giornate complicate

questa e la precedente sono le ultime due elasti-settimane nella redazione economico-finanziaria in cui ha lavorato 18 anni. da settembre lei farà un’altra cosa di cui si parlerà qui nei prossimi giorni e di cui è molto emozionata e molto contenta.

e nonostante abbia deciso di andare via perché era arrivato il momento, perché l’occasione lo meritava, molto consapevole di quello che lascia e piuttosto ignara di quel che troverà, queste sono giornate complicate per lei.

sono complicate perché pensa che dopo tutto quel tempo quel posto, con i suoi riti, le sue follie, la sua macchinetta del caffè, le sue password, i suoi interni telefonici, le sue scrivanie e le sue cassettiere, non sarà più casa. perché quelle persone – colleghi, amici, affetti – non saranno più famiglia, perché le verrà ritirato il badge che le ha sempre dato un’idea di potere e di appartenenza. perché ha la testa altrove, perché in estate le notizie finanziarie scarseggiano, perché è distratta, perché la redazione è semideserta e dire ciao a un semideserto è piuttosto deprimente. perché vorrebbe essere nel salento con mister i e gli hobbit e maledice quello stupido senso del dovere che l’ha obbligata a dire “sì, certo!” quando la sua capa, subito dopo avere saputo dell’elasti-decisione, le ha chiesto, piuttosto in ansia,  “ma ad agosto ci sei, vero?”. perché il tempo sembra essersi fermato anche se lei vorrebbe prenderlo a calci. perché a milano è novembre, perché ha il turno di apertura e in agosto dovrebbe essere vietato, perché ogni cosa assume contorni definitivi e melodrammatici, perché le transizioni non le ha mai rette molto bene, come l’alcol, del resto.

ore 7

ore 7, in redazione

“prolissità non è sinonimo di esaustività”

“sei una serpe”

“ma cosa ho detto? la verità”

“a che ora arriva il collega A?”

“alle 1130. fa il turno tardi”

“fantastico! allora adesso aspettiamo una ventina di minuti e poi lo chiamiamo a casa dicendogli ‘porca vacca dove sei??? eri di turno alle 7… sei il solito stordito. vieni immediatamente, sei in un ritardo spaventoso e qui abbiamo bisogno di te’. dai dai! che divertente! lo facciamo? è uno scherzone gagliardissimo”

“poi sono io la serpe”

“io sono d’accordo a chiamare il collega A. almeno gli movimentiamo un po’ la mattinata”

“io voto contro, poveraccio. siete due streghe”

“che noia, che noia qui dentro! era un’idea geniale”

“tu sai dov’è il negozio dell’inter?”

“certo che lo so. è qua vicinissimo”

“in pausa pranzo devo andarci”

“ti accompagno. cosa devi comprare?”

“un regalo per gli otto anni del fidanzato di mia figlia”

“roba grossa allora”

“molto. però non so bene cosa prendergli. so solo che la madre…”

“la tua consuocera intendi”

“esatto, lei ha chiesto di regalare qualcosa dell’inter”

“regalagli una tazza per la prima colazione. mio figlio ne ha ricevuta una anni fa, io l’avevo guardata con grande diffidenza e invece è stato il regalo più riuscito della storia dei regali. la usa semprissimo”

“io gli regalerei dei fumogeni da stadio. bianconeri ovviamente”

“bella idea!”

“anzi, ancora meglio! un cd di cori razzisti”

“bestia”

“e comunque a me della costa concordia non frega un tubo”.

lavorando, il 25 aprile

25 aprile, in redazione, in quattro gatti. pochi ma buoni.

