elogio di una donna speciale

erano i primi giorni del 2011, o gli ultimi del 2010. le arrivò un messaggio da una psicologa che conosceva di nome. era un messaggio spiccio, sbrigativo e affettuoso. suonava più o meno così: “ehi tu, elasti, lo so non mi conosci. ma dobbiamo per forza diventare amiche. ho scritto un libro, si chiama elogio di una donna normale. vorrei che tu lo avessi. se ti piacesse e se effettivamente diventassimo amiche, cosa che succederà per forza, sarebbe bellissimo che lo presentassi tu. ma non corriamo troppo. piacere, mi chiamo irene”.
elastigirl pensò: questa è proprio matta, voglio assolutamente incontrarla.
e diventarono amiche.
irene capiva le persone, era affascinata dalle donne in particolare, sapeva ascoltare, aveva il talento magico di entrare in sintonia con il prossimo. aveva il coraggio di dire quello che pensava, sempre. lo diceva quando sbagliavi, quando dava consigli scomodi, quando ti sgridava. già, non era reticente per nulla, irene. nemmeno quando era orgogliosa di te, quando ti voleva bene, quando voleva abbracciarti. era limpida e diretta. era saggia e luminosa.
elastigirl si rese conto molto presto che essere amica di una donna così era un gran privilegio. di quelli che, nella vita, ti capitano due o tre volte al massimo e per cui deve essere grata.
irene faceva molto ridere. e rideva molto. e starle accanto era soprattutto divertente.
irene era intelligente e passionale e buffa e ironica e saggia e, sì, anche un po’ matta, perché non aveva alcuna paura di essere se stessa. e perché era libera.
una volta aveva regalato agli hobbit delle polverine colorate da mettere dentro la vasca da bagno: blu, rosse e gialle. “sarà come fare il bagno nel mare profondissimo”, aveva detto il medio, sognante. “sarà come fare il bagno nel sangue”, aveva detto il grande, eccitato. “sarà come fare il bagno nella pipì”, aveva detto lei, furba. e loro, di lei, si erano pazzamente innamorati.
irene era una di quelle persone a cui vorresti somigliare, almeno un po’.
“sono dentro un incubo”, aveva scritto un giorno, via whatsapp. poi silenzio. voleva stare sola.
“ehi, irene, posso entrare in questo incubo? vorrei starti vicina, partecipare, uscirne insieme a te. ma se non vuoi me ne sto buona qui. e ti voglio bene da lontano”.
quella volta aveva risposto. era l’8 maggio scorso.
“l’idea di te buona buona che mi vuoi bene da lontano è irresistibile. produce un bel sorrisone da triglia. opzione perfetta. un bacio”.
nient’altro.
poi, ieri, se ne è andata.
un pezzetto di lei resterà nelle moltissime persone che le hanno voluto bene. perché è così che succede con le donne grandi e speciali.
ma non basta.
ciao, irene.
continuerò a volerti bene da lontano.

