chi non mangia la golia

qualche giorno fa, per motivi aggrovigliati da spiegare e piuttosto irrilevanti, elastigirl e lo hobbit di mezzo erano seduti, uno accanto all’altra, sui sedili di un tram. era un’ora strana. un’ora in cui, di solito, i bambini sono a scuola e i grandi sono altrove.
c’era un sole caldo fuori e loro si godevano quell’insolita intimità di coppia, quella rara solitudine, quella complicità così difficile da cogliere, soprattutto dato che uno dei due (e non è di sesso femminile) ha una passione sfrenata per mister incredible, ha occhi solo per lui e dichiara “papà, ti amo talmente che mi suiciderei”.
insomma, elastigirl e lo hobbit di mezzo guardavano passare la città fuori dal finestrino, chiacchierando, perché lo hobbit di mezzo è estraneo al concetto di silenzio. dietro di loro se ne stava seduta una coppia di americani in vacanza. lui grande, grosso e forte come gli americani che si incontrano dentro i bar nei film. lei raggiante, con un vestito a fiori e una piantina della città tra le mani.
a una fermata si è affacciato alla porta di ingresso un signore con la barba bianca, i capelli bianchi e un paio di stampelle azzurre. i tram milanesi sono mezzi pittoreschi e d’antan, producono un caratteristico rumore di ferraglia, negli stati uniti sono esposti nei musei, ma salirci non è impresa da tutti. non è impresa per carrozzelle, per passeggini, per carrozzine e nemmeno per stampelle.
“posso aiutarla?”
“no, grazie. ce la faccio da solo”
“è sicuro?”
“certo, ho solo messo male queste stupide stampelle”.
ma restava lì, un po’ dentro un po’ fuori, incastrato tra un predellino e un gradone, aggrappato a delle stampelle stupide.
alla fine si è lasciato aiutare. e si è seduto proprio davanti a elastigirl e allo hobbit di mezzo, che lo guardava con i suoi occhi tondi e sgranati e lo sguardo come un punto interrogativo.
“grazie… queste stampelle maledette!”
“di niente. ma non è colpa delle stampelle. è colpa del tram e dei suoi gradini”
portava una camicia bianca inamidata, un panciotto, una giacca di panno e un paio di scarpe da tennis, anzi, da corsa, di quelle ammortizzate, con degli strani cuscinetti dentro una suola trasparente come un acquario.
“il problema è che non sono vicino a casa mia. lì passano gli autobus e salirci è più facile. e poi tutti gi autisti mi conoscono e accostano bene al marciapiede per farmi salire. vicino a casa mia…”
“dov’è casa sua?”
“bruzzano…”
“ah…”
“conosce?”
“non tanto”
“peccato… e questo bel giovanotto come si chiama”
“hobbit di mezzo e oggi non sono andato a scuola”
“e te vai in giro con la mamma?”
“sì”
“posso offrire una golia a questo giovanotto e alla sua mamma?”
ha infilato una mano nella tasca interna della giacca e ha tirato fuori tre golia, una per elasti, una per lo hobbit e una per sé. elastigirl ha pensato per un attimo che non si accettano caramelle dagli sconosciuti e che lo hobbit di mezzo doveva imparare che si dice no grazie ai signori che dispensano dolci o sostanze psicotrope sui mezzi pubblici. poi ha pensato a quel panciotto antico, alla sua voglia di chiacchierare, alle stampelle azzurre e ai guidatori dell’autobus che accostano al marciapiede, vicino a casa sua.
i due americani hanno commentato che era tutto molto neorealista e “so sweet”.
“certamente grazie. vuoi una golia, hobbit di mezzo?”
“cos’è?”
“non sai cos’è la golia? sono liquerizie. le caramelle più buone del mondo”, ha risposto il signore illuminandosi.
“allora sì, grazie”
elastigirl si era dimenticata dell’esistenza delle golia. si era dimenticata di un cassetto di un comodino di legno, rivestito all’interno di carta di firenze, pieno di liquerizie. era quello della sua nonna sara che mangiava solo golia, yogurt magro e zucchine lesse, in quest’ordine.
“sai cosa si dice, giovanotto?”
“…”
“chi non mangia la golia non può stare in compagnia”.

