amori ingombranti

sneddu è il terzo hobbit, il piccolo, desiderato strenuamente, contro la volontà degli altri maschi, soprattutto quello alfa che è stato il più resistente. l’elasti-amore per lui non è più grande rispetto a quello per i suoi fratelli, è semplicemente più consapevole del privilegio e della gioia di avere un bambino, è più libero dall’inquietudine, dalla paura e dall’inadeguatezza, è forte delle competenze acquisite, dell’affetto e dell’accudimento già dati.
eppure, mister i non lo capisce e spesso rimprovera elastigirl per essere più permissiva, più tenera, più obnubilata verso sneddu.
“non ti rendi conto. io so che lui è l’ultimo piccolo. ce lo dobbiamo godere”
“bah”
“lui ha dovuto dividermi con un sacco di altri ma almeno mi ha trovata preparata e pronta ad accoglierlo”
“bof”
“va be’, inutile spiegare se non vuoi capire”
“io ho capito benissimo: per sneddu ti sei rimbecillita”.
questa sera, in bagno, mentre sneddu faceva la cacca ed elastigirl era appollaiata sul bordo della vasca da bagno a conversare al suo fianco, mister i non c’era. meno male.
“mamma”
“tesoro”
“io ti voglio bene”
“anche io e voglio tutte le cose belle possibili immaginabili per te”
“per esempio?”
“voglio che tu sia sempre felice”
“e poi?”
“e che non abbia mai male da nessuna parte”
“e?”
“e che abbia una vita bellissima”
“e?”
“e degli amici con cui stai bene e una fidanzata simpatica e carina”
“ma la bambina nel cortile ama nino”
“questo è inspiegabile”
“e poi cosa vuoi per me?”
“voglio che faccia cose belle e un lavoro che ti piace e che abbia una casa non troppo lontana dalla tua mamma che poi sono io”
“e poi?”
“e poi…”
“che faccia tantissima cacca?”
“certo! anche! la cacca è fondamentale e più se ne fa, meglio è”
“ti amo, mamma”.

il seme della frugalità

“allora, hobbit di mezzo, hai pensato a quello che vorresti per il tuo compleanno? ormai non manca tanto…”
“sì. ci ho pensato: sto bene così come sono”
“ehi! guarda che me ne basta già uno di monaco trappista in famiglia! tu sei diverso da papà. è una vita che combatto contro la sua frugalità e non voglio avere un altro tristone in casa. è la tua festa e DEVI desiderare qualcosa”
“non mi viene in mente niente”
“allora fai uno sforzo!”
“se proprio devo volere qualcosa, vorrei i numeri che mi mancano di calvin e hobbes”
“ma li hai già tutti i fumetti di calvin e hobbes”
“be’, allora. non voglio niente”
“concentrati ancora un po’”
“uhm… esistono altri libri di charlie brown a parte quelli della collezione del nonno che ho già letto tutti tre volte?”
“mmmh ho paura di no ma possiamo controllare. pensa a qualcosa che ti faccia piacere, a cui magari pensi da tanto tempo…”
“una cravatta”
“non ci credo. va be’, senti. vogliamo fare una festa con i tuoi amici?”
“non saprei… forse no”
“e quindi come vorresti celebrare questo compleanno numero dieci?”
“con voi”
“ma noi ci siamo! ci siamo anche se non lo chiedi!”
“allora bene così. smettiamola di parlare di queste cose faticose. buonanotte”.

