sempre diversi

“sai, mamma, le medie sono molto meglio delle elementari”

“mi fa piacere che ti piacciano”

“sono anche molto più divertenti”

“come mai?”

“be’, i professori cambiano ogni ora, ogni giorno”

“già. non ci si annoia…”

“e anche i compagni cambiano in continuazione”

“i compagni???? scusa, ma la classe è sempre la stessa, no?”

“certo. la classe è sempre quella ma i compagni no”

“in che senso? spiegami”

“il fatto è che – sarà l’età – siamo tutti talmente instabili che sembra di avere a che fare con persone diverse ogni giorno”

“ah, certo. non ci avevo pensato. anche tu effettivamente un minuto sei il dottor jekill e il minuto dopo sei mister hyde. posso solo immaginare cosa significhi averne 25 tutti insieme, come te”

“è molto swag, mamma. moooolto swag”

“scusa?”

“niente, lascia stare”

“magari me lo faccio spiegare più tardi da dottor jekill, appena passa di qui”

“sei abbastanza swag anche tu, mamma. te lo ha mai detto nessuno?”.

facciamo conversazione

“mamma, ho bisogno di stare un po’ da solo insieme a te, sul lettone, magari sfogliando il mio libro di storia e geografia”
“va bene, hobbit di mezzo. andiamo di là”
“ma da soli, eh? senza fratelli!”
“be’, proviamoci. mi sembra che stiano facendo altro in questo momento. se non mettiamo i cartelli annunciando che vogliamo stare per conto nostro, secondo me riusciamo ad avere un po’ di tempo per noi”
“per fare conversazione”
“certo, per fare conversazione…”…
“bene. adesso parliamo”
“ok”
“vedi? c’è la preistoria e poi la storia”
“e la storia quando inizia?”
“quando l’uomo inizia a scrivere”
“giusto. bravo!”
“questo è l’ambiente marino”
“ah. ok. passiamo dal neolitico ai pesci così, in scioltezza”
“che abitante del mare vorresti essere?”
“mmmh… forse un delfino. tu?”
“io uno squalo”
“con tutti quei denti e quella faccia cattiva? come mai?”
“perché così nessuno mi infastidisce e vivo bello tranquillo”
“be’, guarda che il delfino lo caccia via a musate lo squalo…”
“secondo me vive più tranquillo lo squalo, in ogni caso”
“probabile. però non è che la tranquillità deve essere proprio l’obiettivo principale della vita…”
“no, peha una sua importanza”
“indubbiamente. e come animale della giungla, chi vorresti essere?”
“non saprei… di certo non un elefante”
“perché? hanno l’aria serena gli elefanti… poi, così grossi, non sono in tanti a dare loro fastidio”
“perché nella giungla secondo me è pieno di topi. e io elefante mi spaventerei con tutti quei topi. e, come ti ho detto, io voglio vivere tranquilo”
“già, ovvio. tranquillo”
“e comunque discendiamo tutti dalle scimmie. non si scappa”
“no. non si scappa”
“mi piace far conversazione con te, mamma. dovremmo farlo più spesso”
“sono d’accordo”
“allora appuntamento qui, domani, alla stessa ora. sincronizziamo gli orologi”
“va be’, non ce ne è bisogno…”
“ok. allora dobbiamo avere un segnale. quando ti dico ‘ciao baby’, vieni in camera facendo finta di niente. a domani, baby. ora devo andare a giocare”.

il seme dell’ossessione

tante cose si possono dire di mister incredible: si può dire che è rigoroso, tenace, determinato, generoso, coerente, brillante, arguto, spiritoso e molto altro. ma non si può dire che sia equilibrato. lui è preda delle sue ossessioni. è ossessivo nel collezionare fumetti, con precisione e costanza, nel seguire alla lettera le ricette di nonna memé, vicina ai 101 anni con un passato leggendario di cuoca sopraffina, nello studio e nella produzione di modelli matematici anticapitalistici, che non lascia mai, nemmeno in bagno, nemmeno la domenica, nemmeno quando è alle casse del supermercato, nel percorrere quotidianamente, avanti e indietro, 80 vasche in piscina e guai a saltare un giorno. e queste sono solo le ossessioni in superficie. poi ci sono quelle sotterranee, inconsapevoli, subliminali che sono ancora più infide e moleste.
era utopia pensare che la piantina della maniacalità non avrebbe dato frutti.
“ho bisogno di controllare con urgenza una cosa sul tuo telefonino, mamma. dov’è?”
“non so, forse sul tavolo. ma perché quello sguardo da pazzo? è una questione di vita o di morte?”
“non scherzare con le cose importanti”
“giammai! eccoti il telefonino”

