alla nostra età

“ehi, hobbit grande, in prima media,  l’insegnante di religione è un prete o è un laico?”

“eh?”

“chiedevo se, nella tua classe, l’insegnante di religione è un uomo di chiesa, tipo un sacerdote, o no?”

“boh. credo che sia un normale”

“quindi non è un prete…”

“direi di no. è uno vestito normalmente. non è male, mi sembra bravo ma non mi dà l’idea di uno in grado di far uscire satana dai corpi”

“ok, l’insegnante di religione non è un esorcista?”

“no, direi di no. ed è un peccato”

“perché?”

“perché alla nostra età sarebbe utile avere a portata di mano qualcuno capace di fare uscire satana dai corpi”

“già. hai ragione. non ci avevo pensato”.

è tardissimo

“ragazzi! presto che è tardi. su, veloci! andate a lavarvi i denti e tutti a dormire!”

“mamma, ma…”

“niente ma! è notte fonda! non è ammissibile che siate, anzi siamo, ancora svegli a quest’ora!”

“ancora 5 minuti…”

“stai scherzando, vero? di corsa a letto. io tra esattamente sette secondo stramazzo al suolo. uno, due, tre, quattro…”

“sembla di essele in plizone”

“buonanotte! basta! non voglio sentire volare una mosca!”

“mamma…”

“cosa c’è ancora?”

“sono le 8 e un quarto… tu ti rendi conto che stai un po’ esagerando?”

“ah. veramente? hai ragione… mi sembrava più tardi… va be’! andare a letto presto non ha mai fatto male a nessuno, comunque!”.

aveva già, strutturalmente, la sindrome del bianconigio ritardatario di alice nel paese delle meraviglie. adesso che ha un nuovo lavoro e la sveglia alle 4 del mattino (4,05 per la precisione), raggiunge virtuosismi di maniacalità che, prima o poi, le si ritorceranno contro.

l’erede del grande magolin

“questa sela mi hai dato il pizama che mi ha legalato magolin, mamma”

“non te l’aveva regalato la nonna?”

“no, è un legalo del glande magolin. non lo puoi sapele tu, mamma. non eli ancola nata quando me lo ha dato. e nemmeno io”

“ah, ma chi è il grande magolin?”

“non conossi magolin, mamma?? non è possibile! non conossi niente se non conossi magolin”

“non ne ho mai sentito parlare… ehi, hobbit grande! tu conosci magolin?”

“come no? il grande magolin è il più potente mago dell’universo”

“però! ed è amico nostro?”

“più che amico. è uno di famiglia…”

“pelò tla poco poco muole”

“oh povero magolin!”

“ma no! io sto aspettando che muole pelché così divento io il nuovo glande magolin”

“scusa, ma non capisco…”

“sì, mamma, forse non lo sai, ma lo hobbit piccolo è l’unico vero erede del grande magolin. qui stiamo tutti aspettando che magolin il vecchio muoia per potere incoronare il suo successore qui presente”

“che poi salei io!”

“ovvio”.

elastigirl ultimamente ha l’impressione di perdersi dei passaggi importanti della vita hobbit. e soprattutto che loro, e magolin, se ne approfittino.

hold your breath

nella città di A i cimiteri sono posti belli, affacciati sulle strade e sulle case o davanti a panorami bellissimi. sono luoghi in armonia con il paesaggio intorno e non non posti tetri, reclusi dentro recinti che impediscono la vista ai passanti e l’interazione con il mondo fuori. anche la morte, quando è così indissolubilmente, fisicamente legata alla vita, ha un volto più familiare e fa meno paura. almeno così pensava elasti, prima di questo pomeriggio.

