ci sono passioni che ti nascono dentro quando sei piccolo e germogliano, anno dopo anno, fino a diventare divoranti come parassiti. la passione di elastigirl sono gli interrogatori. fosse per lei, si porterebbe in borsa una lampada, da puntare negli occhi, all’occorrenza, a chiunque abbia qualcosa da raccontare e sia reticente.
elastigirl passerebbe ore a fare domande e, soprattutto, ad ascoltare risposte. vorrebbe chiedere ai dirimpettai che amoreggiano alla finestra senza tende come si sono conosciuti, alla cassiera del supermercato se è fidanzata, al ciclista se ci sono clienti a cui vorrebbe spaccare la bici in testa, al collega francese e taciturno se è felice o sogna di essere altrove.
oggi, a casa dei nonni baresi, super w e mister brown, hanno cenato la zia matta e suo marito tutto nuovo, il sociologo guatemalteco. è stata una serata istruttiva e, dal punto di vista della passione interrogatoria, orgiastica.
la zia matta, arrivata in luglio 2010 in guatemala, sprovveduta e stordita non aveva calcolato che era la stagione delle piogge, che faceva freddo e che il suo guardaroba di magliette fricchettone e gonne estive era del tutto inadeguato.
con il senso pratico che la contraddistingue, decise di comprare vestiti usati, scoprendo, quando orami era troppo tardi, che erano logori e pieni di buchi.
quando incontrò il sociologo della sua vita, pensò: “chi è questo prete?”.
lui penso che lei doveva essere una turista verde, “perché in guatemala abbiamo turisti bianchi e turisti verdi e quelli vestiti come la zia matta, sono i verdi”.
in guatemala comprare abiti usati è molto comune. “io però non ne ho mai avuto bisogno perché a casa mia sono un riciclo indumentario e ricevo tutti gli scarti della famiglia, in particolare di mio padre che si veste un po’ da… da… prete”.
un giorno, era un martedì, il sociologo telefonò alla zia matta, alle sette di sera. “che stai facendo?”. “sto uscendo a comprare un trancio di pizza sotto casa”. “posso accompagnarti?”. “se vuoi…”. lui arrivò dopo dieci minuti, lei si fece trovare con il mollettone in testa e i sandali etnici. pioveva a dirotto e le strade erano allagate. lui, per attraversare, la prese in braccio. “l’ho fatto per gentilezza”. “l’avresti fatto anche con la zia novantenne? con la cugina racchia? con la fidanzata del tuo migliore amico?”. “sì, l’ho fatto per gentilezza”.
si trovarono uno di fronte all’altra, lei con il mollettone, lui gentile, seduti a un tavolo triste di una pizzeria squallida. “la cosa che ci ha stupiti è che abbiamo riso, riso come pazzi per ore. era la prima volta che mi divertivo così, con una ragazza appena conosciuta”
il giorno dopo, mercoledì, lui la richiamò, alle 7 di sera. “che stai facendo?”. “sto uscendo a comprare un trancio di pizza qui sotto”, rispose lei che aveva un’alimentazione, oltre che un abbigliamento, un po’ scadente. “posso accompagnarti?”. “se vuoi”. lui arrivò dopo dieci minuti e la trovò senza il mollettone e con i sandali etnici.
“abbiamo riso anche il secondo giorno. come pazzi. era come se, seduti uno di fronte all’altra, avessimo ognuno un grande zaino accanto, pieno di storie. tiravamo fuori una storia dopo l’altra e scoprivamo che erano simili”.
giovedì, alle 7, lui la chiamò. “questa sera vorrei invitarti al ristorante”. lei disse “va bene”, si tolse il mollettone e si lavò i capelli. poi si mise l’unico abito da turista bianca che aveva in valigia e i sandali etnici, perché altre scarpe non ne aveva portate.
