niente di più

su un divano rosso, gli hobbit guardano con grande e inspiegabile, anzi spiegabile perché sono maschi, diletto “continuavano a chiamarlo trinità” con bud spencer e terence hill. elastigirl è accanto a loro, sullo stesso divano rosso in cui si sgomita un po’. e li guarda, con le loro teste rapate post pidocchi: marines in libera uscita cinematografica. e pensa che quei tre – il grande composto e assorto, il medio, irrequieto e logorroico, il piccolo, spaparanzato tra gli altri due, intimamente convinto di essere padrone dell’universo – sono sfaccimissimi, come direbbe mister incredible.
e pensa anche che in un momento così, con bud e terence vestiti da frati, con il sole che tramonta tardi e fa allegria, la radio dimenticata accesa in cucina, non ci sono moltissime cose che desidera, oltre a quelle che ha già.
a parte naturalmente la sconfitta dei peli superflui, un rapporto un po’ più sereno con il cibo e in particolare con il cioccolato che non tocca da un anno e più e l’astinenza è ormai cronica, un maggiore equilibrio, la capacità di non perdersi e non disperdersi, un periodo di almeno sette giorni consecutivi senza lavorare, scrivere, sentirsi in dovere di produrre qualcosa, un po’ di primavera seria, un paio di sandali con il tacco e il talento di camminarci comoda e disinvolta, il tempo per leggere un libro senza interruzioni endogene e esogene, una disponibilità maggiore verso ciò che esula dai doveri familiari e professionali, uno smalto per le unghie, blu, la possibilità di guardarsi da fuori, senza accanimento, l’assenza di inquietudine, la presenza di tante, tantissime idee. ma queste sono inezie.

ps di servizio.
elastigirl domenica 19 maggio sarà a spazio k a milano, in via spalato 11, con cristina donà, per questa cosa qui.

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censura hobbit

“a me dispiace molto che tra poco eliza torni a casa sua, in america. a voi?”

“mmmmh”

“eliza mi ha insegnato il lusso. sii iu suun vuol dile zi vediamo dopo in lusso”

“no, hobbit piccolo, see you soon non è russo, è inglese. eliza parla inglese”

“cane in lusso si dice dag”

“dog! in inglese. dog”

“eliza dize dag”

“già, eliza ha l’accento americano e dice dag…”

“e a te, hobbit grande, dispiace che eliza parta?”

“mah… torneremo alla nostra vecchia famiglia, come nei bei tempi andati”

“sentite ma… sapete che forse eliza tornerà l’anno prossimo? lei ha detto che le farebbe piacere. a voi?”

“ma sì, dai. è una brava guagliona”

“e poi ci ha insegnato i giochi di prestigio”

“e zi ha insegnato a pallale lusso”

“non è… va be’. se invece l’anno prossimo eliza non potesse venire potremmo provare a cercare un ragazzo. cosa dite?”

“non ci pensare nemmeno, mamma!”

“perché, hobbit grande?”

“perché poi un ragazzo magari ti attrae…”

“mi attrae? ma che dici?”

“sì, ti attrae e tu fai la furbina e io non voglio. perché tu hai già papà. e lui è perfetto per te”

“come? la furbina??? cosa ti viene in mente?”

“guarda, non voglio nemmeno parlarne. in questa casa entreranno solo femmine alla pari. di maschi siamo già abbastanza”.

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noi tre poveretti

questa sera, a letto, prima di dormire.
“noemi è la mia fidanzata”
“ah…”
“e io…”
“tu?”
“io sono il suo gatto”
“mamma… domani ci sei al saggio di flauto?”
“hobbit grande, me lo hai già chiesto un milione di volte. e ti ho già risposto che non riesco a essere a scuola alle tre domani. è veramente impossibile. mi dispiace. ci sarà la nonna”
“ma perché? perché non vieni??? tu sei cattiva, ecco!”
“tesoro, ti ho già spiegato. sono in ufficio e non ce la faccio proprio a venire”
“non è vero. tu non sei in ufficio”
“e dove sarei?”
“a giocare al bingo con le tue amiche”
“a giocare al… ma cosa ne sai tu del bingo? a malapena so io cos’è il bingo…”
“bella famiglia che abbiamo noi. siamo proprio fortunati, noi tre poveretti”
“hobbit di mezzo, per piacere, non ti ci mettere pure tu!”
proprio fortunati, dicevo: una mamma che gioca al bingo e una nonna drogata”
“una nonna drogata? ma cosa stai dicendo?”
“veramente! l’ho vista io, a venezia, che si drogava di nascosto con le sue pilluline…”
“certo! le famose pillUline di droga della nonna…”
“miao miao”
“mamma, domani ci sei al mio saggio di flauto a scuola?”
“proprio fortunati, noi tre poveretti…”.

