let’s cheer!

elastigirl, al centro sportivo universitario della città di A, in massachusetts, ha sperimentato tutti i corsi possibili all’ora di pranzo, malgrado l’offerta, rispetto alle precedenti estati, abbia virato su discipline ben più spirituali e mentali rispetto alle pratiche sfinenti e autodistruttive che lei predilige in patria. così, ha provato hata yoga, kripalu yoga, vinyasa yoga, broga yoga, yoga fusion, body matrix flow yoga, strenght-based yoga, piyo. senza grande soddisfazione.
“non mi sembri particolarmente contenta del recreation center, quest’anno, elasti”, ha detto un giorno mister i, mentre lei, senza troppa convinzione, mostrava a lui e agli hobbit le posizioni dell’eroe, del guerriero e dell’albero.
“già, temo di non essere pronta per lo yoga. invece di rilassarmi mi irrita. e non va tanto bene”
“e non ci sono alternative?”
“be’, in realtà…”
“cosa?”
“ci sarebbe cardio kickboxing che mi piacerebbe proprio tantissimissimo… però”
“però”
“è alle sei di sera”
“effettivamente è un orario un po’ scomodo per noi”
“però potrei portarmi avanti con la cena nel pomeriggio. e potrei pure pensare al lunch box degli hobbit per l’indomani… e alle 530 potrebbe essere tutto organizzato e, se tu fossi a casa, potrei…”
“ok. tranquilla. se ti fa piacere puoi andare a fare cardio kickboxing alle sei”
“sul serio???”
così, nelle ultime settimane, alle sei, elastigirl si trova in una grande sala gremita di studenti, tutti tra i 18 e i 25 anni, ragazze e ragazzi, prevalentemente ipertonici, provenienti da ogni parte del mondo, che, per un’ora, al ritmo di una musica ossessiva, saltano, sferrano calci e pugni, risaltano e si massacrano di flessioni e cosiddetti burpees (ndr: chiamansi burpees esercizi designati allo scopo di massimizzare la probabilità di infarto in un essere umano).
tutto questo, nonostante la fastidiosa prossimità di pin-up e giocatori di football che potrebbero tranquillamente essere suoi figli, non la disturba affatto ma tende piuttosto a galvanizzarla. c’è tuttavia una cosa che la manda in crisi, intorno al quarantesimo minuto di lezione.
“adesso ognuno scelga un partner!” esclama, puntuale come la morte, l’insegnante.
e già tutto ciò è piuttosto intimidente in un’aula di alieni ipertrofici, più somiglianti ad androidi che a persone come quelle che si incontrano per la strada e al supermercato. questo primo scoglio però è stato gloriosamente superato grazie all’individuazione di una studentessa di phd in neuroscienze, sudcoreana, piuttosto isolata e derelitta e parecchio nerd, con cui elastigirl fa coppia fissa dal primo giorno, per la soddisfazione di entrambe.
“ora che avete un partner, possiamo iniziare il gioco! yeahhhhhh!”, aggiunge la maestra invasata e probabile consumatrice abituale di adrenalina sintetica.
“nella vostra coppia ci sono un partner one e un partner two, a vostra scelta. yuppie! al mio via, partner one fa cinque burpees più rapidamente possibile e il partner two…. cheer him on as if the other’s life depended on it. and then, you switch! ready???? yahhhhhhhh!”.
in pratica, mentre partner one fa questi cinque salti che terminano ognuno con un tuffo a terra sdraiati con flessione incorporata, partner two fa il tifo, gridando, incitando, contando, dicendo “sei fichissimo così fico che più fichi e potenti di te non ne ho incontrati mai. io credo tantissimo in te! io so che puoi farcela” e cosucce così. quando partner one, paonazzo, con il cuore che gli scoppia, ha finito e vorrebbe solo accasciarsi a terra in attesa dell’unità mobile di rianimazione che lo porti via, partner two inizia a fare i suoi cinque micidiali burpees, legittimamente aspettandosi che il moribondo ansimante accanto a lui, dimentico della sua agonia, gli dica, urlando, quanto lo consideri fico e quanto creda in lui, preferibilmente saltando e battendo le mani e facendo versi come “uuuuuohhhhh” e simili. e via così, fino alla fine della canzone che ha una durata effettiva di 3-4 minuti ma percepita di quattro giorni e quattro notti.
ecco, se non fosse per questo gioco al massacro tra due partner, per questo dovere morale di gridare cose imbarazzanti a un perfetto sconosciuto che sta tirando le cuoia, questa nuova routine delle sei del pomeriggio che ha oscurato quelle discipline composte e mentali dell’ora di pranzo, sarebbe assolutamente fantastica.