deterrenti e incentivi

“pensavo che non so se voglio dei figli…”
“be’, hai ancora un po’ di tempo per decidere, hobbit di mezzo”
“in verità, non sono i figli che mi preoccupano”
“cosa ti preoccupa, allora?”
“arredare la casa”
“?”
“se non hai figli, puoi vivere in una casa piccola, ci metti un tavolo, due sedie, un letto ed è fatta… invece, se hai dei figli, devi avere una casa più grande e tutto diventa un incubo: devi scegliere i mobili… una noia mortale”
“insomma… ci sono noie peggiori…”
“poi ho deciso che forse voglio fare il medico”
“bello! bellissima idea! così potrai anche curare i tuoi anziani genitori…”
“io voglio fare il medico che cura i malati ma anche che studia come combattere le malattie”
“fantastico!”
“mica tanto… un medico deve pensare ai vestiti… non può mica andare in giro con la maglietta con la scritta ‘uffa che palle’. bisogna essere un po’ elegante con i malati se no mica ti prendono sul serio. io non so se voglio andare a comprarmi i vestiti eleganti. come non voglio pensare ai mobili di una cosa troppo grande”
“be’, i medici hanno il camice! non sai cosa si mettono sotto”
“giusto! allora posso fare il medico con la maglietta ‘uffa che palle’. e poi ho bisogno di un’auto veloce, di quelle con il cofano molto lungo, magari rossa…”
“perché? cosa c’entra il medico con la macchina tamarra che sogni tu?”
“c’entra! perché dai malati devo arrivarci in fretta!”
“per quello ci sono le ambulanze…”
“uffa, mamma, non ti intendi tu di medici! mica sei medico! sei medico?”
“no effettivamente no”
“vedi? lascia fare a chi è del mestiere”.

piccole, insane meraviglie

“sollevi le braccia insieme, tese, in avanti”
“…”
“ho detto sollevi”
“più di così non sale il braccio destro…”
“provi di lato”
“…”
“è il massimo?”
“già”
“dietro la schiena riesce a toccarsi?”
“be’, sono molto migliorata. guardi!”
“quella non è la schiena. è il sedere. più su non…”
“no, mi spiace”
“capisco…, mi faccia vedere cosa avevo scritto due settimane fa…”
“…”
“i progressi ci sono, seppur lenti e marginali. ma, purtroppo, il suo problema, richiede molto tempo per risolversi. deve armarsi di pazienza e continuare la fisioterapia tre volte la settimana, almeno per altre dieci sedute. intanto le faccio una terza infiltrazione nella spalla. e poi le inietto un po’ di anestetico qui, dove c’è il nervo. questo potrebbe aiutarla un po’ nei movimenti, oltre a ridurre il dolore”
“se è necessario…”
“stia ferma adesso”
“…”
“le faccio male?”
“sopportabile”
“ora le faccio male?”
“non eccessivamente”
“adesso?”
“non si preoccupi. lei faccia quello che deve fare”
“fatto”.
l’ortopedico è cortese, professionale, sintetico, rassicurante, vagamente algido e intimidente, ma è una cifra stilistica di una buona rappresentanza della categoria medica. sa il fatto suo e ne condivide il minimo indispensabile. sembra terribilmente in equilibrio nel suo camice e compreso nel suo ruolo.
poi, d’improvviso, uno scricchiolio.
lui scrive sul computer il referto, lo stampa, ritira il foglio, lo appoggia sulla scrivania davanti a sé. deve firmarlo.
“mi passa una penna, per cortesia, Luisella?”, chiede alla creatura elfica vestita di verde che gli sta silenziosamente accanto.
“ce l’ha davanti, dottore”, risponde lei, indicando il ripiano del tavolo.
“preferisco la sua. scivola meglio di questa. è più veloce”
“dottore, deve solo firmare, non vergare un trattato di ortopedia. comunque tenga pure la mia”
“grazie, luisella. adesso le dimostro che ho ragione. vede come scrive bene, come scorre facilmente, zung sueeeng, swing! è un piacere! invece, questa, che mi voleva far usare lei, è un’altra cosa. fa trac trac troc. è terribile. guardi come firmo bene con la sua…”.
e, mentre esponeva le sue surreali teorie sull’importanza della rapidità del tratto, offrendo alla creatura elfica, a elastigirl e alla sua spalla congelata e incidentalmente anestetizzata, l’evidenza empirica della superiorità dell’una rispetto all’altra penna, si illuminava di una luce nuova, trasfigurato da una piena e trionfante soddisfazione (“vedete? con questa zuc! scrivo in un battibaleno!”).
e non c’è niente più delle crepe su facciate impeccabili, degli insopprimibili guizzi di follia, dei rigurgiti di felici nevrosi che divertono e rassicurano elastigirl sul genere umano. e medico, nella fattispecie.