in due

elastigirl non è un animale solitario.
un animale solitario non sposa un barese dotato di una grande famiglia, non fa tre figli e non considera il piacere più grande averli tutti intorno, vocianti e molesti, non condivide la sua vita su un blog per dieci anni interi e, se va avanti così, pure di più, non adora cucinare per decine di commensali, non prova terribile nostalgia per un open space con venti persone stipate dentro, non pensa the more the merrier.
eppure, nonostante sia profondamente convinta che è solo l’interazione con il prossimo che dà un senso alle persone e al loro andare, ci sono attività che preferisce fare da sola, come lo shopping, o che non concepisce di fare in compagnia come studiare, leggere o scrivere. quest’ultima in particolare è sempre stata per lei una pratica intima, un rito da consumare con se stessi, una terapia da assumere rigorosamente da sola. forse è proprio per questo che ha sempre guardato con diffidenza mister i, impegnato in una comunione di amorosi sensi scritti con l’economista marxista giapponese hiroshi, definito “il mio coautore” ma nella realtà, quasi certamente il suo fidanzato segreto. e si è sempre stupita al cospetto di libri vergati a quattro, a sei o addirittura a otto mani.
qualche tempo fa tuttavia si ritrovò a fantasticare con una collega e amica di progetti, esperimenti, azzardi e a concordare sulla possibilità, che era anche desiderio e curiosità, di unire le forze e fare qualcosa insieme.
“ma io ho tre figli”
“e io no”
“ma ho sempre un gran sonno”
“pure io”
“ma non ho mai scritto nulla insieme a qualcuno. e se non riusciamo?”
“pazienza”
“e se ci stiamo antipatiche?”
“boh”
“e se…”
“se non proviamo non lo sapremo mai”
“quando?”
“quest’estate”
“però io sarò nella città di A, in massachusetts”
“vorrà dire che ci verrò pure io”
“sei sicura? è un posto strano, fricchettone, con più scoiattoli che uomini, pieno di boschi e gente bizzarra”
“mi pare il posto giusto per fare un esperimento”.
così adesso, ogni mattina, verso le 9, loro due si trovano a un tavolino rotondo che affaccia su una finestra da cui transitano chipmonks e ghiandaie.
e scrivono, insieme, sullo stesso documento. si confrontano, si correggono, si prendono in giro, si completano, ridono moltissimo. un pezzo al giorno, dalle 9 alle 14,30, di un progetto che ancora sta soltanto per aria, nella loro testa, nei loro file condivisi. al momento fantasticano moltissimo ma non hanno alcuna certezza che si realizzi. eppure per elastigirl, nell’ultimo periodo, poche cose sono state istruttive, divertenti, costruttive e sensate come questo lavoro a quattro mani che viaggia dentro un sogno e gode di rara libertà e del buffo e sconosciuto incastro di due voci.

stupori e abitudini

la prima volta che l’elasti-famiglia approdò nella città di A, nell’aprile del 2009, quando lo hobbit piccolo, detto sneddu, fu concepito, tutto qui, tra i boschi del massachusetts, destava uno stupore incredulo e divertito. elastigirl non si capacitava che qualcuno potesse scegliere di vivere in case di legno, isolate e frequentate da orsi, scoiattoli e marmotte, lontane chilometri, o miglia, dal primo centro abitato e tanto, troppo somiglianti ai luoghi dell’orrore raccontati da stephen king. rimaneva senza parole al cospetto dei girotondi della pace dei pensionati radicali, il sabato mattina, di una sessualità fluida e libera in cui oggi puoi decidere di chiamarti john e domani amanda e dopodomani chissà, della carne addizionata con gli ormoni, della farina arricchita con ferro e vitamine, di un dolcificante che si chiama high fructose corn syrup e fa schifo ma è nascosto ovunque, dei bacherozzi ipertrofici, di un’accoglienza amichevole ma quasi mai veramente amicale. ogni incontro, ogni scoperta, ogni interazione destava sorpresa, incanto, interrogativi, meraviglia e inquietudine, tutti i giorni, più volte al giorno.
da allora mister i, elastigirl e gli hobbit sono tornati ogni anno e hanno messo, a loro modo, un po’ di radici in questo bislacco posto che è diventato consuetudine, familiarità, casa, per quasi due mesi ogni volta. a lungo andare tuttavia le stranezze perdono il loro smalto esotico, le follie acquistano le forme note della prevedibilità, l’ignoto assume contorni netti e colori nitidi. a lungo andare lo stupore si stempera e l’incredulità cede il passo a uno sguardo distratto. e forse è un peccato.
elastigirl se ne è resa conto ieri pomeriggio quando ha incrociato un signore enorme, in canottiera, stropicciato e sudatissimo. procedeva barcollante, piegato da un caldo torrido e da un’umidità al 357 per cento. “si può immaginare una giornata più meravigliosa di questa?”, ha domandato ansimando, con le guance rosse e tonde e gli occhi e la bocca che si illuminavano in un sorriso radioso e soddisfatto. non c’era ironia, non c’era disagio, non c’era lo sguardo liquido dell’assenza. c’era solo l’essenza candida e balorda del popolo di A. e lei ha sorriso, procedendo oltre, senza soffermarsi nemmeno un minuto sull’insensatezza comica e surreale di quelle parole.
quando ha preso coscienza di tutto questo, ha pensato che forse è arrivato il momento di andare altrove e di esplorare nuovi lidi. perché sorprendersi è parte fondamentale dello stare altrove.
subito dopo è arrivato sneddu. non aveva le scarpe ma un paio di calze giallo fosforescenti. portava con fierezza un improbabile regalo di brenda, la vicina di casa: un cappellino da baseball di velluto beige che gli stava di certo riscaldando il cranio a dismisura con danni irreversibili alle funzioni cerebrali. per il resto era nudo, fatta eccezione per dei boxer attillatissimi a fantasia hawaiiana, uno tra i mirabili acquisti di mister nei primi giorni di soggiorno, quando alitalia aveva perso la valigia chissà dove. sneddu l’ha guardata da sotto la visiera e le ha detto: “ehi, bro! how you doing?”. e a quel punto lei, in effetti, si è stupita, proprio come le succedeva otto anni fa, con le case di legno, le marmotte, john, amanda e lo high fructose corn syrup.

