una storia da piangere

il dialogo e gli eventi che seguono sono reali. tuttavia la storia in esso raccontata non è stata verificata. potrebbe essere imprecisa, approssimativa o campata per aria. ma è una bella storia e, soprattutto, non è questo il punto.

“conoscete la storia di plutone?”
“plutone, il pianeta?”
“be’, insomma, pianeta… comunque sì, quel plutone nello spazio!”
“no, non sappiamo la sua storia”
“allora ve la racconto”
“volentieri!”
“un giovane astronomo, di nome clyde, tenace e appassionato, proveniente da una famiglia di agricoltori dell’illinois, entrato nell’osservatorio di flagstaff in arizona, si incaponì nell’osservazione certosina degli oggetti celesti. passava il suo tempo a fotografare il cielo e a guardare i fotogrammi fino a quando, a 26 anni, nel 1930, scoprì il nono pianeta del sistema solare: plutone”
“accidenti!”
“che bravo!”
“già. naturalmente all’inizio il nuovo pianeta non aveva nome. fu così indetto un concorso tra le scuole degli stati uniti per scegliere come si dovesse chiamare. una bambina propose pluto, plutone, che è una divinità greca ma anche il cane di topolino. l’idea ebbe un successo enorme e il pianeta si chiamò così”
“che bella storia…”
“non è finita!”
“ah!”
“negli anni 90 tuttavia alcuni scienziati stabilirono che plutone non aveva veramente le caratteristiche di un pianeta e quindi fu retrocesso”
“ah però!”
“la cosa terribile fu che clyde, quando plutone venne retrocesso, era ancora vivo! aveva 89 anni!”
“povero! chissà che delusione”
“già. una cosa tristissima. da spezzare il cuore”
“be’, dai, insomma”
“ma no! ti rendi conto? è terribile fare una scoperta grandiosa e poi essere informati, a distanza di oltre 60 anni, che ti eri sbagliato!”

e mentre diceva così e rifletteva su quanto fosse triste il destino di clyde, lui piangeva. già. piangeva con le lacrime. e con lui piangeva la moglie, seduta accanto. e, a un certo punto, è stato necessario andare a prendere dei fazzoletti per asciugare tutte quelle lacrime, per clyde.
ed elastigirl e mister i, a tavola con loro, li guardavano piangere. increduli.
perché a volte gli americani ti stupiscono. perché hanno un’arroganza strisciante, la convinzione di essere padroni del mondo, un’ansia di riuscire, l’imperativo morale di primeggiare, l’impudenza di raccontarti quanto sono belli, bravi e vincenti. e poi, insieme a tutto questo, hanno un’ingenuità disarmante, una naïveté imbarazzante, una facilità nel commuoversi, abbandonarsi, stupirsi, intenerirsi che proprio non c’entrano niente con il resto. eppure arricchiscono e complicano il quadro. rendondolo ipnotico.

adho mukha svanasana e il respiro di darth vader

elastigirl è una creatura inquieta, sotto vari punti di vista. probabilmente è per questo che nella sua, seppur talvolta smodata e ossessiva, attività fisica, non si è mai cimentata in discipline che richiedono lentezza, meditazione, sintonia tra corpo e anima.
negli ultimi vent’anni ha praticato, tra gli altri, con alterni risultati e soddisfazioni, ginnastica aerobica, balli latinoamericani, gag, step, kick boxe, zumba, ballo liscio, danza del ventre, cardio pump, step&tone, cardio fit, body pump, jogging, running, acqua tone e spinning.
Come si può notare a occhio nudo, mancano, nell’elenco, voci come stretching, pilates, tai chi chuan, back prevention, body control, panca fit, yoga. e non è casuale.
quest’anno, nella città di A, in massachusetts, come ogni anno, si è iscritta al recreation center universitario dove, per una trentina di dollari, ha accesso per l’intera estate a tutti i corsi, oltre alla pista olimpica per correre, alla piscina per nuotare e alle macchine infernali e sudate per tonificarsi.
tuttavia, mentre l’anno scorso frequentava, con entusiasmo traboccante, ogni lezione di extreme insanity workout, rischiando l’infarto per mano di un’insegnante invasata con i piedi da anfibio, il programma dei corsi dell’estate 2015 è stato rivoluzionato. niente più insanity, kick boxing, spartan challenge o ultimate fitness. il programma attuale prevede esclusivamente: yoga, hatha yoga, power yoga, pilates e kripalu yoga. e dopo un inziale, scorato sconcerto, elastigirl ha pensato che potesse essere l’occasione per scoprire mondi nuovi gravidi di meravigliose e istruttive sorprese.
così, da circa una settimana, in pausa pranzo, si presenta scalza, con un materassino nero e un mattoncino di polistirolo di cui ancora non le è chiaro lo scopo, al cospetto di jill che tiene gli occhi chiusi, è flessuosa come un giunco e ha il respiro di darth vader.
al ritmo dell’ansimare di darth vader, elastigirl sperimenta la posizione del cane, della gru, dell’aquila, del cobra, del bastone a terra e del piccione reale su una gamba. e pratica, o almeno ci prova, hatha yoga. ma, pur consapevole che le faccia un gran bene, sente che le manca terribilmente qualcosa.