la follia no

lo hobbit piccolo è atterrato dall’influenza. così atterrato che nonna j, non propriamente campionessa di flemmatica e rilassata noncuranza, stamane, dopo aver passato un paio d’ore con lui, ha decretato che “il bambino sta troppo male perché tutto questo sia normale”.
la dottoressa tic tic ha invece dichiarato che: “questa influenza dura una settimana. per ora i sintomi di sneddu, visto che la febbre sta scendendo, sembrano sotto controllo. dovete pazientare”
“pazienteremo, cara tic tic, anche se, va detto, sneddu è proprio a terra. così a terra da essere quasi irriconoscibile, lì buttato sul divano come una straccio usato”
“tipico di questa influenza. ma invece, con lo sciopero della cacca, come procediamo?”
“eh? cosa? non la sento più tic tic. la linea è disturbata. grazie comunque eh!”.
click.
“mamma! mamma! mamma!”
“ehi! che succede hobbit di mezzo?”
“ho un enorme problema che va assolutamente risolto!”
“ecco, bene. speravo ci fosse un diversivo in questa vita monotona”
“devi subito comprarmi delle magliette nuove. io non posso più vivere in queste condizioni”
“scusa, sei pieno di magliette nel cassetto. cos’hanno che non va?”
“cos’hanno???? guarda! non vedi? eh? non vedi che incubo ho qui addosso?”
“ehm, no. a me sembra una normalissima maglietta… ti sta pure bene…”
“no!!!! possibile non ti accorrga della tortura che sto soffrendo??? e pensare che sei mia madre…”
“a me veramente sembra tutto regolare”
“no! il colletto di queste magliette mi tocca il corpo! la pelle! è insopportabile! mi sembra di morire!!!”
“hobbit di mezzo! è normale che la maglietta, in tutte le sue parti, colletto incluso, ti tocchi il corpo! è fatta apposta! l’unico modo perché il corpo non sia toccato è non usare i vestiti e andare in giro nudi… vedi un po’ tu!”
“mamma! tu non capisci! io ho bisogno di nuove magliette. non resisto con queste robe che mi toccano la pelle!”
“allora, hobbit di mezzo, sono giorni complicati. non c’è spazio per la follia! almeno fino alla prossima settimana”
“va bene. allora ripasso… che giorno è oggi?”
“martedì”
“bene. ripasso martedì prossimo”.

un jeans e una maglietta

“pronto, scusa elasti, ho una domanda al volo. sono in ufficio a londra e a brevissimo devo scappare”
“dimmi, mister i”
“secondo te, un paio di jeans, una maglietta decente e una giacca abbastanza sportiva possono andare?”
“be’, dipende per cosa”
“per me”
“questo l’avevo intuito. per quale occasione?”
“una roba… un po’formale. altrimenti non te lo chiederei”
“quanto formale?”
“be’, abbastanza”
“allora no, jeans e maglietta non vanno bene”
“ma ho la giacca”
“già ma hai detto che è sportiva e poi sotto non hai né camicia né cravatta”
“ma la maglietta è abbastanza elegante”
“una maglietta non è elegante mai, credo. poi, avendo una certa familiarità con le tue magliette, posso dire con un elevatissimo grado di certezza che no, non sono adatte a una occasione formale”
“ah. e adesso come faccio?”
“non riesci a recuperare una camicia e una cravatta?”
“no. ho quelle del matrimonio ma sono a milano…”
“e allora, se non hai alternative, metti quel che hai”
“ma è ridicola una maglietta con una giacca?”
“no, in verità dipende dalla maglietta, quella arancione con marx e engels con i fischietti, le stelle filanti e i cappellini in testa e la scritta ‘communist party’, per esempio, direi che potrebbe essere ridicola e forse inadeguata… ma si può sapere dove devi andare?”
“no, niente. a un incontro. mannaggia maledizione le murt’. mi tocca andare in maglietta e giacca”
“tra l’altro, gli inglesi in certe occasioni sono formalissimi… un incontro con chi?”
“gvr…tra”
“eh???”
“ma no, nessuno… gvtr ntrà”
“chi????”
“ehm… il… governatoredellabancadinghilterra”
“cosa???? devi incontrare il governatore della banca di inghilterra e ti presenti in maglietta????”
“e giacca”
“sportiva”
“non troppo sportiva, però”
“come ti viene??? e immagino che non sia un appuntamento dell’ultimo minuto!”
“no… lo sapevo… da… mesi”
“sei un selvaggio irresponsabile!”
“avevo mal di schiena e poi sai che queste scemenze vestiarie non mi interessano…”
“vai subito a comprarti un vestito!”
“non posso. l’incontro è tra 15 minuti”
“non ho parole”
“va be’. andrà bene, vero elasti?”.