quel giorno elastigirl e lo hobbit di mezzo hanno fatto moltissime cose e hanno visto varie persone. a lui e alla sua scorza impermeabile e distratta tutto è scivolato addosso lieve, lasciando tracce incerte che riaffioreranno se e quando lo riterrà opportuno.
c’è solo un mantra che si è insinuato dentro quella scorza. un mantra ossessivo e suggestivo che lui ripete instacabile, da giorni. il mantra della golia e di quelli che non la mangiano, senza compagnia.
se lo sapesse il signore con le stampelle azzurre e il panciotto forse sarebbe contento.

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interrogatori e amori

ci sono passioni che ti nascono dentro quando sei piccolo e germogliano, anno dopo anno, fino a diventare divoranti come parassiti. la passione di elastigirl sono gli interrogatori. fosse per lei, si porterebbe in borsa una lampada, da puntare negli occhi, all’occorrenza, a chiunque abbia qualcosa da raccontare e sia reticente.
elastigirl passerebbe ore a fare domande e, soprattutto, ad ascoltare risposte. vorrebbe chiedere ai dirimpettai che amoreggiano alla finestra senza tende come si sono conosciuti, alla cassiera del supermercato se è fidanzata, al ciclista se ci sono clienti a cui vorrebbe spaccare la bici in testa, al collega francese e taciturno se è felice o sogna di essere altrove.
oggi, a casa dei nonni baresi, super w e mister brown, hanno cenato la zia matta e suo marito tutto nuovo, il sociologo guatemalteco. è stata una serata istruttiva e, dal punto di vista della passione interrogatoria, orgiastica.

la zia matta, arrivata in luglio 2010 in guatemala, sprovveduta e stordita non aveva calcolato che era la stagione delle piogge, che faceva freddo e che il suo guardaroba di magliette fricchettone e gonne estive era del tutto inadeguato.
con il senso pratico che la contraddistingue, decise di comprare vestiti usati, scoprendo, quando orami era troppo tardi, che erano logori e pieni di buchi.
quando incontrò il sociologo della sua vita, pensò: “chi è questo prete?”.
lui penso che lei doveva essere una turista verde, “perché in guatemala abbiamo turisti bianchi e turisti verdi e quelli vestiti come la zia matta, sono i verdi”.
in guatemala comprare abiti usati è molto comune. “io però non ne ho mai avuto bisogno perché a casa mia sono un riciclo indumentario e ricevo tutti gli scarti della famiglia, in particolare di mio padre che si veste un po’ da… da… prete”.
un giorno, era un martedì, il sociologo telefonò alla zia matta, alle sette di sera. “che stai facendo?”. “sto uscendo a comprare un trancio di pizza sotto casa”. “posso accompagnarti?”. “se vuoi…”. lui arrivò dopo dieci minuti, lei si fece trovare con il mollettone in testa e i sandali etnici. pioveva a dirotto e le strade erano allagate. lui, per attraversare, la prese in braccio. “l’ho fatto per gentilezza”. “l’avresti fatto anche con la zia novantenne? con la cugina racchia? con la fidanzata del tuo migliore amico?”. “sì, l’ho fatto per gentilezza”.
si trovarono uno di fronte all’altra, lei con il mollettone, lui gentile, seduti a un tavolo triste di una pizzeria squallida. “la cosa che ci ha stupiti è che abbiamo riso, riso come pazzi per ore. era la prima volta che mi divertivo così, con una ragazza appena conosciuta”
il giorno dopo, mercoledì, lui la richiamò, alle 7 di sera. “che stai facendo?”. “sto uscendo a comprare un trancio di pizza qui sotto”, rispose lei che aveva un’alimentazione, oltre che un abbigliamento, un po’ scadente. “posso accompagnarti?”. “se vuoi”. lui arrivò dopo dieci minuti e la trovò senza il mollettone e con i sandali etnici.
“abbiamo riso anche il secondo giorno. come pazzi. era come se, seduti uno di fronte all’altra, avessimo ognuno un grande zaino accanto, pieno di storie. tiravamo fuori una storia dopo l’altra e scoprivamo che erano simili”.
giovedì, alle 7, lui la chiamò. “questa sera vorrei invitarti al ristorante”. lei disse “va bene”, si tolse il mollettone e si lavò i capelli. poi si mise l’unico abito da turista bianca che aveva in valigia e i sandali etnici, perché altre scarpe non ne aveva portate.

