auguri, mamma

“sai, mamma una cosa che desideravo moltissimo fino a qualche tempo fa?”
“no, hobbit grande. cosa desideravi tantissimo?”
“che voi moriste di morte violenta, tipo ammazzati”
“ah. bene”
“ammazzati atrocemente da un boss mafioso”
“per esempio sciolti nell’acido?”
“eh, esatto. una cosa così”
“e poi? quando rimanevi senza di noi?”
“dedicavo la mia vita a vendicarvi. e diventavo un eroe della lotta alla mafia”
“mmmh. interessante. magari ci sono modi meno truci e traumatici per fare del bene, no?”
“non saprei. il mio desiderio, esattamente, era così: tu venivi uccisa dalla mafia”
“okay…”
“papà si suicidava per la disperazione”
“bene…”
“e io facevo giustizia e diventavo un eroe”
“e i tuoi fratelli?”
“orfani”
“ovvio. be’, ti ringrazio per avermi aperto il tuo cuore in questo modo proprio il giorno della festa della mamma”
“prego, mamma”
“senti, ma, per curiosità… quanto tempo fa desideravi tutto questo?”
“un po’”
“tipo tre-quattro anni fa?
“no, tipo ieri”.

percezioni distorte

elastigirl ha giornate un po’ impegnative ultimamente. la sua vita funziona piuttosto bene nella routine. ecco, piuttosto bene forse è una sovrastima della realtà. elastigirl riesce più o meno a tenere sotto controllo la situazione – sonno incoercibile, instabilità adolescenziale, mattane medie, turbamenti di sneddu, assenze maritali, affanni e ansie lavorative – quando non ci sono emergenze, irregolarità, anomalie. non appena una variabile impazzisce, lei perde colpi, annaspa, arranca e stramazza.
da tre giorni i due hobbit maggiori sono a casa da scuola, in preda a mal di gola e febbre alta. stamane finalmente elastigirl è riuscita a portarli in ospedale a fare un tampone faringeo che probabilmente individuerà un infido streptococco che un antibiotico sconfiggerà, riportando l’ordine e la pace sotto il loro tetto. hanno passato un paio di simpatiche ore in attesa, lei sbadigliando senza ritegno, dopo la sveglia prima dell’alba, e loro due accasciati su tristissime seggioline di metallo cromato.
questo pomeriggio, invece, elastigirl ha rinunciato alla riunione con insegnanti e genitori della prima A per un impegno fissato mesi e mesi fa: la visita cardiologica di controllo dello hobbit piccolo, detto sneddu, nato con un problema che si sta rimpicciolendo anno dopo anno ma che va tenuto sotto controllo. effettivamente, quando si ha una vita eccitante, le alternative per come impiegare un mercoledì pomeriggio sono tutte parimenti irresistibili.
“ora, sneddu, andiamo da un dottore che controllerà che il tuo cuore funzioni bene e batta fortissimo”
“qui?”
“sì, certo”
“sa di aeroporto”
“cosa?”
“questo posto”
“dici? non mi pare”
“perché mi hai portato in aeroporto per vedere un dottore?”
“sneddu, siamo in un ospedale, non in un aeroporto”
“ah. e gli aerei dove sono nascosti?”
“ehm, non ci sono aerei negli ospedali”
“questo è proprio odore di aereo”
“se lo dici tu…”
“la prossima volta che veniamo qui dobbiamo portare la roba per un bel picnic”
“un picnic in aeroporto?”
“vedi che ho ragione? lo hai detto anche tu che è un aeroporto”.
forse elastigirl ha bisogno di una pausa.
in compenso, il dottore del cuore dei bambini dell’aeroporto ha detto che sneddu sta bene e che, la prossima volta, vuole vederlo tra cinque anni.