il momento più imbarazzante della mia vita

“sai, mamma, ieri, al fiume, con il campo estivo, ho vissuto il momento più imbarazzante di tutta la mia vita”
“oh no! cosa è successo?”
“guarda, una cosa terrificante. volevo sotterrarmi e scomparire”
“e che sarà mai? ti sei fatto la pipì addosso?”
“no, peggio”
“oddio, no! la cacca???”
“no”
“hai fatto una puzza?”
“ma no! quello non sarebbe imbarazzante. non sai quante ne fanno i miei compagni…”
“mmmh… non so. hai baciato appassionatamente la bambina con le trecce e lei ha detto ‘che schifo!'”
“ma no, dai, che orrore!””allora cosa?”
“una cosa che, se ci penso, mi vengono i brividi e, sono sicuro, mi ricorderò anche quando avrò 40 anni…!”
“raccontamela”
“ero in riva al fiume. e ho visto una rana. se ne stava immobile. a pochi inches da me”
“inches??? non posso pensare di avere un figlio che misura le distanze in pollici…”
“dai, mamma, ascoltami!”
“sì, scusa”
“allora mi sono avvicinato, silenziosissimo e, zac!, l’ho presa!”
“ah! bravo! e cosa c’è di imbarazzante?”
“me la sono fatta scappare. un secondo dopo. terribile, mamma. un momento terribile”.

gente di A

elastigirl, nella città di A, tutti i giorni, alle 1430 esce di casa per andare a prendere gli hobbit al campo estivo naturalista che finisce alle 15. Per arrivare a destinazione puntuale, potrebbe prendere l’autobus numero 36, alle 14,48, ma preferisce camminare perché fa bene, la strada è piacevole e, soprattutto, ha un’intera mezz’ora per ascoltare un audiolibro. e gli audiolibri sono diventati la sua ossessione quest’inverno e, proprio stamane, pensava che, se la sua vita fosse completamente vuota, lei la riempirebbe di voci di attori che interpretano libri per lei.
oggi, mentre camminava con un libro che si chiama daughter nelle orecchie e che racconta la storia di una famiglia in cui un giorno scompare la figlia quindicenne, ha incrociato una tipica signora locale, sulla settantina, con i capelli lunghi, legati in una coda, occhialini tondi, bermuda sbrindellati, camicia indiana e sguardo rotondo e allucinato di chi non disdegna il consumo di sostanze psicotrope, come funghetti magici raccolti nel bosco.
seppur un po’ distratta dalla storia del suo libro, elastigirl ha salutato la signora, perché, nella città di A, quando ci si incontra per strada, ci si saluta e ci si sorride amabilmente, e, incautamente, ha proceduto oltre.
“psssst! pssst!…. psssst! hey!”
ci ha messo un po’ a capire che quei richiami erano rivolti a lei.
la signora teneva in mano un bicchiere di plastica trasparente, con la reverenza e la cura riservate alle cose di inestimabile valore.
si è avvicinata con fare cospiratorio, a elastigirl e, a pochi centimetri dal suo viso, le ha sussurrato: “guarda un po’ che cosa ho trovato”. aveva gli occhi sgranati e l’incanto stupito di chi ha assistito a un miracolo.
elastigirl ha fermato l’audiolibro e l’ha guardata, interrogativa, pensando che solo la scoperta del santo graal, di un manoscritto inedito di dante alighieri o di un affresco ignoto e originale di leonardo da vinci avrebbe potuto giustificare quell’entusiasmo esaltato.
“guarda! una libellula con la coda blu. morta. non è fantastica, meravigliosa, pazzesca?”
“molto bella. sì. davvero molto bella”
“osservala!”
“eh, sì. la sto osservando…”
“sublime…”
“già”
“vuoi tenerla in mano per un momento?”
“ecco, grazie mille. ma anche no”
“bellissima…”
“bene, ora dovrei proprio…”
“sono felice di avere condiviso questo bel momento con te”
“… ehm, anche io… grazie”
“grazie a te dolcezza. e grazie a questa creatura…”.