la mia famiglia e un pellicano

elastigirl aveva appena metabolizzato l’idea che, nella città di A, una gallina di nome kushla potesse diventare la regina della casa, amata come un cucciolo di cane e viziata come un bambino. certo, l’acquisto di vermi essiccati a uso, consumo e piacere di kushla la lasciava ancora parecchio perplessa, ma, nonostante tutto, il mondo le sembrava ancora abbastanza in ordine.
poi è andata a cena, con mister i e gli hobbit, nel portico di brenda, la vicina di casa che vive in una comune multietnica all’insegna della diversity, in cui gli inquilini sono equamente e rigorosamente ripartiti tra genere, orientamento sessuale e religioso, provenienza etnica e geografica.
ha portato, allo scopo di non turbare gli stereotipi sul cibo italiano, una grande pizza fatta in casa, oltre a tre hobbit vocianti e un mister i munito di birre, e ha trovato, in cambio, lata.
lata è indiana, insegna hindi all’università di A ma vorrebbe tornare a casa sua, possibilmente con un marito che la aspetti. e, tra un pezzo di pizza, del salmone al vapore, gran quantità di maionese e qualche foglia di insalata, lata ha cominciato a raccontare, come se fosse tutto terribilmente scontato e banale, della sua infanzia indiana con una mamma casalinga, un papà poliziotto, un fratello maggiore, una sorella minore e “alcuni animali domestici nel giardino”.
“alcuni animali domestici? tipo?”
“ma no, niente di che…”
“gatti? cani?”
“mmmhhh, sì, avevamo un paio di gatti e anche un cane. ma non mi sono mai stati molto simpatici”
“e oltre al cane e ai gatti avevate qualche altro animale domestico?”
“be’, certo. un coniglio… tre mucche…”
“tre mucche???”
“sì. e anche un altro animale, simile alla mucca, ma più grande e selvaggio. ma ha un nome intraducibile. poi mio papà amava i serpenti e ne aveva uno”
“accidenti! cane, gatti, mucche selvagge e non selvagge, un coniglio, un serpente…”
“be’, avevamo anche delle scimmie ma erano terribilmente dispettose. io non le sopportavo”
“avevate uno zoo?”
“no, no. stavano a casa nostra. liberi. in giardino…”
“avevate un parco!”
“no, un giardino. c’erano anche un paio di cavalli e un cervo”
“un cervo???”
“sì. un cervo. ma soprattutto… il mio preferito!”
“e chi era il tuo preferito?”
“il pellicano!”
e mentre nominava il pellicano, lata si illuminava, come se avesse evocato un grande amore.
“e com’è un pellicano domestico?”
“meraviglioso! simpatico, divertente, affettuoso! mia madre però lo detestava perché quando lavorava a maglia il pellicano le rubava i gomitoli e li disfaceva, riempiendo il giardino di fili della sua lana…”
“…”
“mia madre non sopportava il pellicano e il pellicano, che era intelligente, non sopportava mia madre”
“e quindi cosa faceva?”
“e quindi un giorno ha preso mia sorella, che era piccola piccola, nel suo grande becco. e se ne andava in giro con mia sorella dentro il becco, guardando mia mamma con aria di sfida”
“e tua sorella?”
“mia sorella non capiva, ma si divertiva molto”
“e tua madre?”
“mia madre gridava ‘ridammi subito mia figlia!'”
“lata, ma dove stavi tu in india è normale avere uno zoo nel giardino?”
“no, non proprio. infatti casa nostra era sempre un via vai di visitatori che volevano vedere i nostri animali domestici”
“domestici…”
“mamma, possiamo prendere un pellicano così magari si porta via sneddulone dentro al suo becco?”.
e allora elastigirl si è convinta che, in fin dei conti, i vermi essiccati di kushla sono mal di poco e che tutto, ma proprio tutto, ha, da qualche parte nel mondo, la sua versione iperbolica.