amori ingombranti

sneddu è il terzo hobbit, il piccolo, desiderato strenuamente, contro la volontà degli altri maschi, soprattutto quello alfa che è stato il più resistente. l’elasti-amore per lui non è più grande rispetto a quello per i suoi fratelli, è semplicemente più consapevole del privilegio e della gioia di avere un bambino, è più libero dall’inquietudine, dalla paura e dall’inadeguatezza, è forte delle competenze acquisite, dell’affetto e dell’accudimento già dati.
eppure, mister i non lo capisce e spesso rimprovera elastigirl per essere più permissiva, più tenera, più obnubilata verso sneddu.
“non ti rendi conto. io so che lui è l’ultimo piccolo. ce lo dobbiamo godere”
“bah”
“lui ha dovuto dividermi con un sacco di altri ma almeno mi ha trovata preparata e pronta ad accoglierlo”
“bof”
“va be’, inutile spiegare se non vuoi capire”
“io ho capito benissimo: per sneddu ti sei rimbecillita”.
questa sera, in bagno, mentre sneddu faceva la cacca ed elastigirl era appollaiata sul bordo della vasca da bagno a conversare al suo fianco, mister i non c’era. meno male.
“mamma”
“tesoro”
“io ti voglio bene”
“anche io e voglio tutte le cose belle possibili immaginabili per te”
“per esempio?”
“voglio che tu sia sempre felice”
“e poi?”
“e che non abbia mai male da nessuna parte”
“e?”
“e che abbia una vita bellissima”
“e?”
“e degli amici con cui stai bene e una fidanzata simpatica e carina”
“ma la bambina nel cortile ama nino”
“questo è inspiegabile”
“e poi cosa vuoi per me?”
“voglio che faccia cose belle e un lavoro che ti piace e che abbia una casa non troppo lontana dalla tua mamma che poi sono io”
“e poi?”
“e poi…”
“che faccia tantissima cacca?”
“certo! anche! la cacca è fondamentale e più se ne fa, meglio è”
“ti amo, mamma”.

il seme della frugalità

“allora, hobbit di mezzo, hai pensato a quello che vorresti per il tuo compleanno? ormai non manca tanto…”
“sì. ci ho pensato: sto bene così come sono”
“ehi! guarda che me ne basta già uno di monaco trappista in famiglia! tu sei diverso da papà. è una vita che combatto contro la sua frugalità e non voglio avere un altro tristone in casa. è la tua festa e DEVI desiderare qualcosa”
“non mi viene in mente niente”
“allora fai uno sforzo!”
“se proprio devo volere qualcosa, vorrei i numeri che mi mancano di calvin e hobbes”
“ma li hai già tutti i fumetti di calvin e hobbes”
“be’, allora. non voglio niente”
“concentrati ancora un po’”
“uhm… esistono altri libri di charlie brown a parte quelli della collezione del nonno che ho già letto tutti tre volte?”
“mmmh ho paura di no ma possiamo controllare. pensa a qualcosa che ti faccia piacere, a cui magari pensi da tanto tempo…”
“una cravatta”
“non ci credo. va be’, senti. vogliamo fare una festa con i tuoi amici?”
“non saprei… forse no”
“e quindi come vorresti celebrare questo compleanno numero dieci?”
“con voi”
“ma noi ci siamo! ci siamo anche se non lo chiedi!”
“allora bene così. smettiamola di parlare di queste cose faticose. buonanotte”.

deterrenti e incentivi

“pensavo che non so se voglio dei figli…”
“be’, hai ancora un po’ di tempo per decidere, hobbit di mezzo”
“in verità, non sono i figli che mi preoccupano”
“cosa ti preoccupa, allora?”
“arredare la casa”
“?”
“se non hai figli, puoi vivere in una casa piccola, ci metti un tavolo, due sedie, un letto ed è fatta… invece, se hai dei figli, devi avere una casa più grande e tutto diventa un incubo: devi scegliere i mobili… una noia mortale”
“insomma… ci sono noie peggiori…”
“poi ho deciso che forse voglio fare il medico”
“bello! bellissima idea! così potrai anche curare i tuoi anziani genitori…”
“io voglio fare il medico che cura i malati ma anche che studia come combattere le malattie”
“fantastico!”
“mica tanto… un medico deve pensare ai vestiti… non può mica andare in giro con la maglietta con la scritta ‘uffa che palle’. bisogna essere un po’ elegante con i malati se no mica ti prendono sul serio. io non so se voglio andare a comprarmi i vestiti eleganti. come non voglio pensare ai mobili di una cosa troppo grande”
“be’, i medici hanno il camice! non sai cosa si mettono sotto”
“giusto! allora posso fare il medico con la maglietta ‘uffa che palle’. e poi ho bisogno di un’auto veloce, di quelle con il cofano molto lungo, magari rossa…”
“perché? cosa c’entra il medico con la macchina tamarra che sogni tu?”
“c’entra! perché dai malati devo arrivarci in fretta!”
“per quello ci sono le ambulanze…”
“uffa, mamma, non ti intendi tu di medici! mica sei medico! sei medico?”
“no effettivamente no”
“vedi? lascia fare a chi è del mestiere”.

