici che si consumano quotidianamente. lui è in equilibrio sempre e per questo elastigirl lo considera magico e invincibile.
lei, invece, fa sogni strani di ansie, di inizi e di fine del mondo. riesce a leggere tanto e questo le salva la vita, così come giocare a racchettoni e chiacchierare con gli hobbit. le terre di mezzo, come la pineta, la spiaggia e la vacanza, consentono di guardare la propria vita da lontano, di cercare un senso, di fare progetti e di scalpitare.
sono tempi privilegiati e salvifici che proteggono dai malanni invernali e dalle parole di troppo.

il superpotere

lo hobbit piccolo, detto sneddu, quando aveva quattro anni perse un incisivo superiore, che poi sarebbe uno dei denti davanti in alto. fu un fatto insolito perché generalmente succede qualche anno più tardi. probabilmente, se fosse accaduto con il primogenito, l’evento avrebbe scatenato interrogativi, autocoscienza e senso di colpa, ma trattandosi del terzo, si pensò a un colpo, una botta, una precocità o un incidente qualsiasi ma comunque irrilevante. il dentista disse che era tutto in ordine e nessuno ci pensò più. e sneddu si tenne la finestra tra i denti davanti per circa due anni.
poi, con grande lentezza, crebbe un dentino bizzarro che non somigliava a quello che stava spuntando accanto: più piccolo e incerto e privo di quella protervia propria dei dentoni permanenti.
“strano”, disse il dentista facendo alcune ipotesi.
una radiografia chiarì l’anomalia: si trattava di un secondo dente da latte, sotto il quale era in attesa del suo turno quello definitivo.
“ogni tanto succede. – spiegò il dentista – dovete solo aspettare che cada anche questo e poi tutto si sistemerà.
“si sono sbagliati e ci hanno dato uno sneddu squalo” disse lo hobbit grande con fraterno tatto. sneddu si arrabbiò moltissimo e poi nessuno ci pensò più.
fino a ieri, in mare, durante un bagno solitario e clandestino di sneddu ed elastigirl.
“mamma, è incredibile”
“hai ragione, sneddu: quest’acqua è bellissima”
“ma no! dico la storia dei miei denti!”
“ah! sì effettivamente è abbastanza incredibile”
“ho un dente in più…”
“be’, ora cadrà e verrà fuori quello definitivo”
“già. ma rispetto agli altri io ho un dente in più”
“vero. pensi che significhi qualcosa?”
“non so. tu cosa dici?”
“forse vuol dire che hai un superpotere”
“veramente?”
“non so. è un’ipotesi”
“quale superpotere?”
“bisogna scoprirlo. mica te lo dice il dottore. i superpoteri vengono fuori senza che nessuno ti avvisi”
“ah. e quale potrebbe essere il mio?”
“sai volare per caso?”
“no”
“diventare invisibile?”
“non credo”
“leggere nella mente degli altri?”
“non ho mai provato”
“prova! cosa sta pensando quella signora con il costume a fiori e il materassino?”
“non saprei”
“allora quello non è il tuo superpotere”
“tanto non mi interessava”
“hai ragione: è una vera seccatura sapere quello che pensano gli altri. sei magari dotato di forza bruta e pazzesca?”
“non ancora”
“effettivamente non è detto che il superpotere tu lo abbia già. potrebbe arrivare crescendo…”

questa storia del superpotere da scoprire è diventata la missione di sneddu. ora si propende per il superpotere del convincimento (“ehi! ho chiesto alla nonna se mi dava un soldino per giocare al flipper e me lo ha dato!” “ottimo! ma prova qualcosa di più difficile” “ok. chiedo alla zia di abbracciarmi. quarda cosa succede” … “hai visto???! mi sa che ho il superpotere del convincimento!” “probabile…”). tuttavia l’evidenza empirica ancora non è completa e non ci sono certezze. per il momento.