ore 15, in macchina, in transito dal campo estivo naturalista degli hobbit maggiori a quello fricchettone dello hobbit piccolo.
“cosa fai, hobbit di mezzo? stai soffocando?”
“…”
“ehi??? là dietro? tutto bene?”
“sì, mamma, tranquilla. questo qui sta solo trattenendo il respiro fino a quando superiamo il cimitero”
“e perché mai?”
“perché me lo ha detto ar jei”
“chi sarebbe ar jei?”
rutesh jr, un mio amico al campo. me lo ha spiegato quando eravamo sul pullmino, andando in gita in montagna”
“e cosa ti ha spiegato?”
“mi ha spiegato che quando passi vicino a un cimitero devi shut your mouth and  hold your breath, chiudere la bocca e trattenere il respiro, finché non lo hai superato”
“ti ha anche spiegato perché? secondo me lo avevi stordito di parole e voleva farti stare zitto per un po'”
“ma no! se respiri, qualche anima di morti cattivi potrebbe entrarti nella bocca e possederti”
“e se invece non respiri…”
“sei bello al sicuro. io non è che ci credo veramente a questa cosa che dice rutesh. ma nel dubbio…”.

inquietanti derive

la città di A, in massachusetts, è un inno urbano al politically correct. qui uomini barbuti circolano con gonne a balze e le donne non si depilano perché la dolorosa guerra al pelo è una inaccettabile concessione a un modello retrogrado maschilista e risponde a canoni estetici perversamente sadici. si praticano il pacifismo e la tolleranza ovunque, al supermercato e agli incroci. lo yoga è preferito al jogging, le proteine delle bacche sono preferite a quelle della carne, un accomodante linguaggio del corpo è preferito alla dialettica del confronto verbale. le parole e il loro, seppur inconsapevole, uso inappropriato possono inchiodarti per sempre alla tua improntitutudine e condannarti a vita al pubblico stigma. dire “oriental”invece di “asian” è offensivo, “sex”invece di “gender” è inammissibile, “wife” o “husband” invece di “partner” è indice di chiusura mentale.

“questa è musica da coleani”

“ma che dici, hobbit piccolo?”

“questa canzone, alla ladio, fa schifo. è musica da coleani”

“musica da coreani???”

“sì, coleani come testaglossa”

“amore, testagrossa si chiama david e non testagrossa”

“ma è coleano e io lo odio”

“smettila di fare così. ti sei fissato con quel poveraccio. è un bambino, come te, come i tuoi fratelli e come gli altri bambini del campo estivo americano. ma come ti vengono certe idee? se ti sentissero le tue maestre, che chiamano tutti ‘friends’, predicano l’amore universale e l’armonia globale inorridirebbero. secondo me ci caccerebbero dalla città di A, anzi dall’intera valle dei pionieri”

“testaglossa picchia, anche se si è tagliato i capelli”

“ok, ne parliamo con le maestre. però con loro non tirare mai fuori questa cosa dell’odio per testagrossa che è coreano”

“va be’, intanto puoi cambiale questa musica che mi fa schifo?”.

derive di coppia

“amore mio! che bello che sei tornato! non resistevo più!”

“nemmeno io. contavo le ore!”

“ho già detto agli hobbit che questa sera devono andare a letto prestissimo e senza fare storie ché il papa e la mamma hanno da fare”

“bravissima! adesso vado di là e comincio a organizzare tutto”

“solo il pensiero mi elettrizza!”

“senti, ma non è che, nell’impazienza, ti sei messa ieri o l’altro ieri sera da sola a…”

“stai scherzando??? senza di te non è la stessa cosa! non mi diverto da sola. e poi mi sembrerebbe di tradirti. invece tu, piuttosto, a londra…”

“assolutamente no! certe cose si fanno insieme”

“sono le 815… è troppo presto secondo te per mandarli a letto?”

“be’, forse sì. aspettiamo almeno le nove…”

“uff. se poi penso che questa è l’ultima puntata mi viene da piangere”

“già. come faremo senza game of thrones?”

“non so proprio. ci toccherà aspettare un anno, per la prossima stagione. come faremo?”