ps di servizio. domenica 5 maggio, alle 15, nell’ambito del festival del cinema africano, elastigirl leggerà brani del suo racconto ugandese, scritto per amref, al festival center, casello ovest di porta venezia a milano (dettagli qui).

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ciao, io parto

nonna J è rientrata dalla vacanza veneziana con lo hobbit grande e il medio questo pomeriggio. è tornata molto contenta ma un po’ provata dall’esuberanza della coppia, dall’allergia del grande, dal sonnambulismo del medio, dalla voracità, dalle risse, dai compiti, dalle meraviglie e dai buchi neri che la distanza ravvicinata e prolungata con quei due portano con sé.

“pelché non mi hai poltato a venezia con te?”, ha domandato lo hobbit piccolo, appena nonna J ha riconsegnato i maggiori ad elastigirl, probabilmente sognando gli ultimi scampoli del ponte all’insegna del silenzio, della solitudine e della decompressione.

“quando sarai un po’ più grande ti prometto che ti ci porto”

“io sono glande adesso e voglio venile con te, con la mia valizetta”

“vuoi venire a casa mia?”

“a dolmile”

“va bene, se vuoi chiediamo alla mamma di prepararti la valigietta con il pigiama, lo spazzolino e le tue cose e vieni da me a dormire. poi domattina ti accompagno io all’asilo”

“andiamo via adesso! paltiamo”

“va bene. andiamo”

“mamma, sei sicura che dopo quattro giorni con gli altri due, hai voglia di…”

“ma certo, elasti! cosa vuoi che sia?”

“no, per carità. però, ecco, è la prima volta e magari…”

“zao mamma. io palto con la nonna. vado via. andiamo a venezia”.

e così sono entrati due hobbit e ne è uscito uno. e questa casa sembra finalmente un albergo. e a elastigirl non sembra vero.

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dimenticanze

il fatto è che uno si dimentica come sia semplice e piacevole preparare la cena per due e apparecchiare insieme, ridendo, e assaggiare insieme la pasta e dire: “secondo te?”. si dimentica di quella che eliza chiamerebbe “undivided attention” che è una cosa preziosa da dare e da ricevere. si dimentica del silenzio tutto intorno, un silenzio che non sembra vero. si dimentica della felicità di essere in pochissimi, del lusso di ascoltarsi con calma, della lettura di un libro sul letto, da soli, che dovrebbe essere una cosa normale e invece è trasgressione. si dimentica di come, a volte, senza concorrenti né gara, si dia il meglio di sé. si dimentica della sintonia, della complicità, delle risate, del significato del sostantivo dialogo, in cui dentro c’è, guarda caso, il numero due. si dimentica di quanto sia rilassante non disperdersi. si dimentica anche che può succede che, mentre si sta sparecchiando, l’altro dica “ti aspetto sul divano” e lo ritrovi dopo due minuti che russa e allora niente rito della nanna, niente coccole (grattini-bacini-massaggini-abbracci-parole) che sono una grande invenzione ma la maniacale ripetitività ammazza anche la più focosa delle passioni. insomma, uno si dimentica la suggestione di una casa semi-vuota e improvvisamente troppo grande, di un figlio temporaneamente unico, della pace di un ménage in formazione ridotta.

lo hobbit grande e lo hobbit di mezzo, mentre elastigirl e il piccolo si godevano la loro luna di miele, andavano a mangiare la pizza, a venezia, con nonna J e artù, e poi  si sedevano alle zattere, di fronte al mare, per un gelato sotto una luna piena.

gli economisti, che sono chiamati scienziati tristi non a caso, direbbero che si tratta di un equilibrio pareto efficiente.