stigma

“mi sono reso conto adesso che non ho fatto dei compiti delle vacanze”
“eddai, hobbit di mezzo! non è possibile che tu sia così stordito, sempre!”
“non è colpa mia! ho dimenticato un libro a milano. come facevo a fare i compiti sul quel libro se non ce l’avevo, quando ero a bari. eh? eh? come facevo?!”
“non agitarti e cambia tono! è colpa tua se dimentichi le cose. devi imparare a prenderti le tue responsabilità!”
“e ora come faccio?”
“be’, fai i compiti adesso!”
“non posso!”
“perché?”
“perché stamattina ho portato a scuola il libro che avevo dimenticato a casa. e ora me lo sono dimenticato a scuola”
“sei un disastro!”
“però magari posso chiedere a qualche mio compagno di fotografare la pagina dei compiti dal libro e mandarmela. così almeno li faccio sul quaderno. mi dai il tuo telefono per piacere? mando un messaggio whatsapp a giulio”
“giulio ha il suo cellulare?”
“no. ma usa il whatsapp di sua madre. come me”
“mando un messaggio anche a davide, per stare più tranquillo”
“va bene. fai come credi. basta che domani tu abbia i compiti fatti. altrimenti le maestre si arrabbiano e hanno ragione”
“mannaggia. non mi rispondono. provo alessio. e massimo. e luca…”

“non mi ha risposto nessuno!”
“telefona invece di mandare messaggi”
“no. non posso. stanno cenando”
“ma sono le sette…”
“cenano. lo so che cenano”
“senti, ma se invece mandassi un messaggio whatsapp a una tua compagna?”
“una femmina?! tu mi hai detto di mandare un messaggio a una femmina?”
“sì. che male c’è? secondo me le femmine sono più precise e affidabili…”
“stai scherzando, vero?”
“no. sono serissima”
“be’. non posso. proprio non posso”
“perché non puoi?”
“perché non si fa. chiamare una femmina è un marchio che ti resta appiccicato fino alla fine dell’anno. non ne esci più”
“a me sembrate pazzi”
“mamma! è la regola: i maschi chiamano i maschi e le femmine le femmine. se sgarri sei finito”
“finito?”
“finito”.

un dinosauro piccolo

“mi manca molto jonatan”
“chi?”
“jonatan. il mio compagno dell’asilo”
“ah. il fratello di oceano, che piaceva tanto allo hobbit di mezzo, quando era piccolo”
“sì. bella famiglia, quella”
“jonatan, oceano e… come si chiamava la sorellina?”
“selvaggia”
“ah, certo. come dimenticarsi di un trio così?”
“mi manca moltissimo. jonatan…”
“lo chiamiamo, se vuoi, quando torniamo a milano”
“sarebbe bellissimo… il papà di jonatan ha una macchina incredibile…”
“già”
“jonatan diceva che, a casa sua, aveva una stanza segreta e un dinosauro. diceva anche che sua sorella…”
“selvaggia”
“sì, selvaggia. diceva che selvaggia sputava fuoco”
“…”
“mi manca jonatan. anche se la storia della stanza segreta non era mica vera. giovanni ci è andato, a casa di jonatan. ha controllato. e non ha trovato nessuna stanza segreta. era un’invenzione. giovanni ha guardato proprio dappertutto”
“…”
“anche la sorella… selvaggia. mica sputava fuoco davvero. almeno non quando era lì giovanni”
“meno male”
“però mi sono dimenticato di chiedere a giovanni se il dinosauro c’era veramente a casa di jonatan. mannaggia. mi sono proprio dimenticato. che stupido. forse dovrei telefonargli, per chiederglielo”
“mi sembra strano che avesse un dinosauro, visto che si sono estinti 65 milioni di anni fa”
“probabilmente ne aveva uno piccolo”
“non credo…”
“sì. è sicuro. doveva essere per forza molto piccolo”.

