sguardi hobbit

l’altro giorno claudio rossi marcelli, nella sua imperdibile rubrica ‘dear daddy’ su internazionale, raccontava di un test, o di un gioco, fatto con i suoi figli per capire cosa pensassero di lui.
elastigirl non ha resistito alla narcisistica tentazione di tentare lo stesso esperimento sugli hobbit piccolo e medio (il grande era altrove e, comunque, si presta con molto meno entusiasmo a questo genere di attività).
“ehi, hobbit piccolo, detto sneddu? hobbit medio? dove siete? posso farvi delle domande?”
“di scuola?”
“no”
“okkei…”
“pronti?”
“inizio io”
“va bene, sneddu. si parte: cosa ti dico sempre?”
“spingi!”
“in che senso?”
“nel senso della cacca”
“be’, ma te lo dico solo adesso che fai lo sciopero… prima, invece…”
“adesso mi dici sempre ‘spingi'”
“ok. bene. invece a te, medio, cosa dico sempre?”
“non saprei…”
“seconda domanda: cosa mi fa felice? sneddu?”
“quando spingo”
“ehm… e per te, hobbit di mezzo?”
“ti fa felice quando noi siamo con te”
“vero! cosa mi rende triste?”
“quando litigo con i miei fratelli”
“fiuhhh. temevo che mi dicessi ‘quando non spingo’. e secondo te, medio?”
“quando siamo malati”
“come ti faccio ridere? sneddu?”
“quando mi racconti del tuo lavoro”
“a me basta che fai la normale”
“grazie tante! com’ero da piccola?”
“carina”
“come me”
“quanti anni ho?”
“31”
“45 e 9 mesi e mezzo”
“cosa mi piace fare?”
“lavorare”
“stare con noi”
“cosa faccio mentre siete a scuola?”
“lavori”
“lavori o dormi”
“cosa so fare bene?”
“stare con noi”
“cucinare, lavorare, rispondere a whastapp”
“cosa non so fare?”
“volare”
“avere tempo”
“cosa ti piace fare con me?”
“le coccole”
“giocare e parlare”
“che lavoro faccio?”
“la rai due”
“in radio”
“grazie mille. siete stati fantastici”
“è già finito?”
“sì, hobbit di mezzo”
“me lo rifai? però adesso parliamo di papà, non ti te”
“come vuoi. sneddu, vuoi farlo anche tu?”
“no, ho da fare”
“ok, hobbit di mezzo. sei solo tu. pronto?”
“cosa ti dice sempre papà?”
“niente”
“cosa lo fa felice?”
“giocare a simcity con me”
“ma aveva detto che non avrebbe più giocato ai video giochi!”
“aveva promesso di smettere di giocare a clash of clans, non a tutti i videogiochi”
“ah. capisco. cosa lo rende triste?”
“quando abbiamo pochi soldi a sim”
“come ti fa ridere?”
“quando è serio”
“com’era da piccolo?”
“come me”
“non ero io come te, da piccola?”
“tu eri come me nella faccia e nel corpo. lui nella testa”
“quanti anni ha?”
“43 e 4 mesi”
“cosa gli piace fare?”
“giocare a sim”
“cosa fa mentre siete a scuola?”
“lavora e gioca a sim”
“cosa sa fare bene?”
“giocare a sim”
“cosa non sa fare?”
“usare i soldi a sim”
“che lavoro fa?”
“professore”
“…”
“tutto bene, mamma? sei preoccupata?”
“sì. dal vostro profilo ossessivo, tuo e del papà”
“è perché non giochi a sim…”.