“dove andiamo a pranzo?”
“bush ha detto che l’attentato di boston gli ha ricordato che il male esiste”
“ah, be'”
“io vorrei un posto all’aperto ché è primavera”
“ma voi pensate mai ai colleghi, nella loro versione hard?”
“stai scherzando, vero?”
“va bene, andiamo dove vuoi tu, ma adesso è ancora presto”
“stai bene? non è che ti viene da partorire qui, proprio il penultimo giorno di lavoro prima della maternità?”
“no, grazie. ho qualche contrazione ma sto bene”
“no, seriamente. non pensate mai al côté erotico dei nostri colleghi e delle nostre colleghe?”
“côté erotico? mmmmh. no, preferisco non pensarci, grazie”
“io ho sognato di fare sesso praticamente con tutti i maschi della redazione”
“anche con…???”
“pure”
“perché non andiamo a mangiare in quel posto sotto terra dove fanno i primi buoni e abbondanti?”
“guarda che non vuol dire niente! tu puoi sognare del gran sesso con qualcuno che fuori dal sogno non ti attira per niente”
“be’ a me con… non dispiacerebbe”
“dai, sottoterra no. andiamo al baretto della piazza”
“no, io con un calvo non potrei mai”
“scherzi? i calvi sprigionano una carica di sensualità che… avercene di calvi!”
“no, mai”
“e pensare che potrei essere in manifestazione adesso. e invece sono qui a parlare di rapporti contronatura”
“il bar della piazza è troppo caro”
“certo, perché il sesso con i colleghi è contronatura”
“oh partigiano, portami via… che mi sento di morir!”
“io ho fame. andiamo?”
“chi può fare il forex?”
“non sarebbe il mio turno, ma lo faccio io volentieri”
“caspita, grazie! sei veramente gentile, tu”
“abbiamo deciso o no dove andare a mangiare?”
“io sono gentile solo perché così accumulo punti karma”
“è mai possibile che voi parliate da mezz’ora di dove andare a pranzo?”
“noi mangiamo tre volte al giorno, sai com’è. il cibo è un elemento rilevante per molti di noi, anche se ti sembra implausibile”
“oggi sei vestita come trinity di matrix. hai anche il giubbotto antiproiettile sotto la giacca di pelle?”
“io sono trinity di matrix”
“se io penso che non mangio cioccolato da mesi e mesi e mesi e mesi, mi sento malissimo”
“dove andiamo a mangiare?”
“la boldrini è un gigante”
“chissà se ci fa o ci è?”
“tornerò dalla colombia che sarò una provetta ballerina”
“a me hanno detto che è odiosa”
“tutta invidia. io la amo”
“qualcuno ha scordato un monopattino rosa all’ingresso”.

open space, di tanto in tanto

oggi, in redazione.

– tu hai un’alimentazione che mi affascina. deve esserci un filo rosso che lega le barrette al sesamo della mattina presto, l’enorme pagnottta delle 11 e questa banana che ti stai divorando. deve esserci per forza ma ancora non l’ho colto.

– è primavera. e la stagione delle cascate di ghiaccio è finita. e io sono depresso.

– qualcuno ha una pasticca per il mal di testa?

– io ho un tavor

– io ho quel che fa al caso tuo. però è una pastiglia per il mal di testa dei maschi, non per i dolori delle femmine. tu hai un male da maschio o da femmina?

– lo sapete che il governatore della banca centrale greca si chiama panicos, poveraccio? panicos! vi rendete conto?

– se mi stai chiedendo se ho dolori mestruali, no. ho un virile mal di testa.

– sono malata e non dovrei essere qui.

– nessuno vuole un tavor?

– perché in questo posto siete tutti malati? cosa c’è in voi che non va?

– carino il tizio che è venuto a fare il colloquio per l’estate! proprio carino! lo voglio, grazie

– peccato che quello che vuoi tu sia del tutto irrilevante

– vuoi una galletta di polistirolo?

– no, grazie. voglio una tartare. ho una voglia pazzesca di tartare. anche a costo di beccarmi il verme solitario. che potrebbe essere pure un’esperienza interessante…

– ho affittato una casa per le vacanze di pasqua su internet. strano che ci sia riuscita. quando dico che sono una mamma con tre figli maschi dicono “the place is not available”. del resto pure io direi “the place is not available” al loro posto.

– ciao! ti sembra l’ora di arrivare? da dove vieni?

– dallo spazio.

– non vorrei essere cipriota.

