vento, acqua, fuoco

la maestra si aggira tra loro, leggiadra e autorevole. porta degli ipnotici leggings fiorati, così ipnotici è così fiorati che, a guardarli troppo ci si incanta e ci si confonde. poi, improvvisamente, viene in mente il paniere istat che, da quest’anno, include anche i leggings, oltre che i tatuaggi, le lampade a led e altro che non ricorda, e la poesia fiorata va in frantumi.
“camminate a velocità 5”, ordina. qualcuno, giustamente, si domanda quanto veloce sia la velocità 5, e che scala sia quella: da zero a 5? a 50? a 5000?
ma loro sembrano saperlo o semplicemente ubbidiscono seguendo un istinto magico che non produce domande e non ha bisogno di risposte.
camminano, corrono, si trasformano in statue e dicono come si chiamano e si salutano e sono su una zattera e devono occupare ogni spazio. e intanto una bambina con i capelli rossi, con uno scamiciato arancione, che fa venir voglia di chiederle: “ehi tu, bambina con i capelli rossi, dove l’hai comprato questo scamiciato bellissimo ché lo vorrei anche io, identico al tuo”, mangia biscotti ipercalorici da sciogliere nel latte. quando finisce, si infila un ciuccio rosa in bocca e scatta qualche fotografia a un tizio senza scarpe, che viaggia a velocità 5, e che, probabilmente, è suo fratello, malgrado non sia fornito di capelli rossi. forse la bambina nemmeno lo sa, dove si compra il suo scamiciato. magari glielo ha regalato una prozia, dotata di gran buon gusto.
poi la maestra e i suoi leggings fiorati, spengono la luce. e si fa quasi buio.
loro si sdraiano per terra.
la musica è lenta.
“siete vento o brezza lieve” sussurra la maestra, nella penombra.
sveglia! sveglia! sveglia. bisogna concentrarsi su dettagli rilevanti o eccitanti. brezza si pronuncia brézza con la zeta di zanzara. chi lo avrebbe mai detto?
gli occhi devono rimanere aperti.
lui, sdraiato per terra, spiaggiato, per nulla somigliante al vento e nemmeno alla brezza leggera, le fa cenni strani con le mani. lei ci mette un minuto, o forse un giorno, a capire.
ah, già, certo! vuole che lo fotografi! ogni madre che si rispetti lo fa. non sa bene cosa uscirà da lui, immobile, su un pavimento nero, che fa il vento, o l’assenza del vento, al buio. ma lei lo fotografa eccome. anzi lo filma proprio ché tanto non si nota nemmeno la differenza tra il video e la foto, visto che lui sta fermo e non c’è luce. click.
“ora siete acqua!
lui da vento si fa acqua. la differenza? nessuna.
la bambina con i capelli rossi rumina da venti minuti lo stesso biscotto. non è che allappano la bocca questi cosi ipercalorici?
“ora siete fuoco!”.
il fuoco, che prima era acqua e prima ancora vento, fa ancora quel gesto. un rettangolo con le mani. click. lei obbedisce fa fotografie tutte identiche e tutte buie.
e poi li guarda. tanti fuochi, sdraiati per terra.
e la tentazione di unirsi a loro, sul pavimento, al buio, a dormire anche solo cinque minuti, facendo il vento, il fuoco o quel che serve, diventa insopprimibile.

quando sei in tremendo deficit di sonno, anche una lezione aperta di teatro di uno hobbit di mezzo, può trasformarsi in un viaggio, o in un’esperienza psico-sensoriale estrema, o in un’occasione per dormire un po’.