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il panda gigante

quando elastigirl era piccola, nonna J, che allora era solo la sua mamma, la portava alla festa dell'unità nei giardinetti del quartiere. era una festa piccola, senza lo stand delle braciole e lo spazio dibattiti, ma c'erano il gioco dei tappi, di cui al momento ricorda solo il sughero e il brivido dell'azzardo, e la lotteria a cui non si vinceva mai niente.
nonna j aveva un amico, anzi un compagno, come si diceva a quelle feste dell'unità. di lui nell'elasti-memoria si è perso il nome e molto altro ma sono rimaste una sagoma altissima, con i ricci, e una dichiarazione lapidaria: "io alle lotterie vinco sempre".
sedotta da quella sicumera, elastigirl lo sfidò. "allora compra un biglietto e vinci per me il primo premio, il panda gigante, l'orso che ogni bambina vorrebbe al suo fianco nei momenti difficili e anche in quelli facili". e indicò una spropositata bestia di peluche in alto a destra che la guardava con enormi e ottusi occhi di vetro. era morbido, avvolgente e soprattutto grande, così grande che da una porta ci sarebbe passato a stento, così grande che di pupazzi di pezza di quelle dimensioni non ne aveva mai visti, così grande da trasformarsi, dall'ambo alla cinquina, nella meraviglia delle meraviglie, nel più sublime oggetto del desiderio, nell'unica cosa per cui valesse la pena avere un'infanzia.
"te lo avevo detto che vinco sempre", disse il compagno senza nome e senza volto, quando chiamarono il numero 32, quello della vittoria e del panda gigante.
elastigirl tornò a casa in macchina perché a piedi la bestia non era trasportabile. fece quel breve tragitto sul sedile posteriore di una fiat 125 color blu, avvinghiata all'orso, felice, grata, stupefatta, stranita e incredula.
esattamente come si sente oggi, con un sindaco tutto nuovo e l'aliena vertigine della vittoria.

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tutto dentro un taxi

scusi sa, era mia moglie. di solito non telefona mai quando lavoro ma oggi è san valentino, sa com'è. no, non ha chiamato per noi due. ha chiamato per ricordarmi di nostra figlia. ha dodici anni. ieri eravamo tutti insieme sul divano, la sera, a guardare la televisione. c'era la pubblicità dei suoi cioccolatini preferiti. e lei ha detto: 'se mai un giorno avrò un fidanzato vorrei che a san valentino mi regalasse quei cioccolatini lì'. a me san valentino non piace affatto come festa però, ecco, mia figlia è celiaca e non può mangiare un sacco di cose però quei cioccolatini sì che li può mangiare. insomma, ho pensato di regalarglieli io questa volta. mia moglie mi ha chiamato per ricordarmelo perché noi uomini siamo un po' così, magari diciamo una cosa e poi ce ne dimentichiamo. però io non mi dimentico mica dei cioccolatini per mia figlia.
oltre alla figlia di dodici anni abbiamo un maschio di sette. avremmo voluto anche un altro bambino ma mia moglie si è ammalata qualche anno fa. ha avuto un tumore al seno. e abbiamo rinunciato a un altro figlio. però adesso è guarita, sa? i dottori dicono che è fuori pericolo e che può stare tranquilla. è una donna fortissima, pensi che ha sempre lavorato e andava a fare la chemio da sola, in macchina o con l'autobus. qualche volta la accompagnavo e mi chiedevano se dovessi farla io, la chemio, perché sono calvo, calvo naturalmente però. ridevamo quando succedeva perché in quella situazione o provi a vedere il lato buffo o non ce la fai.
adesso però sta bene e tra poco le faranno la ricostruzione del seno. io le ho detto che non importa, che deve fare come si sente. lei però ci tiene tanto. dice sempre: 'se poi ci lasciamo dovrò pur trovarmelo un fidanzato, no?'. e ridiamo.
insomma la vita è strana, ma per fortuna a volte finisce bene.
siamo arrivati. sono 15 euro. adesso non prendo nessuna chiamata così vado a comprare i cioccolatini per mia figlia. altrimenti poi mia moglie mi sgrida.
 