vento, acqua, fuoco

la maestra si aggira tra loro, leggiadra e autorevole. porta degli ipnotici leggings fiorati, così ipnotici è così fiorati che, a guardarli troppo ci si incanta e ci si confonde. poi, improvvisamente, viene in mente il paniere istat che, da quest’anno, include anche i leggings, oltre che i tatuaggi, le lampade a led e altro che non ricorda, e la poesia fiorata va in frantumi.
“camminate a velocità 5”, ordina. qualcuno, giustamente, si domanda quanto veloce sia la velocità 5, e che scala sia quella: da zero a 5? a 50? a 5000?
ma loro sembrano saperlo o semplicemente ubbidiscono seguendo un istinto magico che non produce domande e non ha bisogno di risposte.
camminano, corrono, si trasformano in statue e dicono come si chiamano e si salutano e sono su una zattera e devono occupare ogni spazio. e intanto una bambina con i capelli rossi, con uno scamiciato arancione, che fa venir voglia di chiederle: “ehi tu, bambina con i capelli rossi, dove l’hai comprato questo scamiciato bellissimo ché lo vorrei anche io, identico al tuo”, mangia biscotti ipercalorici da sciogliere nel latte. quando finisce, si infila un ciuccio rosa in bocca e scatta qualche fotografia a un tizio senza scarpe, che viaggia a velocità 5, e che, probabilmente, è suo fratello, malgrado non sia fornito di capelli rossi. forse la bambina nemmeno lo sa, dove si compra il suo scamiciato. magari glielo ha regalato una prozia, dotata di gran buon gusto.
poi la maestra e i suoi leggings fiorati, spengono la luce. e si fa quasi buio.
loro si sdraiano per terra.
la musica è lenta.
“siete vento o brezza lieve” sussurra la maestra, nella penombra.
sveglia! sveglia! sveglia. bisogna concentrarsi su dettagli rilevanti o eccitanti. brezza si pronuncia brézza con la zeta di zanzara. chi lo avrebbe mai detto?
gli occhi devono rimanere aperti.
lui, sdraiato per terra, spiaggiato, per nulla somigliante al vento e nemmeno alla brezza leggera, le fa cenni strani con le mani. lei ci mette un minuto, o forse un giorno, a capire.
ah, già, certo! vuole che lo fotografi! ogni madre che si rispetti lo fa. non sa bene cosa uscirà da lui, immobile, su un pavimento nero, che fa il vento, o l’assenza del vento, al buio. ma lei lo fotografa eccome. anzi lo filma proprio ché tanto non si nota nemmeno la differenza tra il video e la foto, visto che lui sta fermo e non c’è luce. click.
“ora siete acqua!
lui da vento si fa acqua. la differenza? nessuna.
la bambina con i capelli rossi rumina da venti minuti lo stesso biscotto. non è che allappano la bocca questi cosi ipercalorici?
“ora siete fuoco!”.
il fuoco, che prima era acqua e prima ancora vento, fa ancora quel gesto. un rettangolo con le mani. click. lei obbedisce fa fotografie tutte identiche e tutte buie.
e poi li guarda. tanti fuochi, sdraiati per terra.
e la tentazione di unirsi a loro, sul pavimento, al buio, a dormire anche solo cinque minuti, facendo il vento, il fuoco o quel che serve, diventa insopprimibile.

quando sei in tremendo deficit di sonno, anche una lezione aperta di teatro di uno hobbit di mezzo, può trasformarsi in un viaggio, o in un’esperienza psico-sensoriale estrema, o in un’occasione per dormire un po’.