questa sì che è vita

“ehi! cos’hai fatto nel weekend?”
“ma, no, niente di che…”
“raccontami!”
“be’, venerdì sono stata in un posto bellissimo che si chiama l’orablu bar, che un tempo era un locale abbandonato e derelitto, ma poi l’ha preso in gestione dal comune un circolo culturale di bollate, vicino a milano, e ora è diventato un bar e un ristorante e una libreria e un luogo di incontri, letture, spettacoli, dibattiti, e ci sono persone che ci lavorano regolarmente e altre che ci lavorano perché ne hanno voglia e tutto questo ha dato un senso a un posto che non ne aveva e probabilmente ha migliorato la vita di molti. insomma, è stato fantastico”
“bello! e poi?”
“…”
“poi? dopo venerdì sera?”
“uhm… non saprei… è arrivato il lunedì!”
“e in mezzo?”
“in mezzo? non ricordo”
“eddai, su. cos’hai fatto sabato e domenica?”
“lo vuoi proprio sapere? magari per rivalutare il tuo weekend?”
“certo che sì”
“sabato mattina l’ho passato, sul lettone, avvinghiata a uno hobbit piccolo detto sneddu, devastato dalla febbre, incapace di intendere ma desideroso di ascoltare la stessa storia più e più volte e, nei rari momenti di lucidità, di cercare oggetti tra le pagine di un libro che si chiama i spy e che conosciamo a memoria quindi, in realtà, è tutta una farsa perché sappiamo perfettamente dove si trovano le cose nascoste. intanto mister i, devastato dal mal di schiena e miracolosamente rientrato a milano, controllava che gli hobbit medio e grande facessero i compiti. ma stava sdraiato per terra con i piedi in alto e la sua credibilità non era esattamente alle stelle”
“una bella mattina in famiglia!”
“già. a pranzo, poi, a parte lo hobbit di mezzo che doveva recuperare i digiuni pregressi durante la sua influenza, erano tutti inappetenti e hanno schifato la mia zuppa di zucca”
“pure tu, però che fai la zuppa…”
“a me piace… allora, subito dopo pranzo, mentre il piccolo giaceva svenuto sotto il piumone, vegliato da un padre orizzontale sul pavimento e da due fratelli che si dedicavano alla loro nuova ossessione per il monopoli, per tirarmi su, sono andata a fare la spesa al supermercato…”
“effettivamente è un bel modo per tirarsi su il morale. poi?”
“la sera saremmo dovuti andare a cena da amici dello hobbit di mezzo ma…”
“ma?”
“eravamo tutti dei rottami, me compresa che devo essere stata attraversata dal virus. quindi, a cena fuori è andato solo il medio. il vero party boy della famiglia. quando è rientrato io stavo già dormendo…”
“tutta vita!”
“in compenso, domenica ci siamo concentrati sulla cacca del piccolo, che prosegue indefesso nel suo sciopero. è stato un incubo”
“a lieto fine?”
“mah… abbiamo vinto una battaglia. ma la guerra sarà lunga, temo”
“bene! proprio un bel fine settimana”
“davvero… a un certo momento, però, mi sono concessa una pausa per me”
“brava!”
“ho fatto un’oretta di fisioterapia per la spalla congelata”
“ah”
“già”
“tu sì che sai vivere…”.

stanno tutti bene

– lo hobbit piccolo, detto sneddu, ha deciso che non farà mai più la cacca in vita sua. e, poiché è un uomo e non un quaquaraquà, è passato dalla teoria ai fatti senza alcuna esitazione. e nonostante le suppliche, le minacce, l’autocoscienza, i tentativi di persuasione, le ore trascorse in bagno a icnoraggiarlo, blandirlo, insultarlo e intrattenerlo, la determinazione è ferrea e, in un modo o nell’altro, è stato necessario correre ai ripari. invano.
– lo hobbit di mezzo sembra finalmente fuori dal tunnel dopo tre giorni di febbre, tosse, raffreddore e vomito incoercibile. resta tuttavia molto debole e ha passato il pomeriggio in preda a crisi improvvise e immotivate di pianto dirotto e riso isterico.
– lo hobbit grande si era trasformato nella colonna portante dell’elasti-famiglia: fratello amorevole, paziente e maturo con lo scioperante sneddu, vigile attento con il devastato medio, irrinunciabile elasti-spalla. fino a due ore fa. quando ha dichiarato “mi sento strano” e il termometro sotto la sua ascella ha segnato 38,3.
– mister i, la scorsa notte, a londra, ha avuto un altro attacco di mal di schiena, non paralizzante e invalidante quanto quello di una paio di settimane fa a bari, ma ugualmente devastante. al momento sta dolorosamente cercando di raggiungere l’aeroporto per rientrare a milano. tuttavia, poiché hanno soppresso senza alcun motivo dichiarato l’80% dei treni per stansted, ora è in ritardissimo e probabilmente perderà il suo volo.
– cindy ha cominciato il master all’università, con grande divertimento e soddisfazione. il suo tempo è stato inghiottito quasi integralmente dai corsi universitari e, quando è a casa, si lava le mani ogni sei minuti per uccidere i germi che proliferano nell’elasti-casa.
– elastigirl e la sua spalla congelata proseguono la fisioterapia massiccia con l’aitante marco che, avendo preso confidenza con la paziente, ha smesso di chiederle carinamente “per favore”, “ti faccio male?” e si limita a massacrarla con vigore e sadismo per tre ore la settimana, ricordandole, per incoraggiarla, tra una torsione e una trazione, che la capsulite adesiva, altrimenti detta spalla congelata, guarisce con esasperante lentezza.
per il resto, a casa, stanno tutti bene.