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tranquillissimo

“metti in valigia la maglietta aderente che mi fa il fisico da figo?”
“cosa stai dicendo, hobbit grande?”
“la maglietta blu. quella che mi piace… la puoi mettere in valigia per piacere, mamma?”
“uff. non potevamo andare al mare?”
“venezia è sul mare. anzi è dentro il mare!”
“allora portiamo i costumi e facciamo i bagni?”
“no. e comunque andrete in un posto meraviglioso. talmente meraviglioso che mi dispiace non essere io a farvelo vedere la prima volta”
“e perché non vieni con noi allora?”
“perché devo andare in ufficio domani e dopodomani”
“mpf”
“e poi la nonna è strafelice di portarvi a venezia insieme ad artù”
“anche io vollio andale con i nonni a venezia”
“tu starai con la mamma. noi due da soli fino a domenica: a venezia ci andrai quando sarai un po’ più grande, hobbit piccolo”
“io sono zà glande. pelò sono contento di stale qui con la mia mamma, tlanquillo senza flatelli. anzi, tlanquillissimo”.

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dieci

ciao ragazzino,
che stamane toccavi il cielo con un dito perché, diciamocelo, avere un’età fatta di due cifre non è affatto male. che hai le ascelle che puzzano e ne vai molto fiero e mi dici: “senti! senti!” rincorrendomi per casa. che sei aggrovigliato, come ero io alla tua età e forse pure adesso. che non sai bene cosa vuoi. che ti affacci in quella terra di mezzo, tra l’infanzia e l’adolescenza e non sai se andare avanti o tornare indietro.
ciao ragazzino, che mi fai ridere alle lacrime, che conosco e riconosco, che capisco al volo e mi capisci al volo, che mi esasperi e mi disarmi, che sei mio complice e basta una parola per raccontarsi una storia intera. che leggi nel pensiero di tuo fratello di mezzo e di lui sai più cose di chiunque altro, anche se ogni tanto vorresti fare scambio con un cane, anche di piccola taglia. che coccoli tuo fratello piccolo con una tenerezza virile e ruvida che mi incanta. che sei perspicace e intuitivo, che cogli ogni sfumatura e ogni conversazione, anche lontanissima da te, che scopri i segreti e leggi gli sguardi. e a volte per questo mi inquieti.
ciao ragazzino che ami andare a scuola perché ci sono i tuoi amici e delle maestre simpatiche, ma aboliresti i compiti, lo studio della geografia, l’inglese scritto. però salveresti la grammatica e forse anche le divisioni a due cifre.
che ti guardi allo specchio e ti aggiusti i capelli, dritti sulla testa come tronchi d’albero.
che sei un’ombra e subito dopo un sole, un mugugno e una risata, un guizzo insofferente e un abbraccio in cui vorrei abitare. che dici “ciao pupa!” e mi prendi in spalla e mi porti in giro per casa, anche se io grido: “mettimi subito giù che ti fai male!. che ti tocchi la punta del naso con la lingua e ne vai parecchio fiero perché nella famiglia sei l’unico con un talento così prezioso e utile. che ti erigi a guardiano della mia virtù e che mi domandi: “non vorrai mica uscire così?” se mi metto i tacchi o mi scopro le braccia o un pezzo di gamba.
ciao ragazzino, che ogni tanto ti chiudi a riccio, diventi selvatico e di noi non vuoi saperne niente, ma io ho scoperto un’arma segreta contro quel riccio. ma non te la dico ché altrimenti non funziona più.
che dici no!, che fai spallucce e che ti allontani. e vuol dire che è tutto normale e stai diventando grande. e guardarti crescere – lo so – sarà un privilegio e un incubo, istruttivo, divertente e snervante.
ciao ragazzino con gli occhi blu, sappi che io, che sono la tua mamma, ti voglio bene sempre, anche quando ti trasformi in gollum e in darth vader, in un troll e in un gremlin bagnato.
tanti auguri

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sopravvissuti

nell’elasti-casa sabato, dalle 18 alle 22, c’è stata la festa dello hobbit grande, con un numero imprecisato di bambini, non inferiore a 15 e non superiore a 20.
domenica, dalle 15,30 alle 18,30 c’è stata la festa dello hobbit di mezzo, con un numero imprecisato di bambini, non inferiore a 15 e non superiore a 20.