– in compenso essere italiani è fichissimo.

quando il gatto non c’è

oggi, in redazione.
“vi rendete conto che oggi non c’è nemmeno un capo?”
“chiamali scemi. è vacanza…”
“scusate, ma io cosa sarei?”
“ah, già. ci saresti tu…”
“come ci sarei?”
“sì, dai. ci sei tu però, ecco, i capi quelli ingombranti…”
“non dite niente dei miei capelli?”
“cosa dovremmo dire?”
“me li sono tagliati. è stato un trauma per me. sono ancora sotto shock”
“per me sei uguale a prima”
“anche per me”
“cosa dite??? sono completamente diversi! li ho tagliati per andare in messico. parto da sola, domani, per tre settimane. e ho il panico. ma ho sempre il panico prima di partire da sola”
“in messico farai furore, con quei capelli”
“be’, non è che i messicani siano noti nel mondo per essere appetitosi bocconcini… mica sono cubani”
“e comunque, con quei capelli, ti scambieranno per una sacerdotessa atzeca e ti venereranno come una divinità”
“va be’, i miei capelli ed io andiamo a prenderci un ginseng alla macchinetta”
“sabato scorso ho portato i miei figli a una mostra fighetta per bambini fighetti”
“te pareva…”
“a un certo punto la guida-educatrice ha detto, parlando dei pasti quotidiani: ‘e se la vostra mamma, la vostra nonna o la vostra zia hanno avuto un po’ di tempo, magari vi hanno preparato per merenda una buona torta’. allora io ho alzato la mano”
“la solita rompiballe”
“zitto tu! ho alzato la mano e ho detto: ‘anche il papà potrebbe avere avuto un po’ di tempo per perparare una torta…’. e sapete cosa ha risposto la guida-educatrice???”
“cosa?”
“prima si è bloccata un po’ contrariata. e poi ha detto: ‘be’, se il papà fa il cuoco…’. ma vi sembra una risposta sensata? io l’avrei schiaffeggiata”
“bisognerebbe che tutti facessero più sesso”
“sono d’accordo. sesso obbligatorio per tutti almeno tre volte a settimana”
“a me sembra un po’ tanto…”
“no, è sano, non è tanto. io sono favorevole alle forzature legislative per il bene della comunità. come quando hanno vietato il fumo nei locali pubblici, o hanno imposto la raccolta differenziata. all’inizio tutti si lamentano, poi ci si abitua e si è tutti felici. succederebbe lo stesso con il sesso obbligatorio”
“la verità è che gli interisti vanno picchiati da piccoli”
“la verità è che gli interisti mangiano cose sane e gli juventini mangiano merda”
“ti sei messa gli stivali sado-maso?”
“come sado-maso? a me sembra di essere vestita da educanda…”
“con gli stivali da dominatrix?”
“a che età si sviluppa la dissonanza percettiva ed esci di casa vestita da zoccola, convinta di sembrare una collegiale?”
“alla tua”
“io e i miei capelli andiamo a pranzo. chi vuole venire con noi?”.

buongiorno

stamane, in ufficio, ore 7,00.
“buongiorno”
“mpf”
“ehi! ieri sera s&p ha tagliato il rating della spagna!”
“mpf”
“come è andata?”
“mi passate i giornali?”
“benissimo. intenso, scioccante, emotivamente molto faticoso. ma bellissimo. dovrebbero farla tutti un’esperienza in un paese come l’uganda. restituisce le giuste proporzioni alle cose”
“cosa faccio di questa finmeccanica?”
“io farei un flash”
“tua figlia come sta?”
“un flash di finmeccanica???”
“no, della spagna”
“credo di essere gravemente malata”
“mpf”
“bella collana”
“il tuo problema è che sei un’interventista dannunziana”
“grazie”
“a me dannunziana non me l’ha mai detto nessuno”
“sta bene. abbiamo solo un problema. suo papà, nonché mio ex marito, le ha promesso un coniglio”
“e allora non fare il flash della spagna”
“un coniglio da tenere in casa?”
“già, in casa mia. perché il papà non può tenerlo… ti sembra?”
“gravemente malata…”
“hai detto che non se parla nemmeno, spero”
“già. sono gravemente malata. non te ne sei accorta? saranno due settimane che metto sempre sempre sempre, ogni giorno, le stesse scarpe. non mi era mai successo prima in tutta la mia vita. è chiaramente un sintomo preoccupante di malessere terminale”
“certo, ma lei si è arrabbiata moltissimo. con me. dice che non voglio bene ai conigli…”
“io ho bisogno di un caffé se no stramazzo”
“fa un freddo bestiale”
“c’è anche puzza di coniglio”
“mpf”.

