te, mi fai la casseuola?

quando elastigirl era incinta dello hobbit grande, mister i, tra l’inorridito e il turbato, si domandava che effetto avrebbe fatto a lui, orgogliosamente barese, avere un figlio nato sotto la madonnina, divoratore di panettone, che avrebbe detto “uhelà! che bèla biciclètta”, “perchèèèèè?”, con le fauci spalancate della rana dalla bocca larga, avrebbe chiamato “il giangi, il paolo e la titti” e avrebbe sostituito il pronome tu con un cacofonico “tèèèè”.
per cautelarsi dai rischi di avere una prole longobarda nel corpo e nell’anima, ha cominciato prestissimo a istillare nei suoi figli l’orgoglio barese, insegnando loro perle dialettali (“mo’ ti romb’ la capa”, “camìn, vattìnn”, “tu si’ numer’ iun!”) e l’amore per taralli, orecchiette, cime di rapa e panzerotti che, secondo lui, li avrebbe messi al riparo da eccessive influenze nordiche.
qualche giorno fa lo hobbit piccolo è andato, con la scuola materna, in gita al castello sforzesco dove “una guida blavissima, ma ploplio blavissima” li ha introdotti agli usi e costumi della vita quotidiana del 1.600 a milano, condividendo un prezioso volumetto di antiche ricette lombarde.
“mamma, come si chiama questo piatto? sembla buonissimo”
“si chiama cassueola”
“tè me lo puoi fare?”
“tu! non tè!”
“va bè, tè mi puoi fale la buonissima cassueola?”
“tu! non tè!. e comunque, ehm, non l’ho mai fatta e poi non sono sicura che ti piaccia… c’è anche il cavolo verza, oltre alle salsicce, la pancetta, le puntine di maiale, il sedano, il burro… mi sembra un piatto con il peso specifico dell’uranio…”
“intanto fammela e poi vediamo se mi piace”
“non so, non vorrei trovarmi da sola a dovere mangiare cassueola per settimane…”
“eddai mamma!”
“va be’, vediamo qualche altra antica ricetta lombarda che magari è più semplice da preparare…”
“questa questa!”
“bollito di maiale??? ecco, non è proprio primaverile!”
“ma io lo voglio tantissimo…”
“vediamo qualcos’altro…”
“questa!”
“è polenta di miglio… non so nemmeno dove trovarla la farina di miglio…”
“allora questo!”
“vino cocto… escludo. non è adatto”
“…”
“ma cosa fai??? piangi?”
“…”
“ehi! non mi pare proprio il caso! perché piangi???”
“perché tèèèè non mi fai la casseuola… che io adolo”.

un’ossessione al giorno

ci sono persone – grazie al cielo la maggior parte della popolazione – che vivono serenamente conducendo esistenze mediamente monotone, mediamente vivaci, mediamente varie, mediamente felici.
poi ci sono quelli che, per sopravvivere, devono coltivare le proprie ossessioni. se non lo fanno, mancano loro l’aria, la terra sotto i piedi, l’equilibrio, l’energia per andare avanti.
mister i appartiene a questa seconda categoria di esseri umani.
lui gioca compulsivamente a clash of clans e frequenta con maggiore assiduità il re barbaro, la regina degli arcieri e il mastino lavico della sua stessa famiglia. lui deve fare almeno 86 vasche quotidiane a stile libero, a scelta, nella piscina comunale alla periferia nord di milano o nella piscina pubblica di banglatown a londra est. con sé deve avere, oltre agli occhialini e al costume, dei bizzarri guanti palmati che aumentano la resistenza all’acqua e rendono il tutto più faticoso. lui deve ascoltare musica tamarra in cuffia quando lavora, però sempre la stessa, in loop, per ore e giorni interi. lui deve bere tè verde almeno quattro volte al giorno e si è convinto che è buonissimo anche se, in realtà, basta vedere la faccia che fa sorseggiandolo per capire che gli fa schifo. lui deve fare la birra in casa e ascolta il gorgogliare della fermentazione con l’estasi riservata alla musica tamarra in loop nelle orecchie alla trecentesima ripetizione.
e sono solo alcune delle ossessioni da cui mister i, e con lui, di riflesso, i suoi affetti, sono afflitti.
tuttavia, poiché la genetica non è acqua fresca, il seme dell’ossesione è germogliato rigoglioso e ha dato il suo prezioso frutto.
lo hobbit di mezzo, pur non potendo giocare a clash of clans con i ritmi paterni, perché non gli è permesso, di quel gioco conosce ogni dettaglio. conosce a memoria il suo villaggio, quello di tutti i compagni di scuola suoi e del fratello maggiore. sa esattamente a quale livello è il re barbaro di federico, il municipio di giovanni e l’elisir di edoardo.
nuota nella piscina comunale per dovere e non ancora per piacere ma, in compenso, monitora costantemente le temperature massime e minime di milano, attica orientale, göteborg, tirana e della provincia di gnagna.
la sua ultima passione sono le capitali del mondo. ha trovato un foglio su cui sono scritte tutte, in caratteri minuscoli. non se ne separa mai e, alla bisogna, estrae la sua tabella e interroga l’interlocutore. se mostra di non sapere, la delusione è grande.