la follia no

lo hobbit piccolo è atterrato dall’influenza. così atterrato che nonna j, non propriamente campionessa di flemmatica e rilassata noncuranza, stamane, dopo aver passato un paio d’ore con lui, ha decretato che “il bambino sta troppo male perché tutto questo sia normale”.
la dottoressa tic tic ha invece dichiarato che: “questa influenza dura una settimana. per ora i sintomi di sneddu, visto che la febbre sta scendendo, sembrano sotto controllo. dovete pazientare”
“pazienteremo, cara tic tic, anche se, va detto, sneddu è proprio a terra. così a terra da essere quasi irriconoscibile, lì buttato sul divano come una straccio usato”
“tipico di questa influenza. ma invece, con lo sciopero della cacca, come procediamo?”
“eh? cosa? non la sento più tic tic. la linea è disturbata. grazie comunque eh!”.
click.
“mamma! mamma! mamma!”
“ehi! che succede hobbit di mezzo?”
“ho un enorme problema che va assolutamente risolto!”
“ecco, bene. speravo ci fosse un diversivo in questa vita monotona”
“devi subito comprarmi delle magliette nuove. io non posso più vivere in queste condizioni”
“scusa, sei pieno di magliette nel cassetto. cos’hanno che non va?”
“cos’hanno???? guarda! non vedi? eh? non vedi che incubo ho qui addosso?”
“ehm, no. a me sembra una normalissima maglietta… ti sta pure bene…”
“no!!!! possibile non ti accorrga della tortura che sto soffrendo??? e pensare che sei mia madre…”
“a me veramente sembra tutto regolare”
“no! il colletto di queste magliette mi tocca il corpo! la pelle! è insopportabile! mi sembra di morire!!!”
“hobbit di mezzo! è normale che la maglietta, in tutte le sue parti, colletto incluso, ti tocchi il corpo! è fatta apposta! l’unico modo perché il corpo non sia toccato è non usare i vestiti e andare in giro nudi… vedi un po’ tu!”
“mamma! tu non capisci! io ho bisogno di nuove magliette. non resisto con queste robe che mi toccano la pelle!”
“allora, hobbit di mezzo, sono giorni complicati. non c’è spazio per la follia! almeno fino alla prossima settimana”
“va bene. allora ripasso… che giorno è oggi?”
“martedì”
“bene. ripasso martedì prossimo”.

questa sì che è vita

“ehi! cos’hai fatto nel weekend?”
“ma, no, niente di che…”
“raccontami!”
“be’, venerdì sono stata in un posto bellissimo che si chiama l’orablu bar, che un tempo era un locale abbandonato e derelitto, ma poi l’ha preso in gestione dal comune un circolo culturale di bollate, vicino a milano, e ora è diventato un bar e un ristorante e una libreria e un luogo di incontri, letture, spettacoli, dibattiti, e ci sono persone che ci lavorano regolarmente e altre che ci lavorano perché ne hanno voglia e tutto questo ha dato un senso a un posto che non ne aveva e probabilmente ha migliorato la vita di molti. insomma, è stato fantastico”
“bello! e poi?”
“…”
“poi? dopo venerdì sera?”
“uhm… non saprei… è arrivato il lunedì!”
“e in mezzo?”
“in mezzo? non ricordo”
“eddai, su. cos’hai fatto sabato e domenica?”
“lo vuoi proprio sapere? magari per rivalutare il tuo weekend?”
“certo che sì”
“sabato mattina l’ho passato, sul lettone, avvinghiata a uno hobbit piccolo detto sneddu, devastato dalla febbre, incapace di intendere ma desideroso di ascoltare la stessa storia più e più volte e, nei rari momenti di lucidità, di cercare oggetti tra le pagine di un libro che si chiama i spy e che conosciamo a memoria quindi, in realtà, è tutta una farsa perché sappiamo perfettamente dove si trovano le cose nascoste. intanto mister i, devastato dal mal di schiena e miracolosamente rientrato a milano, controllava che gli hobbit medio e grande facessero i compiti. ma stava sdraiato per terra con i piedi in alto e la sua credibilità non era esattamente alle stelle”
“una bella mattina in famiglia!”
“già. a pranzo, poi, a parte lo hobbit di mezzo che doveva recuperare i digiuni pregressi durante la sua influenza, erano tutti inappetenti e hanno schifato la mia zuppa di zucca”
“pure tu, però che fai la zuppa…”
“a me piace… allora, subito dopo pranzo, mentre il piccolo giaceva svenuto sotto il piumone, vegliato da un padre orizzontale sul pavimento e da due fratelli che si dedicavano alla loro nuova ossessione per il monopoli, per tirarmi su, sono andata a fare la spesa al supermercato…”
“effettivamente è un bel modo per tirarsi su il morale. poi?”
“la sera saremmo dovuti andare a cena da amici dello hobbit di mezzo ma…”
“ma?”
“eravamo tutti dei rottami, me compresa che devo essere stata attraversata dal virus. quindi, a cena fuori è andato solo il medio. il vero party boy della famiglia. quando è rientrato io stavo già dormendo…”
“tutta vita!”
“in compenso, domenica ci siamo concentrati sulla cacca del piccolo, che prosegue indefesso nel suo sciopero. è stato un incubo”
“a lieto fine?”
“mah… abbiamo vinto una battaglia. ma la guerra sarà lunga, temo”
“bene! proprio un bel fine settimana”
“davvero… a un certo momento, però, mi sono concessa una pausa per me”
“brava!”
“ho fatto un’oretta di fisioterapia per la spalla congelata”
“ah”
“già”
“tu sì che sai vivere…”.