piacere, kushla

“vedrai, è bellissima. e poi è intelligente. e sveglia. e furbissima. capisce tutto. già. adorabile. chi l’avrebbe detto che sarebbe diventata immediatamente parte della famiglia?”
“ecco, appunto, chi lo avrebbe mai detto che avreste perso la testa per…”
“la vuoi conoscere?”
“ehm, con piacere, certo. ma non sta qui, a casa tua, brenda?”
“no, al momento vive a casa della mia amica neozelandese, a nord della città di A. deve riprendersi dallo shock”
“quale shock?”
“ha subito un trauma, poverina… ma si sta riprendendo alla grandissima. chiama gli hobbit che vi porto a conoscerla!”
così, capitanati da un’entusiasta brenda, la vicina di casa e amica nella città di A, in massachusetts, elastigirl e gli hobbit sono andati, in pompa magna e con una certa trepidazione, a conoscere l’irresistibile kushla, bella e intelligente, scampata per miracolo a due terribili incidenti da cui si sta riprendendo grazie alle amorevoli cure di brenda, della sua amica karen, eccentrica neozelandese, e del marito paul, italoamericano anch’egli segretamente e discretamente innamorato di kushla.

“salutate kushla, ragazzi!”
“c-i-a-o kushla… capisce l’inglese?”
“certo che sì! capisce tutto! volete farvela amica al primo sguardo?”
“sì, dai, che bello!”
“allora andate in cucina e prendete il barattolo con il tappo rosso sullo scaffale sopra il tavolo. non potete sbagliare. poi tornate qui!”

“è questo?”
“sì! bravissimi, cari!”
“se volete far felice kushla e diventare suoi amici per sempre, offritele un po’ delle prelibatezze che ci sono nel barattolo!”
“ma sono…”
“vermi…”
“secchi!”
“sì! esattamente! li ho comprati apposta per kushla! li adora. insieme ai semi di zucca che paul mette nei cereali a colazione”
“del resto, quando hai perso le tue sorelle emily, hellen, zoe e amanda, selvaggiamente trucidate da una volpe e da un falco, ti puoi concedere qualche vizio, no?”.

può capitare, nella città di A, un innamoramento collettivo per una gallina bianca, di nome kushla che non fa uova perché le galline domestiche, pare, non si disturbano a produrre alcunché, ma terribilmente intelligente, oltre che bellissima, ovvio.

un amico

“vedi lui?”
“chi? il biondino?”
“no, l’altlo. quello con gli occhiali”
“ah, sì. eccolo lì. ha una faccia simpatica. come si chiama?”
“boh”
“ma è nel tuo stesso gruppo al campo naturalistico?”
“sì. celto. hai capito quale è?”
“sì. il ricciolino con gli occhiali… quindi?”
“è mio amico”
“è fantastico! bene. hai un amico nel campo estivo americano! quindi giocate insieme?”
“no”
“allora cosa fate insieme?”
“niente”
“ah. e come mai dici che è tuo amico?”
“pelché mi palla”
“ah. ti parla… e tu gli rispondi?”
“no”
“ma capisci quello che dice?”
“a volte”
“be’, allora potresti anche rispondergli, le volte che capisci…”
“no, non è il caso”
“non è il caso di rispondergli quando ti parla?”
“no. siamo amici”
“appunto!”
“ma non COSÌ amici”
“capisco”
“hi guys!”
“che dici?”
“niente. pallo inglese con me stesso…”
“ah. ok”
“hi guys! hi! guys! guys! hi!”
“è arrivato l’autobus, hobbit piccolo detto sneddu. sbrighiamoci!”
“bye guys! look! bus! friends! no, thank you. yes, please. it’s me. yeah!”.