conti alla rovescia

ci sono periodi in cui l’unica attività appagante e sensata sembra essere il conto alla rovescia. in quei periodi, i giorni sono un faticoso arrancare di ore, un susseguirsi di impegni e incombenze che danno molta ansia e poco piacere. in quei periodi, la vita diventa soprattutto un dovere. eppure, in quei periodi, come in tutti del resto, di cose belle ne capitano moltissime. e anche di cose da ridere e persino da commuoversi. il problema è che, in quei periodi, con lo sguardo annebbiato e gli occhiali grigi sul naso, tutto sembra avvolto da una coltre vischiosa e, si sa, riconoscere le perle dentro un buio catramoso richiede un impegno enorme.
quindi, visto che in quei periodi va così ma poi passano, tanto vale mettersi a contare, guardando il panorama luminoso là in fondo.
meno otto giorni a natale.
meno otto giorni all’eliminazione della sveglia all’alba e della sveglia tout court.
meno otto giorni alla fine di una routine che ha bisogno di rompersi.
meno otto giorni a un volo per bari, dove l’elasti-famiglia sarà accolta e certamente coccolata dai nonni.
meno otto giorni al piacere di leggere un libro per ore.
meno otto giorni alla vista del mare.
meno otto giorni alle vacanze.

dentro una sera

elastigirl è rientrata questa sera dalla piscina con lo hobbit di mezzo e con il piccolo, detto sneddu, che in questo periodo dice di chiamarsi ambrogio, avere una moglie, tre figli e un lavoro da muratore.
ha apparecchiato e messo a tavola una zuppa e delle cotolette, per fortuna preparate in anticipo.
ha dato 10 euro allo hobbit grande per i biglietti della lotteria della scuola e ha mandato un messaggio di servizio alla rappresentante di classe, ha firmato un voto di inglese e uno di storia sul diario e ha chiesto agli hobbit di mettersi il pigiama. ha preparato i vestiti dei due hobbit minori e i suoi per domattina, ha preparato le merende per la scuola e le ha messe in cartella, ha firmato un avviso dello hobbit di mezzo che parlava di assicurazione scolastica e uno di sneddu che spiega come devono vestirsi gli attori alla recita di natale di venerdì pomeriggio.
ha cenato con gli hobbit e con nonna J, che, in assenza di cindy, la ragazza alla pari, dorme nell’elasti-casa quando mister i è a londra. a tavola parlavano tutti insieme e, a un certo punto, c’è stato bisogno di sedare una rissa e di reprimere un capriccio cosmico.
dopo mangiato, elastigirl ha infilato della colla stick nello zaino di sneddu, che l’aveva finita ed è stata redarguita per non avere avuto l’accortezza di scriverci sopra il nome.
poi ha sparecchiato e ha risposto a una dozzina di mail arrivate nel pomeriggio, mentre era in piscina e c’era la lezione aperta e sneddu, in preda allo sconforto del natante, le aveva fatto promettere di non togliergli mai, per nessuna ragione al mondo, gli occhi di dosso e lei, naturalmente, aveva obbedito.
e questa, a ben guardare, non è stata una serata particolarmente faticosa o eroica. è stata una serata normale, come ce ne sono moltissime nella vita di tutte. eppure, a pensarci bene, le serate non dovrebbero essere così frenetiche perché, a quell’ora, si è già abbastanza stanchi senza aggiungere avvisi, merende, sms, riordini, organizzazioni, responsabilità sparse.
a rischiarare il tutto però, c’è stata la condivisione, da parte di sneddu, di un dettaglio riguardante ambrogio, il muratore, pure lui affaticato a fine giornata. lui, nel senso di ambrogio, a lavorare, non ci va a piedi e nemmeno in metro. non ci va in bicicletta o in autobus. ambrogio si muove solo con la sua ferrari. e questa, trascurando le massicce emissioni di co2 del bolide, è indubbiamente una notizia che mette di buon umore.