“ecco. ora sono più tranquillo”
“cos’hai visto?”
“le previsioni del tempo di washington e di bari e di nairobi. oltre a quelle di milano e di mosca, naturalmente”
“naturalmente”.
lo hobbit medio deve controllare con regolarità il meteo di alcune selezionate città del globo e la situazione dei alcuni clan di clash of clan anche se ormai il gioco è stato bandito dall’elasti-casa. si rilassa con le tabelline e riordinando, con precisione inaudita, le migliaia di fumetti del padre nella libreria del corridoio.
“un figlio matto su tre ci sta. con il padre che si ritrovano ci è andata anche bene”, ha pensato elastigirl qualche tempo fa.
poi lo hobbit piccolo ha scoperto l’album dei dinosauri e le sue figurine.
“le contiamo? le licontiamo? le gualdiamo? le sistemiamo? mettiamo le doppie in oldine di numelo? mi sclivi tutti i numeli su un foglio? palliamo un po’ delle mie figuline? come si sclive zentoventotto? mi insegni a sclivele tutti i numeli fino a zentottanta? le possiamo licontale pel essele velamente siculi?”.
ed elastigirl ha capito che con le ossessioni non si scherza per niente.

alla nostra età

“ehi, hobbit grande, in prima media,  l’insegnante di religione è un prete o è un laico?”

“eh?”

“chiedevo se, nella tua classe, l’insegnante di religione è un uomo di chiesa, tipo un sacerdote, o no?”

“boh. credo che sia un normale”

“quindi non è un prete…”

“direi di no. è uno vestito normalmente. non è male, mi sembra bravo ma non mi dà l’idea di uno in grado di far uscire satana dai corpi”

“ok, l’insegnante di religione non è un esorcista?”

“no, direi di no. ed è un peccato”

“perché?”

“perché alla nostra età sarebbe utile avere a portata di mano qualcuno capace di fare uscire satana dai corpi”

“già. hai ragione. non ci avevo pensato”.

è tardissimo

“ragazzi! presto che è tardi. su, veloci! andate a lavarvi i denti e tutti a dormire!”

“mamma, ma…”

“niente ma! è notte fonda! non è ammissibile che siate, anzi siamo, ancora svegli a quest’ora!”

“ancora 5 minuti…”

“stai scherzando, vero? di corsa a letto. io tra esattamente sette secondo stramazzo al suolo. uno, due, tre, quattro…”

“sembla di essele in plizone”

“buonanotte! basta! non voglio sentire volare una mosca!”

“mamma…”

“cosa c’è ancora?”

“sono le 8 e un quarto… tu ti rendi conto che stai un po’ esagerando?”

“ah. veramente? hai ragione… mi sembrava più tardi… va be’! andare a letto presto non ha mai fatto male a nessuno, comunque!”.

aveva già, strutturalmente, la sindrome del bianconigio ritardatario di alice nel paese delle meraviglie. adesso che ha un nuovo lavoro e la sveglia alle 4 del mattino (4,05 per la precisione), raggiunge virtuosismi di maniacalità che, prima o poi, le si ritorceranno contro.

l’erede del grande magolin

“questa sela mi hai dato il pizama che mi ha legalato magolin, mamma”

“non te l’aveva regalato la nonna?”

“no, è un legalo del glande magolin. non lo puoi sapele tu, mamma. non eli ancola nata quando me lo ha dato. e nemmeno io”

“ah, ma chi è il grande magolin?”

“non conossi magolin, mamma?? non è possibile! non conossi niente se non conossi magolin”

“non ne ho mai sentito parlare… ehi, hobbit grande! tu conosci magolin?”

“come no? il grande magolin è il più potente mago dell’universo”

“però! ed è amico nostro?”

“più che amico. è uno di famiglia…”

“pelò tla poco poco muole”

“oh povero magolin!”

“ma no! io sto aspettando che muole pelché così divento io il nuovo glande magolin”

“scusa, ma non capisco…”

“sì, mamma, forse non lo sai, ma lo hobbit piccolo è l’unico vero erede del grande magolin. qui stiamo tutti aspettando che magolin il vecchio muoia per potere incoronare il suo successore qui presente”

“che poi salei io!”

“ovvio”.

elastigirl ultimamente ha l’impressione di perdersi dei passaggi importanti della vita hobbit. e soprattutto che loro, e magolin, se ne approfittino.

hold your breath

nella città di A i cimiteri sono posti belli, affacciati sulle strade e sulle case o davanti a panorami bellissimi. sono luoghi in armonia con il paesaggio intorno e non non posti tetri, reclusi dentro recinti che impediscono la vista ai passanti e l’interazione con il mondo fuori. anche la morte, quando è così indissolubilmente, fisicamente legata alla vita, ha un volto più familiare e fa meno paura. almeno così pensava elasti, prima di questo pomeriggio.

