due cose che non capisco delle femmine

“ci sono due cose che non capisco delle femmine”
“quali sono, hobbit di mezzo?”
“la prima sono i criteri di bellezza delle femmine”
“in che senso?”
“nel senso che non capisco quando e perché una femmina decide che un maschio è bello o non è bello”
“effettivamente non è sempre facile capirlo. dipende da molti fattori che non c’entrano tutti con l’aspetto esteriore: simpatia, intelligenza, gentilezza, senso dell’umorismo… e la seconda cosa che non capisci?”
“i vestiti delle femmine”
“cosa vuol dire?”
“quali sono i vestiti delle femmine per tutti i giorni? le femmine della mia classe si mettono la maglietta e i pantaloni o la maglietta e la gonna oppure la maglietta, la gonna e delle specie di calze sotto… ma quali sono i vestiti normali? quelli giusti da mettere sempre?”
“tutti quelli che hai detto”
“uff. quante complicazioni inutili”.

mia 2, missing in action 2

nella sua, talvolta frustrante, ricerca online di un ragazzo maschio alla pari per il prossimo autunno, elastigirl, dopo alcuni inquietanti fenomeni antropologici, si è imbattuta in un promettente giovinotto canadese che sembrava normale, se non addirittura simpatico e amabile.
in un colloquio via skype le aveva raccontato di due fratelli molto più piccoli di lui, di una laurea in inglese, di un incendio che aveva bruciato la casa di una zia.
era poi passato di livello ed era stato ammesso al privilegio raro di un colloquio con mister i che aveva espresso dei dubbi sul suo reale interesse nell’interazione con gli hobbit perché il candidato, vedendo passare lo hobbit di mezzo sullo schermo di skype, non si era sdilinquito né sbracciato in saluti ma era rimasto indifferente, insensibile al carisma hobbit.
così al povero giovane canadese era toccato un colloquio con i tre hobbit, cui era sopravvissuto con onore.
“per noi sei tu!”, gli aveva comunicato elastigirl.
“benissimo. sono molto contento”, aveva risposto lui.
certo, quando elastigirl gli aveva riferito, al termine della surreale conversazione con i tre, che il medio aveva commentato “è molto fico”, lui non aveva detto, come astuzia, diplomazia e piaggeria vorrebbero, “anche gli hobbit sono fantastici. raramente ne ho incontrati di simili”, ma aveva replicato, asciutto, “anche a me piace pensare, di me stesso, che sono molto fico”. forse questo avrebbe dovuto insospettirla e invece no, l’aveva solo fatta ridere.
insomma, elastigirl pensava di poter chiudere il suo profilo sul tinder dei ragazzi alla pari e non pensarci più, in attesa dell’arrivo di mister fico.
e invece lui è scomparso. nel nulla. non risponde ai messaggi, non reagisce su skype. niente di niente. lei, che pur lasciandosi abbindolare, talvolta è furbissima, ha controllato il suo profilo facebook, nel dubbio che il giovane canadese si trovasse incidentalmente in un buco nero privo di connessione. e invece lui continua a postare incessantemente i fatti suoi, alcuni dei quali piuttosto divertenti.
va be’.
la ricerca ricomincia.

mia, missing in action

questa settimana per l’elasti-famiglia come per tutte le famiglie con figli in età scolare, è un ottovolante di recite, lezioni aperte, performance musicali e canore, pizzate e celebrazioni serrate, continue e potenzialmente devastanti.
domenica pomeriggio:
“elasti, mi puoi accompagnare in stazione a prendere il pullman per l’aeroporto?”
“certo. ma quando torni?”
“torno mercoledì sera tardi”
“allora ti perdi la lezione aperta di musica di sneddu domani, la recita pomeridiana del medio e il saggio di teatro del grande mercoledì?”
“eh? cosa?”
“lo sapevi, mister i. te lo avevo detto”
“non ricordo”
“…”
“come facciamo adesso?”
“facciamo semplicemente che non verrai. poi si arrangeranno loro con le voragini che la tua assenza alle recite di fine anno avrà scavato nelle loro anime. saranno abbastanza grandi per pagarsi da soli lo psicanalista, sperabilmente”
“non è possibile”
“eddai scherzo. sarai a londra a lavorare, mica a santo domingo a ballare salsa con la tua amante minorenne. o sbaglio?”
“no, non sbagli. devo correggere esami”
“bene”
“ho la frullosi”
“capita”.