se un episodio del genere le fosse capitato in italia, elastigirl avrebbe pensato che ci fosse una telecamera nascosta, che la signora fosse un’attrice o, alla peggio, che la signora fosse completamente sciroccata.
invece qui, episodi così sono ordinaria amministrazione. tanto che, quando elastigirl, pensando di suscitare grande ilarità, lo ha raccontato a brenda, la vicina di casa, lei ha commentato: “e quindi?”.

un uomo di mondo

“ieri ho detto al mio amico joe del campo estivo che tu e papà avete festeggiato il vostro anniversario numero 21″
“ah, e cos’ha detto il tuo amico joe?”
“ha detto ‘wow!'”
“mi sembra giusto”
“e gli ho anche detto che siete usciti a cena voi due da soli e che noi siamo stati con brenda, la nostra amica e vicina di casa”
“hai raccontato un sacco di cose a joe…”
“be’, è normale: agli amici si raccontano molte cose”
“certo”
“e sai cos’ha detto, joe?”
“no. cos’ha detto?”
“ha detto che di sicuro siete andati a mangiare in un posto molto sexy. e avete probabilmente ordinato una sexy pizza con dei sexy tomatoes on top”
“sexy tomatoes?”
“già. on top”
“on top”
“il mio amico joe del campo estivo è proprio un uomo di mondo”.

una storia da piangere

il dialogo e gli eventi che seguono sono reali. tuttavia la storia in esso raccontata non è stata verificata. potrebbe essere imprecisa, approssimativa o campata per aria. ma è una bella storia e, soprattutto, non è questo il punto.

“conoscete la storia di plutone?”
“plutone, il pianeta?”
“be’, insomma, pianeta… comunque sì, quel plutone nello spazio!”
“no, non sappiamo la sua storia”
“allora ve la racconto”
“volentieri!”
“un giovane astronomo, di nome clyde, tenace e appassionato, proveniente da una famiglia di agricoltori dell’illinois, entrato nell’osservatorio di flagstaff in arizona, si incaponì nell’osservazione certosina degli oggetti celesti. passava il suo tempo a fotografare il cielo e a guardare i fotogrammi fino a quando, a 26 anni, nel 1930, scoprì il nono pianeta del sistema solare: plutone”
“accidenti!”
“che bravo!”
“già. naturalmente all’inizio il nuovo pianeta non aveva nome. fu così indetto un concorso tra le scuole degli stati uniti per scegliere come si dovesse chiamare. una bambina propose pluto, plutone, che è una divinità greca ma anche il cane di topolino. l’idea ebbe un successo enorme e il pianeta si chiamò così”
“che bella storia…”
“non è finita!”
“ah!”
“negli anni 90 tuttavia alcuni scienziati stabilirono che plutone non aveva veramente le caratteristiche di un pianeta e quindi fu retrocesso”
“ah però!”
“la cosa terribile fu che clyde, quando plutone venne retrocesso, era ancora vivo! aveva 89 anni!”
“povero! chissà che delusione”
“già. una cosa tristissima. da spezzare il cuore”
“be’, dai, insomma”
“ma no! ti rendi conto? è terribile fare una scoperta grandiosa e poi essere informati, a distanza di oltre 60 anni, che ti eri sbagliato!”

e mentre diceva così e rifletteva su quanto fosse triste il destino di clyde, lui piangeva. già. piangeva con le lacrime. e con lui piangeva la moglie, seduta accanto. e, a un certo punto, è stato necessario andare a prendere dei fazzoletti per asciugare tutte quelle lacrime, per clyde.
ed elastigirl e mister i, a tavola con loro, li guardavano piangere. increduli.
perché a volte gli americani ti stupiscono. perché hanno un’arroganza strisciante, la convinzione di essere padroni del mondo, un’ansia di riuscire, l’imperativo morale di primeggiare, l’impudenza di raccontarti quanto sono belli, bravi e vincenti. e poi, insieme a tutto questo, hanno un’ingenuità disarmante, una naïveté imbarazzante, una facilità nel commuoversi, abbandonarsi, stupirsi, intenerirsi che proprio non c’entrano niente con il resto. eppure arricchiscono e complicano il quadro. rendondolo ipnotico.