ore 15, in macchina, in transito dal campo estivo naturalista degli hobbit maggiori a quello fricchettone dello hobbit piccolo.
“cosa fai, hobbit di mezzo? stai soffocando?”
“…”
“ehi??? là dietro? tutto bene?”
“sì, mamma, tranquilla. questo qui sta solo trattenendo il respiro fino a quando superiamo il cimitero”
“e perché mai?”
“perché me lo ha detto ar jei”
“chi sarebbe ar jei?”
rutesh jr, un mio amico al campo. me lo ha spiegato quando eravamo sul pullmino, andando in gita in montagna”
“e cosa ti ha spiegato?”
“mi ha spiegato che quando passi vicino a un cimitero devi shut your mouth and  hold your breath, chiudere la bocca e trattenere il respiro, finché non lo hai superato”
“ti ha anche spiegato perché? secondo me lo avevi stordito di parole e voleva farti stare zitto per un po'”
“ma no! se respiri, qualche anima di morti cattivi potrebbe entrarti nella bocca e possederti”
“e se invece non respiri…”
“sei bello al sicuro. io non è che ci credo veramente a questa cosa che dice rutesh. ma nel dubbio…”.

inquietanti derive

la città di A, in massachusetts, è un inno urbano al politically correct. qui uomini barbuti circolano con gonne a balze e le donne non si depilano perché la dolorosa guerra al pelo è una inaccettabile concessione a un modello retrogrado maschilista e risponde a canoni estetici perversamente sadici. si praticano il pacifismo e la tolleranza ovunque, al supermercato e agli incroci. lo yoga è preferito al jogging, le proteine delle bacche sono preferite a quelle della carne, un accomodante linguaggio del corpo è preferito alla dialettica del confronto verbale. le parole e il loro, seppur inconsapevole, uso inappropriato possono inchiodarti per sempre alla tua improntitutudine e condannarti a vita al pubblico stigma. dire “oriental”invece di “asian” è offensivo, “sex”invece di “gender” è inammissibile, “wife” o “husband” invece di “partner” è indice di chiusura mentale.

“questa è musica da coleani”

“ma che dici, hobbit piccolo?”

“questa canzone, alla ladio, fa schifo. è musica da coleani”

“musica da coreani???”

“sì, coleani come testaglossa”

“amore, testagrossa si chiama david e non testagrossa”

“ma è coleano e io lo odio”

“smettila di fare così. ti sei fissato con quel poveraccio. è un bambino, come te, come i tuoi fratelli e come gli altri bambini del campo estivo americano. ma come ti vengono certe idee? se ti sentissero le tue maestre, che chiamano tutti ‘friends’, predicano l’amore universale e l’armonia globale inorridirebbero. secondo me ci caccerebbero dalla città di A, anzi dall’intera valle dei pionieri”

“testaglossa picchia, anche se si è tagliato i capelli”

“ok, ne parliamo con le maestre. però con loro non tirare mai fuori questa cosa dell’odio per testagrossa che è coreano”

“va be’, intanto puoi cambiale questa musica che mi fa schifo?”.

derive di coppia

“amore mio! che bello che sei tornato! non resistevo più!”

“nemmeno io. contavo le ore!”

“ho già detto agli hobbit che questa sera devono andare a letto prestissimo e senza fare storie ché il papa e la mamma hanno da fare”

“bravissima! adesso vado di là e comincio a organizzare tutto”

“solo il pensiero mi elettrizza!”

“senti, ma non è che, nell’impazienza, ti sei messa ieri o l’altro ieri sera da sola a…”

“stai scherzando??? senza di te non è la stessa cosa! non mi diverto da sola. e poi mi sembrerebbe di tradirti. invece tu, piuttosto, a londra…”

“assolutamente no! certe cose si fanno insieme”

“sono le 815… è troppo presto secondo te per mandarli a letto?”

“be’, forse sì. aspettiamo almeno le nove…”

“uff. se poi penso che questa è l’ultima puntata mi viene da piangere”

“già. come faremo senza game of thrones?”

“non so proprio. ci toccherà aspettare un anno, per la prossima stagione. come faremo?”

“troveremo un diversivo per ingannare l’attesa e distrarci un po’…”.

sposami

“dammi la mano”

“…”

“io sono tuo marito”

“ah, sì? hai fatto bene a dirmelo, non lo sapevo”

“siamo sposati da dieci anni”

“ma io veramente sono sposata con il papà. come la mettiamo?”

“ah già. va be’, lascialo e sposa me!”

“effettivamente non sei niente male, tu, con gli occhi tondi e i capelli pazzi ma… non sei un po’ giovane? mi pare di ricordare che tu abbia otto anni appena compiuti…”

“ti sbagli. probabilmente mi confondi con qualcun altro”

“non saprei… può darsi”

“lascia che mi presenti! io sono dwarf, dwarfy dwarf, sono un nano e ho 45 anni”

“dwarfy dwarf? bel nome…”

“ah! ho dimenticato la cosa più importante, bambola!”

“bambola no, dai!”

“ok, non vuoi sapere la cosa più importante, pupa?”

“ehm, quale sarebbe la cosa più importante?”

“sono ssssingle!”

“basta hobbit di mezzo, ti prego!”

“non sono hobbit di mezzo, te l’ho già detto. sono dwarfy dwarf, un nano di 45 anni single. eddai, sposami, mamma!”.