ma che peccato

può succedere di avere bisogno di fare pipì nel bel mezzo di un lavoro e che, nella fattispecie, il lavoro sia una diretta radiofonica soli a roma con tutti  i colleghi a milano. può succedere che, nei programmi radiofonici, ci siano delle pause pubblicitarie o musicali o di informazione e che, in questo preciso caso, la pausa sia intorno alle 658 del mattino e duri circa quattro minuti, un tempo perfetto per una pipì, sempre che il bagno sia vicino. può succedere che il bagno accanto allo studio radiofonico sia un bagno per disabili, ampio e persino luminoso, che tutti, disabili e non, usano con disinvoltura e frequenza e che si apre e si chiude con un maniglione rosso antipanico. può succedere così di correre lì, in quello stanzino più accogliente e ameno di quanto non ci si potrebbe aspettare da un luogo preposto ad attività private e intime, di provvedere alle fisiologiche necessità, di lavarsi le mani e di spingere il maniglione rosso, con una certa fretta. può succedere che la porta non si apra a un primo, a un secondo, a un terzo e a un decimo tentativo e che ci si domandi se mai qualcuno a roma si accorgerà, a quell’ora del mattino, che qualcun altro è stato inghiottito dalla toilette. può succedere così che si cominci a battere con i palmi delle mani sulla porta, augurandosi che qualche orecchio fino, da qualche parte in quell’edificio ancora buio e dormiente, si accorga del trambusto intorno al maniglione antipanico. può succedere che i minuti passino, che il bam bam! sulla porta si faccia più forte e che un tecnico pietoso provi ad aprire da fuori e, non riuscendoci, dica “aspettami qui. vado a chiamare aiuto”. può succedere che, nell’attesa dell’aiuto, si riesca magicamente ad aprire la porta e che ci si precipiti nello studio, ci si infilino le cuffie e si sentano i colleghi dall’altra parte che, in diretta, commentano la sparizione dentro un bagno della conduttrice a roma. “eccomi! ero rimasta intrappolata! ma adesso sono tornata libera tra voi”, può succedere di dichiarare esultante. e dall’altra parte può capitare che replichino: “ah, sei già qui? ma non avevi portato il telefonino in bagno?” “veramente no. comunque ora ci sono e possiamo proseguire felici!” “ma che peccato. sarebbe stato bellissimo e divertentissimo fare la trasmissione con te al telefono chiusa in bagno. non credi?”. “no, non credo” “almeno prometti che la prossima volta ti porterai il telefonino”. può succedere persino di promettere.

ma che ci fai a roma?

“pronto, elasti, come stai? è un po’ che non ci sentiamo. che stai facendo?”

“ciao, amica. sto bene, anche se mi sento dentro una centrifuga. sono a roma”

“a roma?”

“già, a roma”

“e gli hobbit?”

“a milano, con il loro legittimo padre”

“che ci fai a roma?”

“ecco, bella domanda… lavoro”

“immaginavo. che lavoro?”

“ma boh, una roba nuova. forse una follia totale…”

“quindi cosa fai?”

“no, niente. una cosa. alla tv”

“tv? che tv?”

“il primo canale, come avrebbe detto mia nonna… chissà cosa direbbe mia nonna di tutto questo. non so se sarebbe contenta…”

“quindi lavori a rai uno?”

“ma no, be’, messa così sembra una cosa gigantesca. partecipo a un programma del pomeriggio. ma tu come stai, invece?”

“sto bene. ma stavamo parlando di te. sei evasiva e imprecisa”

“ma sì, non è fondamentale…”

“ti imbarazza quello che fai? fai la valletta? la velina?”

“ehm, no. non ho né il fisico né l’età. e no! non mi imbarazza. mica avrei accettato se mi imbarazzasse. però, ecco, è una cosa nuova, a cui mi devo abituare, che non so bene come sarà, non so come sarò io, non so se mi ci vedo lì dentro. poi dicono che la televisione sia uno schiacciasassi e io… boh, che ne so che effetto mi fa essere dentro uno schiacciasassi? o magari sotto”

“si può sapere come si chiama questa cosa che fai?”

“no, non la faccio io. partecipo e basta”

“e si chiama?”

“la posta del cuore. con fabrizio frizzi e rita dalla chiesa. ecco. l’ho detto. inizierà il 15 giugno alle 440 del pomeriggio credo, tutti i giorni. per un mese”

“ma sei contenta?”

