ri-scoperte

loro, gli hobbit, sono arrivati a casa questo pomeriggio, dopo i giorni baresi. si sono catapultati, spintonandosi, attraverso la porta. hanno mollato le scarpe e le felpe all’ingresso, con l’urgenza di chi ha una missione superiore da compiere, con l’irruenza dei barbari, con la furia degli esagitati. e si sono precipitati in camera, strattonandosi e urlando, come se fosse una questione di vita o di morte. non si erano messi d’accordo prima. si sono mossi all’unisono, spinti dalla stessa misteriosa molla, sotto gli sguardi perplessi e un po’ inquieti dei loro genitori.

poi, raggiunta la meta, è calato il silenzio. un silenzio denso di stupore, meraviglia e concentrazione. il silenzio di chi fa una ricognizione, riconosce le tracce, le segue, trova il suo tesoro e si placa, in pace con se stesso e con il mondo. sono stati lì dentro fino all’ora di cena, inchiodati alle loro faccende, al loro territorio, al loro mondo.

succede sempre così. e ogni volta elastigirl se ne dimentica. loro, quando tornano dopo due, tre, cento giorni – non ha grande importanza – ritrovano i loro giochi, i loro spazi, le loro cose. e l’incontro, anzi il reincontro, richiede un rito solenne da celebrare solo con gli adepti. e ogni volta è una sorpresa, come un’epifania, anche al cospetto di un darth vader senza testa e di un troll di terza mano. e, a pensarci bene, è una gran fonte di piacere e felicità, da cui prendere esempio e trarre ispirazione.

“noooo! guarda! le pantofole con il pelo dentro che mi avevi portato dall’australia. bellissime! anche se un po’ calde per la primavera. incredibile! i sandali rossi! ma sono uno spettacolo! e queste ballerine? vogliamo parlarne? comodissime. anche se parecchio conciate. gli stivali sono da mettere via per l’inverno… e queste sneaker? favolose. ora me le metto. anzi, prima mi metto le infradito per sentirmi al mare…”

“elasti! cosa fai inebetita davanti alla scarpiera? cosa borbotti tra te e te?”

“lasciami sola. sto riprendendo contatto con il mio mondo, come fanno loro… è una pratica sana, utile e mistica”

“…”

“non posso crederci! i calzettoni afghani… e chi se li ricordava più…”.

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il villaggio sbagliato

“eddai, mister i, ridammi il mio tablet. la devi smettere di giocare a clash of clans. è diventata un’ossessione! peggio della piscina”

“un secondo e te lo ridò. sto massacrando un villaggio di giapponesi”

“non ho parole”

“fantastico! gli ho rubato un sacco di soldi e sono pieno di trofei!”

“ti stai rinscemendo. e stai facendo rinscemire anche i tre hobbit. soprattutto quel pazzo ossessivo del medio, che è identico a te. ora parla solo di moltiplicazioni, di fone, phoney e smiley bone in fuga da boneville e del re barbaro del vostro villaggio di clash of clans”

“stiamo diventando fortissimi”

“ma fate sempre parte di quel clan… come si chiamava? le bombe italiche, una cosa così”

“no, non siamo più con le bombe italiane. avevamo trovato un altro clan. si chiamava i comunistii. allora ho pensato: ecco il posto mio, finalmente! e mi sono unito a loro”

“quindi adesso siete con i comunisti?”

“no. non più. li abbiamo abbandonati”

“perché? non erano abbastanza comunisti per voi?”

“no. è che erano comunistii con due i alla fine”

“e allora?”

“erano comunisti rumeni. e non li capivo. quindi me ne sono andato”

“e ora dove sei finito?”

“pensavo finalmente di avere trovato la mia dimensione, il mio villaggio, il posto per noi. un gruppo fantastico. si chiamano ora e sempre resistenza”

“non male”

“sì, sono grandiosi. il capo è un ferroviere di reggio emilia. ma non so se resto con loro”

“cos’hanno che non va?”