una ricerca

“madre, devo fare una ricerca per musica”
“bene. falla”
“una ricerca sulla fisarmonica”
“ottimo”
“ho bisogno del tuo computer”
“del mio computer??? io sto lavorando. non puoi usare il tablet?”
“no. ho bisogno di word”
“allora usa il fisso di là”
“è morto domenica scorsa, quando con il papà cercavamo di giocare a sacred e tu eri a palermo”
“ah. be’, c’è il mio portatile. quello vecchio, nell’armadio. prendilo pure”
“va bene…”

“madre…”
“eh?!”
“è troppo vecchio e troppo lento. non riesco a fare niente”
“non è vero che è troppo vecchio. io l’ho usato senza alcun problema fino all’anno scorso”
“sì, però… io non so bene come devo fare, dove devo iniziare, cosa devo guardare…”
“e va bene! vieni qui”
“grazie. ti amo, madre”
“non fiori ma opere di bene”
“cosa?”
“vuol dire che il tuo affetto me lo devi dimostrare facendo le ricerche da solo, non con le parole”
“ma tu sei fantastica e  io ti amo troppo. ogni tanto devo dirtelo”
“piantala”
elastigirl e lo hobbit grande hanno guardato in lungo e in largo cosa la rete offriva a proposito di fisarmoniche. hanno copiato, incollato, elaborato, riassunto, vergato, cercato fotografie e, alla fine, hanno stampato ben due pagine a tema fisarmonica.
“grazie!”
“prego. hai capito come si fa? cosa si cerca? come si usa il materiale che trovi?”
“uffa, sì, dai, madre!”
“no! non devi dire sì dai madre, annoiato. perché ho perso un’ora di lavoro per stare dietro alle tue fisarmoniche e spero che adesso tu sia in grado di essere più autonomo!”
“sì. adesso sono indipendente e autonomo, madre. e ti voglio bene. posso andare a salutare giacomo che si è appena operato di appendicite?”
“hai finito i compiti?”
“sì! ho fatto tutto. vuoi controllare?”
“no. mi fido”

“madre…”
“cosa c’è ancora? è possibile avere almeno mezz’ora di solitudine e silenzio? non riesco a concentrarmi se entri ed esci dalla mia stanza in continuazione!”
“hai ragione, scusa. ma c’è un problema”
“che problema?”
“la ricerca di musica…”
“sì?”
“era sulla cornamusa. non sulla fisarmonica. me ne sono reso conto solo adesso”.

forse sì forse no

“ci prendiamo un caffè domani pomeriggio o venerdì?”
“eh, sarebbe bello. ma mica lo so dove sarò domani o venerdì”
“hai un orizzonte temporale orario, tu, nella tua vita?”
“più o meno. forse vado a roma, fino a metà giugno, per un lavoro abbastanza folle”
“a roma? e come fai con gli hobbit, la fine della scuola, le pizzate, le recite, il saggio di teatro, di flauto e tutto il resto?”
“eh, appunto, come faccio? non mi è chiaro. sarebbe un’incredibile gimcana, un frenetico alternarsi tra me e mister i… però, non so… questo lavoro dura poco, è nuovo per me ed è una tale mattana che forse devo provarci”
“sei sicura di farcela?”
“boh. sono tre settimane che non dormo, non mangio e mi consumo nel dubbio. se avessi risposte non sarei lo straccio che sono”
“ne vale la pena?”
“forse sì… se non provo non lo saprò mai. o magari no. un po’ mi sento in colpa, un po’ credo che certi treni si debbano prendere quando passano, un po’ sono triste e un po’ felice… praticamente un’altalena emotiva perenne”
“ma stai bene?”
“non saprei. ho molto sonno. non sono lucida”
“lo vedo… e quando dovresti partire?”
“domattina. in teoria. ma ancora ci sono cose in sospeso. a questo punto dipende solo in parte da me. forse salta tutto, forse no…”
“e quando lo saprai?”
“boh. stasera, spero. e in verità nemmeno lo so, cosa sperare”.