adho mukha svanasana e il respiro di darth vader

elastigirl è una creatura inquieta, sotto vari punti di vista. probabilmente è per questo che nella sua, seppur talvolta smodata e ossessiva, attività fisica, non si è mai cimentata in discipline che richiedono lentezza, meditazione, sintonia tra corpo e anima.
negli ultimi vent’anni ha praticato, tra gli altri, con alterni risultati e soddisfazioni, ginnastica aerobica, balli latinoamericani, gag, step, kick boxe, zumba, ballo liscio, danza del ventre, cardio pump, step&tone, cardio fit, body pump, jogging, running, acqua tone e spinning.
Come si può notare a occhio nudo, mancano, nell’elenco, voci come stretching, pilates, tai chi chuan, back prevention, body control, panca fit, yoga. e non è casuale.
quest’anno, nella città di A, in massachusetts, come ogni anno, si è iscritta al recreation center universitario dove, per una trentina di dollari, ha accesso per l’intera estate a tutti i corsi, oltre alla pista olimpica per correre, alla piscina per nuotare e alle macchine infernali e sudate per tonificarsi.
tuttavia, mentre l’anno scorso frequentava, con entusiasmo traboccante, ogni lezione di extreme insanity workout, rischiando l’infarto per mano di un’insegnante invasata con i piedi da anfibio, il programma dei corsi dell’estate 2015 è stato rivoluzionato. niente più insanity, kick boxing, spartan challenge o ultimate fitness. il programma attuale prevede esclusivamente: yoga, hatha yoga, power yoga, pilates e kripalu yoga. e dopo un inziale, scorato sconcerto, elastigirl ha pensato che potesse essere l’occasione per scoprire mondi nuovi gravidi di meravigliose e istruttive sorprese.
così, da circa una settimana, in pausa pranzo, si presenta scalza, con un materassino nero e un mattoncino di polistirolo di cui ancora non le è chiaro lo scopo, al cospetto di jill che tiene gli occhi chiusi, è flessuosa come un giunco e ha il respiro di darth vader.
al ritmo dell’ansimare di darth vader, elastigirl sperimenta la posizione del cane, della gru, dell’aquila, del cobra, del bastone a terra e del piccione reale su una gamba. e pratica, o almeno ci prova, hatha yoga. ma, pur consapevole che le faccia un gran bene, sente che le manca terribilmente qualcosa.