“stanno valutando una mozione per cambiare nome”

“be’, dai. il nome non ha importanza. se questi sono filo-partigiani mi sembrano simpatici”

“be’, dipende dal nome…”

“eddai! che bacchettone! per uno stupido nome… che nome vogliono darsi?”

“vivalafica”

“ah. be’. effettivamente allora…”

“già. ora però mi ridai un secondo il tablet che vorrei attaccare dei francesi?”.

 

ps aggiornamento postale. l’elasti-casella di posta elettronica è ancora in cenere. il panico tuttavia si è trasformato in depressione e ansia strisciante grazie all’improvvisa scoperta di avere fatto un back-up, che risale allo scorso gennaio, perché evidentemente un briciolo di elasti-buon senso esiste ancora.

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pronto, qui è la chiesa

questa sera. a cena. i tre hobbit, elastigirl ed eliza intorno al tavolo.

drin!

“uff, chi sarà che chiama a quest’ora?”

“vado io mamma, non ti preoccupare. state tutti seduti. ci penso io”

“grazie, tesoro”

“chissà con chi sta parlando lo hobbit grande di là…”

“rieccoti, finalmente! chi era?”

“la chiesa”

“come la chiesa?”

“sì, era la chiesa qui vicino. hanno chiesto se volevamo la benedizione pasquale della casa”

“e tu cos’hai risposto?”

“ho detto che non potevo stare al telefono perché ero a casa da solo e stavo mangiando. e che comunque la mia mamma non voleva che parlassi con gli estranei, anche se era la chiesa”

“ma stai scherzando o sei serio?”

“sono serissimo, mamma! ho pensato che comunque la benedizione non la vogliamo e che era inutile coinvolgerti in questa conversazione con la chiesa. e poi noi nemmeno ci andiamo in chiesa… ”

“mmmh. ok. grazie per non avermi coinvolta ma non era necessario dire che eri da solo, avresti dovuto chiamarmi. adesso chissà cosa pensano. non solo non ci facciamo mai benedire ma in più molliamo anche i bambini a casa da soli la sera”

“a mangiare…”

“appunto, poveri bambini che cenano soli come cani. magari invece della benedizione ci mandano i servizi sociali”

“ah, poi la chiesa voleva anche…”

“…”

“venderci dei cosi… come si chiamano?”

“e che ne so? ma come voleva venderci qualcosa? cosa?”

“dei cesarei. ecco! voleva venderci dei cesarei!”

“cesarei??? cosa stai dicendo?”

“sì! i cesarei, quelli che si usano per pregare, tipo collane…”

“rosari! rosari! non cesarei! il cesareo è il taglio che ti fanno quando il bambino deve uscire dalla pancia”

“giusto. brava. rosari!”

“senti, hobbit grande, chi era veramente al telefono?”

“la nonna. ha detto di richiamarla appena abbiamo finito di cenare”.

 

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me lo leggo durante la ricreazione

ieri sera, dopo cena, lo hobbit grande stava guardando un film, il piccolo abitava un enorme scatolone di cartone, ben più grande di lui, arrivato nell’elasti-casa incidentalmente e, a grande richiesta, divenuto parte dell’arredamento, il medio e la sua mamma si spaccavano occhi e testa sulle mille e passa tesserine del puzzle kamikaze di formiche e animali, inziato domenica e ancora in fase embrionale, eliza parlava via skype con la nonna alle hawaii.
dlin dlon
la porta.
“e chi è a quest’ora della notte?”
“guarda che sono le otto e mezza, non è notte”
“aspettate, prendo un’arma e vado io! tutti fermi!”
“are you waiting for someone, eliza?”
“secondo me è un vampilo, o uno zombie o un mostlo. o magali è papà”
“papà arriva tra qualche giorno, hobbit piccolo”
“chi è?”
“tranquilla, mamma. l’ho visto dal buco: è il vicino. e comunque ho un martello dietro la schiena”
“vi date una calmata? non viviamo nella città del terrore. possiamo aprire la porta alle 9 di sera”
“…”
“buonasera! è interessata a una copia di lotta comunista?”
“mmmhh, non tanto, in verità”
però lui, il ragazzo che vendeva il giornale, sembrava arrivato da un altro tempo, ed era tanto in ordine e tanto gentile e tanto elegante e poi uno che ci crede talmente da passare un lunedì sera di febbraio a bussare alle porte di sconosciuti, in un quartiere dove probabilmente verrà mandato a quel paese due volte su quattro e la terza si prenderà un insulto e la quarta nemmeno gli apriranno, insomma, uno che tira fuori la vecchia zia buona che alberga in te, non si merita una porta in faccia.
“allora niente? va bene, molto gentile. buonasera”
“no, aspetti. ne prendo una copia. però non è che adesso venite sempre sempre sempre qui?”
“be’, se ci dà cinque euro è probabile di sì, se ce ne dà uno, torneremo solo ogni tanto”
“allora gliene do tre”
“grazie. buona serata”
“a lei”.
la serata è ripresa serenamente. e l’episodio sembrava definitivamente archiviato, insieme alla copia di lotta comunista, dimenticata all’ingresso, in attesa del rientro di mister incredible.