highlights

l’elasti-famiglia è al mare, in salento, nel posto dove super w e mister brown, i nonni baresi, hanno una casa. seguono i punti salienti di questi primi giorni di jet lag e vera vacanza:
– la zia matta, che vive in salvador con il sociologo guatemalteco suo marito, è qui, come una sorpresa e un regalo. conferma la sua essenza di divinità hobbit e di creatura mitologica.
– il grande ha scelto lei come compagna di mare, di passeggiate e di conversazioni. “non ho bisogno di nient’altro: ho la zia matta”, risponde quando elastigirl lo invita a socializzare con la gioventù vacanziera locale.
– lei, in questo altro anno salvadoregno, si è appassionata allo yoga e adesso trascina elastigirl in interminabili sedute nel patio davanti a un video in cui una tizia dal corpo statuario su una spiaggia dei caraibi o del lago di garda si produce in posizioni estreme, ai limiti dell’umana sopportazione, con la leggerezza e la naturalezza con cui il resto del mondo mangia un gelato al cioccolato.
– mister i ha smesso di cucinare e ha cominciato a fare lavatrici perché nella città di A non disponeva del magico apparecchio e bisognava ricorrere alla lavanderia a gettoni dietro il cimitero. si sveglia alle sei, fa la lavatrice e poi, insieme a elastigirl, stende il bucato al sole ripetendo “ah!!! senti che profumo! i panni asciugati all’aria! che meraviglia! qui sì che siamo in italia. in america puzza tutto con quello schifo di detersivo e quella aberrazione di asciugatrice industriale”. siccome la massaia che alberga in lui non è pienamente appagata, in spiaggia conversa di cucina con le signore che hanno la bontà di dargli retta (ché essere costrette in vacanza a parlare di ragù sul bagnasciuga con un economista marxista non è proprio corrispondente al concetto di sollazzo di una signora media).
– lo hobbit di mezzo fa vulcani e piscine e castelli con la sabbia, socializzando con bagnanti coetanei. e sembra contento benché, come suo solito, terribilmente inquieto.
– super w, donna combattiva e indomita, fatica, in questo idillio familiare, a trovare motivi per fare guerre, che sono per lei linfa vitale e balsamo benefico. e questo, alla lunga, potrebbe diventare un problema.
– mister brown è felice, di una felicità perfetta e contagiosa.
– lo hobbit piccolo, detto sneddu, ha ritrovato il suo grande amico dell’anno scorso e con lui fa grandi conversazioni impegnate. in alternativa va a caccia di granchi con una ragazzina di poco più grande che, come è giusto che sia, lo utilizza come manodopera a basso costo.
la sera tuttavia sneddu si lamenta perché non riesce a dormire. “è normale, ti devi riabituare al fuso orario italiano”. “il fatto è che ho una canzone stuck in my head” “e quale sarebbe questa canzone che ti si è ficcata in testa e che non se ne va, sneddu?”
“smoke weed everyday! smoke weed everyday!”. che poi vuol dire fumo erba tutto il giorno. e forse bisognerebbe porsi qualche domanda sul campo naturalista fricchettone della città di A. ma non ora.