piccole, insane meraviglie

“sollevi le braccia insieme, tese, in avanti”
“…”
“ho detto sollevi”
“più di così non sale il braccio destro…”
“provi di lato”
“…”
“è il massimo?”
“già”
“dietro la schiena riesce a toccarsi?”
“be’, sono molto migliorata. guardi!”
“quella non è la schiena. è il sedere. più su non…”
“no, mi spiace”
“capisco…, mi faccia vedere cosa avevo scritto due settimane fa…”
“…”
“i progressi ci sono, seppur lenti e marginali. ma, purtroppo, il suo problema, richiede molto tempo per risolversi. deve armarsi di pazienza e continuare la fisioterapia tre volte la settimana, almeno per altre dieci sedute. intanto le faccio una terza infiltrazione nella spalla. e poi le inietto un po’ di anestetico qui, dove c’è il nervo. questo potrebbe aiutarla un po’ nei movimenti, oltre a ridurre il dolore”
“se è necessario…”
“stia ferma adesso”
“…”
“le faccio male?”
“sopportabile”
“ora le faccio male?”
“non eccessivamente”
“adesso?”
“non si preoccupi. lei faccia quello che deve fare”
“fatto”.
l’ortopedico è cortese, professionale, sintetico, rassicurante, vagamente algido e intimidente, ma è una cifra stilistica di una buona rappresentanza della categoria medica. sa il fatto suo e ne condivide il minimo indispensabile. sembra terribilmente in equilibrio nel suo camice e compreso nel suo ruolo.
poi, d’improvviso, uno scricchiolio.
lui scrive sul computer il referto, lo stampa, ritira il foglio, lo appoggia sulla scrivania davanti a sé. deve firmarlo.
“mi passa una penna, per cortesia, Luisella?”, chiede alla creatura elfica vestita di verde che gli sta silenziosamente accanto.
“ce l’ha davanti, dottore”, risponde lei, indicando il ripiano del tavolo.
“preferisco la sua. scivola meglio di questa. è più veloce”
“dottore, deve solo firmare, non vergare un trattato di ortopedia. comunque tenga pure la mia”
“grazie, luisella. adesso le dimostro che ho ragione. vede come scrive bene, come scorre facilmente, zung sueeeng, swing! è un piacere! invece, questa, che mi voleva far usare lei, è un’altra cosa. fa trac trac troc. è terribile. guardi come firmo bene con la sua…”.
e, mentre esponeva le sue surreali teorie sull’importanza della rapidità del tratto, offrendo alla creatura elfica, a elastigirl e alla sua spalla congelata e incidentalmente anestetizzata, l’evidenza empirica della superiorità dell’una rispetto all’altra penna, si illuminava di una luce nuova, trasfigurato da una piena e trionfante soddisfazione (“vedete? con questa zuc! scrivo in un battibaleno!”).
e non c’è niente più delle crepe su facciate impeccabili, degli insopprimibili guizzi di follia, dei rigurgiti di felici nevrosi che divertono e rassicurano elastigirl sul genere umano. e medico, nella fattispecie.