domenica sera
ore 22
“sei arrivato?
“ho una montagna di esami da correggere. non mi disturbare”
lunedì.
ore 930
“pronto, ciao mister i, sono elasti”
“non posso, non posso! sto correggendo esami”
click
ore 1500
“ehm, mister i, ho bisogno di…”
“non ora. sto correggendo”
click
ore 1730
“mister i, scusa, avrei bisogno di un minuto perché…”
“esami, esami, esami. forse riesco a finire per mercoledì mattina. ma non devi interrompermi”
click
ore 21
“buonanotte, mister i”
“non ora. sto correggendo compiti”.
stamattina non rispondeva alle mail, questo pomeriggio, al telefono, ha grugnito “devo sbrigarmi. non ho tempo” e ha riattaccato, questa sera ha mandato un messaggio che diceva: “esami”, elastigirl gli ha risposto “mi drogo e ho venduto gli organi dei nostri figli al mercato nero”, lui ha replicato: “non ora”.
l’impressione è che, anche se riuscirà a correggere tutti quei compiti e a presenziare, domani pomeriggio, alla recita del medio e allo spettacolo del grande e a risparmiare, almeno a loro, le presunte voragini nelle loro anime quando saranno grandi, non sarà mai più lo stesso uomo.

la meravigliosa triade

sabato scorso elastigirl ha celebrato in solitudine il consueto rito dello spesone settimanale all’ipermercato.
come al solito, ha parcheggiato la macchina sottoterra, ha preso l’enorme carrello infilando una monetina cauzionale – sempre la stessa da anni – nell’apposita fessura ed è salita in superficie. entrata nella bolgia del centro commerciale, ha estratto la pistola salvatempo, l’ha riposta nella fondina all’uopo e ha imboccato il percorso standard tra gli scaffali, abitualmente compiuto con il pilota automatico, a occhi chiusi e con il cervello disattivato.
tuttavia, intorno a lei, era cambiato tutto. “stiamo lavorando per te”, dicevano mendaci cartelli al solo scopo di blandire lo sprovveduto cliente. così, alla ricerca dei detersivi, lei si è imbattuta in un angolo sconosciuto, forse nuovo, o magari semplicemente trascurato fino a ora, cascando nell’astuta tecnica delle diaboliche menti deputate a disporre scaffali e merci in uno spazio freddo e tendenzialmente ostile e alienante.
e zac! lo sguardo è caduto su un tavolino quadrato di legno, accessoriato di due sedie, una meravigliosa triade, apparentemente messa lì, apposta, creata su misura per l’elasti-balcone. addirittura in offerta. un delitto lasciarla lì.
così, elastigirl ha chiesto all’addetto al reparto “giardino”, il quale è tornato poco dopo con una confezione di cartone di dimensioni e peso abnormi rispetto al contenuto.
“non ci sta nel carrello”, ha commentato l’addetto.
“già”
“come fa a fare la spesa, adesso? vuole lasciarmela qui?”
“giammai. ormai la triade ed io siamo una cosa sola, indivisibile. la pago, la porto alla macchina e poi torno a fare la spesa”
“è sicura?”
“raramente lo sono stata di più”
“come vuole…”.
così, elastigirl ha messo il mastodontico scatolone in precario equilibrio sul carrello, lo ha trasportato giù, lo ha infilato in macchina, usando un’insospettabile forza bruta e l’aiuto degli dei dei tavolini di legno da esterno. poi è tornata nella bolgia infernale e ha fatto la spesa.
tempo totale impiegato per la duplice missione, al lordo della duplice coda alle casse: inaudito e scandaloso.
eppure, quando è rientrata a casa, era al settimo cielo e si aspettava analogo entusiasmo da parte dei maschi.
“ho preso una cosa meravigliosa!”
“davvero???”
“è qui dentro??? cosa sarà mai? è un regalo?”
“un punching ball da appendere al soffitto??? erano anni che lo desideravo! grazie, mamma!”
“elasti, perché? perché non ti si può mandare in giro da sola?”
“vedrete! vi piacerà moltissimo! è un regalo per tutti noi. da mettere sul balcone!”
“ah”
“ok. io vado di là a fare le mie flessioni. voglio arrivare a 100.000”
“posso rompere io la scatola?”
“certo, hobbit di mezzo! prendiamo le forbici ma stai attento”
“va be’. io devo finire di scrivere una cosa di lavoro…”
“eddai… come siete antipatici. è una cosa bellissima!”.
come immaginava elastigirl, la triade sembra fatta per il suo balcone.
“guardate come sta bene! è come un distributore di felicità in mezzo al glicine”
“bah”
“127, 128, 129, 130… guardate che muscoli incredibili…”
“mister i, ci prendiamo un caffè sul nostro nuovo tavolino?”
“se proprio dobbiamo…”
“sei proprio un tristone. hobbit di mezzo, ti piace?”
“solo se adesso lo usiamo per fare un torneo di scopa che durerà tutto il pomeriggio”
“ok. sneddu, tu che dici?”
“è pieno di formiche”.
per fortuna che almeno cindy, la ragazza alla pari, quando lo ha visto, rientrando a casa domenica sera, ha esclamato: “ma è perfetto!”, restituendo a elastigirl un po’ di quell’entusiasmo sprecato con quei maschi sordi.