stamattina, ore 8,10.
“dai, ragazzi, sbrigatevi! dobbiamo uscire subito o arriviamo in ritardo a scuola. presto!”
“mamma…”
“dimmi hobbit di mezzo”
“posso portare a scuola questo giornale?”
“vuoi portare a scuola lotta comunista?”
“sì, ieri sera mi sono letto i titoli e mi sembrava interessante…”
…”
“me lo metto in cartella e me lo leggo durante la ricreazione”.

così lo hobbit di mezzo è andato a scuola con lotta comunista nello zaino e forse un giorno – oggi stesso, domani, martedì prossimo chissà – una maestra farà chiamare elastigirl per informarla che esistono letture più adatte e appropriate per un bambino di sette anni.

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mi è rientrato marìotereso

in macchina. elastigirl e lo hobbit di mezzo.

“ah, mamma! sai che mi è rientrato marìotereso?”

“marìotereso??? proprio lui? il tuo amico immaginario che ha vissuto tanto tempo dentro il muro della cucina? ma che piacere!”

“sì, anche a me ha fatto piacere”

“come è successo, dopo tanto tempo?”

“eh, ero a scuola, all’intervallo, stavo pensando ai fatti miei ed è arrivato”

“bene. e come sta?”

“splendidamente. sai, lui con l’età si è fermato da vari anni. quindi è sempre uguale”

“ah, ma dai. comodo. e a che età si è fermato?”

“ai 40. ora lui ha 40 anni da sei anni e sette mesi”

“beato lui”

“già. e poi viaggia molto… adesso è appena rientrato da un lungo giro in francia”

“bella vita, quella di marìotereso…”

“ah. ti saluta. mi ha detto: salutami molto tua madre, quella gran bella donna!’”

“perché ho sempre l’impressione che tu mi stia prendendo in giro?”

“non saprei proprio, mamma”.

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lui è tra noi

domenica sera, a cena, poco dopo la partenza di mister i per gli usa.

“posso aiutarti, mamma?”

“certo, hobbit di mezzo, se vuoi puoi apparecchiare intanto che io finisco di cucinare”

….

“guarda che hai messo un posto in più. quel piatto e quel bicchiere non servono!”

“no, mamma, è giusto così!”

“no, tesoro. siamo cinque, non sei: tu, io, lo hobbit grande, il piccolo ed eliza”

“e il papà!”

“no, il papà è partito, non ti ricordi?”

“cosa c’entra che è partito? lui è tra noi. quindi io apparecchi anche per lui. anzi. già che sei lì mi passi il coltello  rosso che taglia ché lui lo preferisce?”

“amore no! mi fa impressione! ti prego…”

“va be’, dai mamma, solo per oggi”

“d’accordo, ma solo per questa sera”

e così, grazie all’infido e sentimentale hobbit di mezzo, sono quattro giorni che l’elasti-famiglia cena con un lugubre posto vuoto a tavola. come si fa a tressette quando si gioca con il morto.

