da barbarella

in ufficio.
“cosa ti sei messa addosso oggi, elasti?”
“perché? non ti piace questo vestitino anni ’70? l’ho comprato qualche settimana fa per festeggiare. mio papà aveva fatto un intervento importante e, be’, era andato bene e… insomma mi sono premiata. che poi effettivamente non è che proprio mi meritassi io un premio, al massimo se lo meritava il chirurgo o mio papà. ma ero contenta, gli hobbit erano a bari, mister incredible pure. e non ho resistito. non è fichissimo? io lo trovo fichissimo”
“è carino, però… no, ecco, non stai male… sei anche dimagrita”
“dici sul serio???? tu, capa implacabile e spiritosamente perfida, mi vedi dimagrita?”
“sì, direi proprio di sì. perché?”
“perché sono cinque dico cinque bestiali settimane in cui mangio robe crude e scondite, robe cotte e scondite, pane nero fatto di immondi semini e altri cibi tristi. e sono soprattutto cinque settimane che non mangio cioccolato e, ecco, penso solo a quello. penso più al cioccolato che ai miei figli, penso molto più al cioccolato che a mio marito, e forse è un bene, visto che lui è in australia. però pensare così tanto al cioccolato non è affatto sano e nemmeno giusto. non ci posso fare niente. e sì, ho perso tre chili ma non pensavo che qualcuno se ne sarebbe accorto. e, insomma, forte di questi tre chili, ho pensato che era arrivato il momento dell’abitino fichissimo…”
“ecco parliamo di questo abitino da…”
“da cosa?”
“non saprei definirlo… da…”
“da poco di buono? da leggerina? da donna di facili costumi?”
“no, da…”
“da?”
“da barbarella”.

erano circa le due del pomeriggio e sentirsi barbarella – la tizia del 40.000 dopo cristo, protagonista di un film del 1968, schifato da critica e pubblico, che se ne va in giro per avventure erotiche vestita di boccoli e sexy-tute di raso e lattice – non ha giovato all’elasti-autostima e nemmeno all’elasti-produttività, nelle successive cinque ore e mezza lavorative.