surreali conversazioni

“allora? ci hai parlato via skype, mister i?”
“sì. ci siamo appena salutati”
“e come ti è sembrato?”
“non disfunzionale”
“quindi ti piace?”
“ho detto solo ‘non disfunzionale'”
“mi sembra una cosa positiva, no? non si potrebbe dire, ad esempio, lo stesso di te…”
“spiritosa”
“eddai, dammi un giudizio articolato del canadese!”
“non mi sembra male. però quando gli ho chiesto che hobby aveva non ha saputo rispondere”
“mmmh, lo avrai intimidito”
“però gli piace il fantasy e la fantascienza. e questa è una buona notizia”
“be’, io avrei preferito che gli piacessero le commedie romantiche e i romanzi autobiografici…”
“ti ricordo che deve badare agli hobbit. non a te”
“ah. già. gli hai chiesto quanto è alto?”
“ti sembra una domanda sensata?”
“sì! sensatissima. ti ricordo che il letto nella sua stanza è più corto del normale. se è 1,90 dobbiamo scegliere un altro au pair. o cambiare letto”
“comunque non è male. l’unica cosa che non mi ha convinto…”
“cosa?”
“a un certo punto si è avvicinato lo hobbit di mezzo ed è entrato nello schermo di skype”
“e?”
“e lui non ha fatto niente. non ha proferito parola. non ha cercato nessun contatto con il medio”
“uhm… magari era a disagio”
“se la stessa cosa fosse successa a valentina diolabenedica, lei non avrebbe più guardato in faccia me e si sarebbe dedicata esclusivamente al piccolo”
“che c’entra??? valentina diolabenedica è stata la nostra prima baby sitter, il primo amore, la colonna portante della nostra vita. era fantastica. non a caso insegnava all’asilo… mica puoi paragonarla a un energumeno canadese che nel tempo libero spegne gli incendi ed esplora i crateri dei vulcani attivi…”
“magari invece non è capace di parlare con i bambini”
“uhm. è una possibilità, effettivamente. però mi aveva detto di avere due fratelli molto più piccoli…”
“magari riesce a interagire solo con loro. ma con gli altri bambini è bloccatissimo”
“ok. aspetta. gli scrivo e gli chiedo se può fare una chicchierata su skype solo con gli hobbit”
“…”
“come ti sembra come idea?”
“si può provare. ma dobbiamo esserci anche noi”
“no. se no non è spontaneo. non dobbiamo mediare”
“già. però come facciamo a capire come se la cava?”
“uff. ti devo insegnare tutto! ci mettiamo dietro la porta e origliamo, no?”
“diavolo di ua donna”.

così, questa sera, il candidato au pair canadese e gli hobbit (“ma devo esserci anche io, madre?” “certo che sì, hobbit grande” “ma cosa me ne frega? che sbatti” “cambia tono. comunque non è che devi partecipare alla conversazione perché dovrà farti da baby sitter. però mi interessa la tua opinione. rispetto ai tuoi fratelli, hai criteri di giudizio diversi, più da grande” “uffa”) si sono incontrati via skype. ed elastigirl, mister i e cindy, accucciati dietro la loro porta, hanno origliato.