il vecchio e il medio

sul volo notturno boston-roma.
lui ha un età indefinita tra i novanta e i centoventisei anni. porta un completo beige piuttosto elegante seppur démodé, mocassini marroni ai piedi e una coppola in testa. viaggia solo e occupa il posto 19 b che affaccia sul corridoio. accanto a lui, lato finestrino, c’è una ragazza americana.
al posto 20 c, una fila più indietro ma sullo stesso corridoio, è seduto lo hobbit di mezzo che, appena si è accomodato, si è infilato le cuffie nelle orecchie e ha cominciato a esplorare l’offerta ludo-cinematografica dell’aereo.
il signore si agita di fronte allo schermo che ha in dotazione. la signorina al suo fianco gli illustra, con cortesia e pazienza, le innumerevoli potenzialità del telecomando. lui si innervosisce ulteriormente. la signorina decide di cambiare posto perché, in fin dei conti, il volo è semivuoto. l’inquietudine del signore persiste. un padre italiano con gli occhi blu e due bambini al seguito, seduto al posto 19 c, tenta di aiutare l’anziano viaggiatore ma lui, che parla un inglese confuso e non capisce l’italiano, si irrita ancor di più. una hostess prova a sua volta, con enorme impegno, a capire quale sia il problema e sembra motivatissima nel voler trovare una soluzione. il signore si chiude in un torvo e scorato silenzio. l’aereo ancora non è decollato.
nonostante l’apparente cronico stordimento, lo hobbit di mezzo, degno figlio di mister i, soffre di una sindrome da “capo del mondo” per cui deve avere tutto sotto controllo. quando l’ordine cosmico che ha nella testa viene turbato, sente il dovere morale ma soprattutto insopprimibile di intervenire e rimettere in ordine.
così, dopo avere assistito alle proteste del signore e al suo insanabile disagio, si è tolto le cuffie, si è slacciato la cintura di sicurezza, si è alzato in piedi e gli si è avvicinato.
si sono scambiati parole oscure ma amichevoli. si sono intrattenuti per un po’, poi lo hobbit ha spento lo schermo del signore, il signore, mantenendo la sua espressione accigliata e il suo tono burbero, gli ha detto “thank you” e si è quietato.
“voleva solo il buio. e nessuno lo capiva”, ha spiegato lo hobbit di mezzo tornando al suo posto e rimettendosi le cuffie nelle orecchie.
dopo il decollo il signore ha chiesto allo hobbit qualche informazione sul volo. lui gli ha offerto una caramella. arrivata la cena, il signore ha chiesto allo hobbit cosa ci fosse da mangiare e quando la hostess ha cercato di rispondergli, lui l’ha zittita ed è stato chiaro che non si fidava di nessuno su quell’aereo se non di quel ragazzetto con gli occhi da civetta e i capelli pazzi.
si è fatto poi spiegare dove fosse la toilette e come funzionasse il sedile.
di tanto in tanto girava il suo viso coperto di rughe all’indietro, posava il suo sguardo severo e diffidente sotto la coppola sullo hobbit e, per un momento, si scioglieva in un sorriso sereno e affettuoso che scompariva subito per lasciare il posto a un broncio arcigno.
“quanto manca?” ha chiesto poco prima dell’atterraggio.
“mezz’ora”, ha risposto il medio.
“e per arrivare ad atene?”
“non lo so. io prendo un aereo per brindisi: vado al mare dai miei nonni”
“ah. non vai ad atene?”
“no”
“allora non sei greco”
“no. sono italiano”
“peccato. io sono greco. speravo fossi greco anche tu”.
una volta a terra, il signore ha dato una vigorosa stretta di mano allo hobbit. lo hobbit lo ha abbracciato.
e ognuno è andato per la propria strada.

pannocchie e salterello

“gentile elasti-famiglia, sono ormai cinque anni che almeno uno dei vostri figli trascorre l’intera estate con noi. non era mai successo nella nostra storia. per ringraziarvi del vostro affetto e della vostra costanza vorremmo invitarvi al barbecue conclusivo dello staff del campo estivo naturalista della città di A. vi chiediamo soltanto per cortesia di non dirlo alle altre famiglie perché si tratta di una circostanza unica e straordinaria e non vogliamo creare malumori e imbarazzi
firmato: jay, responsabile dei programmi estivi del centro naturalista e fricchettone della città di A”.
così, felici di questa manifestazione di gratitudine e amicizia, elastigirl, mister i, gli hobbit e due crostate al cioccolato (che, essendo, grazie all’estro culinario monomanialcale del pater familias, la costante nel lunchbox hobbit e probabilmente il motivo occulto all’origine di questo invito) si sono presentati al barbecue, a casa di jay e famiglia, dove c’erano pannocchie (che qui sono, per ragioni oscure, molto più buone che le nostre), hamburger vegani, spiedini di pollo, insalate di varia e discutibile fattura dal condimento bizzarro, quelle che qui chiamano tortilla chips però nere in quanto provenienti da mais blu (almeno così era scritto sul pacchetto) e gli immancabili guacamole e salsina piccante al pomodoro che di certo ha un nome anche lei.
nel giardino della casa, quello che loro chiamano backyard, c’era un enorme trampolino, o salterello – una struttura tonda circondata da reti di protezione su cui si può saltare fino allo sfinimento – che conteneva un numero esorbitante di persone contemporaneamente.
così i ragazzini presenti – tre hobbit più due figli di jay – e i quattro educatori del campo sono tutti saliti lassù e hanno iniziato a giocare, saltando come grilli, e a cantare e a ridere e a spingersi e poi a un certo punto qualcuno ha preso una pompa per innaffiare l’erba e ha iniziato a spruzzare l’acqua
dentro il trampolino e tutti erano fradici e felici.
e anche gli hamburger vegani e le tortilla chips nere hanno improvvisamente acquistato un loro perché.
ed elastigirl ha pensato che tutto questo resterà appiccicato da qualche parte nella memoria hobbit quando saranno grandi e magari avranno i buchi nell’anima per colpa di tutte le idiozie che i loro genitori hanno combinato crescendoli. tuttavia grazie a quei salti e a quell’acqua e alle pannocchie squisite e ai vestiti fradici forse avranno spalle più larghe per affrontare la vita sorridendo.

