a tavola.
“ehi, stai composto!”
“mpf”
“è inutile che sbuffi, hobbit di mezzo. non si mangia tenendosi la testa. voglio vederti dritto”
“oggi no”
“come oggi no?! sempre. a tavola si sta composti, ieri, oggi, domani e dopodomani”
“non posso oggi”
“perché non puoi?”
“perché oggi ho i pensieri pesanti. se non mi tengo la testa i pensieri pesanti la trascinano giù giù giù fin sottoterra”
“e quali sono questi pensieri pesanti di oggi?”
“tantissimi”
“fammi un esempio”
“penso pesante… penso il mare, la montagna, le case, i grattacieli, il bosco, gli alberi, la scuola”
“effettivamente sono cose piuttosto pesanti. pesanti ma belle”
“alcune belle e alcune brutte… tutte pesanti. e non sono mica finite”
“cos’altro c’è in quella testa?”
“i treni e i binari. il cielo con le nuvole dentro”
“…”
“e poi penso pisapia…”
“il sindaco?”
“non solo…”
“…”
“penso la moratti, berlusconi, obama e il colosseo”
“accidenti”
“capisci perché oggi proprio non ce la faccio a stare composto?”.
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tu dove lo metti?
senza non puoi entrare, non puoi uscire, non puoi andare a fare pipì e nemmeno a lavarti i denti. senza non sali in ascensore e non raggiungi la macchinetta del ginseng. senza le signorine ti guardano male. senza sei tagliato fuori. senza sei uno sfigato. anzi, senza non sei. senza puoi passare ore a battere i palmi contro una porta di vetro trasparente ma insonorizzata e nessuno si accorgerà di te. senza puoi anche tornartene da dove sei venuto.
e allora ognuno si organizza come può.
A se lo è legato al collo come il collare del cane di sua sorella che si chiamava mucca anche se era maschio.
G lo mette nel portafoglio e quando va in bagno, con tutti i soldi e i documenti, precisa: “non è che non mi fidi di voi, eh. ma senza…”.
C lo attacca alla cintura dei pantaloni, come il fodero di una pistola.
N lo appende alla cravatta e se lo vede sartorialist lo fotografa subito in mondovisione da milano.
M lo usa come ciondolo e se lo vede sartorialist si gira dall’altra parte e piange un po’.
R lo tiene nella tasca dei pantaloni e quando li mette a lavare è un dramma.
S lo infila dietro l’orecchio come faceva con la matita enzo, il fruttivendolo quindicenne sotto casa che turbava elastigirl e le sue fantasie adolescenti tanti anni fa.
T dice che sono tutti dei penosi coatti e dovrebbero ribellarsi a questa schiavitù ma non ha voluto rivelare dove lo nasconde.
da quando l’elasti-ufficio è in vetrina, il badge, personale e in un unico esemplare numerato, è diventato il solo oggetto veramente indispensabile alla sopravvivenza dei dipendenti e forse dell’azienda stessa. con conseguenze, almeno esteticamente, devastanti.
nemmeno per sogno
“vado in giappone”
“quanto starai via?”
“in tutto dieci giorni”
“vai dal tuo fidanzato hiroshi?”
“non fare la scema. esattamente un anno fa sarei dovuto andare per una conferenza, non so se ti ricordi. poi ci fu il terremoto e saltò tutto”
“certo che mi ricordo. mi ricordo di quando tu eri pronto a salire sull’aereo, il giorno dopo lo tzunami, con il disastro nucleare incombente, e ti trattenne solo il buon senso dei giapponesi che annullarono la conferenza”
“brava. ora mi hanno invitato, dopo un anno. ti pare che posso declinare?”
“certo che no. fai bene ad andare. senza contare che c’è anche il tuo fidanzato”
“smettila. hiroshi è un mio collega e un caro amico”
“hiroshi è l’unico uomo al mondo capace come te di lavorare 72 ore ininterrottamente, bevendo solo tè verde e mangiando alga nori lui e cicorie tu. hiroshi è colui che ti ha convinto che pugliesi e giapponesi-una fazza una razza. hiroshi passa intere giornate a recitare formule matematiche e marxiste con te su skype. hiroshi ti trascina al sushi bar, cosa che io non sono mai riuscita a fare in 18 anni al tuo fianco. hiroshi sarebbe il padre dei tuoi figli, se non avessero già una madre”
“sei gelosa?”