“ciao”
“ciao”
“come vi chiamate?”
“lui, hobbit grande, io, medio, lui, sneddu”
“ah”
“già”
“quanti anni avete?”
“lui tredici, io dieci, lui sei”
“e fate qualche sport?”
“nuoto e teatro”
“io nuoto e basta”
“e tu, giovane canadese, fai qualche sport?”
“adesso meno, hobbit grande. a volte gioco a basket”
“anche io facevo basket. ma poi ho smesso perché mi sono detto: ‘chi se ne importa’?” Prosegui la lettura

luci

nell’ultimo periodo, per motivi vari, lavorativi e familiari, l’elasti-vita ha accelerato il suo ritmo ed elastigirl, più che mai, ha l’impressione di perdersi per strada pezzi fondamentali.
tuttavia, nel caos di otiti, bronchiti, antibiotici, ospedali, viaggi torinesi e fiorentini, riunioni, progetti ed esperimenti, lo sguardo non ha mai perso di vista un obiettivo: la ricerca di un giovane, maschio, anglofono e alla pari per l’autunno prossimo venturo.
elastigirl ha frequentato assiduamente il sito di incontri tra candidati e famiglie, ha intrecciato improbabili corrispondenze con ventenni oltreoceano e oltremanica, ha intrattenuto surreali conversazioni via skype con esperti di pesca dell’alabama, con sedicenti poliglotti del kentucky, con aspiranti film maker australiani e con confusi disoccupati texani alla ricerca di calore familiare e di uno scopo della vita. è stato interessante, talvolta estenuante, spesso deprimente.
fino a quando è comparso lui, il canadese, la luce nelle tenebre della gioventù alla pari.
il canadese sembra normale. è laureato in inglese. forse da grande vuole fare il militare, come il suo papà. o forse insegnare. ancora non ha deciso. ride quando deve ridere, risponde quando deve rispondere, domanda quando deve domandare e, alla fine di una piacevole chiacchierata, ha dichiarato: “sarei tentato di dire che sì, vorrei venire a casa vostra”. “ma?”, gli ha chiesto elastigirl, trepidante e, per la prima volta, entusiasta da un’interazione fluida e facile. “ma devo prima parlarne con i miei genitori”.
e a lei è sembrato bellissimo che questo canadese grande, grosso e gioviale volesse domandare il parere del suo papà e della sua mamma.
“ma certo! ti aspetto”, ha risposto lei.
e adesso è qui che aspetta.

cose che si dimenticano

il fatto è che ci sono cose che si dimenticano.
ci si dimentica, lasciata alle spalle la primissima infanzia dei propri figli, delle notti in bianco, passate a consolare un bambino che piange.
ci si dimentica del silenzio squarciato dai colpi di tosse di una bronchite che non passa mai. ci si dimentica del naso che cola. ci si dimentica del mal di orecchie che è un dolore sordo e insopportabile che fa piangere tutte le lacrime del mondo.
ci si dimentica che i timpani dei bambini si perforano ogni tanto, che fuoriesce un liquido immondo e che per un attimo un dubbio atroce sorge spontaneo: non gli starà mica uscendo il cervello dalle orecchie?
ci si dimentica delle ore che si rimpiccioliscono e di dormire non se ne parla, del buio che si riempie di mostri e del sollievo, quando fa giorno.
ci si dimentica della pediatra che improvvisamente diventa dio e per una sua visita qui, ora, subito non c’è prezzo troppo alto.
ci si dimentica.
poi però ci pensano loro a ricordarti com’era, ogni tanto, la vita, un tempo non troppo remoto.
lo hobbit piccolo, detto sneddu, ha pensato di rinfrescare l’elasti-memoria venerdì e sabato, badando bene di scatenare l’armageddon quando mister i era a londra.
oggi elastigirl è stata via tutto il giorno per impegni precedenti, impossibili da rinviate. imbottito di antibiotici e antidolorifici, sneddu è stato consegnato alle amorevoli cure del padre prodigo, rientrato stamane.
“come ti senti?”, gli ha chiesto lei, da un treno, in viaggio tra torino e firenze, all’ora di pranzo.
“un po’ sbirulo”, è stata la laconica risposta.