 

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senza speranza

mister i, qualche giorno fa, è partito per la città di A, in massachusetts, dove starà per un po’, per lavorare, ufficialmente. la verità è che, a intervalli regolari, deve incontrare hiroshi, il suo fidanzato giapponese che, come una moderna penelope in infradito, nel gelido inverno del new england, attende il suo amato che, incidentalmente è anche un collega e coautore di imperdibili perle economiste e marxiste.

tuttavia il povero hiroshi non sa che ubi maior minor cessat e, al cospetto della nuova ossessiva passione di mister i, anche gli amori più ardenti vecchi sbiadiscono.

“ciao, elasti, sono arrivato ora ad A. il viaggio è stato tranquillo e rilassante. e poi ho volato con la compagnia di noi inglesi, che è la migliore del mondo”

“ti ricordo che sei barese… comunque sono contenta che tu stia bene. hai già visto hiroshi?”

“chi?”

“il tuo fidanzato giapponese. come chi???”

“ah, no. non ancora”

“che programmi hai, adesso?”

“trovare una piscina”

“sei pazzo! sei reduce da un viaggio intercontinentale e il tuo primo pensiero è andare a nuotare?”

“certo. e ho anche fatto un investimento in aeroporto”

“cosa hai comprato? un cardiofrequenzimetro acquatico?”

“meglio! un orologio per nuotare!”

“ma tu non hai mai posseduto un orologio. hai sempre detto che non ti serviva!”

“ora mi serve. ho speso una follia, ma ne è valsa la pena”

“quanto hai speso?”

“23 dollari”

“ah be’…”

“e 50 cents”

“per un orologio non è mica tanto!”

“non so. non ho mai posseduto, e nemmeno comprato, un orologio. ma ora sono felice di avere questo gioiello e ti devo salutare. devo andare a provarlo in acqua”

“salutami hiroshi”

“chi?”

“il bagnino della piscina”

“non mancherò”.

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sono bellissimo

quando elastigirl conobbe mister incredible, ormai quasi 20 anni fa, lui portava capelli a panettone e un paio di occhiali rotondi dalla montatura gigantesca. le lenti avevano la circonferenza di un bicchiere e coprivano l’80% della faccia.
“ho veramente guardato avanti quando ti ho scelto, nonostante il panettone e gli occhiali”, ripete spesso lei a lui. “Ho chiaramente la stoffa del grande investitore, di quelli che comprano una stamberga in pezzi perché ne colgono il potenziale edilizio nel lunghissimo termine”, aggiunge. lui bofonchia e alza gli occhi al cielo.
tempo fa, quegli inguardabili occhiali, come gli scheletri dagli armadi, spuntarono da un cassetto.
gli hobbit risero parecchio al cospetto di quel reperto vintage. quando seppero che appartenevano al loro papà che non solo aveva avuto un giorno l’ardire di comprarli ma, per un lungo periodo, addirittura di tenerli sul naso, si sbellicarono increduli.
“ce li regali?”
“neanche per sogno. sono i miei occhiali. non si sa mai. magari un giorno potrei averne bisogno”
“stai scherzando, mister i, vero? se volessi metterti di nuovo quegli occhiali dovresti passare sul mio cadavere. ti preferisco cieco come una talpa che con quei robi addosso”
“dai papà! regalaceli!”
“ma…”
“togli le lenti e regala loro la montatura. come direste voi tristi economisti, si tratta di un’allocazione pareto-efficiente delle risorse”.
“e va bene…”

da allora l’enorme montatura risiede stabilmente in camera degli hobbit, in un cestino di tesori. i tre la usano quando si travestono da harry potter, da intellettuali o, come direbbe eliza, da weirdos.
da qualche giorno, tuttavia, lo hobbit di mezzo ha deciso che il suo look, già di per sé sbrindellato e strampalato, non può prescindere dal terrificante accessorio paterno. pertanto, ogni volta che si esce, lui si mette quei giganteschi occhiali senza lenti sul naso e affronta il mondo più tranquillo.