la mia famiglia e un pellicano

elastigirl aveva appena metabolizzato l’idea che, nella città di A, una gallina di nome kushla potesse diventare la regina della casa, amata come un cucciolo di cane e viziata come un bambino. certo, l’acquisto di vermi essiccati a uso, consumo e piacere di kushla la lasciava ancora parecchio perplessa, ma, nonostante tutto, il mondo le sembrava ancora abbastanza in ordine.
poi è andata a cena, con mister i e gli hobbit, nel portico di brenda, la vicina di casa che vive in una comune multietnica all’insegna della diversity, in cui gli inquilini sono equamente e rigorosamente ripartiti tra genere, orientamento sessuale e religioso, provenienza etnica e geografica.
ha portato, allo scopo di non turbare gli stereotipi sul cibo italiano, una grande pizza fatta in casa, oltre a tre hobbit vocianti e un mister i munito di birre, e ha trovato, in cambio, lata.
lata è indiana, insegna hindi all’università di A ma vorrebbe tornare a casa sua, possibilmente con un marito che la aspetti. e, tra un pezzo di pizza, del salmone al vapore, gran quantità di maionese e qualche foglia di insalata, lata ha cominciato a raccontare, come se fosse tutto terribilmente scontato e banale, della sua infanzia indiana con una mamma casalinga, un papà poliziotto, un fratello maggiore, una sorella minore e “alcuni animali domestici nel giardino”.
“alcuni animali domestici? tipo?”
“ma no, niente di che…”
“gatti? cani?”
“mmmhhh, sì, avevamo un paio di gatti e anche un cane. ma non mi sono mai stati molto simpatici”
“e oltre al cane e ai gatti avevate qualche altro animale domestico?”
“be’, certo. un coniglio… tre mucche…”
“tre mucche???”
“sì. e anche un altro animale, simile alla mucca, ma più grande e selvaggio. ma ha un nome intraducibile. poi mio papà amava i serpenti e ne aveva uno”
“accidenti! cane, gatti, mucche selvagge e non selvagge, un coniglio, un serpente…”
“be’, avevamo anche delle scimmie ma erano terribilmente dispettose. io non le sopportavo”
“avevate uno zoo?”
“no, no. stavano a casa nostra. liberi. in giardino…”
“avevate un parco!”
“no, un giardino. c’erano anche un paio di cavalli e un cervo”
“un cervo???”
“sì. un cervo. ma soprattutto… il mio preferito!”
“e chi era il tuo preferito?”
“il pellicano!”
e mentre nominava il pellicano, lata si illuminava, come se avesse evocato un grande amore.
“e com’è un pellicano domestico?”
“meraviglioso! simpatico, divertente, affettuoso! mia madre però lo detestava perché quando lavorava a maglia il pellicano le rubava i gomitoli e li disfaceva, riempiendo il giardino di fili della sua lana…”
“…”
“mia madre non sopportava il pellicano e il pellicano, che era intelligente, non sopportava mia madre”
“e quindi cosa faceva?”
“e quindi un giorno ha preso mia sorella, che era piccola piccola, nel suo grande becco. e se ne andava in giro con mia sorella dentro il becco, guardando mia mamma con aria di sfida”
“e tua sorella?”
“mia sorella non capiva, ma si divertiva molto”
“e tua madre?”
“mia madre gridava ‘ridammi subito mia figlia!'”
“lata, ma dove stavi tu in india è normale avere uno zoo nel giardino?”
“no, non proprio. infatti casa nostra era sempre un via vai di visitatori che volevano vedere i nostri animali domestici”
“domestici…”
“mamma, possiamo prendere un pellicano così magari si porta via sneddulone dentro al suo becco?”.
e allora elastigirl si è convinta che, in fin dei conti, i vermi essiccati di kushla sono mal di poco e che tutto, ma proprio tutto, ha, da qualche parte nel mondo, la sua versione iperbolica.

piacere, kushla

“vedrai, è bellissima. e poi è intelligente. e sveglia. e furbissima. capisce tutto. già. adorabile. chi l’avrebbe detto che sarebbe diventata immediatamente parte della famiglia?”
“ecco, appunto, chi lo avrebbe mai detto che avreste perso la testa per…”
“la vuoi conoscere?”
“ehm, con piacere, certo. ma non sta qui, a casa tua, brenda?”
“no, al momento vive a casa della mia amica neozelandese, a nord della città di A. deve riprendersi dallo shock”
“quale shock?”
“ha subito un trauma, poverina… ma si sta riprendendo alla grandissima. chiama gli hobbit che vi porto a conoscerla!”
così, capitanati da un’entusiasta brenda, la vicina di casa e amica nella città di A, in massachusetts, elastigirl e gli hobbit sono andati, in pompa magna e con una certa trepidazione, a conoscere l’irresistibile kushla, bella e intelligente, scampata per miracolo a due terribili incidenti da cui si sta riprendendo grazie alle amorevoli cure di brenda, della sua amica karen, eccentrica neozelandese, e del marito paul, italoamericano anch’egli segretamente e discretamente innamorato di kushla.

“salutate kushla, ragazzi!”
“c-i-a-o kushla… capisce l’inglese?”
“certo che sì! capisce tutto! volete farvela amica al primo sguardo?”
“sì, dai, che bello!”
“allora andate in cucina e prendete il barattolo con il tappo rosso sullo scaffale sopra il tavolo. non potete sbagliare. poi tornate qui!”