non chiamarmi madam

dopo avere passato settimane a guardare nell’ombra giovanotti più e meno aitanti, tutti rigorosamente anglofoni e candidati per la posizione di ragazzo alla pari, in un sito di incontri, (seppur non “quegli” incontri), elastigirl ha deciso di passare all’azione.
l’adorabile cindy, purtroppo, a breve prenderà il volo e settembre, pensandoci bene, non è poi così lontano.
poiché il buongiorno si vede dal mattino, il primo colloquio via skype è stato con adam, ventenne statunitense.
“buongiorno, adam. piacere”
“‘giorno ma’am”
“se vuoi, posso cominciare io, raccontandomi chi siamo, com’è la nostra routine, che cosa ci aspettiamo da te e che cosa ti offriamo”
“sì, ma’am. certo, ma’am”
“ecco, bene, però non serve che mi chiami ‘madam’, chiamarmi pure elasti”
“benissimo, ma’am”
chi frequenta questo luogo, conosce piuttosto da vicino l’elasti-famiglia e non occorre pertanto riportare qui le elasti-parole per descriverla.

“ora parlami un po’ di te, adam”
“subito, ma’am”
“…”
“…”
“…”
“non so bene cosa dire, ma’am”
“ehm, ecco, adam, da dove vieni esattamente negli stati uniti?”
“dagli stati uniti, ma’am”
“ok, adam, rilassati pure. non è un colloquio per entrare nei marines. chiamami elasti, per cortesia. da quale stato dei 50 stati uniti, vieni?”
“dall’alabama, ma’am”
“ah… dal sud.. e… sei mai stato all’estero?”
“solo negli stati confinanti, ma’am. e in arkansas”
“e cosa ti spinge a provare un’esperienza in un altro continente?”
“non saprei, ma’am. però, pensandoci bene. sono stato in guatemala. con mia madre. una volta”
“ah! bene. raccontami!”
“in verità non ho visto niente, ma’am. stavamo sempre chiusi dentro un compund, con dei bambini orfani”
“e cosa facevate tutto il giorno, con questi bambini orfani?”
“leggevamo la bibbia, ma’am”
“… e cosa fai adesso in alabama?”
“lavoro in un negozio di articoli sportivi”
“interessante… di cosa ti occupi esattamente?”
“di canne da pesca, ma’am”
“ottimo. e, nel tempo libero, cosa fai?”
“pesco, ma’am, naturalmente”
“naturalmente”
a questo punto del colloquio, o forse anche prima, elastigirl ha capito che la ricerca sarà lunga e faticosa. e le è venuto un po’ da piangere, pensando all’adorabile cindy.

non mi ha chiesto niente

la scorsa settimana elastigirl ha accompagnato lo hobbit piccolo, detto sneddu, a fare una visita cardiologica, per un piccolo problema congenito che, per fortuna, si sta ulteriormente rimpicciolendo. il medico che lo seguiva dalla nascita si è trsferito altrove e, su consiglio della pediatra, la dottoressa tic tic, si sono rivolti a un cardiologo nuovo, giovane e carino, che esercita in un grande ospedale, ignoto a sneddu che ha pensato, dall’odore, che si trattasse di un aeroporto e che i suoi, seppur piccoli, spiazzi erbosi fossero molto adatti per un picnic.
durante la visita, elastigirl ha quasi sempre taciuto perché, per esperienza, ritiene che le ingerenze esterne, seppur materne, se non necessarie, nuocciano al rapporto medico-paziente.
ha taciuto e ha osservato l’interazione tra i due con una certa curiosità che, a tratti, virava in puro divertimento.
“ora facciamo un esame che si chiama elettrocardiogramma”
“…”
“non fa male”
“…”
“metto qui questi cerottini…”
“…”
“e poi ci attacco queste piccole pinze che sembrano piccoli coccodrilli”
“…”
“…”