un quesito urgente

lui sta lì, esanime e rovente. aveva dichiarato: “sono l’unico scemo che non si ammala mai”, roso dall’invidia per un fratello di mezzo casalingo, devastato dall’influenza.
questo pomeriggio, intorno alle 2 e 30, la telefonata dalla scuola elementare: “il bambino, detto sneddu, ha 38 di febbre. è almeno il sesto che mandiamo via oggi. può venirselo a riprendere? è qui che l’aspetta”.
lo hobbit piccolo, rientrato a casa, non ha avuto nemmeno la forza di mettersi il pigiama. si è steso sul divano, sotto un plaid, ed è crollato, paonazzo e muto.
lo sciopero della cacca prosegue ma oggi elastigirl non ha voluto infierire su cotanto sfinimento.
dicevamo, sneddu sta lì, quasi incosciente, una piccola stufa che si muove al ritmo di un respiro pesante. non vuole mangiare, bere, parlare. sta. ed è già una bella fatica.
poi, a un tratto, qualcosa si muove da sotto le coltri, un rantolo sommesso, un colpo di tosse, una schiarita di voce. “ho una domanda”, dice lui che sembrava incapace di intendere e di volere.
“dimmi, sneddu”
non si prende neppure la briga di uscire in superficie. parole sottili si fanno strada tra le pieghe del plaid ed emergono, da sotto a sopra, da dentro a fuori.
“una domanda un po’ urgente”
“sono qui”
“ma se uno è malato”
“sì”
“e attacca la sua malattia a un altro”
“sì”
“la malattia gli passa e se la prende l’altro… o restano ammalati tutti e due?”
“restano ammalati tutti e due”.
un sospiro rassegnato.
“ah”, commenta.
e si addormenta, probabilmente fino a domattina.

stanno tutti bene

– lo hobbit piccolo, detto sneddu, ha deciso che non farà mai più la cacca in vita sua. e, poiché è un uomo e non un quaquaraquà, è passato dalla teoria ai fatti senza alcuna esitazione. e nonostante le suppliche, le minacce, l’autocoscienza, i tentativi di persuasione, le ore trascorse in bagno a icnoraggiarlo, blandirlo, insultarlo e intrattenerlo, la determinazione è ferrea e, in un modo o nell’altro, è stato necessario correre ai ripari. invano.
– lo hobbit di mezzo sembra finalmente fuori dal tunnel dopo tre giorni di febbre, tosse, raffreddore e vomito incoercibile. resta tuttavia molto debole e ha passato il pomeriggio in preda a crisi improvvise e immotivate di pianto dirotto e riso isterico.
– lo hobbit grande si era trasformato nella colonna portante dell’elasti-famiglia: fratello amorevole, paziente e maturo con lo scioperante sneddu, vigile attento con il devastato medio, irrinunciabile elasti-spalla. fino a due ore fa. quando ha dichiarato “mi sento strano” e il termometro sotto la sua ascella ha segnato 38,3.
– mister i, la scorsa notte, a londra, ha avuto un altro attacco di mal di schiena, non paralizzante e invalidante quanto quello di una paio di settimane fa a bari, ma ugualmente devastante. al momento sta dolorosamente cercando di raggiungere l’aeroporto per rientrare a milano. tuttavia, poiché hanno soppresso senza alcun motivo dichiarato l’80% dei treni per stansted, ora è in ritardissimo e probabilmente perderà il suo volo.
– cindy ha cominciato il master all’università, con grande divertimento e soddisfazione. il suo tempo è stato inghiottito quasi integralmente dai corsi universitari e, quando è a casa, si lava le mani ogni sei minuti per uccidere i germi che proliferano nell’elasti-casa.
– elastigirl e la sua spalla congelata proseguono la fisioterapia massiccia con l’aitante marco che, avendo preso confidenza con la paziente, ha smesso di chiederle carinamente “per favore”, “ti faccio male?” e si limita a massacrarla con vigore e sadismo per tre ore la settimana, ricordandole, per incoraggiarla, tra una torsione e una trazione, che la capsulite adesiva, altrimenti detta spalla congelata, guarisce con esasperante lentezza.
per il resto, a casa, stanno tutti bene.