“nemmeno per sogno”.
bonjuà
ieri.
ha fatto la ceretta (“scusa, ma perché ti fai la ceretta? devi andare al quirinale vestita, no?” “sì, certo, vestita. e pure molto sobria, a parte le scarpe con i pesci. ma se vai dal presidente della repubblica devi essere in ordine. quindi senza peli. non credi?” “non tanto ma fai come ti pare”), è andata dal parrucchiere (“diglielo al presidente che i capelli te li ha fatti donato che è il tuo parrucchiere, eh?” “non so se ci sarà l’occasione… però, se me lo chiede, prometto che glielo dico” “bene. e poi lo sai cosa devi fare se per caso incontri belèn…” “donato, escludo che ci sia belèn al quirinale per l’8 marzo” “va be’, elasti, tu lo sai: se ci fosse, le devi chiedere un autografo per me” “ma…”), ha preparato una borsa che doveva essere piccola e vuota e invece era grande e stracolma e, alle 16 di ieri, ha preso il treno superveloce per roma, lasciando gli hobbit a nonna j che avrebbe preferito andare pure lei dal presidente ma non era possibile.
ad aspettarla alla stazione c’era lo zio con l’orecchino al naso, il fratello bello e tamarro di mister incredible, che a roma ci abita con la sua fidanzata, con cui, prima o poi, farà due bambine femmine e tamarrissime che avranno nomi improbabili, certamente stranieri, preferibilmente francesi.
ha dormito a casa loro, nel letto più comodo dell’emisfero boreale, il sonno più profondo e beato da quando ha memoria. ma forse era solo l’assenza hobbit a rendere comodo il letto e beato il sonno.
oggi.
si è svegliata alle 8,30, pensando che roma è un posto fantastico e bisogna tornarci più spesso, anche senza la scusa dell’8 marzo.
alle 10,15 indossava un vestito blu, le scarpe con il mare dentro, il soprabito del giorno del suo matrimonio e le perle della nonna che la proteggevano dall’ansia, dall’inadeguatezza e dai mostri, come uno scudo spaziale. di fronte al quirinale ha incontrato mister incredible, arrivato da londra perché le avevano permesso di portare un accompagnatore e lei all’inizio aveva detto “no, grazie, non importa”, poi, un minuto dopo avere messo giù il telefono, voleva sbattere la testa contro il muro perché solo un’idiota dice “grazie, non importa”. allora aveva richiamato. “scusate, sono elasti. non so se vi ricordate, ci siamo parlati 60 secondi fa. ecco, io avevo detto che no, non ci sarebbe stato nessun accompagnatore però adesso mi sono pentita e, be’, se fossi ancora in tempo…” “certo che è ancora in tempo” “allora grazie. tra gli accompagnatori possibili, che non è che siano molti in verità, avrei scelto lui, mister i, che poi è mio marito” “benissimo, signora elasti. lo inseriamo subito nell’elenco”.
“ma non ti sei fatto la barba!” “mo’. lo sapevo che mi ero dimenticato qualcôsa! ecco côsa!” “sei particolarmente barese oggi. come mai?” “sono stravolto e sconvolto di stanchezza. e quando sono stanco l’orgoglio barese esce fuori di prepotenza, lo sai. però hai visto che mi sono messo il vestito?” “è il vestito del nostro matrimonio” “l’unico che ho”. lei non ha voluto infierire ulteriormente e non gli ha fatto notare le scarpe, da ginnastica bordeaux sdrucite, sotto abito, camicia e cravatta matrimoniali. nessuno è perfetto e poi tutte quelle mimose che circondavano il quirinale le davano un po’ di tachicardia.
“quelli sono i posti degli accompagnatori”, ha detto una signorina alta a mister incredible, indicando una fila di sedie, tra tante file di sedie, in un salone che da solo merita una fuga a roma. “lei invece viene con me”, ha ordinato, accompagnandola in un salotto con due divani e alcune poltrone, grande, da solo, quanto l’elasti-casa moltiplicata per tre.
con lei c’erano altre cinque persone, quattro donne e un uomo. in tutto avevano 21 figli, ma solo perché l’uomo ne aveva una sola ed elastigirl abbassava un po’ la media con i suoi tre. “voi sarete insigniti di una onoreficienza al merito della repubblica nella cerimonia di questo 8 marzo, dedicata alla conciliazione tra famiglia e lavoro”, ha spiegato una signora austera con una borsa vezzosa.