“troveremo un diversivo per ingannare l’attesa e distrarci un po’…”.

sposami

“dammi la mano”

“…”

“io sono tuo marito”

“ah, sì? hai fatto bene a dirmelo, non lo sapevo”

“siamo sposati da dieci anni”

“ma io veramente sono sposata con il papà. come la mettiamo?”

“ah già. va be’, lascialo e sposa me!”

“effettivamente non sei niente male, tu, con gli occhi tondi e i capelli pazzi ma… non sei un po’ giovane? mi pare di ricordare che tu abbia otto anni appena compiuti…”

“ti sbagli. probabilmente mi confondi con qualcun altro”

“non saprei… può darsi”

“lascia che mi presenti! io sono dwarf, dwarfy dwarf, sono un nano e ho 45 anni”

“dwarfy dwarf? bel nome…”

“ah! ho dimenticato la cosa più importante, bambola!”

“bambola no, dai!”

“ok, non vuoi sapere la cosa più importante, pupa?”

“ehm, quale sarebbe la cosa più importante?”

“sono ssssingle!”

“basta hobbit di mezzo, ti prego!”

“non sono hobbit di mezzo, te l’ho già detto. sono dwarfy dwarf, un nano di 45 anni single. eddai, sposami, mamma!”.

ri-scoperte

loro, gli hobbit, sono arrivati a casa questo pomeriggio, dopo i giorni baresi. si sono catapultati, spintonandosi, attraverso la porta. hanno mollato le scarpe e le felpe all’ingresso, con l’urgenza di chi ha una missione superiore da compiere, con l’irruenza dei barbari, con la furia degli esagitati. e si sono precipitati in camera, strattonandosi e urlando, come se fosse una questione di vita o di morte. non si erano messi d’accordo prima. si sono mossi all’unisono, spinti dalla stessa misteriosa molla, sotto gli sguardi perplessi e un po’ inquieti dei loro genitori.

poi, raggiunta la meta, è calato il silenzio. un silenzio denso di stupore, meraviglia e concentrazione. il silenzio di chi fa una ricognizione, riconosce le tracce, le segue, trova il suo tesoro e si placa, in pace con se stesso e con il mondo. sono stati lì dentro fino all’ora di cena, inchiodati alle loro faccende, al loro territorio, al loro mondo.

succede sempre così. e ogni volta elastigirl se ne dimentica. loro, quando tornano dopo due, tre, cento giorni – non ha grande importanza – ritrovano i loro giochi, i loro spazi, le loro cose. e l’incontro, anzi il reincontro, richiede un rito solenne da celebrare solo con gli adepti. e ogni volta è una sorpresa, come un’epifania, anche al cospetto di un darth vader senza testa e di un troll di terza mano. e, a pensarci bene, è una gran fonte di piacere e felicità, da cui prendere esempio e trarre ispirazione.

“noooo! guarda! le pantofole con il pelo dentro che mi avevi portato dall’australia. bellissime! anche se un po’ calde per la primavera. incredibile! i sandali rossi! ma sono uno spettacolo! e queste ballerine? vogliamo parlarne? comodissime. anche se parecchio conciate. gli stivali sono da mettere via per l’inverno… e queste sneaker? favolose. ora me le metto. anzi, prima mi metto le infradito per sentirmi al mare…”

“elasti! cosa fai inebetita davanti alla scarpiera? cosa borbotti tra te e te?”

“lasciami sola. sto riprendendo contatto con il mio mondo, come fanno loro… è una pratica sana, utile e mistica”

“…”

“non posso crederci! i calzettoni afghani… e chi se li ricordava più…”.

il villaggio sbagliato

“eddai, mister i, ridammi il mio tablet. la devi smettere di giocare a clash of clans. è diventata un’ossessione! peggio della piscina”

“un secondo e te lo ridò. sto massacrando un villaggio di giapponesi”

“non ho parole”

“fantastico! gli ho rubato un sacco di soldi e sono pieno di trofei!”