l’unico scemo

“così tu oggi staresti a casa con quello lì. tu e lui da soli”
“sì, hobbit piccolo, detto sneddu. quello lì, che poi sarebbe tuo fratello medio ha la febbre alta da ieri, la tosse, il naso che gli cola e, per non farsi mancare niente, vomita… direi che a scuola lui non ci può andare. e non può nemmeno stare a casa da solo. che dici?”
“io non sono contento! io lo invidio”
“hai poco da invidiare! è uno straccetto. non riesce a fare nulla che non sia stare sdraiato sul divano o sul letto!”
“però sta con te. da solo. mentre io vado a scuola”
“ma sta male!”
“lui sta male e io vado a scuola. bella roba!”
“comunque anche lo hobbit grande va a scuola”
“ma lui era stato a casa un giorno”
“era prima di natale, sneddu. e aveva la febbre pure lui”
“non è giusto! non è proprio giusto”
“cosa non è giusto?”
“non è giusta la vita! non è colpa mia se io in questa casa sono l’unico scemo che non si ammala mai!”.

un problema da risolvere

“mamma, ho un problema”
“dimmi, hobbit piccolo”
“c’è una bambina, in cortile, a scuola…”
“e?”
“e mi guarda”
“be’, non c’è niente di male. la conosci?”
“no, ma mi guarda sempre, all’intervallo, in cortile”
“sai come si chiama?”
“no. ma so che è di prima B. e mi guarda”
“e tu cosa fai, quando lei ti guarda?”
“sto lì. secondo te cosa devo fare per risolvere questo problema?”
“innanzi tutto, non mi sembra un problema. comunque, secondo me, dipende da come ti senti quando lei ti guarda…”
“mpf”
“se ti fa piacere, sorridile e magari invitala a giocare”
“nemmeno per sogno”
“se non te ne importa niente, ignorala”
“non riesco a ignorarla”
“be’, allora, se ti dà fastidio che ti guardi, chiedile perché lo fa”
“gliel’ho già chiesto”
“e lei?”
“lei mi ha detto:’non sono io che ti guardo. sei tu che mi guardi’…”
“ed è vero che la guardi pure tu?”
“a volte… per spiarla”
“e quando la spii cosa vedi e cosa pensi?”
“penso che è veramente un grande problema questo. e in qualche modo bisogna risolverlo”.