“tra un po’ verrà qui a salutarvi il presidente”, ha aggiunto. “il protocollo prevede che sia lui a salutare per primo e a tendervi la mano se vuole stringere la vostra”.
elastigirl ha pensato che lei quel presidente l’avrebbe baciato volentieri ma se lo avesse fatto sarebbe stata probabilmente presa a borsettate dalla signora austera e portata via da un corazziere con l’elmo e il cimiero. quindi ha deciso di resistere e attenersi al protocollo.
elastigirl e il maschio insignito che abbassava la media di figli pro-capite erano seduti vicini su un divano prezioso e, nei 45 minuti di attesa del presidente non baciabile, si sono raccontati le rispettive vite e si sono stati simpatici.
il presidente è arrivato, insieme alle ministre, a signori eleganti e a signorine dirigiste. ha stretto la mano e ha detto buongiorno a tutti quanti.
alle 11,30 la cerimonia ufficiale è cominciata, tutti si sono spostati dal salotto al salone. il presidente si è seduto su una specie di trono, elastigirl e i suoi cinque nuovi amici in prima fila, su sedie rosse con il loro nome sopra.
elastigirl aveva paura di commuoversi e allora non ha ascoltato la musica del pianoforte, l’interpretazione di una pièce teatrale, il monologo di una ragazza precaria che i figli non può permetterseli, i discorsi dei ministri e il filmato sulla conciliazione. è rimasta muta e seria nella sua bolla. ha guardato la sterminata platea di donne e non solo, ha rimirato l’ex ministra bonissima che giocava con lo smartphone in prima fila, ha contemplato il soffitto affrescato, ha solidarizzato con un tizio che ha rischiato di stramazzare al suolo per colpa dei fili delle telecamere.
poi è stata chiamata. ha risposto a una domanda al microfono e di fronte a lei molti ridacchiavano perché sullo schermo, alle sue spalle, dove lei non poteva vedere, venivano proiettati pezzi dell’elasti-vita, tra cui, ha saputo dopo, una fotografia di mister incredible e dello hobbit piccolo in body, in cucina, ognuno con la sua scopa, che spazzano per terra.
ha ricevuto una scatolina verde con dentro tre spille, una grande, una media e una piccola, come gli hobbit, e un enorme foglio in cui si dice che, da oggi, è “ufficiale al merito della repubblica italiana”. la motivazione di tutto questo c’entra con l’elasticità e l’ironia e anche con questo blog, ma, quando la spiegavano, elastigirl era confusa e si è persa dei pezzi.
alle 6,30 di questo pomeriggio, elastigirl e mister incredible sono rientrati a casa.
agli hobbit non importa granché di spille, ufficiali, cavalieri e commendatori. ma quando lo hobbit di mezzo ha visto quei due un po’ stralunati sulla porta, ha esclamato ridendo: “bonjuà!”, che forse vuol dire bonjour, come buongiorno, ma magari anche un po’ joie, come gioia. ed elastigirl ha pensato che fosse la parola perfetta per la follia delle ultime 24 ore.
bonjuà a tutti.
strano ma vero
arrivò chiusa in un enorme scatolone, tra la curiosità degli hobbit, il tripudio di mister incredible e la diffidenza di elastigirl.
richiese un weekend di sterilizzazioni, travasi, misurazioni, generalizzata frenesia familiare.
rimase chiusa in un secchio da 30 litri, circa un mese, a fermentare, fare puzze e bolle e borbottare, di giorno e di notte.
una sera, per lei, mister incredible senza vergogna aprì il cassonetto verde in cui una sincretica pizzeria-sushi bar cinese gettava le bottiglie usate e zozze. le raccolse tutte, le portò a casa e passò un sabato pomeriggio a bollirle dentro una pescera, regalo di matrimonio mai utilizzato prima di allora.
le bottiglie, prima zozze poi pulite, furono riempite in un alacre pomeriggio piovoso. furono poi tappate, grazie a un apposito tappatore, in dotazione nel kit dentro l’enorme scatolone, oltre a densimetro, due secchi da 30 litri, 100 tappi, gorgogliatore, termometro, una polvere velenosissima e sanificatrice e moltissimi altri indispensabili accessori.