buon 2016 a tutti. purtroppo senza stanze segrete, sprabilmente senza selvagge sputafuoco ma con un dinosauro, almeno. seppur piccolo, a rischiarare il cammino e ad allietare la vita.

che tu sia per me un armadio

“io voglio essere piccolo”
“piccolo quanto?”
“così piccolo che tutti mi vogliono bene”
“tutti ti vogliono bene anche adesso che stai per compiere sei anni”
“non abbastanza. e non quanto me ne volevano quando ero piccolo”
“secondo me ti sbagli”
“no. non mi sbaglio. ai piccoli vogliono bene tutti. ai grandi meno”
“vorresti avere tre anni?”
“no, molto più piccolo”
“vorresti avere sei mesi?”
“no, di meno”
“un mese?”
“vorrei essere abbastanza piccolo da stare nella tua pancia”
“nella mia pancia???”
“sì. così verrei sempre in giro con te”
“e se un giorno tu volessi stare a casa e io dovessi andare a lavorare? e se una sera tu volessi vedere un film e io avessi sonno? e se un pomeriggio tu avessi voglia di giocare e io di leggere? come faresti? come faremmo? forse ti stuferesti di stare chiuso lì dentro, senza nemmeno poter vedere quel che succede fuori”
“però sentirei i rumori, la musica e anche le parole”
“già, ma non potresti dire nulla perché nessuno sentirebbe te”
“allora ho un’idea bellissima”
“dimmela”
“io sto nella tua pancia, ma, quando mi stufo, esco a farmi un giro, a giocare e a fare le mie cose. poi rientro”
“e come fai a entrare e uscire? mica c’è una porta”
“con un coltellino svizzero e un filo. ti apro per uscire e ti ricucio quando torno dentro”
“che male! no. non mi piace questa soluzione. pensane un’altra”
“l’ho pensata”
“dimmela”
“potresti essere un armadio. il mio armadio. con due ante, da cui entro ed esco”
“non si sta comodissimi dentro gli armadi però”
“ma io porterei dei cuscini e starei come un pascià”
“…”
“allora siamo d’accordo”
“non so. ci devo pensare”.

l’elasti-famiglia è a bari, dai nonni. ognuno fa quello che gli piace. e il tempo passa piano, così piano che, in una giornata c’è tempo per fare mille cose belle, oltre che per dormire naturalmente.

la plastica non dimentica

“ecco la tua spremuta d’arancia, hobbit grande”
“no! hai usato il bicchiere di plastica rossa???? no, no, no! oddio che tragedia! noooo!”
“che succede? smettila di fare l’isterico pazzo. e non strabuzzare gli occhi ché mi fa impressione. mia nonna anna diceva ‘attento che passa l’angelo e dice amèn!’ con l’accento sulla ‘e'”
“l’hai usato veramente! tu hai usato il bicchiere rosso!”
“certo che l’ho usato. gli altri bicchieri sono tutti in lavastoviglie. tieni la spremuta”
“non posso, non capisci??? non posso bere nel bicchiere rosso. in quel bicchiere ci aveva messo lo spazzolino da denti ernesto”
“chi?”
“il figlio di quella tua amica strana, che era venuta a dormire qui”
“ernestino! aveva solo tre anni. e poi è successo almeno due anni fa”
“guarda che ernesto si è lavato i denti con questo bicchiere rosso. e ci ha anche sputato dentro!!! e tu lo hai usato per la spremuta. noooo! non posso nemmeno pensarci”
“tu hai idea di quante volte è stato lavato questo bicchiere negli ultimi due anni?”
“non ha importanza quante volte sia stato lavato, mamma. io, il bicchiere rosso non lo posso proprio usare. mai più in tutta la mia vita”
“e perché mai?”
“perché la plastica non dimentica”.