stamattina, andando a scuola.
“non posso crederci!”
“a cosa, hobbit grande?”
“ma lo hai visto? hai visto il pazzo come si è conciato?”
“cosa c’è di male? oggi ho bisogno degli occhiali. e poi voglio farli vedere alle mie maestre”
“ma non ti vergogni???”
“assolutamente no. perché dovrei? sono bellissimo”
“mamma, digli qualcosa!”
“se lui si sente bene così, cosa dovrei dirgli? non fa male a nessuno!”
“fa male a me. mi imbarazza!”
“lui è lui e tu sei tu. nessuno vi confonde. ognuno risponde per se stesso e io, che sono la vostra mamma, rispondo per tutti e due”
“mpf”
“sto veramente comodo con questi occhiali…”
“hobbit grande, come mai cammini così lontano da noi?”
“perché non voglio che la gente pensi che siamo insieme”.

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ameni conversari

in macchina, sola con lo hobbit grande.

“mamma, tu vuoi farti ridurre in cenere quando muori, come il nonno?”

“accidenti che bella domanda allegra!”

“quindi?”

“sì, vorrò farmi cremare come il nonno, quando sarà”

“e cosa intendi fare con le ceneri?”

“mah, forse vorrei che fossero mischiate con quelle di papà e poi….”

“poi posso tenerle io?”

“come ti vengono questi pensieri? sì, credo di sì, devi metterti d’accordo con i tuoi fratelli forse… ma, scusa, dove le terresti?”

“in casa”

“non in sala, spero. tipo sulla libreria…”

“no, in un posto dove tengo i miei tesori”

“ah. carino. e accanto a cosa staremmo?”

“ma, devo vedere… con la maglietta dell’inter che mi aveva regalato lo zio quando ero piccolo, con la sciarpa del bari, con il mio primo peluche… e poi non so… le lettere della mia fidanzata se me ne scriverà…”

“… com’è andata a scuola oggi?”

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ci ho pensato seriamente

eliza, la ragazza alla pari che viene dal massachusetts, cresciuta in una comunità di hippie, dentro una casa nel bosco, con una tarantola dietro un vetro, gli orsi fuori dalla porta ma senza il wireless né la televisione, ieri sera, dopo cena, ha chiamato a rapporto elastigirl.

“senti, io ci ho pensato seriamente”
“a cosa, eliza?”
“a noi, al nostro rapporto”
“e?”
“e un conto era l’anno scorso, in cui il mio ruolo era chiaro: tu eri da sola, mister i lavorava in america e io dovevo semplicemente esserci, for your peace of mind. quindi, anche se magari non facevo chissà cosa, capivo che per te la sicurezza di non essere sola con i piccoli era già un aiuto”
“esatto”
“però quest’anno è diverso. mister i non è assente per settimane consecutive. sta via per qualche giorno e poi torna. va a londra e rientra. parte per un convegno e torna a casa… e io… ecco. voi mi state pagando troppo. io sto bene con voi e sto con gli hobbit volentieri. ma non voglio essere pagata così. non ce ne è bisogno”
“eliza, io ti chiedo tre pomeriggi a settimana, qualche mattina, in cui ho il turno presto in ufficio, per gli accompagnamenti a scuola, una sera ogni tanto, la copertura delle emergenze… questo si chiama lavorare e il lavoro va pagato, altrimenti è sfruttamento”
“mmmhhh. non so. però allora chiedimi di più, usami, esci, viaggia, divertiti. io sono qui per questo. e comunque, se vuoi pagarmi di meno, puoi”
“eliza, io apprezzo molto questa tua follia ma ti assicuro che va benissimo così. ti ringrazio”
“sicura?”
“sicura”
“vuoi mangiare un po’ di peanut butter a cucchiaiate insieme a me?”
“piuttosto mangio il cucchiaino, grazie”.

eliza sarebbe perfetta. assolutamente perfetta. se a volte non sembrasse finta. o completamente matta.

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