ieri sera, al buio, nei rispettivi letti, i due festeggiati.
“allora, hobbit di mezzo, sei stato contento della festa?”
“sì, anche se i miei amici non mi ascoltavano”
“come non ti ascoltavano?”
“e mettevano tutto in disordine”
“ma dai! era una festa! si dovevano divertire!”
“che bel divertimento mettere tutto in disordine!”
“tu sei veramente un tristone che non sta godersi la vita! secondo me preferisci fare i compiti, tu!”
“be’, tra mettere in disordine e fare i compiti… certo che preferisco fare i compiti!”
“tu non sei mio fratello. a te ti abbiamo trovato per strada, o nei cereali, o sotto un tappeto”.

elastigirl e mister incredible sono sopravvissuti:
- al disordine, come direbbe lo hobbit di mezzo che in realtà si è divertito parecchio ma deve fare il sostenuto
- al rumore inimmaginabile
- alla preparazione della pizza per un’orda di nove-decenni famelici
- alla schiacciante superiorità (non numerica) delle bambine femmine sui bambini maschi
- alla scomparsa di un cuscino. e non è facile far sparire, smaterializzare, disintegrare il cuscino di un letto
- a una guerra di palloncini
- alla preparazione di 70 paninetti dolci con successiva farcitura
- alla preparazione di cinque torte
- alla fuga delle mamme e all’invasione dei papà che, gaudenti e ciarlieri, hanno preso l’aperitivo nell’elasti-cucina mentre fuori si scatenava l’inferno
- alla visione di un’orda di settenni che ballano come elefanti, come zombie, come serpenti, come farfalle, come cavalieri, come principesse, come pazzi
- allo spegnimento di 17 candeline complessive
- alla visione collettiva di un film dopo cena, al buio, tutti ammassati gli uni addosso agli altri
- alle avvisaglie della preadolescenza in versione bagordi-festaioli
- a una scarpiera con 36 scarpe ospiti
- al consumo massiccio di ghiaccio per tamponare numerose contusioni reali e immaginarie
- a una bambina con gli occhi tondi che dichiara: “ho tutti i denti che ballano e non sono in grado di mangiare la torta” e allora le offri lo yogurt, con i pezzi di cioccolato dentro per non farla sentire sdentata e derelitta
- alla stupidera
- al rischio che eritreo cazzulati del secondo piano appiccasse fuoco all’elasti-macchina parcheggiata di sotto, ma per fortuna era via per il weekend
- alle felpe dimenticate
- a un liquido appiccicoso e corrosivo, di dubbia provenienza, che ha lasciato tracce del suo passaggio sull’elasti-comodino di legno bello, regalo di nonna J
- alla consapevolezza che, di pomeriggi e serate così, ce ne saranno molte, molte altre.

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sette

ciao capelli pazzi, serpente, mediolino, più medio del mondo, unmade bed, fratello matto, anarchico, storditone, bel ragazzo. ciao tu, che dici che la matematica ti dà la felicità, che sai sempre esattamente cosa vuoi, che sai sempre esattamente dove stai andando, che non esiti, non tentenni, non indugi. ciao tu, che ami i libri di capitan mutanda, che leggi assorto e assente, rannicchiato come una pallina su una sedia. ciao tu che fai i compiti sdraiato per terra, a pancia in giù, velocissimo e un po’ secchione, e chi l’avrebbe mai detto. ciao tu, che ieri mi hai fatto vedere quello che chiami ‘il quaderno del cuore’ in cui scrivi e disegni tutto quello che ti passa per la testa e in una pagina c’era scritto: ‘le persone a cui voglio bene’. e sotto c’era un elenco lungo, di mamma, papà, fratelli, amici, nonni e zii e ancora amici. e, va be’ te lo dico, a me, leggere che ero al primo posto, prima di tutti gli altri, mi ha fatto un enorme subdolo piacere che mi sono tenuta tutto per me. ciao tu, che, quando riusciamo, vieni con me a fare la spesa, tu e io da soli. e di nascosto ci compriamo un cestino di lamponi e lo mangiamo in macchina, come se lo avessimo rubato. ciao tu, che ogni tanto, solo quando vuoi, mi prendi la mano, e me la stringi, con quelle tue dita piccole, nervose e asciutte. ciao tu che hai lo sguardo pazzo del tuo papà e adesso siete in due a incantarmi. ciao tu, che dicono che mi somigli tanto fuori, ma dentro sei esattamente come mister incredible, inquieto, irrequieto, determinato da fare paura, generoso e con la testa sulle nuvole che a volte mi viene voglia di farti scendere di lì a spintoni. ciao tu, che la mattina ti svegli e mi dici sorridendo con un sorriso stupito ed estatico: “ciao splendida Ragazza”, con la tua folle erre arrotatissima, e mi potresti chiedere la luna, darth vader a grandezza naturale, un troll da appartamento e una moto da cross e ti direi sì, ma meno male ancora non lo sai. ciao tu che ti stai trasformando in un ragazzino e guardi il mondo con quegli occhi tondi da civetta, oggi come quando ci siamo conosciuti, in un primo pomeriggio di sette anni fa.