la follia no

lo hobbit piccolo è atterrato dall’influenza. così atterrato che nonna j, non propriamente campionessa di flemmatica e rilassata noncuranza, stamane, dopo aver passato un paio d’ore con lui, ha decretato che “il bambino sta troppo male perché tutto questo sia normale”.
la dottoressa tic tic ha invece dichiarato che: “questa influenza dura una settimana. per ora i sintomi di sneddu, visto che la febbre sta scendendo, sembrano sotto controllo. dovete pazientare”
“pazienteremo, cara tic tic, anche se, va detto, sneddu è proprio a terra. così a terra da essere quasi irriconoscibile, lì buttato sul divano come una straccio usato”
“tipico di questa influenza. ma invece, con lo sciopero della cacca, come procediamo?”
“eh? cosa? non la sento più tic tic. la linea è disturbata. grazie comunque eh!”.
click.
“mamma! mamma! mamma!”
“ehi! che succede hobbit di mezzo?”
“ho un enorme problema che va assolutamente risolto!”
“ecco, bene. speravo ci fosse un diversivo in questa vita monotona”
“devi subito comprarmi delle magliette nuove. io non posso più vivere in queste condizioni”
“scusa, sei pieno di magliette nel cassetto. cos’hanno che non va?”
“cos’hanno???? guarda! non vedi? eh? non vedi che incubo ho qui addosso?”
“ehm, no. a me sembra una normalissima maglietta… ti sta pure bene…”
“no!!!! possibile non ti accorrga della tortura che sto soffrendo??? e pensare che sei mia madre…”
“a me veramente sembra tutto regolare”
“no! il colletto di queste magliette mi tocca il corpo! la pelle! è insopportabile! mi sembra di morire!!!”
“hobbit di mezzo! è normale che la maglietta, in tutte le sue parti, colletto incluso, ti tocchi il corpo! è fatta apposta! l’unico modo perché il corpo non sia toccato è non usare i vestiti e andare in giro nudi… vedi un po’ tu!”
“mamma! tu non capisci! io ho bisogno di nuove magliette. non resisto con queste robe che mi toccano la pelle!”
“allora, hobbit di mezzo, sono giorni complicati. non c’è spazio per la follia! almeno fino alla prossima settimana”
“va bene. allora ripasso… che giorno è oggi?”
“martedì”
“bene. ripasso martedì prossimo”.

un jeans e una maglietta

“pronto, scusa elasti, ho una domanda al volo. sono in ufficio a londra e a brevissimo devo scappare”
“dimmi, mister i”
“secondo te, un paio di jeans, una maglietta decente e una giacca abbastanza sportiva possono andare?”
“be’, dipende per cosa”
“per me”
“questo l’avevo intuito. per quale occasione?”
“una roba… un po’formale. altrimenti non te lo chiederei”
“quanto formale?”
“be’, abbastanza”
“allora no, jeans e maglietta non vanno bene”
“ma ho la giacca”
“già ma hai detto che è sportiva e poi sotto non hai né camicia né cravatta”
“ma la maglietta è abbastanza elegante”
“una maglietta non è elegante mai, credo. poi, avendo una certa familiarità con le tue magliette, posso dire con un elevatissimo grado di certezza che no, non sono adatte a una occasione formale”
“ah. e adesso come faccio?”
“non riesci a recuperare una camicia e una cravatta?”
“no. ho quelle del matrimonio ma sono a milano…”
“e allora, se non hai alternative, metti quel che hai”
“ma è ridicola una maglietta con una giacca?”
“no, in verità dipende dalla maglietta, quella arancione con marx e engels con i fischietti, le stelle filanti e i cappellini in testa e la scritta ‘communist party’, per esempio, direi che potrebbe essere ridicola e forse inadeguata… ma si può sapere dove devi andare?”
“no, niente. a un incontro. mannaggia maledizione le murt’. mi tocca andare in maglietta e giacca”
“tra l’altro, gli inglesi in certe occasioni sono formalissimi… un incontro con chi?”
“gvr…tra”
“eh???”
“ma no, nessuno… gvtr ntrà”
“chi????”
“ehm… il… governatoredellabancadinghilterra”
“cosa???? devi incontrare il governatore della banca di inghilterra e ti presenti in maglietta????”
“e giacca”
“sportiva”
“non troppo sportiva, però”
“come ti viene??? e immagino che non sia un appuntamento dell’ultimo minuto!”
“no… lo sapevo… da… mesi”
“sei un selvaggio irresponsabile!”
“avevo mal di schiena e poi sai che queste scemenze vestiarie non mi interessano…”
“vai subito a comprarti un vestito!”
“non posso. l’incontro è tra 15 minuti”
“non ho parole”
“va be’. andrà bene, vero elasti?”.