gente (strana) della città di A

loro, intesi come americani, sono programmati per la vittoria. non necessariamente e non solo la vittoria finale e ultima ma quella quotidiana, delle ore e dei minuti. loro sono vincitori anche nell’attimo della spesa al supermercato, nel momento casuale di un incontro inaspettato, nell’istante di un buongiorno la mattina presto.
“come stai?” chiedono tutti in modo costante e ossessivo, anche quando non c’è tempo o il motivo per dare una risposta sensata. “come va oggi?” domanda il benzinaio, che non hai mai visto prima, mentre fa il pieno alla tua macchina. “ehi! come stai?” dice una tizia al campo estivo dei tuoi figli. e poi va via, senza nemmeno darti il tempo di pensare, figuriamoci di dichiarare: “mai stata meglio, grazie”.
perchè quella è l’unica risposta possibile, insieme ad affermazioni assertive e trionfanti del tenore di: “alla grandissima” o “molto bene” o “fantasticamente okay”. l’aurea mediocritas non è un’opzione percorribile. strade interlocutorie e ambigue come: “così così” o “insomma…” o “be’” non sono contemplate perché potrebbero gettare l’interlocutore, per lo più frettoloso, nell’imbarazzo o nel dubbio.
sono invece socialmente inaccettabili, al pari di insulti e imprecazioni, le tinte fosche, gli atteggiamenti disfattisti, il sarcasmo o la cruda sincerità. è pertanto vietato replicare: “male, grazie”, “sono devastato”, “alla canna del gas”.
la vita, raccontata al passante, è sempre un pranzo di gala, una crociera, o il gradino più alto del podio.
poi, talvolta, il meccanismo si inceppa e capacitarsene è traumatico.
“oh ciao laurel, che piacere rivederti. come stai?”
“oh wow, alla grande. la mia vita è fichissima come al solito! dubito che sarei in grado di essere più felice di così! comunque sono contenta di ritrovarvi anche quest’estate qui ad A, ragazzi. voi siete la mia famiglia preferita di sempre. migliori di voi non ne ho mai conosciuto. yeah! super cool italians”
“ehm. grazie. abbiamo saputo che hai avuto una bambina! congratulazioni”
“già! fantastica la maternità! yeah! mia figlia è fichissima. quattro mesi di gioia indescrivibile. gosh. wow. grazie a dio”
“sono molto felice per te, laurel. e hai ricominciato a lavorare?”
“sì! mi tiro il latte. wow. perfetto! esperienza totale. yeah. lavoro, maternità, fico! mai stata meglio”
“bene… e tuo marito? sta bene”
“mio marito… sì cioè benissimo. ma il mio matrimonio… vacilla”
“ah, mi spiace! credo sia normale quando hai un bambino piccolo piccolo, cioè, succede a tutte le coppie di avere un momento complicato”
“no, ecco, noi siamo proprio in un momento di merda”
“no, dai laurel, poi passa”
“no, non passa. noi litighiamo tutti i giorni. ci odiamo. la nostra vita coniugale è un inferno”
“vedrai che…”
“comunque tutto alla grandissima. è stato spaziale incontrarti. ciao eh! in gamba”.
è così si rimane lì, tramortiti, al cospetto di laurel e all’errore di programmazione di cui è tragicamente vittima.