è un periodo un po’ così, se non si fosse notato.

a casa tutto bene

eppure elastigirl in questo periodo è, come direbbe mister i, alle cozze patelle.
saranno stati la pasqua milanese, in cui ha lavorato ma non abbastanza, ha dormito ma non abbastanza e non ha staccato mai. sarà la sveglia alle 4.15 del mattino, arrivata al numero 150 circa, che, sì, è vero, ci sono lavori più faticosi e meno gratificanti, eppure quell’ora lì della notte, a lungo andare, ti confonde i pensieri e i passi. sarà la primavera che è così bella da fare un po’ male. sarà il desiderio di esserci di più, con gli hobbit, con mister i, con le incombenze professionali. sarà la strisciante consapevolezza di fare tutto male. sarà il bisogno di cambiare aria, cielo e orizzonte. sarà un’ansia diffusa e pervasiva che ogni tanto l’artiglia. sarà una folla di impegni a cui avrebbe dovuto dire di no. sarà l’impossibilità di fermarsi e la paura di andare, prima o poi, a sbattere.
e poi è anche finito l’audiolibro di orgoglio e pregiudizio, che era una gioia totale nei tempi morti in macchina, in bicicletta, in metropolitana.
bisognerà inventarsi qualcosa per fuggire un po’ da qui. magari un audiolibro nuovo.

scusa, hai visto i miei occhiali?

ore 4,10 AM
dring!
Ok, ora mi alzo ora mi alzo ora mi alzo. dunque, i vestiti sono pronti sulla sedia, devo solo raggiungerli. le stampelle? sono di là. ci avranno giocato gli hobbit ieri sera. va be’, che problema c’è? saltello. sdoing sdoing sdoing. ecco qui. questa cosa di preparare i vestiti la sera è vitale. e geniale. però manca qualcosa… ecco. che idiota. le mutande. stordita che non sono altro. ok. zompetto fino al cassetto. sdoing sdoing sdoing. torno sul letto. sdoing sdoing sdoing. sveglierò mister i con tutto questo saltare. deve essere arrivato tardissimo ieri sera da londra. mica l’ho sentito… prendo i vestiti, mutande comprese, e vado i bagno. sdoing sdoing sdoing. pipì. abluzioni minime indispensabili. ieri pomeriggio ho scoperto che riesco a farmi il bagno nella vasca da sola. con la gamba sana giù e quella malata su. ed è pure piacevole. e mi sento wonder woman dell’autonomia igienica. mi vesto. viva i pantaloni a zampa di elefante. mi trucco. va be’, con il gesso posso anche non truccarmi. derelitta per derelitta tanto vale essere coerenti. gesso sotto e maquillage sopra stridono. piantala! la forma a volte è pure sostanza. se hai il rossetto ti senti meno sfigata. quindi vai di trucco. mannaggia! la trousse è in borsa. la borsa è in sala. sdoing sdoing sdoing! che fatica. ora mi spiattello di nuovo. ecco qui. fondotinta, correttore, mascara, blush, rossetto. olè. niente colazione perché non c’è tempo. sdoing sdoing sdoing. ho tutto: chiavi della macchina (viva le automobili automatiche che non richiedono l’uso del piede sinistro! e pensare che odiavo le macchine automatiche), telefonino. mannaggia! il telefonino è rimasto sul comodino. sdoing sdoing sdoing. perché è tutto così difficile? gli occhiali! dove ho lasciato gli occhiali? saranno anche loro sul comodino. no! e ora? forse in bagno ma non mi pare di averli visti… sdoing sdoing sdoing. no, infatti, non ci sono. allora in sala. sdoing sdoing sdoing. prendo le stampelle, va. ché a furia di saltare sveglio tutti quanti. ahi! che male. devo farmi il callo alle mani altrimenti è una tortura. ma gli occhiali? forse in cucina. totòc totòc totòc! le stampelle mi danno troppo fastidio alle mani. salto. sdoing! niente occhiali in cucina. e come faccio a uscire senza occhiali? forse nello studio? sdoing sdoing sdoing! il rischio poi è, siccome senza occhiali non vedo, di non trovarli comunque, anche se ci passo davanti. sdoing sdoing sdoing. ore 4,40. sarei dovuta essere fuori dieci minuti fa! sono una vera idiota. non posso continuare a saltapicchiare per casa come un grillo impazzito. non li troverò mai. sveglio mister i! no dai. saranno due ore che dorme, poveraccio. poi magari non si riaddormenta più… non ho scelta. e poi al telefono si era persino offerto di accompagnarmi al lavoro… lui gli occhiali me li trova in un attimo…