se fossi

“se fossi un muratore lavorerei tutto il dì

e se lo provate la risposta è sì

sudo sudo sudo

nudo e crudo”

“…”

“ti piace?”

“molto. l’hai scritta tu?”

“sì, per compito. la maestra ci ha chiesto di scrivere una poesia che cominciasse con ‘se fossi'”

“e a te è venuto in mente il muratore”

“già”

“nudo e crudo”

“sudo sudo sudo”

“…”.

 

dare i numeri

lui ogni mattina si sveglia, con i capelli dritti in testa, lo sguardo allucinato e il pigiama sbrindellato di terza mano. si mette seduto, di scatto. per fortuna è ancora troppo basso per battere la testa sul letto del fratello al piano di sopra.
dice un numero.
“12!”, “21!”, “10!”.
ogni giorno uno diverso ma con una logica implacabile. come un oracolo, un orologio, un calendario, un pazzo.
poi, nel corso della giornata, quel numero viene ripetuto, ogni volta che incontra la sua mamma, o con lei interagisce.
dopo averlo pronunciato, sorride, con un guizzo trionfante nello sguardo.
ogni giorno l’euforia aumenta, come se il potere e la magia di quel numero crescessero con il tempo.
lui fa un conto alla rovescia ma senza spiegarlo. è un calendario dell’avvento vivente e vagamente petulante. il numero zero arriverà giovedì prossimo, quando questo rito ossessivo sarà terminato.
“otto!”, ha esclamato la mattina, con lo sguardo tondo e incredulo.
“sono pochi, otto, eh?”
“abbastanza pochini. sì. ma ola vado a fale colazione”.
lo hobbit piccolo partecipa all’elasti-countdown per la liberazione dal gesso con il coinvolgimento, l’entusiasmo e la trepidazione del protagonista, come se il piede rotto fosse il suo e non di elastigirl. per l’occasione ha imparato a contare al contrario.
oggi è arrivata la comunicazione che è stato accettato in prima elementare, nella stessa scuola dei fratelli.
“ehi! che bello! stai diventando un ragazzo! a settembre andrai anche tu alla scuola dei grandi”
“quanti giolni mancano?”
“tanti. vari mesi”
“io ho bisogno di sapele esattamente quanti giolni sono”
“te lo dico dopo che mi sono tolta il gesso. va bene? due conti alla rovescia contemporaneamente non saprei gestirli”
“okay. ma licoldati”.

mi sa

nell’elasti-casa ci sono, in sala, due divani. uno più piccolo e uno più grande. l’assetto familiare serale davanti a un film prevede che elastigirl e hobbit medio e piccolo stazionino su quello grande e mister i e lo hobbit maggiore sul piccolo. funziona così da sempre e eventuali cambiamenti di consuetudini generano spaesamento, sgomento, apprensione e nervosismo perché, si sa, fatti non fummo a viver come bruti ma come abitudinari.
tuttavia, da quando ha il gesso, elastigirl preferisce stare sul divano piccolo che, per ragioni logistiche e morfologiche, favorisce la distensione della gamba.
siccome, però, la vita è più complicata di quanto potrebbe e dovrebbe essere, lo hobbit piccolo, detto sneddu, non tollera di stare lontano dalla sua mamma ma si rifiuta, con vigore e fermezza degni di miglior causa, di abbandonare il suo posto. tutto questo genera quotidianamente una decina di minuti di psicodrammi di cui elastigirl ieri sera ha voluto esplorare le radici profonde.
“ehi, sneddu! si può sapere perché non vuoi sederti accanto a me su divano piccolo? staremmo comodi. poi ti prometto che quando avrò tolto il gesso torneremo ai nostri soliti posti”
“pelché io non posso stale sul divano piccolo”
“perché mai non puoi?”
“pelché è pelicoloso pel me”
“pericoloso?”
“sì”
“vuoi spiegarmi meglio?”
“sotto il divano piccolo vive un uomo invisibile”
“ah. non lo sapevo…”
“celto che non lo sapevi. è invisibile…”
“già… ovvio. e che fastidio ti dà questo signore invisibile sotto il divano?”
“mi tocca i piedi”
“sei sicuro?”
“siculissimo”
“e perché a me non li ha mai toccati?”
“pelché tu sei una glande e l’uomo in visibile tocca solo i piedi dei piccoli. mi sa”.
“ti sa…”
“mi sa”.