dentro e fuori A

la città di A, in massachusetts, dove l’elasti-famiglia passa l’estate da ancor prima che nascesse lo hobbit piccolo detto sneddu, è una bolla in cui tutto, magicamente, resta fuori.
stando qui si ha l’impressione che il mondo giri al ritmo degli scoiattoli che si arrampicano sugli alberi, delle marmotte che ti scrutano perplesse agli angoli delle strade e dell’incidere placido e fiducioso di questi cittadini pacifici e sorridenti, così somiglianti agli abitanti di paperopoli o topolinia.
la lontananza geografica da tutto il resto e l’insolita prossimità di tutti i membri dell’elasti-famiglia, creano solitamente un universo parallelo e protetto che consente loro di recuperare energia, di riconciliarsi con gli intoppi dell’anno e di ritrovarsi leggeri, dediti solo a se stessi, a incombenze piacevoli e al lato voluttuario dell’esistenza.
elastigirl in questi giorni, oltre ad avere sperimentato per la prima volta lo smalto blu (che oRRoRe! ha detto nonna J vedendolo via skype), cammina moltissimo, gioca a rubamazzo con sneddu, chiacchiera con il medio, sperimenta nuovi canali di comunicazione con il grande (“vuoi vedere con me una serie divertentissima? non è nuova ma l’ho appena scoperta” “mmmh come si chiama?” “boris. ogni episodio dura 20 minuti. se piace anche a te ce la vediamo tutta insieme” “va bene madre!”), si gode l’ignoto privilegio della convivenza coniugale, lavora a un progetto nuovo e un po’ corsaro con una collegamica che, pazza, ha accettato di venire per un po’ nella città di A, ha ricominciato a frequentare il recreation center universitario e i corsi di insane workout che probabilmente è il metodo usato per fiaccare i marines particolarmente indomiti, e pedala la bicicletta gialla di brenda, la vicina di casa. le giornate sembrano essere lunghissime e per questo ci stanno più cose del normale.
eppure, tra le maglie di questa meravigliosa bolla, riescono a insinuarsi paure, delusioni e inquietudini.
c’è l’insensato orrore di nizza, ci sono pensieri lavorativi foschi, ci sono dubbi sul futuro, ci sono interrogativi su quello che si vuole e si può fare, c’è un po’ di frustrazione, c’è la tentazione di restarsene sempre qui e il desiderio di correre altrove, dove succedono le cose, per toccarle, annusarle e infilarci la testa dentro.
e poi ci si continua a svegliare alle cinque del mattino, chissà se per il jet lag o per la resistenza a sentirsi altrove.