“sì, credo di sì. e soprattutto sono incuriosita e divertita. è una cosa nuova, bizzarra, improbabile che mai avrei immaginato di fare. però, ecco, quando mi mettono tutto quel rosso sulle labbra che non va via nemmeno con il dentifricio alla menta piperita e sono nello studio, con le luci, le telecamere, il pubblico, il salotto finto, gli applausi e mille persone intorno, mi domando: ‘che ci faccio qui, a roma, in televisione?'”

“ecco, appunto. che ci fai?”

“ancora non l’ho capito benissimo. però mi viene spesso da ridere e forse questo è un buon motivo per stare qui, ora”.

cose romane

da ieri elastigirl è a roma per la preparazione di un lavoro in tv cadutole sulla testa per caso e accettato perché era troppo folle e potenzialmente divertente per poter rifiutare e poi perché richiede un impegno intensissimo ma a breve termine, incastrabile con gli impegni di mister i.

di seguito una serie di cose, fatti, mattane, in ordine sparso:

– lei vive da sola nella casa dello zio con l’orecchino al naso che però adesso lavora in un’altra città. e la sera fa la spesa al negozietto lì sotto e mangia prosciutto e yogurt oppure ciliegie e pomodori o formaggio e taralli, senza regole, selvaggia, rigorosamente davanti al televisore.

– la mattina all’alba va alla radio e il pomeriggio alla tv e quando la sera rientra a casa sfinita, dentro un indicibile traffico e con un rossetto indelebile che non si toglierà nemmeno con la candeggina, pensa che questa città, nonostante tutto, è così bella che mette i brividi.

– alla tv c’è un camerino, con delle chiavi e un numero, l’8, tutto per lei. una stanza con un armadio, un divano, unos specchio troppo grande per occuparlo tutto e persino uno stanzino con la doccia. e nel camerino ci sono delle signore che piegano i suoi vestiti, li stirano e li ripongono in ordine nel guardaroba. e quando lei dice: “grazie ma non c’è bisogno! faccio da sola”, loro non le rispondono nemmeno e continuano a fare quello che stanno facendo.

– alla tv c’è un costumista che scuote la testa quasi sempre e ha il carisma di uno sciamano. elastigirl ha scoperto che in tv ci si veste in base alla tappezzeria e ai colori dello studio e a come sono vestiti i compagni di trasmissione. e comunque le fantasie e i disegni sono sgraditi, per non dire bandite. in tv comanda la tinta unita.

– alla tv ti truccano e ti parruccano e qualcuno ti dice persino che dovresti cambiare il colore dei capelli ma per fortuna non è indispensabile obbedire.

– alla tv può capitare di trovare nel camerino delle rose e pensare “devono avere sbagliato” e invece non avevano affatto sbagliato.

– alla tv sembra di essere dentro uno scherzo gigantesco dove però alla fine non si ride, o dentro un circo, o dentro un esperimento scientifico. e invece non è niente di tutto questo. è solo tv.

– alla tv ci sono decine e decine di persone terribilmente indaffarate, sempre in movimento. molti si prendono terribilmente sul serio. a volte la concitazione e l’adrenalina sono tali che sembra di essere in una sala operatoria, tra cardiochirurghi impegnati a salvare una vita. e invece no. è solo tv.

– alla tv ti convocano alle dieci, ma fino alle 11 non succede niente, alle 12 pare che tutto sia pronto ma prima delle 13 non si comincia.

– alla tv c’è un pubblico che applaude. ci sono dentro personaggi ipnotici che da soli meriterebbero una indagine antropologica approfondita.

– alla tv sono tutti tremendamente affabili e sorridenti. ma forse è un fatto culturale e a roma sono tutti più affabili e sorridenti che a milano.