lei, da dentro le bottiglie, rischiò di esplodere. ma non lo fece perché sapeva che, se l’avesse fatto, l’elasti-vendetta sarebbe stata feroce e indimenticabile.
poi finamente lei, fatta di malto, acqua, zucchero e lievito e forse qualcos’altro che si è perso nel gorgogliatore o nel densimetro, fu pronta.
strano ma vero: la birra di mister incredible ha la schiuma della birra, il corpo della birra, il sapore buono della birra.
incredibile ma vero: la birra di mister incredible è proprio birra.
“che stai facendo, amore?”
“niente”
“come niente? sei lì al computer con la carta di credito in mano…”
“ma no, niente… ho solo ordinato un po’ di malto, un po’ di luppolo, un po’ di lievito. cose così. non si sa mai che ci venga voglia di farne altra…”,
non dobbiamo assumerla
Aveva ricevuto una telefonata, si era agitata moltissimo, aveva chiamato a rapporto nonna J e, insieme a lei, aveva comprato, per l’occasione, un sobrio vestito blu e un paio di scarpe asimetriche con il mare e i pesci dentro. lo hobbit di mezzo le aveva detto che sì, essere invitati da quel giorgio napolitano non era male, ma lo spagnolo è molto più importante e famoso. dove lo spagnolo, nella cosmogonia hobbit, è barak obama.
poi più niente. nessun invito nella casella della posta tradizionale, nessun messaggio nella casella della posta elettronica, nessuna rassicurazione a zittire quel fastidioso tarlo che, con crescente insistenza, le istillava il dubbio che si fosse trattato di uno scherzo o, ancora peggio, di un parto della sua ottenebrata immaginazione.
fino a questo pomeriggio quando è squillato l’elasti-cellulare.
“pronto, buongiorno. la chiamo dal quirinale”
“buongiorno”
“qualche settimana fa l’abbiamo contattata per invitarla qui l’8 marzo. si ricorda?”
le pare che potrei dimenticare quella surreale telefonata? le pare che potrei dimenticare quello 0646eccetera che si è auto-marchiato a fuoco nella mia pur labile memoria? le pare?
“certo che mi ricordo. un invito al quirinale non è tra le cose che si dimenticano facilmente”
“mi fa piacere”
“…”
“la chiamo perché avremmo bisogno di un suo curriculum vitae”
“un curriculum vitae. certo, ovvio…”
“può mandarlo via mail all’indirizzo che le do ora?”
“sì, naturale. l’unico problema è che…”
“che?”
“che l’ultimo curriculum vitae serio che ho dovuto presentare risale a circa quindici anni fa. al momento ne ho uno aggiornato che è un po’ approssimativo e non è esattamente…”
“va benissimo quello che ha. tenga presente che non dobbiamo assumerla”
“già, non mi dovete assumere, dimenticavo”
“ha una penna per scrivere l’indirizzo?”
“non ne ho bisogno. mi dica pure”.
senza i gatti
“ehi, oggi non ci sono i grandi capi! possiamo fare i topi che ballano?”
“fate quello che volete. io ciò l’ansia. me l’hanno messa addosso loro, prima di andarsene. adesso sono qui schiacciata dal peso della notizia”
“ho speso troppi soldi in trucchi”
“cos’hai comprato?”
“niente, non ve lo dico. mi vergogno”
“ti ho portato le scarpe”
“solo i russi mangiano il gelato d’inverno. churchill lo aveva detto: un popolo che mangia gelati in inverno non potrà mai essere sconfitto”
“cosa sono quelle carte?”
“le prescrizioni degli psicofarmaci per i gatti”
“il problema è che loro non sanno nemmeno cosa sia twitter”
“hai comprato anche il blush?”
“ne ho due: uno ha bisogno di ansiolitici e l’altro di antidepressivi”
“ho scoperto oggi cos’è e sento già che mi è indispensabile”
“tu sei completamente pazza!”