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tutto questo per dire che

questo blog è nato quasi sei anni fa. è nato perché avevo voglia di scrivere. e di essere letta. perché quasi nessuno scrive per sé: me lo spiegò la mia maestra di scrittura creativa che si rivelò presto una maestra di vita.
è nato per mettermi alla prova in un momento in cui cercavo una direzione ed ero confusa. non ho il dono della fantasia e nemmeno quello di raccontare storie che non vivo.
se fossi stata un ingegnere petrolifero su una piattaforma al largo del mare di barents avrei raccontato cosa succede laggiù. se fossi stata un’ostetrica di emergency avrei parlato di come nascono i bambini in afghanistan. se fossi stata una single gaudente e dissoluta dedita al randagismo sessuale avrei descritto i miei giorni e le mie notti brave.
ero una mamma di due bambini, con un marito part time e un lavoro per cui avevo sentimenti ambivalenti. quella era la mia storia. di quello avrei potuto e saputo scrivere.
nel blog pertanto ci ho messo quello che avevo intorno: i miei figli, mio marito, la mia famiglia, i miei amici, il mio lavoro, la mia vita e la mia visione del mondo.
questo blog mi ha seguita passo passo, nei periodi belli e in quelli brutti, nei cambiamenti epocali e nella calma piatta, nella routine, nella noia, nei guizzi, nei momenti di grazia e in quelli disgraziati.
questo blog è la mia traccia. la traccia che lascerò ai miei figli quando cresceranno. ognuno di noi lascia tracce che gli somigliano. questa è la mia.
questo blog è cresciuto, più di quanto sia cresciuta io in questi anni.
ha portato moltissime cose belle e inattese, molte anche professionali. questo blog, in qualche modo, ha dato una direzione alla mia vita.
tuttavia questo posto è sempre rimasto il mio posto, sganciato e indipendente dai miei percorsi professionali. questo posto è sempre stato casa mia e come tale lo tratto e lo considero: non lo tappezzo di annunci, lo tengo pulito e voglio che mi somigli, sempre, al buio e alla luce, nelle mie paturnie e nelle mie euforie, nella noia e nella vertigine. questo posto non è un prodotto, è casa mia. prodotti sono quelli commerciali e professionali. questo blog appartiene, anche dopo sei anni, al lato ludico e voluttuario della mia esistenza. se così non fosse, al momento non avrei alcun motivo per tenerlo in vita.
ho sempre pensato che i commenti fossero parte integrante e arricchente del blog. ho sempre pensato che, se questo posto è un po’ speciale, lo è grazie ai suoi lettori e in particolare a quelli che si prendono la briga di lasciare un’orma, con i loro commenti.
ho sempre pensato che lo spazio dei commenti fosse un’area libera, di confronto e condivisione, di autogestione e democrazia. se non sono intervenuta spesso, come invece facevo anni fa, è stato solo per mancanza di tempo ed energie, mai per disinteresse. ho assolto le mie latitanze mettendomi in gioco, con l’entusiasmo di un folle kamikaze, in ogni post. lo spazio dei commenti, nonostante a volte lo guardassi solo da dietro uno schermo, spesso mi somigliava e questo mi sembrava un piccolo miracolo della rete. mi somigliava nei toni, nelle persone che lo popolavano, nelle voci che si udivano, anche quelle fuori dal coro. non perché là dentro fossero tutti d’accordo ma perché lì dentro c’era rispetto, un rispetto divertito e avvolgente di cui ero orgogliosa.
adesso questo rispetto non c’è più. l’area dei commenti nelle ultime settimane si è trasformata in un’arena. non mi infastidiscono le critiche, mi disturbano l’aggressività, il livore, l’insulto gratuito, lo sprezzo ossessivo, la rincorsa alla provocazione. mi disturba attraversare un luogo che non mi somiglia e non mi piace, dentro casa mia.
tutto questo per dire che, contrariamente a quanto è successo in questi quasi sei anni, da oggi i commenti aggressivi, livorosi, insultanti, sprezzanti, provocatori potrebbero essere eliminati e segnalati come spam.
perché voglio continuare a riconoscere casa mia e ad amarla.
elasti

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il problema

dopo quasi 18 anni di rapporto a distanza, fidanzamento, matrimonio e tre figli compresi, elastigirl ha capito alcune cose. il problema non è l’assenza, che per molti è addirittura il segreto degli amori duraturi, e forse non hanno tutti i torti. il problema non è nemmeno la presenza che si porta con sé i reciproci calzini sporchi, le maniacalità incrociate per l’ordine e il disordine, il lato deteriore della quotidianità, l’invasione gradita e sgradita degli spazi.
perché l’assenza, con i suoi languori, la sua vertigine di indipendenza, i suoi vuoti silenziosi, è una condizione suggestiva, di attesa e trepidazione. l’assenza, a guardarla bene, se non dura troppo (quanto è troppo? quattro giorni? tre settimane? tre mesi? elastigirl non l’ha ancora capito. forse tra altri 18 anni lo saprà), non è affatto male.
perché la presenza, nonostante i fantasmi del calzino infestante e della follia individuale (“chiudi la finestra? ho freddo” “no, il freddo tempra” “ma fuori ci sono meno 7 gradi!” “appunto, ci tempriamo”. “cos’è questa palla?” i vestiti che avevo oggi, perché?” “piegare mai?” “non ne vedo l’utilità” “mo’, sei proprio un debito” “solo un economista triste usa il sostantivo ‘debito’ per insultare qualcuno”) è fatta di riti festosi, di condivisione e complicità, di risate al buio, di sostegno e di chiacchiere, di turni e i turni sono un segno di civilità e rispetto. la presenza, a guardarla bene, è una fantastica invenzione.
il problema è quello che ci sta in mezzo, tra la presenza e l’assenza. il problema è la zona grigia della partenza. il problema è il cambiamento, il passaggio da uno stato all’altro.
quella cosa lì, quell’area vischiosa di bagagli e cattivo umore, fa talmente schifo che non ci si abitua, nemmeno dopo 18 anni.
per questo questa sera, mentre mister incredible apre le finestre e infila i calzini bucati in valigia, pronto per partire domattina all’alba dopo tre, dico tre, settimane casalinghe, elastigirl è di pessimo umore, vorrebbe sbattere fortissimo la testa contro il muro e coprire di insulti il primo passante sotto il suo balcone, così, giusto per sfogarsi un po’.