– a casa mister i si è ammalato dopo circa 16 ore dall’elasti-partenza. l’impressione, da quaggiù, è che lassù regni l’anarchia assoluta e che gli hobbit, mentre nina, la ragazza alla pari, suona il basso nel complessino dei papà alla festa della scuola e mister i è chiuso nel suo torvo malessere, siano in autogestione.

non siamo mica qui a giocare

comunista: “qualcuno vuole draghi?”
demone: “grazie compagno”
varys: “posso darti pekka o draghi ma solo al livello 1. ne vuoi?”
sam: “ciao compagni”
demone: “grazie varys”
varys: “prego compagno”
unione sovietica è stato accettato nel clan da sam
unione sovietica: “salve compagni. sono tornato e sono pronto a servire nuovamente il partito”
comunista: “qual è la tua visione sulla rilevanza del leninismo nella società occidentale contemporanea?”
unione sovietica: “sono un marxista leninista e credo fermamente nell’interpretazione di mao tze tung del comunismo. e sono per l’uguaglianza”
demone: “la dicotomia tra leninismo e maosimo è falsa”
red: “avete arcieri al livello cinque?”
unione sovietica: “la migrazione sud-nord provocherà una guerra civile, anche in occidente”
sam: “ho perso tutti i draghi”
varys: “io non credo che il capitalismo sia così male…”
comunista: “compagno varys, credo che tu debba essere allontanato dal clan per le tue dichiarazioni controrivoluzionarie”
varys è stato espulso dal clan.
demone: “qualcuno ha bisogno di domatori di cinghiali?”.

mister i è da tempo nel tunnel di clash of clans. gioca compulsivamente. sempre. mentre scrive le sue formule matematiche per l’abbattimento del capitalismo, quando cucina il sugo, quando parla al telefono con super w, sua mamma, quando ripete i verbi con lo hobbit di mezzo e quando conversa dell’universo mondo con elastigirl.
lei pensava che fosse solo un gioco. poi, oggi, ha sbirciato una conversazione tra i membri del suo clan, the communist squad. e ha capito che no, non è affatto solo un gioco: è pazzia pura.

roma

elastigirl sabato mattina ha preso un aereo per roma alle nove. aveva messo la sveglia alle 630 ma alle cinque era vispa come un grillo isterico. in aeroporto ha rischiato di cadere in un raptus di shopping compulsivo consolatorio ma ha deciso che non aveva diritto di consolarsi di alcunché e si è concessa solo un caffè macchiato. roma era grigia e fredda e il taxista le ha chiesto che strada volesse fare per raggiungere la sua meta. “famo er raccordo?” “ehm, be’, faccia lei… la strada più breve…” “eh! facile dirlo! stiamo a roma! raccordo e nomentana? raccordo e bufalotta?” “bufalotta è un nome bellissimo” “famo la bufalotta allora”.

dopo un tempo infinito, nonostante la bufalotta, è arrivata a destinazione. c’era già stata in quel posto. e le altre volte aveva notato l’altezza smisurata dei soffitti e la quantità di gente in movimento vorticoso. anche sabato i soffitti erano troppo alti per lei e le persone troppe, ma stranamente e inspiegabilmente più vicine e familiari. poi una rossella l’ha truccata e le ha detto che aveva un figlio di dodici anni e, entrambe, sono giunte alla conclusione che 12 anni è un’età bislacca, che il sabato mattina bisognerebbe poter dormire nella vita e che il trucco non doveva essere troppo forte ché già così elastigirl si sentiva una ballerina delle folies bergère. quello che chiamano parrucco è stato invece silenzioso come una seduta di meditazione ma con un buon profumo di spray per capelli.

di ciò che è successo dopo elastigirl ha memorie confuse. ha assistito, le pare di ricordare, all’incarnazione di creature che pensava vivessero solo nell’immaginario collettivo. si è incuneata in vite altrui. si è presentata cento volte. ha riso parecchio. ha ammirato uno smalto arancione in pendant con il suo maglioncino. si è chiesta che ci facesse lì. ha abitato un mondo finto e vivido e ipnotico allo stesso tempo. ha mangiato un petto di pollo buono in una mensa. ha pensato che tutto questo, potrebbe essere anche molto divertente e che vale la pena provarci.

poi è tornata in aeroporto, ha preso un volo per ritornare a casa e, arrivata a linate, ha ringraziato l’inventore del car sharing che le ha permesso di precipitarsi a teatro dove lo hobbit grande si esibiva, insieme a una dozzina di preadolescenti ispidi e goffi come lui, nell’imperdibile spettacolo di fine anno. “madre, ti è piaciuto?” “mamma, mi scappa la cacca” “mamma, il papà è proprio drogato di clash of clans. dobbiamo fare qualcosa come famiglia…”. e ha pensato che si sopravvive ai soffitti alti e alla follia della tivvù solo grazie alla cacca dei figli e a tutto quello che le germoglia rigoglioso intorno.