96 ore e un interrogativo

nelle ultime 96 ore elastigirl non è stata qui.
per amore di cronaca e completezza:

venerdì.
elastigirl ha portato in ufficio una piastra per i capelli per la collega C che doveva andare a una festa a tema, solo per adulti, organizzata dall’estroso comitato genitori della scuola elementare di sua figlia, con lo scopo di raccogliere fondi. “non è che qualcuno di voi ha una gonna lunga a balze?” ha chiesto per settimane la collega C in redazione. “e un cappello da marinaio?” “e una maglietta a righe?” “e una piastra per pettinarmi come negli anni ’50?”. “si può sapere qual è il tema di questa festa bislacca?” “bulli e pupe” “ah”.
è stato così appurato che l’elasti-redazione, in tema bulli&pupe, è veramente sguarnita e che tuttavia su internet ci sono tutorial per agghindarsi, truccarsi e pettinarsi in qualsiasi foggia, persino per una festa a tema in una scuola elementare.
sempre in ufficio, sulla sua sedia, elastigirl ha trovato un pacchettino con un fantastico regalo super frou frou. lo aveva lasciato la collega zeta, che ha una bambina femmina nella pancia e sta lavorando come una pazza. ed elastigirl ha pensato che è fichissimo lavorare in un posto dove ci si scambiano piastre per pettinare pupe e regalini frou frou per affetto.
la sera elastigirl e mister incredible sono usciti a cena, come due tizi leggeri. hanno deciso di concederselo, ogni tanto, come fosse una terapia, per ritrovarsi e spazzare via quella patina di sfinimento che ultimamente li ricopre.
lei tuttavia non ha il fisico per certi eccessi e ha lasciato la voce al ristorante libanese.

sabato
elastigirl era uno straccio afono e ha passato la mattina a letto, priva di sensi, mentre lo hobbit grande faceva i compiti, il medio ascoltava elio e le storie tese, il piccolo le camminava sopra e mister incredible dirigeva il traffico e andava in farmacia a comprarle l’erba dei cantanti per ritrovare la voce.
il pomeriggio elastigirl ha preso un treno per brescia, è capitata in una carrozza insieme a una scolaresca ed è stata tentata di darsi fuoco per protesta. da brescia è andata a gussago, dove, in una chiesa sconsacrata, ha raccontato, senza voce ma con un microfono, l’elasti-mondo, insieme a una signora di canosa di puglia.

domenica
degli amici simpatici sono venuti a pranzo. insieme hanno preparato cibo per 27, anche se erano solo in nove, di cui cinque bambini.
lo hobbit piccolo ha fatto, per la prima volta nella vita, pipì nel gabinetto, dopo una seduta durata oltre 40 minuti. il miracolo è avvenuto all’improvviso e all’infamona, per il troppo ridere, quando elastigirl, stremata dalla vana attesa sulle pistrelle, si è messa a fare delle pernacchie da competizione.

lunedì
una grigia giornata di alienante lavoro casalingo si è conclusa con un interrogativo inquietante:
“mamma, ma, esattamente, nelle big babol, qual è l’ingrediente mortale per gli esseri umani?”.

ps domattina elastigirl interverrà al convegno “sos genitori” all’università bicocca, precisamente qui.

da barbarella

in ufficio.
“cosa ti sei messa addosso oggi, elasti?”
“perché? non ti piace questo vestitino anni ’70? l’ho comprato qualche settimana fa per festeggiare. mio papà aveva fatto un intervento importante e, be’, era andato bene e… insomma mi sono premiata. che poi effettivamente non è che proprio mi meritassi io un premio, al massimo se lo meritava il chirurgo o mio papà. ma ero contenta, gli hobbit erano a bari, mister incredible pure. e non ho resistito. non è fichissimo? io lo trovo fichissimo”
“è carino, però… no, ecco, non stai male… sei anche dimagrita”
“dici sul serio???? tu, capa implacabile e spiritosamente perfida, mi vedi dimagrita?”
“sì, direi proprio di sì. perché?”
“perché sono cinque dico cinque bestiali settimane in cui mangio robe crude e scondite, robe cotte e scondite, pane nero fatto di immondi semini e altri cibi tristi. e sono soprattutto cinque settimane che non mangio cioccolato e, ecco, penso solo a quello. penso più al cioccolato che ai miei figli, penso molto più al cioccolato che a mio marito, e forse è un bene, visto che lui è in australia. però pensare così tanto al cioccolato non è affatto sano e nemmeno giusto. non ci posso fare niente. e sì, ho perso tre chili ma non pensavo che qualcuno se ne sarebbe accorto. e, insomma, forte di questi tre chili, ho pensato che era arrivato il momento dell’abitino fichissimo…”
“ecco parliamo di questo abitino da…”
“da cosa?”
“non saprei definirlo… da…”
“da poco di buono? da leggerina? da donna di facili costumi?”
“no, da…”
“da?”
“da barbarella”.