stigma

“mi sono reso conto adesso che non ho fatto dei compiti delle vacanze”
“eddai, hobbit di mezzo! non è possibile che tu sia così stordito, sempre!”
“non è colpa mia! ho dimenticato un libro a milano. come facevo a fare i compiti sul quel libro se non ce l’avevo, quando ero a bari. eh? eh? come facevo?!”
“non agitarti e cambia tono! è colpa tua se dimentichi le cose. devi imparare a prenderti le tue responsabilità!”
“e ora come faccio?”
“be’, fai i compiti adesso!”
“non posso!”
“perché?”
“perché stamattina ho portato a scuola il libro che avevo dimenticato a casa. e ora me lo sono dimenticato a scuola”
“sei un disastro!”
“però magari posso chiedere a qualche mio compagno di fotografare la pagina dei compiti dal libro e mandarmela. così almeno li faccio sul quaderno. mi dai il tuo telefono per piacere? mando un messaggio whatsapp a giulio”
“giulio ha il suo cellulare?”
“no. ma usa il whatsapp di sua madre. come me”
“mando un messaggio anche a davide, per stare più tranquillo”
“va bene. fai come credi. basta che domani tu abbia i compiti fatti. altrimenti le maestre si arrabbiano e hanno ragione”
“mannaggia. non mi rispondono. provo alessio. e massimo. e luca…”

“non mi ha risposto nessuno!”
“telefona invece di mandare messaggi”
“no. non posso. stanno cenando”
“ma sono le sette…”
“cenano. lo so che cenano”
“senti, ma se invece mandassi un messaggio whatsapp a una tua compagna?”
“una femmina?! tu mi hai detto di mandare un messaggio a una femmina?”
“sì. che male c’è? secondo me le femmine sono più precise e affidabili…”
“stai scherzando, vero?”
“no. sono serissima”
“be’. non posso. proprio non posso”
“perché non puoi?”
“perché non si fa. chiamare una femmina è un marchio che ti resta appiccicato fino alla fine dell’anno. non ne esci più”
“a me sembrate pazzi”
“mamma! è la regola: i maschi chiamano i maschi e le femmine le femmine. se sgarri sei finito”
“finito?”
“finito”.

un dinosauro piccolo

“mi manca molto jonatan”
“chi?”
“jonatan. il mio compagno dell’asilo”
“ah. il fratello di oceano, che piaceva tanto allo hobbit di mezzo, quando era piccolo”
“sì. bella famiglia, quella”
“jonatan, oceano e… come si chiamava la sorellina?”
“selvaggia”
“ah, certo. come dimenticarsi di un trio così?”
“mi manca moltissimo. jonatan…”
“lo chiamiamo, se vuoi, quando torniamo a milano”
“sarebbe bellissimo… il papà di jonatan ha una macchina incredibile…”
“già”
“jonatan diceva che, a casa sua, aveva una stanza segreta e un dinosauro. diceva anche che sua sorella…”
“selvaggia”
“sì, selvaggia. diceva che selvaggia sputava fuoco”
“…”
“mi manca jonatan. anche se la storia della stanza segreta non era mica vera. giovanni ci è andato, a casa di jonatan. ha controllato. e non ha trovato nessuna stanza segreta. era un’invenzione. giovanni ha guardato proprio dappertutto”
“…”
“anche la sorella… selvaggia. mica sputava fuoco davvero. almeno non quando era lì giovanni”
“meno male”
“però mi sono dimenticato di chiedere a giovanni se il dinosauro c’era veramente a casa di jonatan. mannaggia. mi sono proprio dimenticato. che stupido. forse dovrei telefonargli, per chiederglielo”
“mi sembra strano che avesse un dinosauro, visto che si sono estinti 65 milioni di anni fa”
“probabilmente ne aveva uno piccolo”
“non credo…”
“sì. è sicuro. doveva essere per forza molto piccolo”.

buon 2016 a tutti. purtroppo senza stanze segrete, sprabilmente senza selvagge sputafuoco ma con un dinosauro, almeno. seppur piccolo, a rischiarare il cammino e ad allietare la vita.