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un po’ scemi

“come ti piacerebbe festeggiare il tuo compleanno, hobbit grande?”
“non so, con i miei amici…”
“io avrei un’idea. però è una cosa un po’ da grandi e non so se siete pronti…”
“certo che siamo pronti”
“e cosa ne sai se non ti ho ancora detto qual è l’idea?”
“dimmela allora”
“pensavo che sabato prossimo potresti fare una festa insieme al tuo amico paolo, quello che ha il 39 di scarpe, ora forse anche il 40, e la sorella gemella più fantastica che abbia mai conosciuto. anche lui compie 9 anni in aprile, mi pare…”
“va bene, se paolo vuole…”
“pensavo che potremmo fare qualcosa qui, a casa nostra, verso sera, come fanno i ragazzi grandi, con qualche vostro amico. giocate un po’, poi mangiate la pizza tutti insieme, poi vi vedete un film che scegliamo prima e poi paolo potrebbe fermarsi qui a dormire. come ti sembra?”
“bello! va bene. facciamo una specie di pigiama party qui”
“ottimo. allora parlane con paolo, decidete chi invitare e organizziamo. mi raccomando, non dovete essere troppi perché altrimenti siete tutti schiacciati”.

elastigirl, dopo questa proposta un po’ ardita, si aspettava un elenco di invitati rigorosamente maschi per una festa tra virili misogini, all’insegna di testosterone e sfrenato machismo. elastigirl, vittima dei suoi pregiudizi di genere, aveva messo in conto tutto, aveva ponderato le possibili conseguenze di un’iniziativa garibaldina e aveva deciso che ne valeva la pena.

“ecco mamma. paolo e io abbiamo preparato la lista. vedi se va bene”
“ma… è lunghissima!”
“quattordici mamma! siamo quattordici. quindici se contiamo anche lo hobbit di mezzo”
“ma non ci state!”
“ma sì! ci stringiamo! e poi… non possiamo invitare carlotta senza invitare monica e sabina. e valentina? non potevamo non dirglielo! ma se c’è lei deve esserci anche antonella… e giulia? giulia deve esserci per forza alla nostra festa!”
“carlotta, monica, sabina… valentina? giulia???”
“sì, perché?”
“finiscono tutte per A. non sono maschi selvaggi e scatenati!”
“no, allora? mica abbiamo solo amici maschi noi…”
“no, niente! certo, hai ragione. fammi leggere tutti i nomi… ok. fantastico. va benissimo”
“ma siamo 14, più due sedici…”
“e che problema c’è?”

dieci bambine, quattro bambini. uno hobbit di mezzo e uno piccolo che non conta.
elastigirl non ci poteva credere. e nemmeno la mamma e il papà di paolo. e nemmeno mister incredible che ha esclamato, senza neppure darsi il tempo di calcolarlo perché gli economisti marxisti baresi hanno un rapporto privilegiato e amicale con i numeri, che il 71,4% dei partecipanti alla festa, esclusi i fratelli hobbit, sono femmine.
e tutto questo stupore li ha fatti sentire un po’ scemi.