informazioni sparse e confuse

elastigirl è arrivata nella città di A ieri alle 2130, che per lei erano le 330 di notte.
ogni volta ritrovare mister i e gli hobbit dopo vari giorni di separazione (nella fattispecie 16) con un oceano in mezzo le regala una scossa di felicità assoluta, talmente grande che se le domandassero di fermare la sua vita in un momento a scelta, probabilmente opterebbe per la luminosa perfezione di quegli incontri.
nelle ultime 24 ore, confuse, allegre e avvolte nell’ovatta del jet lag, ha comprato del salmone fresco affumicato e se lo è anche mangiato e poi frutta e verdure biologiche perché in america il non biologico le fa venire i crampi allo stomaco (cosa metteranno mai nei pesticidi americani?), ha fatto un giro in bicicletta, ha accompagnato gli hobbit al campo naturalistico e la è andata a prenderli, si è concessa un caffè al bar, nel pomeriggio ha raccontato una storia delirante di scimmie, pappagalli e re a uno hobbit piccolo detto sneddu, ha filmato un esilarante medio che cantava e ballava, ha toccato con mano gli addominali (“senti? acciaio”) del grande, ha amoreggiato con mister i, ha cercato un cane di nome pupa, piccolo, peloso e con una banana in testa. gli hobbit avevano dichiarato di averlo adottato e accolto nella stanza degli ospiti. elastigirl non ne ha trovato alcuna traccia, nessuno l’ha menzionato e lei, con immenso sollievo, ha preferito soprassedere.
e poi ha fatto una cosa rivoluzionaria, mai fatta prima di oggi: si è messa lo smalto sulle unghie. dei piedi. in aeroporto aveva comprato in saldo il blu più bello dell’universo dei blu. e questo pomeriggio, sui gradini di casa, accanto a uno sneddu che la guardava severamente, in modo approssimativo è impreciso come si conviene a una neofita, si è dipinta. e adesso ha dei piedi stranissimi da cui fatica a distogliere lo sguardo e la consapevolezza di essere esattamente dove vorrebbe.

secondi, minuti, ore e pupe

“quando arrivi, mamma?”
“domani. sarò nella città di A più o meno all’ora di cena. sono troppo felice di vedervi”
“io conto i minuti, sneddu i secondi”
“e lo hobbit grande”
“lui conta le ore”
“ah, a proposito, me lo passi per piacere? mi ha chiesto di portargli delle cose ma non sono sicura”
“aspetta…”

“ciao madre!”
“ciao! mi hai scritto di portarti il flauto… ma ti serve sul serio? non ti ho mai sentito suonare il flauto in tutto l’anno e ora ne hai bisogno in america?”
“sì, madre. devo imparare una canzone. fermo lì! cuccia!”
“ehi! con chi parli? non starai mica parlando così con uno dei tuoi fratelli, vero? non ti azzardare a usare quel tono…”
“ma no, madre! tranquilla… giù! ho detto giù!”
“sta parlando con il cane!”
“sneddu! ciao! ma cosa stai dicendo???”
“eddài, sneddu! hai rovinato tutto… madre non ascoltare sneddu!”
“mi vuoi spiegare?”
“abbiamo un cane”
“cosa???”
“già. vive nella camera degli ospiti”
“mi stai prendendo in giro?”
“non aspettiamo ospiti in questa casa, vero?”
“ehm, no”
“appunto. non ci starebbero. nella camera degli ospiti c’è già il cane”
“ma chi è ‘sto cane? da dove viene???”
“boh, è di una collega di papà… sua mamma è stata male e lei è dovuta andare alle hawaii… così il papà si è offerto di tenerle il cane”
“il papà nel nostro? mister i???ma se non ha mai accettato nemmeno di tenere il bruco nella sua casetta da bruco l’estate scorsa! e poi perché questa tizia ha chiesto a noi che stiamo in un appartamento in un bed and breakfast invece di chiedere a chi ha un giardino?”
“non so,mmadre”
“secondo me mi state prendendo in giro. come si chiamerebbe questo cane?”
“non sappiamo il suo nome vero. lo abbiamo chiamato pupa”
“pupa… e che razza è?”
“pelosa e piccola, con la banana in testa”
“allora mandami una sua foto”
“…”
“non posso crederci… chi gli ha legato il ciuffo con questo fiocchetto? è orribile”
“è stato sneddu”
“no, dai. non può essere”
“vedrai domani, madre”.
elastigirl è reduce dalla maratona del caterraduno a senigallia. mister i e gli hobbit sono nella città di A in massachusetts ormai da 15 giorni e hanno recuperato la valigia persa durante il volo. ora è tutto pronto perché si ricongiungano. forse ci sarà anche l’inquietante cane pupa con una banana in testa tenuta insieme da un vezzoso fiocco. ma pupa potrebbe anche esistere solo nelle fotografie.