tanti auguri

la tua mamma, ma, se preferisci, puoi chiamarmi pure ‘splendida Ragazza‘ che va bene uguale

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scambi culturali

è entrata come un colpo di vento che fa sbattere le porte. i capelli biondi e pazzi, gli occhi blu, la bocca rossa e piedi lunghissimi per i suoi sette anni e mezzo. è entrata con l’entusiasmo e la sicurezza di chi si sente a casa, ovunque. anche in un posto dove ci sono tre maschi che si sono armati e nascosti per osservarla non visti, per timidezza, per sbruffonaggine, per vigliaccheria, perché i maschi fanno cose strane, al cospetto di ospiti femmine. è arrivata con il suo papà, la sua sorella piccola e il sorriso spavaldo della conquistatrice.
“dove siete? dove sono quei tre?”, ha domandato, brandendo in aria il suo regalo per loro. “li troverò!”. ne ha scovato uno spalmato in alto, su un letto a castello, e altri due asserragliati dentro una casetta fatta di cartone. come avrebbe fatto il lupo con i tre porcellini, è scoppiata in una grassa, fragorosa risata.
mai visto niente di simile: in genere gli hobbit, al primo impatto, in formazione completa e nel loro territorio, intimidiscono gli ospiti piccoli e sconosciuti, a maggior ragione se sono femmine. ma lei, la bionda scarmigliata e volitiva, è fatta di una pasta impermeabile e tenace, resistente al freddo e alla paura. lei, indomita e impavida, viene dalla svezia, è abituata a un welfare esemplare, alle pari opportunità, a un universo a misura di uomo e soprattutto di donna, a mangiare gelati a meno dieci gradi centigradi e a un inverno infinito e buio.
ha catturato i tre hobbit e non li ha divorati a merenda solo perché le servivano per giocare. si è vestita da pirata, li ha intrattenuti, vessati, divertiti e ha svelato il meglio del pop trash svedese, ballando con loro un’improbabile canzone dal titolo copacabanana, in cui un tizio famosissimo lassù, di origini iraniane e dal nome d’arte sean banan, canta, in svedese, che il suo pubblico – di algidi vichinghi – è freddo e bacchettone ma lui, con la sua trascinante verve, lo condurrà nella perdizione della danza sfrenata e dello scatenamento liberatorio.
quando è andata via ha esclamato “ora vi bacio!”, sotto gli sguardi affascinati e atterriti dei tre. ha elargito baci copiosi su guance e, narra la leggenda, perfino sulla bocca. ma, si sa, le donne del nord sono disinvolte, disinibite e irresistibili.
“quando tornano le amiche?”, ha chiesto lo hobbit piccolo ininterrottamente nelle successive 36 ore.

lei è la bambina grande di fefo che vive a stoccolma, per scelta e per amore, è nato a milano, è una colonna portante dello spazio commenti dell’elasti-blog, nonché rappresentante della sparuta presenza maschile, e blogger a sua volta.
nella prossima vita elastigirl avrà una bambina femmina svedese con i capelli pazzi che impartisce ordini ed elargisce baci a piene mani e in egual misura.

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