“bene, ora, sneddu, se non ti dispiace, ci spostiamo, insieme alla tua mamma, nella stanza accanto”
“…”
“no, non serve che ti rimetta la maglietta. la rimetti dopo. puoi uscire così. andiamo proprio qui vicino”
“…”
“sdraiati pure qui. la tua mamma può sedersi qui, vicino a te”
“…”
“ora ti metto del gel sul petto”
“…”
“e poi ti passo questa specie di rullo… vedi? sullo schermo si vede il tuo cuore…”
“…”
“vuoi sentire che rumore fa il tuo cuore?”
“sì”
“ecco. senti”
“che rumore! fa così sempre? anche di notte?”
“sì. certo. ma è chiuso dentro il petto e non lo sentiamo”
“meno male”
“…”
“si può vivere senza il cuore?”
“no. però a volte, in certe operazioni, lo fermano per un pochino e usano una macchina al suo posto”
“perché lì è rosso e là è blu?”
“perché uno è il sangue che entra nel cuore e l’altro quello che esce”
“il cuore è a forma di cuore?”
“non proprio”
“perché lo disegnano sbagliato, allora?”
“perché è più semplice”
“in verità che forma ha il cuore?”
“dopo, se vuoi, te lo disegno”
“sì. grazie”

“puoi rivestirti. va molto bene, sneddu. ti voglio vedere tra cinque anni. quando avrai undici anni”
“ma io non lo so come sarò a undici anni”
“non importa. lo scoprirò quando ci incontreremo di nuovo”
“…”
“ora scrivo tutto quello che ho visto”
“al computer?”
“sì”
“come mai c’è questa penna con la catenina?”
“per evitare che qualcuno la porti via”
“ah. posso usarla?”
“sì. se vuoi puoi disegnarmi un trattore, mentre io scrivo”
“non sono molto bravo a disegnare. non so fare i trattori”
“allora puoi disegnare una macchina”
“la macchina la so fare. comincio dalle ruote”

“ecco fatto. tu hai disegnato i sedili?”
“no. veramente ho disegnato il fuori della macchina. non il dentro”
“ah. giusto. bene. abbiamo finito”
“…”
“è tutto a posto, sneddu. ci vediamo quando avrai undici anni. puoi andare ora”
“ma non mi hai chiesto niente”
“ehm… in che… senso?”
“quando vado dalla dottoressa tic tic mi fa delle domande… su di me”
“del tipo?”
“mi chiede come sto, come si chiamano i miei amici, cosa mangio, se mi lavo i denti, se litigo con i miei fratelli, se faccio la cacca e la pipì, se mi piace andare a scuola, se dormo nel mio letto, se sono gentile con il papà e la mamma… tu… niente. non hai voluto sapere niente. di me”
“…”
il dottore giovane e carino sembrava in difficoltà.
“be’, sneddu, questo è un dottore del cuore. a lui interessa il tuo cuore. la dottoressa tic tic invece ti guarda dalla testa ai piedi e di te vuole sapere tutto. sono dottori diversi…”
“ehm, io forse ho studiato di meno della dottoressa tic tic”
“ah. va bene. allora ciao”.
sneddu ha dato la mano al dottore e ha lasciato il reparto di pediatria dell’ospedale. Uscendo dall’edificio, si è ripromesso, la prossima volta, di portare plaid, uova sode, panini e tutto l’occorrente per un picnic sul prato. Poi si è ricordato che il dottore, oltre a non avergli chiesto nulla di lui, si era dimenticato di disegnargli la vera forma del cuore.
quello che si dice un paziente esigente.

auguri, mamma

“sai, mamma una cosa che desideravo moltissimo fino a qualche tempo fa?”
“no, hobbit grande. cosa desideravi tantissimo?”
“che voi moriste di morte violenta, tipo ammazzati”
“ah. bene”
“ammazzati atrocemente da un boss mafioso”
“per esempio sciolti nell’acido?”
“eh, esatto. una cosa così”
“e poi? quando rimanevi senza di noi?”
“dedicavo la mia vita a vendicarvi. e diventavo un eroe della lotta alla mafia”
“mmmh. interessante. magari ci sono modi meno truci e traumatici per fare del bene, no?”
“non saprei. il mio desiderio, esattamente, era così: tu venivi uccisa dalla mafia”
“okay…”
“papà si suicidava per la disperazione”
“bene…”
“e io facevo giustizia e diventavo un eroe”
“e i tuoi fratelli?”
“orfani”
“ovvio. be’, ti ringrazio per avermi aperto il tuo cuore in questo modo proprio il giorno della festa della mamma”
“prego, mamma”
“senti, ma, per curiosità… quanto tempo fa desideravi tutto questo?”
“un po’”
“tipo tre-quattro anni fa?
“no, tipo ieri”.