“ma no. il problema è che uno, l’ansioso, mobbizza l’altro, il depresso. e vivono entrambi di merda”
“separali allora invece di drogarli”
“mi sembra venerdì”
“non posso, li amo troppo entrambi”
“ho piazzato lì dei pezzi embargati. se li mandate prima che ve lo dica io vi ammazzo”
“non puoi regalarne uno a tua sorella? continueresti a frequentarlo”
“in bagno non c’è il riscaldamento”
“datti una calmata”
“no, non posso. mia sorella ha già tre cani, due maschi e una femmina: uno è il leader, l’altro è nevrotico e la femmina è anoressica”.
stai tranquilla
sabato mattina.
ore 9,00.
“vado a fare la spesa. qualcuno vuole venire con me?”
“no mamma: devo fare i compiti”
“no, io sono nella squadra di papà e se papà sta a casa devo stare a casa anche io. quando si sta in squadra insieme funziona così”
“capisco. e tu hobbit piccolo? vuoi venire?”
“io bimba. dando bene, mamma. tao tao” (= grazie, ma io sto qui con bimba, il bambolotto di rosa vestito che, insieme al mocio e l’aspirapolvere, è il mio gioco preferito. tu, mamma, lo sai che ti voglio tanto bene e che il mio rifiuto non ha alcuna valenza affettiva. ti saluto caramente pertanto e ti auguro una felice spesa)
“va bene ho capito. a dopo”.
ore 10,30
“eccomi!”
“…”
“ehiiii?”
“…”
“venite ad aiutarmi a mettere a posto queste sei tonnellate di spesa?”
“…”
“si può sapere cosa…”
“eccoci, elasti. scusa”
“che stavate facendo, mister i?”
“niente niente. dai ragazzi, tutti a mettere a posto la spesa!”
“mamma! il papà ci ha fatto fare…”
“tu vai a mettere il latte in frigo!”
“aspetta, papà. devo raccontare alla mamma…”
“non importa, alla mamma non interessa. metti in frigo anche le uova già che ci sei”
“un gioco pazzesco, mamma”
“tu non dovevi fare i compiti?”
“sì, infatti hobbit grande. tu vai a fare i compiti!”
“ma papà…”
“adesso mi spiegate cosa avete fatto mentre io non c’ero”
“un gioco fantastico al computer”
“sì, elasti. ma solo per cinque minuti!”
“c’era un barbone che veniva picchiato da un poliziotto e allora si arrabbiava da morire”
“ah, interessante. e poi?”
“poi andava in giro a vendicarsi, con tutti quelli che incontrava: uomini, donne, vecchi e bambini”
“non era proprio…”
“shhht, mister incredible falli finire”
“dava mazzate, vomitava addosso alla gente, ruttava, sputava e smocciava dal naso”
“bello!”
“e a volte faceva anche le esplosioni di cacca. fortissimo!”
“non posso credere che il papà vi abbia fatto fare un gioco così!”
“dai! era per ridere”
“e mentre voi ridevate con esplosioni di cacca, rutti e vomito, il piccolo cosa faceva?”
“il piccolo?”
“già. il piccolo”
“lui stava con bimba, mamma. stai tranquilla”.
lo spagnolo, lui sì
“dove sei stata, mamma?”
“sono stata a fare compere con la nonna”
“e cosa hai comprato?”
“un vestito e un paio di scarpe super elegatonissime”
“perché? ti sposi?”
“no, visto che sono già sposata con papà. vado a roma a una festa”
“ma come? non glielo hai ancora detto, elasti?”
“no”
“cosa ci doveva dire la mamma, papà?”
“vi doveva dire che le è successa una cosa bellissima: l’ha chiamata il presidente della repubblica per invitarla a casa sua il giorno della festa delle donne”
“be’, non è che proprio mi ha chiamata il presidente-presidente in persona… e poi adesso vi devo fare vedere il vestito”
…
“allora?”
“bello, ma è blu”
“di che colore doveva essere secondo te?”
“bianco, come una sposa”
“ti ho già spiegato che non mi vado a sposare. è un vestito tranquillo ma elegante. mica posso andare a fare la sciantosa con il presidente. ma adesso guardate le scarpe che sono la cosa più bella…”
“hanno i pesci sopra”
“e le meduse…”
“e sono una diversa dall’altra”
“già, sono scarpe con il mare dentro. secondo me il presidente se le vede ride”
“carine. c’è anche un pesce spada”
“e le alghe”
“ragazzi, a parte il vestito e le scarpe che contano solo per la mamma perché è una femmina e le femmine ogni tanto si perdono dietro a scemenze, sappiate che il presidente della repubblica, che si chiama giorgio, è uno veramente bravissimo ed è un grande onore essere invitati da lui”
“è anche famoso?”