 

ieri elastigirl ha preso un taxi, per lavoro. aveva sottovalutato tutto quello che ci può stare, dentro un taxi, in un tragitto di venti minuti.

ps di servizio per chi non legge i commenti: qui, per chi avesse la voglia e la resistenza, c'è una lunghissima, ma proprio lunghissima elasti-intervista a l'ora del tè sulla rete uno della radio svizzera.

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un brodino

dal parrucchiere.
accanto a elastigirl c’è una bella signora, con un filo di rossetto, lo sguardo indomito e un’ottantina d’anni. ascolta il chiacchiericcio altrui, ogni tanto ridacchia, sfoglia una rivista. intorno a lei si parla di capelli grassi, di negozi cinesi, di unghie fragili, di compiti delle vacanze, di sopracciglia troppo folte, di spezzatino in umido e di uomini appetibili.
a un tratto chiude il suo giornale, si protende con aria cospiratoria verso elastigirl e inizia a parlare. ha un tono divertito, da affabulatrice o da incantatrice di serpenti. racconta una storia e incanta elastigirl.

quando mio marito era ancora vivo incontravamo spesso un’altra coppia. non eravamo amici ma li incontravamo talmente di frequente che iniziammo a salutarci e a scambiare qualche parola sul tempo, sui figli, sulle stupidaggini.
poi rimasi vedova. dopo qualche tempo ricominciai a incontrare lui della coppia, da solo, un bell’uomo, alto, imponente, con due bei baffi. lo vidi una volta al supermercato, l’altra volta all’edicola, un’altra ancora in posta… ci sorridevamo. sempre. e a me faceva piacere quel sorriso. avevo capito che era vedovo anche lui. aspettavo di incontrarlo per scambiarci quel sorriso e un saluto. un saluto veloce perché era un po’ timido. timido ma gentile. mi piaceva. così, da lontano.
un giorno stavo aspettando il tram numero trentatré ed era anche lui alla fermata. si avvicinò e mi disse: "sa signora, da quando non c’è più mia moglie sono tanto solo… ma così solo… lei non può immaginare". io potevo immaginare benissimo ma mi sembrava brutto contraddirlo, quindi tacqui. "vorrei avere una donna accanto", aggiunse, così, alla fermata del tram. io lo guardai pensando che certe cose uno mica le dice aspettando il trentatré e forse feci una faccia strana perché lui subito si affrettò a dire: "cosa ha capito? mica la vorrei per… per… per il sesso!" "ah – risposi io senza pensare – e per cosa la vorrebbe?" "per cucinarmi un brodino", spiegò lui. conclusi subito che un uomo che dice cose del genere non capisce niente delle donne. ma si rende conto? quello pensava di conquistare una donna proponendole di cucinare un brodino per lui. che tristezza! che malinconia! che roba da vecchi! e sa cosa gli dissi? sa cosa? che per il brodino poteva prendersi una badante.
signur benedètt! non ci sono più gli uomini di una volta.