in poco più di 24 ore

si può prendere un treno e ritrovarsi improvvisamente a piedi nudi con davanti il mare e la sabbia tra le dita dei piedi ma ancora vestiti da città mentre la testa, il naso, i capelli e le orecchie ancora non hanno capito bene cosa sia successo.
si può avere una stanza di albergo così silenziosa che lei nemmeno lo sapeva che tutto quel silenzio potesse esistere. “guarda, questa è la mia camera!” dice, mostrando quel che ha intorno, via skype, a uno sneddu, o hobbit piccolo che dir si voglia, dall’altra parte dell’oceano. “e la cucina dov’è?” chiede lui. “ecco, veramente questa è una camera d’albergo, non una casa. se vuoi ti faccio vedere il bagno”. “sì, fammelo vedere”. “eccolo! guarda che bella doccia”. “bella, ma la cucina?”. “ti ho già spiegato che questa è una stanza di albergo non una…” “cosa? va be’ mamma, devo andare. la cucina me la farai vedere un altro giorno”.
si può mangiare il pesce tagliato come se fosse prosciutto, contemplare una bambina con gli occhiali tondi che balla su una sedia, guardare un mago che materializza colombe, essere scelta come valletta di un escapologo, in una piazza sul mare, sentire un signore che dice “erotismo quando?” con un perfetto accento brasiliano, ritrovarsi a pedalare tra centinaia di biciclette e poi fermarsi e ascoltare, tutti in silenzio, un’armonica nel porto e ritrovare la fiducia nelle luminose sorti dell’umanità, bere un caffè freddo, parlare con un giovanotto che racconta di piattaforme petrolifere con gli occhi che brillano, correre sulla spiaggia con un audiolibro nelle orecchie, scoprire una nuova amica, incontrare lo zio con l’orecchino al naso in visita lampo, accorgersi di un misterioso pezzo di arcobaleno al tramonto di un giorno di sole, avere voglia di dormire ma anche bisogno di mettere insieme tutti i pezzi di queste 24 ore e poco più.
elastigirl da questa settimana non si sveglia più alle 4,20 del mattino per andare alla radio al buio. è a senigallia con i suoi colleghi per il caterraduno, che è una specie di festa, di maratona, di follia dove il mondo gira più veloce e mostra squarci vorticosi ma pieni di incanto.

similis simili gaudet

negli ultimi mesi elastigirl, allo scopo di trovare una sostituzione all’insostituible cindy, ha intrattenuto virtuali, surreali ed estenuanti conversari con giovanotti anglofoni – britannici, americani, canadesi, australiani e neozelandesi – aspiranti ragazzi alla pari.
lei, contro il parere dei quattro quinti della famiglia, aveva decretato che dovevano essere maschi, nella convinzione che gli hobbit avrebbero trovato interlocutori più vicini a loro e nell’illusione che la mancanza di cindy, in presenza di creature diverse e non paragonabili a lei, sarebbe stata meno dolorosa.
grazie a un sito apposito, non dissimile, se non nello scopo, ai luoghi deputati all’incontro di cuori solitari, si è imbattuta in esemplari variegati e curiosi di post adolescenti: esperti di pesca dell’alabama, evangelici del minnesota, latitanti canadesi, educatori del connecticut. tuttavia c’era sempre, anche nei più promettenti tra loro, un lato oscuro, più o meno afferrabile ma sempre dirimente.
elastigirl era piuttosto demoralizzata da colloqui sempre identici a se stessi, ma tutti prima o dopo destinati al fallimento.
così, in preda a scoramento, ha attivato qualche conoscenza nella città di A, in massachusetts, dove ormai per l’ottavo anno l’elasti-famiglia trascorre l’estate.
qualche giorno fa si è fatta avanti karen. “salve – ha scritto – sono amica di un’amica di una degli insegnanti degli hobbit al campo estivo naturalista, l’anno scorso. adorerei venire in italia. ho studiato arte all’università. mi sono specializzata nel rinascimento. il vostro rinascimento”. e mentre lo diceva le si illuminavano gli occhi, per quanto, via skype, si possano notare le luci nello sguardo.
“potrei iniziare a incontrarla”, ha proposto mister i che è arrivato ad A sabato, con i tre hobbit ma senza una valigia, persa lungo la strada (e, a questo punto, forse inghiottita dall’oceano).
“perché non aspetti che arrivi anche io e la vediamo insieme?” ha replicato elastigirl.
“perché non bisogna perdere tempo in queste cose”
“come vuoi”.
ieri mister i e gli hobbit hanno incontrato karen, in un posto che fa i pancake più buoni del new england.
“uffa, volevo venirci anche io a mangiare i pancake con karen! perché non mi avete aspettato?”
“elasti, non fare la noiosa: ci torneremo”
“be’? com’è?”
“mi sembra che possa andare”
“è simpatica?”
“sì”
“è stata carina con gli hobbit?”
“sì”
“ti sembra motivata?”
“sì”
“vedi perché non voglio mandare te da solo a fare i colloqui?”
“perché?”
“perché sei maschio e reticente”
“a un certo punto, mentre parlavamo, mi sono ricordata di eliza che aveva chiesto, prima di venire, se conoscevamo dei gruppi di meditazione”
“ah, già. e quindi? le hai domandato se medita anche lei?”
“no. le ho chiesto se aveva, a parte l’arte rinascimentale, qualche interesse particolare che avrebbe voluto coltivare anche in italia”
“e lei?”
“ha detto che appartiene alla international socialist youth”
“?”
“ai giovani dell’internazionale socialista”
“ah. guarda un po’. e tu?”
“le ho detto che era nella famiglia giusta. ‘io sono marxista’, le ho spiegato”
“come dite a bari? se non s’assomigghiano non si pigghiano?”
“lei ha risposto: anche io sono marxista”
“non posso crederci”
“direi che karen ha vinto. su tutto il mondo”.