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nove

a te,
che balli snodato, canti stonato, reintepreti i film che ti piacciono, fai le voci delle persone che incontri e nella recita di fine anno sarai peter pan,
che non leggi nessun libro e per questo un po’ ci disperiamo ma in compenso sai leggere nel pensiero,
che capisci la lingua di tuo fratello piccolo, che ti accorgi di ogni dettaglio e cogli le parole dette e quelle non dette,
che hai una memoria da elefante e ci inchiodi implacabile al nostro passato, ai nostri inciampi, alle nostre promesse di cinque anni fa, alle nostre incaute dichiarazioni di cui avevamo perso memoria,
che accudisci e proteggi e mi insegni una tenerezza virile che mi incanta,
che osservi sornione e sarcastico e mi sembri un grande,
che hai spalle, mani e piedi di ragazzino e guardandoti non mi capacito,
che sei proprio bello e lo so che non conta, che le cose importanti sono altre, che non bisogna nemmeno dirtelo troppo, ma nella vita certo non fa male,
che sei impaziente, irrequieto e a volte ombroso,
e nei tuoi difetti mi riconosco spesso ben più che nei tuoi pregi,
che – e questo è un talento – ti ammali a comando quando non vuoi andare a scuola e ancora non ho capito come tu faccia,
che sei solido ed equilibrato ma non voglio che, in questa famiglia di pazzi, diventi la tua condanna,
che riconosco nello specchio, che vorrei portare a fare un viaggio da soli, che vorrei prendere per mano e perderci nelle nostre chiacchiere, che capisco e mi capisci,
che compi nove anni oggi e sei un bambino grande, il primo, quello che mi mostra la strada, che mi insegna ad essere quel che sono, che mi ha convinta a questa pazzia.
auguri, bel ragazzo.
la mamma

ps domani compie gli anni elasti e poi la finiamo con questa fiaccante maratona di compleanni.

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tre più tre o quattro più due

ehi tu,
no, non dico a te, piccolo egocentrico con la scopa e la paletta
,
no, non dico nemmeno a te, con gli occhi blu, che sostieni che il trapassato prossimo del verbo essere sia “io fui, tu fosti, egli fu”,
già, ce l’ho proprio con te, il più medio del mondo, come ti definisti tu stesso quando ti toccò abbandonare il dorato status di piccolo.
ehi tu,
con i ricci pazzi e gli occhi tondi,
che non taci mai, che te ne freghi, che potresti diventare un terrorista, un anarchico insurrezionalista, un capo di una banda criminale o di uno stato, un capo-popolo o un asceta misantropo. che potresti diventare qualsiasi cosa purché non stia nel mezzo, a dispetto del tuo destino familiare, perché sono gli estremi, gli eccessi, le iperboli ad attirarti.
che fai di testa tua e leggi e scrivi da quando sei minuscolo ma se qualcuno te lo avesse insegnato ti saresti rifiutato di imparare e ascolti da sempre la tua musica folle che hai scelto proprio perché nessuno te l’ha suggerita.
che dici “io sono fatto così perché mi avete creato così. è un problema vostro” e noi tremiamo alla prospettiva della tua adolescenza.
ehi tu,
che sei selvatico e schivo ma ogni tanto, solo quando ti va, indulgi a slanci di affetto travolgenti che disarmano e scuotono,
che ami il tuo papà di un amore smisurato e devoto e gli dici “ti voglio troppo bene, talmente bene che mi suiciderei”, perché sei così, passionale ed enfatico,
che sei un duro, che non cerchi l’approvazione del prossimo e per questo lo seduci, che balli da solo e solo quando ne hai voglia tu, che guardi fuori dalla finestra e dici: “che bella la vita”.
ehi tu,
sbrindellato come un letto sfatto, inquieto e indomito, che non guardi dove cammini e ogni tanto vai a sbattere,
ehi tu, ragazzo di sei anni, pazzo come un cavallo pazzo,
volevo farti gli auguri, perché oggi hai sei anni e, dopo tutto questo tempo che ti conosco, continui a sorprendermi, a incantarmi, a farmi ridere e commuovere.
volevo farti gli auguri e dirti di continuare così, sulla tua strada luminosa, imprevedibile e sbilenca, che un po’ ti rassomiglia.
volevo farti gli auguri e comunicarti, se non ci avessi fatto caso, che sei è un numero pari ed è il risultato di tre più tre, quattro più due o cinque più uno, per non parlare di sei più zero. perché so che apprezzi parecchio queste fondamentali informazioni di servizio.
la tua mamma