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la signora e il filosofo

elastigirl e gli hobbit sono su una spiaggetta su uno dei laghi, anzi uno degli stagni, della città di A. i due grandi cercano vermi e rane, il microbbit studia la composizione della sabbia ed elastigirl, estatica, si guarda intorno, cercando di non soffermarsi sul brulichio di creature grandi, piccole e mostruose che palpitano intorno a lei.
poco lontano, una signora sull’ottantina, seduta su una roccia, sta leggendo un libro. porta un cappello di paglia rosa, a falde larghe, un’ampia gonna bianca e lunga e uno smalto sulle unghie dei piedi nudi, vezzosamente coordinato con il cappello. ha due fessure azzurre al posto degli occhi, il naso appuntito e l’aria sognante e aristocratica. sembrerebbe uscita da un film di james ivory, se non fosse per le unghie dipinte di rosa.
alza la testa, sorride, saluta, si immerge nuovamente nella lettura.
lo hobbit grande e il piccolo costruiscono con il fango una diga per vermi, elastigirl riflette sulla rinunciabile valenza educativa del fango, il microbbit gorgheggia in direzione del cappello rosa.
la signora, algida e composta, lancia un’occhiata obliqua al suo minuscolo ammiratore, chiude il libro, si avvicina e si siede accanto al microbbit.
è neozelandese, arrivata nella città di A per amore di un filosofo americano, di origini siciliane, conosciuto durante un viaggio in guatemala. ha due figli, di cui uno adottivo. il suo primo nipote sarebbe nato in questi giorni se non si fosse perso lungo il cammino. dice proprio così, "perso lungo il cammino", mentre il microbbit cerca di rubarle il cappello. abita qui, nel bosco, a pochi passi dallo stagno.
"volete vedere il mio posto segreto?", chiede a bassa voce.
gli hobbit accorrono, lasciando vermi, diga e fango. "posto segreto? hai un posto segreto?".
"seguitemi", dice tirandosi su, togliendosi la sabbia dalla gonna, con un gesto da bambina, e aggiustandosi il cappello con sussiego.
elastigirl per un attimo si chiede se sia prudente seguire una sconosciuta scalza, con le unghie rosa e gli occhi piccoli, ma lei sorride misteriosa, con un sorriso d’altri tempi che le ricorda la sua nonna.
camminano nel bosco, risalendo un piccolo fiume. gli hobbit tacciono, rapiti, il microbbit gorgheggia felice, la signora si solleva un po’ la gonna, per non inciampare.
il bosco improvvisamente si apre, il fiume si allarga a formare una piccola piscina, il sole illumina le foglie che si riflettono sull’acqua trasparente. c’è un gran silenzio intorno.
"è un posto bellizzimo! vely vely beautiful plez", dice lo hobbit piccolo.
"ci devo portare clara, la mia fidanzata del summer camp", dice il grande.
"questo è il mio posto segreto. casa mia è proprio qui sopra e mio marito ed io ogni tanto, di notte, quando fa molto caldo, veniamo a fare il bagno qui, da soli. e nessuno ci può vedere", sussurra lei nell’orecchio di elastigirl.
ed elastigirl ha immaginato la signora e il filosofo, che insieme avranno circa 160 anni e insieme si tuffano nel fiume a mezzanotte, di nascosto, forse per mano, come due ragazzini. e, dopo, lo ha raccontato agli hobbit, perché le cose belle si condividono.