livello 4

il primo livello era una serena passeggiata, caotica, con la sveglia prima dell’alba, ma pur sempre una piacevole e allegra sgambata.

come in tutti i videogiochi che rispettino, c’era un livello due, un po’ più complicato, con dentro una caduta accidentale dalle scale e una frattura di un ignoto osso del piede. in questo livello bisognava semplicemente imparare a camminare con gesso e stampelle, a farsi iniezioni serali di eparina nella pancia, trovare gli occhiali al buio di notte con l’aiuto di un supereroe marxista dormiente e proseguire il gioco senza farsi distrarre dai diversivi ortopedici.

al terzo livello il mondo si era coperto di neve e ghiaccio ma era venerdì e la settimana stava per finire. le stampelle sono dotate di puntali antiscivolo e, nonostante qualche momento di cedimento, le missioni assegnate sono state  compiute, bene o male.

il quarto livello era un’incognita, fino a questa sera.

“pronto, elasti, sono il tuo collega e mentore radiofonico”

“ciao mentore”

“volevo dirti che domattina, all’alba…”

“sì?”

“non saranno agibili gli ascensori”

“come è possibile?”

“c’è uno sciopero, non ho informazioni precise. quel che è certo è che gli ascensori non si potranno usare”

“ma noi lavoriamo al quinto piano, e ogni rampa somiglia alla scalinata di trinità dei monti e con le stampelle salire fin lassù è un’impresa folle…”

“già”.

c’è del disagio

ore 16,45
“ragazzi, sto lavorando. devo scrivere una cosa che mi agita, preparare un’altra roba entro questa sera e fare delle telefonate. chiudo la porta. con voi c’è cindy”
“va bene, mamma”
“ciao. finirò tra un paio d’ore”
“d’accordo. possiamo fare qualche videogioco?”
“no. niente video”
“possiamo fare merenda?”
“certo”
“cosa possiamo mangiare?”
“ragazzi, vi ho detto che devo lavorare. andate a vedere cosa c’è in cucina. chiedete a cindy se avete bisogno”
“va bene, mamma”

ore 16,51
“mamma, devo fale la cacca”
“bene. vai”
“mi fai compagnia?”
“no, amore. sto lavorando”
“mi fai il bidet quando ho finito?”
“non avevi detto che a cinque anni ti saresti fatto il bidet da solo?”
“non posso fale semple tutto io. già faccio la cacca…”
“puoi chiedere aiuto a cindy?”
“cindy???? cindy non sa falmi il bidet!”
“senti, vai. chiamami quando devo venire”

ore 16,52
“ho finitoooooooo”
“eccomi”
“ela uno schelzo. facciamo gli indovinelli?”
“hobbit piccolo. la mamma sta lavorando. non facciamo nessun indovinello. chiamami per il bidet e basta!”
“va bene mamma. me lo dai un bacio pel salutalmi?”

ore 16,55
“ho finitooooooooo”
“…”
“questa volta pel davvelo. non è uno schelzo”

ore 17,01
“mamma, devo parlarti in privato”
“puoi aspettare più tardi, hobbit di mezzo?”
“no”
“dimmi”
“avrei bisogno del tuo cellulare”
“perché mai?”
“per controllare la temperatura in questo momento a hadhramaut. e ovviamente a minneapolis. pensa che ieri ad hadhramaut c’erano 27 gradi”
“ma dov’è hadhramaut?”
“non so. ma c’è un clima interessante e lo devo controllare”
“tieni il cellulare ed esci”

ore 17,15
“madre!”
“perché mi chiami madre e non mamma come tutti i figli del mondo?”
“perché sei la migliore, madre”
“hobbit grande, sto cercando di lavorare. potete smettere di transitare da questa stanza come se fosse l’area partenze dell’aeroporto jfk a new york?”
“ho preso otto in storia, madre”
“amore!!! bravo!”
“e mi sono fatto interrogare in matematica e sono andato strabene”
“sono molto orgogliosa di te”
“i prof hanno detto che si vede che sto cominciando a studiare seriamente”
“vedi che i risultati arrivano se ti impegni? bene. sono molto contenta. ora però fammi lavorare”
“va bene. ciao madre”

ore 17,22
“mamma!”
“che c’è?”
“a minneapolis ci sono meno 12 gradi!!!”
“mamma, io da oggi mi chiamo toki toki paddington figo”
“madre, è okkei se faccio venire qui mattia a pranzo domani”
“FATE FINTA CHE IO NON SIA IN CASA, CHE NON ESISTA, CHE SIA STATA RAPITA DAGLI ALIENI CHE FORSE MI RESTITUIRANNO PER CENA. FUORI DI QUI!!!!”
“madre, c’è qualcosa che non va? possiamo aiutarti? c’è del disagio qui”
“HO DETTO FUORI!”