“be’, più che famoso è molto importante, si dice che è la prima carica dello stato, che è una cosa grande e di enorme responsabilità”
“va be’, va be’. comunque lo spagnolo è molto più famoso e importante di quel giorgio”
“quale spagnolo, hobbit di mezzo?”
“lo spagnolo… lo conoscono tutti. come si chiama aspetta… o… o… obama! lui sì. giorgio, l’amico della mamma, un po’ di meno”.
pronto?
ore 11,30 circa, nell’elasti-redazione.
“pronto?”
“pronto, qui è il quirinale. chiamo per conto del presidente”
oh signur benedètt, come direbbe mister incredible il barese. o hanno sbagliato numero o è uno scherzo. stai calma-calma-calma-calma.
“ehm, buongiorno”
“il presidente vorrebbe invitarla l’8 marzo alla cerimonia qui al quirinale, per la festa della donna”
ok. è uno scherzo. ma perché a me? e dove hanno trovato il mio numero di cellulare? e perché chiamano proprio quando sono in ufficio… ora chiedo se è uno scherzo. no, non si può. se poi non lo è faccio la figura della cretina.
“…”
“quest’anno, abbiamo deciso di dedicare la cerimonia al tema della conciliazione tra famiglia e lavoro e lei ci sembra un caso esemplare, sia per la sua storia personale sia per i temi di cui si occupa e di cui scrive. può partecipare?”
mi sudano talmente le mani che il telefonino potrebbe sgusciarmi via come una saponetta. adesso chiedo a questa gentile signora di darmi il tempo di asciugarmele, di fare training autogeno per ricominciare a respirare e magari di fare un salto in bagno.
“ecco, diciamo che… be’, devo sistemare i bambini, a proposito di conciliazione, ma… direi che… insomma, non è che, se si viene invitati dal quirinale al quirinale, si può dire: ‘non so, ci devo pensare’. uno normale risponde: ‘vengo certamente grazie mille mila’ e poi si organizza”
“ne sono felice. anche perché il presidente si sarebbe molto dispiaciuto se lei avesse declinato l’invito”
adesso scoppio in singhiozzi. mai sia che il presidente, quel presidente, si dispiaccia.
“non ci penso neppure a declinare l’invito”
“allora scrivo okkei vicino al suo nome?”
“scriva okkei senza esitare. grazie. ma… cosa vi aspettate da me? devo parlare? stupirvi con effetti speciali? perché io, non è che…”
“non dovrà fare niente se non presenziare e forse rispondere a qualche domanda dei giornalisti. stia tranquilla: sarà una festa”
“tranquilla… ma… come funziona? non è che mi potrebbe mandare una email con… non so, il programma, l’organizzazione…”
“non è costume del quirinale diramare email con il programma delle sue iniziative”
ma io come faccio? mi presento lì, l’8 marzo, ai corazzieri, e dico: “buongiorno signori corazzieri, sono elasti, il presidente mi aspetta dentro per una festa”? come funziona? mi spieghi almeno come funziona.
“ah. sì, certo, immagino. non ho grande dimestichezza con le istituzioni in generale e con il quirinale ancora meno…”
“riceverà un invito ufficiale”
“ah. e quale canale usate per… diramare inviti ufficiali?”
“la posta”
“perfetto. avete anche il mio indirizzo, oltre al numero di telefono?”
“veramente no. me lo dia”
“allora: elasti, via…”
adesso che sente il mio nome, questa gentile signora si accorgerà di avere sbagliato persona e butterà giù il telefono insultandomi.
“benissimo. allora ci vediamo giovedì 8 marzo”
no! aspetti. non mi lasci così. non mi ha detto come ci si veste, come ci si trucca, come ci si pettina, se è preferibile avere fatto la ceretta, che colori piacciono al presidente. non può abbandonarmi qui, nel centro della redazione, con il telefonino in una mano sudatissima e 40.000 interrogativi tutti dentro la pancia.
“con grande piacere. grazie ancora”
click.