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la signora mattiniera

si svegliava prestissimo, tutte le mattine, sabato e domenica compresi, tirava su le tapparelle e spalancava le finestre, anche quando faceva freddissimo. a volte usciva sul balcone, avvolta nella sua vestaglia bianca, scrutava con occhio clinico le sue piante, tra cui c’eranoo rose bianche che si arrampicavano sul davanzale. elastigirl a volte era un po’ invidiosa di quel tripudio di fiori che a casa sua si sarebbero suicidati nel giro di 48 ore.
una cresta di capelli bianchi e ricci le incorniciava il viso squadrato, raramente sorridente. era alta, imponente e dritta come un fuso. dava l’idea di forza quieta, di energia a riposo.
era vedova. "suo marito morì di crepacuore l’ultima volta che gli entrarono i ladri in casa", raccontò un giorno un vicino di casa che diceva un sacco di cose, non necessariamente suppprtate dall’evidenza empirica.
era riservata, solitaria. forse aveva un figlio, probabilmente un nipotino.
con elastigirl aveva parlato una sola volta in quattro anni, nonostante fossero dirimpettaie e ogni tanto si facessero ciao con la mano, quando, insieme, alzavano le tapparelle all’alba. "ho lavorato tutta la vita", aveva detto.
stamane ha traslocato. sotto il suo balcone c’erano due enormi camion rossi e una scala. lei era affacciata alla finestra e guardava pensierosa la sua poltrona a fiori che veniva calata giù.
strano affezionarsi a una sconosciuta. strano sentirsi traditi perché non aveva detto niente. che so, un preavviso, tipo "cara elasti-dirmpettaia, volevo dirle che vado a vivere con mio figlio, o in campagna o a new york o ad arenzano pineta".
elastigirl avrebbe voluto chiederle "dove? perché? è contenta?" e invece le ha solo fatto ciao dalla strada, mentre usciva con lo hobbit grande per andare a scuola. strano avere nostalgia di un’estranea. strano che abbia lasciato le sue rose rampicanti sole sul balcone vuoto.

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bondone che passione

nonna sara, la nonna atea, ebrea e comunista di elastigirl aveva una bizzarra teoria. sosteneva che nella vita ci sono tre cose che una donna deve assolutamente saper fare: nuotare, sciare e scrivere a macchina.
giunte alla veneranda età di 16 anni, elastigirl e la sua amica kappa si resero conto con orrore di essere ancora molto indietro. sapevano nuotare, scrivevano a macchina con i due indici lente come lumache ma soprattutto non avevano mai indossato un paio di sci.
"io inizierei a preoccuparmi", diceva nonna sara guardando grave la nipote.
elastigirl e kappa dovevano correre rapidamente ai ripari e decisero di passare la settimana di capodanno in una località sciistica segreta, nel totale anonimato, per mettere una pezza, per quanto tardiva, alla loro imperdonabile lacuna.
ma erano minorenni e piuttosto sprovvedute benché intraprendenti. ogni iniziativa indipendentista doveva pertanto passare al vaglio delle rispettive patrie potestà.
"sapete per caso dove andare?", chiese il padre di K.
"assolutamente no, ma di montagne sciabili è piena l’italia. non sarà una ricerca difficile", rispondevano loro.
"mica vorrete andare in albergo da sole voi due?", chiedeva nonno A, allora solo elasti-genitore.
"ma veramente…"
"non se ne parla nemmeno", concludeva perentorio.
nonno A, forse colto dal panico che assale i padri di figlie adolescenti in preda a slanci autonomisti, in 48 ore trovò la soluzione.
millantando un’improbabile conoscenza del meraviglioso mondo dei circoli ricreativi universitari, decretò che le due pulzelle avrebbero trovato accudimento, sicurezza, amici, (moderato) svago e lezioni di sci nella settimana bianca organizzata dal cus al monte bondone presso l’hotel bellavista.
"sei sicuro che sia il posto giusto per noi, papà?"
"ideale. conosco il cus e il monte bondone perfettamente".
"ma mi hai sempre detto che detesti i circoli sportivi e non sopporti la montagna…"