disagio. dice che c’è del disagio, lui.

zero gradi a milano e nella grande polonia

“un grado. e alle undici nevica di nuovo”
“che bello! guarda che bari coperta di neve è uno spettacolo rarissimo! dobbiamo godercelo!”
“be’, mamma, non devi stupirti: noi due lo sapevamo da qualche giorno”
“sì, è vero, però un conto sono le previsioni meteo che possono sempre sbagliare, un altro vedere la neve che scende su bari!”
“vuoi sapere com’è la situazione a milano?”
“va bene. poi però basta giocare con il telefonino”
“non sto giocando, mamma! io studio, esploro, capisco…. a milano zero gradi nuvolosi. e anche nella grande polonia”
“grande polonia??? hobbit medio! sta diventando una ossessione questa del meteo. smettila. ridammi il telefono”
“aspetta, mamma! non puoi fermarmia ora. meno 13! ti rendi conto??? meno 13 gradi!!! e c’è il sole. pazzesco”
“scusa, ma dove?”
“unity village”
“e dove sarebbe?”
“non lo so. però a minneapolis del minnesota va anche peggio: meno 18! beati ad alessandria…”
“cosa succede ad alessandria?”
“18 gradi”
“non è possibile!”
“lo dice qui! guarda!”
“hai ragione… ma… ecco! è alessandria in egitto non in piemonte!”
“però non vale che loro abbiano 18 gradi. però la minimi è 11 e han bisogno anche loro della giacca la sera e la notte”
“amore, ora basta. non puoi passare il tempo a guardare il meteo. vai a giocare”
“cagliari più 7, lagos più 32. ti rendi conto???? più 32 mammaaaa!”
“finiscila o chiamo l’esorcista”.

buona fine 2014 e buon inizio 2015 con una bari innevata, una minneapolis gelida, una milano freddina, un’alessandria tiepida e uno hobbit di mezzo dentro un tunnel.

il mostro

“si può sapere, hobbit grande, perché ogni tanto sei antipatico con cindy, l’adorabile ragazza alla pari che io vorrei vivesse con noi per sempre?”

“mpf”

“è inutile che rispondi ‘mpf’ perché non hai il diritto e non puoi permetterti di essere antipatico e lunatico con nessuno, figuriamoci con qualcuno che sta a casa nostra e ci aiuta. senza contare che cindy è sempre gentile e sorridente e disponibile, quindi dovremmo tutti esserle grati e non certo ostili”

“ecco, appunto”

“cosa appunto?”

“è felice”

“e allora? è per questo che questa sera a tavola sei stato maleducato con lei?”

“mpf”

“preferiresti avere intorno una musona, che ti risponde male e ogni tanto si chiude in bagno a piangere? eh? vorresti una malmostosa, bizzosa e lunatica che pensa che la vita faccia schifo?”

“no”

“e allora? cosa c’è di male a essere felici?”

“niente. lei può esser felice. basterebbe che…”

“che???”

“che non lo facesse vedere a tutti”

“quindi secondo te dovrebbe essere felice ma nascondere la sua felicità dietro una maschera di austera e malinconica compostezza?”

“sì, una cosa del genere”

“sei un mostro”.

sempre diversi

“sai, mamma, le medie sono molto meglio delle elementari”

“mi fa piacere che ti piacciano”

“sono anche molto più divertenti”

“come mai?”

“be’, i professori cambiano ogni ora, ogni giorno”

“già. non ci si annoia…”

“e anche i compagni cambiano in continuazione”

“i compagni???? scusa, ma la classe è sempre la stessa, no?”

“certo. la classe è sempre quella ma i compagni no”

“in che senso? spiegami”

“il fatto è che – sarà l’età – siamo tutti talmente instabili che sembra di avere a che fare con persone diverse ogni giorno”

“ah, certo. non ci avevo pensato. anche tu effettivamente un minuto sei il dottor jekill e il minuto dopo sei mister hyde. posso solo immaginare cosa significhi averne 25 tutti insieme, come te”

“è molto swag, mamma. moooolto swag”

“scusa?”

“niente, lascia stare”

“magari me lo faccio spiegare più tardi da dottor jekill, appena passa di qui”

“sei abbastanza swag anche tu, mamma. te lo ha mai detto nessuno?”.