“è questo?”
“sì! bravissimi, cari!”
“se volete far felice kushla e diventare suoi amici per sempre, offritele un po’ delle prelibatezze che ci sono nel barattolo!”
“ma sono…”
“vermi…”
“secchi!”
“sì! esattamente! li ho comprati apposta per kushla! li adora. insieme ai semi di zucca che paul mette nei cereali a colazione”
“del resto, quando hai perso le tue sorelle emily, hellen, zoe e amanda, selvaggiamente trucidate da una volpe e da un falco, ti puoi concedere qualche vizio, no?”.

può capitare, nella città di A, un innamoramento collettivo per una gallina bianca, di nome kushla che non fa uova perché le galline domestiche, pare, non si disturbano a produrre alcunché, ma terribilmente intelligente, oltre che bellissima, ovvio.

un amico

“vedi lui?”
“chi? il biondino?”
“no, l’altlo. quello con gli occhiali”
“ah, sì. eccolo lì. ha una faccia simpatica. come si chiama?”
“boh”
“ma è nel tuo stesso gruppo al campo naturalistico?”
“sì. celto. hai capito quale è?”
“sì. il ricciolino con gli occhiali… quindi?”
“è mio amico”
“è fantastico! bene. hai un amico nel campo estivo americano! quindi giocate insieme?”
“no”
“allora cosa fate insieme?”
“niente”
“ah. e come mai dici che è tuo amico?”
“pelché mi palla”
“ah. ti parla… e tu gli rispondi?”
“no”
“ma capisci quello che dice?”
“a volte”
“be’, allora potresti anche rispondergli, le volte che capisci…”
“no, non è il caso”
“non è il caso di rispondergli quando ti parla?”
“no. siamo amici”
“appunto!”
“ma non COSÌ amici”
“capisco”
“hi guys!”
“che dici?”
“niente. pallo inglese con me stesso…”
“ah. ok”
“hi guys! hi! guys! guys! hi!”
“è arrivato l’autobus, hobbit piccolo detto sneddu. sbrighiamoci!”
“bye guys! look! bus! friends! no, thank you. yes, please. it’s me. yeah!”.

ma che peccato

può succedere di avere bisogno di fare pipì nel bel mezzo di un lavoro e che, nella fattispecie, il lavoro sia una diretta radiofonica soli a roma con tutti  i colleghi a milano. può succedere che, nei programmi radiofonici, ci siano delle pause pubblicitarie o musicali o di informazione e che, in questo preciso caso, la pausa sia intorno alle 658 del mattino e duri circa quattro minuti, un tempo perfetto per una pipì, sempre che il bagno sia vicino. può succedere che il bagno accanto allo studio radiofonico sia un bagno per disabili, ampio e persino luminoso, che tutti, disabili e non, usano con disinvoltura e frequenza e che si apre e si chiude con un maniglione rosso antipanico. può succedere così di correre lì, in quello stanzino più accogliente e ameno di quanto non ci si potrebbe aspettare da un luogo preposto ad attività private e intime, di provvedere alle fisiologiche necessità, di lavarsi le mani e di spingere il maniglione rosso, con una certa fretta. può succedere che la porta non si apra a un primo, a un secondo, a un terzo e a un decimo tentativo e che ci si domandi se mai qualcuno a roma si accorgerà, a quell’ora del mattino, che qualcun altro è stato inghiottito dalla toilette. può succedere così che si cominci a battere con i palmi delle mani sulla porta, augurandosi che qualche orecchio fino, da qualche parte in quell’edificio ancora buio e dormiente, si accorga del trambusto intorno al maniglione antipanico. può succedere che i minuti passino, che il bam bam! sulla porta si faccia più forte e che un tecnico pietoso provi ad aprire da fuori e, non riuscendoci, dica “aspettami qui. vado a chiamare aiuto”. può succedere che, nell’attesa dell’aiuto, si riesca magicamente ad aprire la porta e che ci si precipiti nello studio, ci si infilino le cuffie e si sentano i colleghi dall’altra parte che, in diretta, commentano la sparizione dentro un bagno della conduttrice a roma. “eccomi! ero rimasta intrappolata! ma adesso sono tornata libera tra voi”, può succedere di dichiarare esultante. e dall’altra parte può capitare che replichino: “ah, sei già qui? ma non avevi portato il telefonino in bagno?” “veramente no. comunque ora ci sono e possiamo proseguire felici!” “ma che peccato. sarebbe stato bellissimo e divertentissimo fare la trasmissione con te al telefono chiusa in bagno. non credi?”. “no, non credo” “almeno prometti che la prossima volta ti porterai il telefonino”. può succedere persino di promettere.