"tu non mi conosci, bambina", tagliò corto nonno A.
elastigirl e kappa partirono quindi per il monte bondone, con due enormi zaini e la determinazione di due atlete olimpiche.
"siamo qui per la settimana bianca con il cus, circolo universitario sportivo. in realtà noi andiamo ancora al liceo, ma siamo piuttosto sveglie per la nostra età…", spegarono alla reception del bellavista.
"cus?", chiese una signora di mezza età con un vestito a fiori.
"già, circolo universitario…."
"qui non c’è nessun cus. in compenso c’è un bel gruppo di signori belgi. occupano tutto l’albergo".
elastigirl e kappa, come due soldatini dello sci da discesa, ogni mattina alle 8 prendevano, non senza difficoltà, l’ovovia anteguerra che le portava in cima al bondone dove le aspettava il maestro giustino che, con disciplina e sadismo teutonici, per sette interminabili ore le vessava fino allo sfinimento, a suon di spazzaneve e insulti.
al tramonto rientravano al bellavista, cantando "son la mondina son la sfruttata" e altre lugubri nenie.
la sera, a cena, incontravano i belgi, appartenenti, loro sì, a un circolo ricreativo di una società produttrice di laminati in zinco per l’edilizia.
i belgi erano gaudenti, amanti del cibo e del vino, della mazurca dopocena e rigorosamente over 50.
il quarto giorno elastigirl ricevette una proposta di matrimonio da paul, un vedovo di liegi, con tre figli a carico e il cravattino. "saresti un’ottima madre per i miei bambini", le sussurrò volteggiando nella sala ristorante dell’albergo.
elastigirl e kappa annegavano nei canederli e nella birra la surreale follia di quelle serate .
la lacuna sciistica, grazie all’abnegazione delle due allieve e all’efficace pugno di ferro di giustino, fu almeno in parte colmata e lo scopo della vacanza fu raggiunto, come fece notare nonno A giorni dopo.

elastigirl vorrebbe che gli hobbit imparassero a sciare presto, malgrado mister incredible sostenga che sia un’attività inutile, sciocca, inquinante e pertanto controrivoluzionaria. elastigirl in verità vorrebbe solo assicurarsi che agli hobbit venga risparmiata, a sedici anni, un’esperienza come il monte bondone.

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la storia siamo noi

"cosa leggiamo questa sera?"

"mottlilia"

"il libro di mostrilia?"

"sì, dai"

ci sono due topi, pelorosso e pelogrigio che stanno chiacchierando sulla riva di un fiume. pelogrigio è convinto che i bambini di oggi siano tutti degli imbranati e dei rimbambiti e che non sappiano fare assolutamente niente. mentre discutono del rincitrullimento delle nuove generazioni, arrivano anna e andrea, due ragazzini che decidono di salire su una barca ormeggiata lì vicino.
pelogrigio, per metterli alla prova, taglia con i denti la corda che tiene legata la barca e anna e andrea finiscono in mezzo al fiume, alla deriva.
pelorosso è furibondo con il suo amico topo che si sta rendendo conto di avere fatto una vera idiozia.
la barca, spinta dalla corrente e dalle onde, approda sull’isola di mostrilia, chiamata così perché abitata da un orribile e gigantesco mostrillo che assomiglia un po’ a un drago e un po’ a un dinosauro e che comunque è cattivissimo.
i due piccoli naufraghi, intirizziti e impauriti, non si perdono d’animo e, un po’ aiutati, a loro insaputa, dai due topi, un po’ da soli, accendono un fuoco, pescano, cucinano e mangiano un pesce e costruiscono una capanna in cui si rifugiano quando arriva un violento temporale.
pelorosso e pelogrigio sono preoccupatissimi ma anche ammirati dalla capacità dei due bambini di provvedere a se stessi.
è notte e diluvia, anna e andrea si addormentano nella capanna, il mostrillo si avvicina affamato ma, grazie alla pioggia battente, non sente l’odore dei due bambini e si allontana ruggendo per la delusione.
i due topi sono terrorizzati perché sanno che, non appena smetterà di piovere, il mostrillo si accorgerà della presenza di anna e andrea e li divorerà in un sol boccone.
è l’alba, in sogno pelorosso e pelogrigio hanno detto ai due bambini che devono scappare immediatamente e loro sono pronti a partire con la barca. ma arriva il mostrillo assetato di sangue. anna e andrea si imbarcano, il mostrillo li insegue e sta per afferrare anna con i suoi artigli quando andrea fa una manovra velocissima, la barca sfugge al mostrillo che perde l’equilibrio e finisce con lo spaventoso muso nell’acqua.
anna e andrea tornano sani e salvi dai loro genitori. pelogrigio deve riconoscere che i bambini di oggi sono svegli e in gamba quanto quelli di ieri.