oggetti sparsi

briciole sul tavolo della cucina. qualche personaggio di guerre stellari sul pavimento della camera da letto. libri di scuola. un diario di quarta elementare su una sedia. un pezzo di legno nella borsa. le chiavi di casa, tenute insieme da un moschettone, su uno scaffale della libreria. un armadio semivuoto. la foto di classe. un plaid sullo schienale del divano (ma quale follia ha richiesto una coperta con questo caldo?).
poco prima che partissero, elastigirl, con un’efficienza nevrotica, aveva fatto sparire le tracce: le tazze e i cereali della colazione, un paio di calze dimenticato ai piedi del letto, un mazzo di carte usato per un’ultima partita di scopa, recente mania dello hobbit di mezzo, la mattina presto, bicchieri vuoti. era certa che trovandole al suo rientro a casa, da sola, dopo aver lasciato la famiglia in aeroporto, si sarebbe fermata a guardarle e la nostalgia sarebbe stata ingestibile.
sapeva che la sua era una missione impossibile. per questo, dopo aver fatto ciao con la mano e detto buon viaggio ai quattro quinti maschi della famiglia, aveva deciso che non era pronta per tornare lì, in quell’appartamento vuoto, pieno di tracce non cancellate.
così, lacrimosa, ha chiamato la sua amica A e si è presentata a casa sua per un caffè che poi è diventato pranzo. e sempre per questo ha accettato l’invito dell’amica G, per un altro caffè. e quando non ha potuto fare altro che rientare a casa sua, ha trovato le briciole, i personaggi di guerre stellari e tutto il resto.
la sera è uscita a cena con il suo amico T, altrimenti detto avvocato preferito, che l’ha portata in un posto pazzesco e raffinato, con dei giovanotti alti, allampanati, eleganti e così hipster da sembrare una macchietta, che spiegavano il menu dello chef come gli adepti di una setta recitano il mantra del loro guru.
gli amici sono un’invenzione meravigliosa.
mister i e gli hobbit, dopo un viaggio durato circa 15 ore sono arrivati nella città di A in massachusetts. lo hobbit non ha vomitato neppure una volta. tutto bene quindi, a parte una valigia smarrita. la più grande. quella conteneva l’intero guardaroba hobbit per i prossimi due mesi e oltre. mister i impreca via skype e non solo.