miseria e superomismo

questo pomeriggio lo hobbit di mezzo, socializzatore compulsivo e indefesso, era a casa di un amico che si chiama enrico quarto, come un re di francia del sedicesimo secolo, il grande doveva fare gli esercizi di geometria per le vacanze e mister i aveva invitato un giovane marxista cileno a prendere un caffè in cucina. così elastigirl e sneddu sono andati a fare un giro. prima si sono presi un gelato gusto cookie monster e color verde pantone 359, poi sono andati nel loro negozio di giocattoli preferito della città di A a comprare tatuaggi per tutta la famiglia e infine a fare una passeggiata nel piccolo e pittoresco cimitero antico (qui antico significa 1800 primi ‘900) dove è sepolta anche emily dickinson che qui è nata e vissuta.
passeggiavano tra le lapidi e conversavano del più e del meno quando improvvisamente sneddu ha sospirato.
“qualcosa non va?”
“mi spieghi perché io ho un papà che o sta con la testa nel computer o nel giornale?”
“eddai non mi sembra che sia proprio così… il papà in questo periodo…”
“cucina molto”
“ecco! e quando cucina non ha la testa né dentro il giornale né dentro il computer!”
“povero me”
“non esagerare, sneddu… ora sei qui con la mamma tutta per te”
“ah be’, mia madre… che lavora di notte e lavora di giorno… sono proprio a posto”
“ehi! non è vero! qui nella città di A dopo il campo estivo siamo sempre insieme! guarda solo questo pomeriggio quante cose belle abbiamo fatto insieme…”
“mah… al massimo solo quando mi fai le coccole sono un po’ contento…”
“passo la vita a fartele!”
“mai abbastanza. e poi ci sono i fratelli… che mi menano sempre”
“tu comunque ti difendi…”
“cosa devo fare? non posso mica morire”
“ci sarà qualcosa di positivo in questa famiglia terribile in cui ti è toccato di nascere?”
“mah. sì, forse una cosa buona c’è”
“quale sarebbe?”
“io. me stesso. per fortuna sono un figo disumano”.

newport, rhode island, e aragosta

“il rhode island è il più piccolo stato dell’unione. lo sapevate?”
“l’unione di cosa?”
“degli stati uniti d’america”
“ah”
“che sgnacchere sono le tipe del rhode island, mica come in massachusetts. dove siamo noi, le ragazze vanno in giro come delle disperate e non si depilano mai. qui sembrano tutte modelle… perché per anni siamo andati nel posto sbagliato? è stato un errore o una scelta?”
“non fare la bestia per cortesia, hobbit grande. questa è una località di mare, turistica, piena di gente in vacanza…”
“la città di A è un luogo di fricchettoni marxisti che fanno yoga, predicano il pedal power, che poi sarebbe il potere della bicicletta, e discettano di mirtilli biologici e di fluidità dell’identità di genere. qui invece per anni c’è stata l’america’s cup che è la competizione più importante al mondo di barche a vela. rendo l’idea?”
“nooooo! guarda quelle barche! fichissime!!! io da grande me ne compro una uguale”
“si chiamano yacht. se te ne compri uno, mi inviti, sneddu?”
“no”
“in questo mare ci sono gli squali? e le balene? si può nuotare? abbiamo il costume? posso fare il bagno vestito? eh, mamma? eh?”
“se l’anno prossimo venissimo qui a fare un bel campo estivo naturalistico?”