"sempe bella quetta mottlilia"

"già, la storia di mostrilia è proprio bella, hai ragione"

"la tolia siamo noi"

"siamo noi? in che senso, nano?"

"io sono pelolosso, mio flatello è peloglizo che ha baiato, tu sei anna e papà è andlea"  (= io sono pelorosso, il topo arguto, saggio e simpatico, mio fratello è pelogrigio, il trombone, provocatore, pieno di pregiudizi e combinaguai che alla fine però si rende conto degli errori, chiede scusa e torna sui suoi passi. anna sei tu e il suo amico-fidanzato andrea è papà)

"capisco. e il mostrillo chi è?"

"be’, è nolmale. il mottrillo è il flatellino in panza tua!" (= che domande sciocche, mamma. mi sembra evidente: il mostrillo, orrida creatura minacciosa e un po’ tonta, è il microbbit, al momento prigioniero nella tua pancia e quindi innocuo, ma presto tra noi, pronto a spiegare la sua potenza distruttrice contro voi due naufraghi poveracci).

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amarcord di ferragosto

quando elastigirl aveva 13 anni nonna J la portò in vacanza con i suoi amici nudisti e fricchettoni in una piccola isola vulcanica dove non c’erano elettricità né acqua corrente ma solo scogli e mare, ovunque ti girassi.
non c’erano mezzi di locomozione né rumori molesti e i pochissimi turisti si guardavano in cagnesco, ognuno sul suo masso battuto dalle onde, come monadi lontane.
le tenebre calavano e il buio avvolgeva tutto, senza scampo.
"un posto da disperati", aveva decretato elasti-ragazzetta la sua prima sera sull’isola.
"un posto da sogno", avevano esclamato in coro nonna J e i suoi amici accendendo un falò e tirando fuori la chitarra.
"vedrai, imparerai ad apprezzare la natura incontaminata di questo luogo magico, la poesia di estrarre l’acqua dal pozzo ogni mattina, la suggestione di una candela che si consuma", dicevano.
elastigirl si svegliava ogni notte nella sua stanzetta spoglia della casa di pietra a picco sulla scogliera in preda all’angoscia.
"mi fa schifo stare qui"
"invece è bellissimo. ci disintossichiamo dalla città. viviamo nudi e liberi, riscopriamo la natura incontaminata, guardiamo calare il sole e sorgere la luna, ci amiamo al ritmo del frinire delle cicale, osserviamo le stelle e cantiamo we shall overcome"
"siete dei pazzi sciroccati e io voglio tornare a milano".
"e invece trascorreremo qui un mese intero, che ti piaccia o no. e smettila di fare la contestatrice malmostosa".
poiché gli esseri umani, dopo i topi e gli scarafaggi, sono tra gli animali più adattabili, elastigirl si rassegnò e iniziò a guardarsi intorno.
un giorno al tramonto, mentre osservava sconsolata i quattro gozzi ormeggiati nel porticciolo meditando la fuga, incontrò vincenzo, detto vinco che aveva gli occhi verdi e andava a pesca di totani.
vinco non si era mai allontanato dall’isola, parlava quasi esclusivamente dialetto ma, nonostante la sua giovane età, conosceva a fondo l’animo femminile.
nei suoi 16 anni di vita aveva probabilmente incontrato decine e decine di elasti-adolescenti turbate dalla sua isola aspra ed estrema e aveva imparato a confortarle e soprattutto a sedurle.
la portò a pescare nelle tenebre con la lampara, le insegnò a sputare lontanissimo, a sbattere i polipi sugli scogli, a bestemmiare in dialetto eoliano, a tuffarsi di testa dalla scogliera e a baciare con la lingua. le avrebbe probabilmente insegnato molte altre cose se solo elastigirl fosse stata meno acerba e bacchettona.
quando la vacanza finì nonna J e i suoi amici erano felici e depurati, elastigirl aveva il cuore spezzato e una foto tessera di vinco il pescatore nello zaino.

ps buon ferragosto a tutti quanti, anche a vinco che su facebook non c’è e chissà cosa sta facendo ora.

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