“ti stai rinscemendo. e stai facendo rinscemire anche i tre hobbit. soprattutto quel pazzo ossessivo del medio, che è identico a te. ora parla solo di moltiplicazioni, di fone, phoney e smiley bone in fuga da boneville e del re barbaro del vostro villaggio di clash of clans”

“stiamo diventando fortissimi”

“ma fate sempre parte di quel clan… come si chiamava? le bombe italiche, una cosa così”

“no, non siamo più con le bombe italiane. avevamo trovato un altro clan. si chiamava i comunistii. allora ho pensato: ecco il posto mio, finalmente! e mi sono unito a loro”

“quindi adesso siete con i comunisti?”

“no. non più. li abbiamo abbandonati”

“perché? non erano abbastanza comunisti per voi?”

“no. è che erano comunistii con due i alla fine”

“e allora?”

“erano comunisti rumeni. e non li capivo. quindi me ne sono andato”

“e ora dove sei finito?”

“pensavo finalmente di avere trovato la mia dimensione, il mio villaggio, il posto per noi. un gruppo fantastico. si chiamano ora e sempre resistenza”

“non male”

“sì, sono grandiosi. il capo è un ferroviere di reggio emilia. ma non so se resto con loro”

“cos’hanno che non va?”

“stanno valutando una mozione per cambiare nome”

“be’, dai. il nome non ha importanza. se questi sono filo-partigiani mi sembrano simpatici”

“be’, dipende dal nome…”

“eddai! che bacchettone! per uno stupido nome… che nome vogliono darsi?”

“vivalafica”

“ah. be’. effettivamente allora…”

“già. ora però mi ridai un secondo il tablet che vorrei attaccare dei francesi?”.

 

ps aggiornamento postale. l’elasti-casella di posta elettronica è ancora in cenere. il panico tuttavia si è trasformato in depressione e ansia strisciante grazie all’improvvisa scoperta di avere fatto un back-up, che risale allo scorso gennaio, perché evidentemente un briciolo di elasti-buon senso esiste ancora.

pronto, qui è la chiesa

questa sera. a cena. i tre hobbit, elastigirl ed eliza intorno al tavolo.

drin!

“uff, chi sarà che chiama a quest’ora?”

“vado io mamma, non ti preoccupare. state tutti seduti. ci penso io”

“grazie, tesoro”

“chissà con chi sta parlando lo hobbit grande di là…”

“rieccoti, finalmente! chi era?”

“la chiesa”

“come la chiesa?”

“sì, era la chiesa qui vicino. hanno chiesto se volevamo la benedizione pasquale della casa”

“e tu cos’hai risposto?”

“ho detto che non potevo stare al telefono perché ero a casa da solo e stavo mangiando. e che comunque la mia mamma non voleva che parlassi con gli estranei, anche se era la chiesa”

“ma stai scherzando o sei serio?”

“sono serissimo, mamma! ho pensato che comunque la benedizione non la vogliamo e che era inutile coinvolgerti in questa conversazione con la chiesa. e poi noi nemmeno ci andiamo in chiesa… ”

“mmmh. ok. grazie per non avermi coinvolta ma non era necessario dire che eri da solo, avresti dovuto chiamarmi. adesso chissà cosa pensano. non solo non ci facciamo mai benedire ma in più molliamo anche i bambini a casa da soli la sera”

“a mangiare…”

“appunto, poveri bambini che cenano soli come cani. magari invece della benedizione ci mandano i servizi sociali”

“ah, poi la chiesa voleva anche…”

“…”

“venderci dei cosi… come si chiamano?”

“e che ne so? ma come voleva venderci qualcosa? cosa?”

“dei cesarei. ecco! voleva venderci dei cesarei!”

“cesarei??? cosa stai dicendo?”

“sì! i cesarei, quelli che si usano per pregare, tipo collane…”

“rosari! rosari! non cesarei! il cesareo è il taglio che ti fanno quando il bambino deve uscire dalla pancia”

“giusto. brava. rosari!”

“senti, hobbit grande, chi era veramente al telefono?”

“la nonna. ha detto di richiamarla appena abbiamo finito di cenare”.