“ehi! mister i! psssst!”
“sgnarl?”
“scusa, ma non trovo gli occhiali. sto saltando per casa come una scema, mi fa male tutto, sono in ritardo! per piacere aiutami!”
“sgnarl. sdronf. spunf. eccoli”
“ma come? dov’erano???? non ti sei nemmeno alzato? come hai fatto?”
“ho allungato la mano. erano, come sempre, sul tuo comodino”
“oddio grazie! che scema sono. grazie! continua a dormire adesso. io vado”
sdoing sdoing sdoing!
“ma che fai, elasti? piangi?”
“io? piangere? ma no! scherzi? piangere io? e perché mai? bah. che idee. ora vado ché sono in ritardo. dormi, tu!”.

meno male che è buio. comunque sono una psicolabile. una stordita psicolabile piagnucolosa. ma nessuno deve accorgersene. l
e chiavi della macchina dove le avevo messe? non erano nella borsa? dove sono finite? sdoing sdoing sdoing.

c’è del disagio

ore 16,45
“ragazzi, sto lavorando. devo scrivere una cosa che mi agita, preparare un’altra roba entro questa sera e fare delle telefonate. chiudo la porta. con voi c’è cindy”
“va bene, mamma”
“ciao. finirò tra un paio d’ore”
“d’accordo. possiamo fare qualche videogioco?”
“no. niente video”
“possiamo fare merenda?”
“certo”
“cosa possiamo mangiare?”
“ragazzi, vi ho detto che devo lavorare. andate a vedere cosa c’è in cucina. chiedete a cindy se avete bisogno”
“va bene, mamma”

ore 16,51
“mamma, devo fale la cacca”
“bene. vai”
“mi fai compagnia?”
“no, amore. sto lavorando”
“mi fai il bidet quando ho finito?”
“non avevi detto che a cinque anni ti saresti fatto il bidet da solo?”
“non posso fale semple tutto io. già faccio la cacca…”
“puoi chiedere aiuto a cindy?”
“cindy???? cindy non sa falmi il bidet!”
“senti, vai. chiamami quando devo venire”

ore 16,52
“ho finitoooooooo”
“eccomi”
“ela uno schelzo. facciamo gli indovinelli?”
“hobbit piccolo. la mamma sta lavorando. non facciamo nessun indovinello. chiamami per il bidet e basta!”
“va bene mamma. me lo dai un bacio pel salutalmi?”

ore 16,55
“ho finitooooooooo”
“…”
“questa volta pel davvelo. non è uno schelzo”

ore 17,01
“mamma, devo parlarti in privato”
“puoi aspettare più tardi, hobbit di mezzo?”
“no”
“dimmi”
“avrei bisogno del tuo cellulare”
“perché mai?”
“per controllare la temperatura in questo momento a hadhramaut. e ovviamente a minneapolis. pensa che ieri ad hadhramaut c’erano 27 gradi”
“ma dov’è hadhramaut?”
“non so. ma c’è un clima interessante e lo devo controllare”
“tieni il cellulare ed esci”

ore 17,15
“madre!”
“perché mi chiami madre e non mamma come tutti i figli del mondo?”
“perché sei la migliore, madre”
“hobbit grande, sto cercando di lavorare. potete smettere di transitare da questa stanza come se fosse l’area partenze dell’aeroporto jfk a new york?”
“ho preso otto in storia, madre”
“amore!!! bravo!”
“e mi sono fatto interrogare in matematica e sono andato strabene”
“sono molto orgogliosa di te”
“i prof hanno detto che si vede che sto cominciando a studiare seriamente”
“vedi che i risultati arrivano se ti impegni? bene. sono molto contenta. ora però fammi lavorare”
“va bene. ciao madre”

ore 17,22
“mamma!”
“che c’è?”
“a minneapolis ci sono meno 12 gradi!!!”
“mamma, io da oggi mi chiamo toki toki paddington figo”
“madre, è okkei se faccio venire qui mattia a pranzo domani”
“FATE FINTA CHE IO NON SIA IN CASA, CHE NON ESISTA, CHE SIA STATA RAPITA DAGLI ALIENI CHE FORSE MI RESTITUIRANNO PER CENA. FUORI DI QUI!!!!”
“madre, c’è qualcosa che non va? possiamo aiutarti? c’è del disagio qui”
“HO DETTO FUORI!”

disagio. dice che c’è del disagio, lui.