erano circa le due del pomeriggio e sentirsi barbarella – la tizia del 40.000 dopo cristo, protagonista di un film del 1968, schifato da critica e pubblico, che se ne va in giro per avventure erotiche vestita di boccoli e sexy-tute di raso e lattice – non ha giovato all’elasti-autostima e nemmeno all’elasti-produttività, nelle successive cinque ore e mezza lavorative.

tu dove lo metti?

senza non puoi entrare, non puoi uscire, non puoi andare a fare pipì e nemmeno a lavarti i denti. senza non sali in ascensore e non raggiungi la macchinetta del ginseng. senza le signorine ti guardano male. senza sei tagliato fuori. senza sei uno sfigato. anzi, senza non sei. senza puoi passare ore a battere i palmi contro una porta di vetro trasparente ma insonorizzata e nessuno si accorgerà di te. senza puoi anche tornartene da dove sei venuto.
e allora ognuno si organizza come può.
A se lo è legato al collo come il collare del cane di sua sorella che si chiamava mucca anche se era maschio.
G lo mette nel portafoglio e quando va in bagno, con tutti i soldi e i documenti, precisa: “non è che non mi fidi di voi, eh. ma senza…”.
C lo attacca alla cintura dei pantaloni, come il fodero di una pistola.
N lo appende alla cravatta e se lo vede sartorialist lo fotografa subito in mondovisione da milano.
M lo usa come ciondolo e se lo vede sartorialist si gira dall’altra parte e piange un po’.
R lo tiene nella tasca dei pantaloni e quando li mette a lavare è un dramma.
S lo infila dietro l’orecchio come faceva con la matita enzo, il fruttivendolo quindicenne sotto casa che turbava elastigirl e le sue fantasie adolescenti tanti anni fa.
T dice che sono tutti dei penosi coatti e dovrebbero ribellarsi a questa schiavitù ma non ha voluto rivelare dove lo nasconde.
da quando l’elasti-ufficio è in vetrina, il badge, personale e in un unico esemplare numerato, è diventato il solo oggetto veramente indispensabile alla sopravvivenza dei dipendenti e forse dell’azienda stessa. con conseguenze, almeno esteticamente, devastanti.

senza i gatti

“ehi, oggi non ci sono i grandi capi! possiamo fare i topi che ballano?”

“fate quello che volete. io ciò l’ansia. me l’hanno messa addosso loro, prima di andarsene. adesso sono qui schiacciata dal peso della notizia”

“ho speso troppi soldi in trucchi”

“cos’hai comprato?”

“niente, non ve lo dico. mi vergogno”

“ti ho portato le scarpe”

“solo i russi mangiano il gelato d’inverno. churchill lo aveva detto: un popolo che mangia gelati in inverno non potrà mai essere sconfitto”

“cosa sono quelle carte?”

“le prescrizioni degli psicofarmaci per i gatti”

“il problema è che loro non sanno nemmeno cosa sia twitter”

“hai comprato anche il blush?”

“ne ho due: uno ha bisogno di ansiolitici e l’altro di antidepressivi”

“ho scoperto oggi cos’è e sento già che mi è indispensabile”

“tu sei completamente pazza!”

“ma no. il problema è che uno, l’ansioso, mobbizza l’altro, il depresso. e vivono entrambi di merda”

“separali allora invece di drogarli”

“mi sembra venerdì”

“non posso, li amo troppo entrambi”

“ho piazzato lì dei pezzi embargati. se li mandate prima che ve lo dica io vi ammazzo”

“non puoi regalarne uno a tua sorella? continueresti a frequentarlo”

“in bagno non c’è il riscaldamento”

“datti una calmata”

“no, non posso. mia sorella ha già tre cani, due maschi e una femmina: uno è il leader, l’altro è nevrotico e la femmina è anoressica”.