uomini neri

stasera, a cena.
“sai, mamma, cosa è successo oggi a scuola?”
“no, racconta, hobbit grande”
“era l’ora di musica e, improvvisamente, sono entrati due tizi vestiti tutti di nero”
“…”
“ci hanno ordinato di alzarci, di mettere le sedie sotto il banco e le mani dietro la testa”
“erano le guardie imperiali?”
“o i cavalieri neri…”
“o magari i mangiamorte!”
“o i dissennatori!”
“fatelo continuare. comunque è veramente inquietante questa storia…”
“è legale?”
“spero bene di sì, cindy!”
“poi cosa è successo?”
“ci hanno chiesto di uscire dalla classe in fila per uno, sempre con le mani dietro la testa e, in corridoio ci hanno divisi tra maschi e femmine e ci hanno fatto mettere con la faccia al muro”
“ma come??? e l’insegnante?”
“zitta”
“scusate, ma se in una scuola americana succedesse una cosa del genere, i genitori farebbero una rivolta, occuperebbero l’edificio, andrebbero completamente fuori di testa…”
“be’, in italia no, però, effettivamente non è normalissimo…”
“poi vi hanno sparato?”
“no che non ci hanno sparato, altrimenti mica sarei qui a raccontarlo, no?”
“e dopo cosa è successo? mi sta venendo l’angoscia!”
“io denuncerei la scuola…”
“magari era una prova di evacuazione di emergenza”
“con dei tizi vestiti di nero che ti fanno camminare con le mani dietro la testa e ti mettono faccia al muro?”
“effettivamente è strano…”
“e dopo?”
“ci hanno portato in auditorium, dove hanno fatto uno spettacolo che raccontava quello che succedeva ai bambini nei campi di concentramento. e c’era anche il figlio di un signore che è morto in un campo. e ha letto le lettere che suo papà mandava alla sua mamma. e alla fine un mio compagno è scoppiato a piangere”
“…”
“allora non erano mangiamorte i tizi vestiti di nero”
“no, erano attori. sono venuti a scuola per il giorno della memoria che però non era mica oggi”
“ma voi lo sapevate? vi siete spaventati?”
“più o meno”
“più o meno cosa?”
“più o meno tutti e due”.

un jeans e una maglietta

“pronto, scusa elasti, ho una domanda al volo. sono in ufficio a londra e a brevissimo devo scappare”
“dimmi, mister i”
“secondo te, un paio di jeans, una maglietta decente e una giacca abbastanza sportiva possono andare?”
“be’, dipende per cosa”
“per me”
“questo l’avevo intuito. per quale occasione?”
“una roba… un po’formale. altrimenti non te lo chiederei”
“quanto formale?”
“be’, abbastanza”
“allora no, jeans e maglietta non vanno bene”
“ma ho la giacca”
“già ma hai detto che è sportiva e poi sotto non hai né camicia né cravatta”
“ma la maglietta è abbastanza elegante”
“una maglietta non è elegante mai, credo. poi, avendo una certa familiarità con le tue magliette, posso dire con un elevatissimo grado di certezza che no, non sono adatte a una occasione formale”
“ah. e adesso come faccio?”
“non riesci a recuperare una camicia e una cravatta?”
“no. ho quelle del matrimonio ma sono a milano…”
“e allora, se non hai alternative, metti quel che hai”
“ma è ridicola una maglietta con una giacca?”
“no, in verità dipende dalla maglietta, quella arancione con marx e engels con i fischietti, le stelle filanti e i cappellini in testa e la scritta ‘communist party’, per esempio, direi che potrebbe essere ridicola e forse inadeguata… ma si può sapere dove devi andare?”
“no, niente. a un incontro. mannaggia maledizione le murt’. mi tocca andare in maglietta e giacca”
“tra l’altro, gli inglesi in certe occasioni sono formalissimi… un incontro con chi?”
“gvr…tra”
“eh???”
“ma no, nessuno… gvtr ntrà”
“chi????”
“ehm… il… governatoredellabancadinghilterra”
“cosa???? devi incontrare il governatore della banca di inghilterra e ti presenti in maglietta????”
“e giacca”
“sportiva”
“non troppo sportiva, però”
“come ti viene??? e immagino che non sia un appuntamento dell’ultimo minuto!”
“no… lo sapevo… da… mesi”
“sei un selvaggio irresponsabile!”
“avevo mal di schiena e poi sai che queste scemenze vestiarie non mi interessano…”
“vai subito a comprarti un vestito!”
“non posso. l’incontro è tra 15 minuti”
“non ho parole”
“va be’. andrà bene, vero elasti?”.