questo fine settimana, contravvenendo alle abitudini stanziali, l’elasti-famiglia è andata in gita fuori porta a newport, nel rhode island, che è uno stato minuscolo a sud del massachusetts e a est del connecticut.
hanno visto un ponte mozzafiato, le ville sontuose dei ricchissimi americani dei primi del 900, varie limousine chilometriche, le spiagge sull’oceano dove lo hobbit di mezzo ha fatto il bagno vestito, sneddu ha catturato granchi e il grande se ne è stato appollaiato su una roccia a pensare alla fauna femminile locale.
a cena sono andati in connecticut, con amici, in un baracchino sulla spiaggia dove si mangiano aragoste che qui un tempo erano considerate cibo per schiavi e c’era la legge secondo cui ogni schiavo non poteva averne più di cinque a settimana, altrimenti si sarebbe intossicato. sneddu e lo hobbit di mezzo però, invece di mangiare aragoste, hanno nutrito i pesci con dei croccantini che si chiamano oyster crackers, pensati per accompagnare le ostriche ma condannati a un destino miserevole.
per la notte, sono stati ospiti dagli stessi amici con cui hanno condiviso l’aragosta e che vivono in una enorme casa blu in una di quelle cittadine costruite senza un centro, senza un contorno, senza alcunché che, a occhi europei, le renda degne di tale nome. però, quella casa blu era meravigliosa, anche se sneddu continuava a ripetere “ehi, che creepy! aiuto. questa casa è proprio creepy”, perché ha dimenticato che si dice paurosa e ha temporaneamente cancellato il confine linguistico tra inglese e italiano e produce suoni e frasi che fanno rabbrividire quasi come gli angoli bui di quella casa su due piani.
c’erano tappezzerie a fiori e cuscini e quadri e oggetti strani alle pareti tra cui un braciere antico, e poi sotto ogni letto o divano o tavolino stavano nascoste decine, forse centinaia di strumenti a corda perché il lui, della coppia di amici, oltre a essere economista marxista, suona qualsiasi cosa abbia delle corde. c’era anche un bagno degli ospiti con una vasca con i piedini proprio nel mezzo e un telefono nero, con la rotella, su una sedia di vimini accanto alla vasca. e poi c’erano vecchi caloriferi di ghisa e un salotto e un altro e uno studio con un pianoforte e una biblioteca e una stanza per i gatti e varie camere da letto e su ogni letto moltissimi cuscini (“guarda che creepy anche i cuscini!” “ma ci sono ricamati gatti!” “appunto! creepissimi!”) e un orologio a cucù che allo scoccare dell’ora faceva una melodia lugubre che non finiva mai.
nel mezzo della notte lo hobbit di mezzo è arrivato, gli occhi tondi da civetta e un messaggio ferale da consegnare: “odio essere io a dirvelo ma il grande sta vomitando l’anima”. elastigirl e mister i si sono precipitati nella zona hobbit di quella casa enorme pensando, senza però dirselo: “starà vomitando sul tappeto”, “starà vomitando sul materasso”, “starà vomitando sui cuscini con i gatti ricamati o direttamente sui gatti veri”, “starà vomitando su sneddu che dorme”, “starà irrimediabilmente danneggiando questa casa fantastica e i padroni di casa da domattina non saranno più nostri amici e ci cacceranno di casa e dal connecticut e non vorranno vederci mai più”.
e invece lo hobbit grande era riuscito a trascinarsi nel bagno con la vasca con i piedini, al centro della stanza. e se ne stava ancora riverso sulle piastrelle (lavabili), inondate dai poveri resti di aragosta. “pensavo di morire”, ha dichiarato. “e ora come ti senti?” “benissimo. ho fame. non è che hai qualcosa da mangiare, madre?”
dopo aver cercato, come ladri nella notte, un prodotto per pulire quel disastro, hanno fatto sparire ogni traccia dell’accaduto e sono ritornati a dormire mentre il cucù segnava le tre.
se non fosse stato per lo hobbit di mezzo, che mattiniero e ciarliero, il giorno dopo si è presentato per primo agli anfitrioni in cucina regalando dettagli splatter dell’incidente notturno, nessuno si sarebbe accorto di nulla.
gli amici hanno preparato un brunch con i pancake e le noci e sette tipi diversi di sciroppo d’acero, e bagels e banana bread e pane e marmellata e bacon e salmone e formaggi e fragole, uva e mirtilli e pinte di latte e di caffè e tutto, ma proprio tutto, era grandioso e prefetto.
sulla strada di casa hanno incontrato una casetta, ai margini del bosco. c’era un cartello: pizza & firearms unlimited, che voleva dire pizza e armi da fuoco senza limiti.

giochi pazzeschi

“mamma, ma tu non eri capace di fare il fàrciun tellah?”
“sono capace di fare cosa, sneddu?”
“il fàrciun tellah. ce l’ha fatto vedere oggi sierra, la maestra del campo estivo”
“no, non credo di saperlo fare. non so nemmeno cosa sia. devi chiedere a sierra”
“eddài! sì che lo sai fare. è quella cosa che si fa con la carta… con quattro lati… e tu dici un numero… e poi scegli un lato e poi lo alzi e c’è scritto qualcosa su di te!”
“ah, sì! ho capito. mi sa che in italia lo chiamano origami indovino. invece come si chiama qui nella città di A?”
“fòrciun tellah”
“fortune teller?”
“no, come lo dico io: fòrciun…”
“sì, ho capito. lui. se mi dai un foglio di carta te lo faccio”
“noooo! sul serio???”
“sì. posso anche insegnartelo. così puoi stupire sierra con effetti speciali”
“no, va be’. imparare a farlo è trooooppo sbatti”
“sneddu, non parlare come lo hobbit grande, per piacere. già faccio la guerra con lui. tu hai ancora sei anni”
“e mezzo”

“ficoooooo! grazie mamma!”
“prego. cosa vuoi scriverci dentro adesso?”
“non posso mica dirtelo. altrimenti non ci divertiamo. adesso tu non guardi, io scrivo e poi ti chiedo che numero scegli da uno a dieci. girati e lasciami lavorare”
“ok. vado di là e mi chiami quando sei pronto”

“dimmi un numero”
“quattro”
“uno, due, tre, quattro! che colore scegli?”
“giallo”
“vediamo un po’ cosa dice il giallo… ‘sei il più sfigato dell’universo’. uahhhhhh! uahhhhhh!”
“bello. fammene provare un altro. dico cinque”
“uno, due, tre, quattro, cinque. colore?”
“blu”
“brava! questa volta è andata meglio: ‘sei il più figo di fighi'”
“bene”
“un altro numero”
“due”
“uno, due. che colore scegli?”
“arancione”
“sei medio”
“è una cosa brutta o bella?”
“media. numero?”
“uno”
“uno! colore?”
“verde”
“niente”
“come niente?”
“mi sono dimenticato di scrivere. va be’. ricominciamo. che numero vuoi?”
“sneddu, ormai ho detto tutti i colori. non ci sono più cose nuove”
“ma non hai detto tutti i numeri”
“ma gli altri numeri portano agli stessi colori”
“e quindi? potresti essere più fortunata adesso. non avere paura del fòrciun tellah, mamma”
“non ho paura è che alla lunga…”
“dai dai dai, è adesso che il gioco diventa bello! presto, dimmi un numero!”
“sette…”
“uno, due, tre… sette! blu o verde? pensaci bene, mamma. non essere frettolosa. questo è un gioco pazzesco. che non perdona”.