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la televisione, 10 cose più una

qualche mese fa elastigirl ricevette una telefonata. “elasti, buongiorno. stiamo organizzando un programma tivvù sulle mamme, sui papà, sui figli e sulle loro imperfezioni. vorremmo averti con noi, come ospite fissa, o almeno semi-fissa. possiamo incontrarci per parlarne?”, le chiese una voce femminile.
elastigirl non guarda la televisione, non conosce la televisione e ha un pregiudizio negativo nei confronti della televisione. in pratica, elastigirl non c’entra nulla con la televisione.
per tutti questi motivi ha detto sì a quella voce femminile che, una volta incontrata, aveva gli occhi blu, i capelli né lunghi né corti e le è stata simpatica.
elastigirl ha pensato anche che potesse essere divertente vedere come funziona una macchina aliena e che magari avrebbe imparato qualcosa e visto mondi e facce nuove.
così è stato. e dopo oltre due mesi, si può fare un bilancio di fine produzione, come dicono loro, quelli della televisione.
10 cose più una imparate in quasi 40 puntate in tivvù:
1. in televisione ci sono tempi morti in cui si aspetta, si pensa a tutto quelle che si sarebbe potuto fare altrove, nella vita vera, e ci si domanda perché si debba sbattere via così una risorsa scarsa e preziosa come il tempo.
2. in televisione ci sono professionalità affascinanti e un po’ oscure, tra cui il microfonista che ti microfona e, dopo una breve fase iniziale di pudore e timidezza, si insinua, armato di fili e antenne, nei meandri della tua biancheria con una disinvoltura che tuo marito, nonché padre dei tuoi figli, nonché al tuo fianco da una vita, nemmeno si sogna.
3. in televisione si lavora di domenica e, alla lunga, non è divertentissimo.
4. in televisione ci sono creature leggiadre e sorridenti che ti truccano e ti parruccano. che poi significa che ti smanacciano piacevolmente viso e capelli e tu vorresti che non finisse mai e pensi che sì, vale proprio la pena venire in televisione, tempi morti domenicali compresi.
5. in televisione c’è un signore carismatico con una cuffia in testa che applaude quando si deve applaudire, che dice quanti minuti mancano al nero, che poi è la pubblicità, e che tiene alto il morale. si chiama direttore di studio ed è ipnotico.
6. in televisione, se hai il microfono e fai uno starnuto lo sentono tutti. anche se dici “devo fare pipì” o “che fico il biondino là in fondo” sentono tutti, anche a casa.
7. in televisione, se guardi gli schermi con la televisione dentro, il signore carismatico ti sgrida e dice che non è bello. e ha ragione anche perché vedere la tua immagine dentro uno schermo nel momento stesso in cui una telecamera ti sta inquadrando ti lascia, a seconda, imbarazzata o inorridita e, in entrambi i casi, l’effetto estetico finale è inquietante.
8. in televisione, si fa amicizia, come tra compagni di scuola, con un cameratismo solidale e un po’ goliardico che elastigirl aveva dimenticato.
9. in televisione tutti si preoccupano dell’audience. ma l’ospite no. lui  o lei può essere superiore a certi dettagli ansiogeni e godersi lo show, come al cinema, incurante di essere uno dei cinque o dei cinque milioni di spettatori.
10. in televisione è tutto molto veloce: le frasi devono essere brevi, le storie sintetiche, le parole facili. e non è necessariamente una cosa bella.
10 + 1. in televisione ci sono talenti, oltre che professionisti. e guardarli all’opera è un piacere, quasi come farsi smanacciare la faccia e i capelli.

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il giorno uno non si scorda mai

colazione:
un tè con un’ombra di latte + due merdose gallette di riso.
metà mattina:
una mela che ha aperto una voragine in cui ci sarebbero comodamente stati un panino con il salame e un cono grande ai gusti maron glacé e caramello.
pranzo:
una zucchina grigliata e scondita + un etto di carne salada, scondita pure lei + un’altra merdosa galletta di riso (“perché ti ostini a mangiare polistirolo?” “perché è biologico e un po’ fa mappazza. e soprattutto dopo ho la nausea perché mangiare polistirolo mi fa quell’effetto lì. strano, no?”).
merenda:
niente di niente di niente.
cena:
pesce al forno e finocchio crudo e scondito. niente galletta di riso altrimenti sarebbe successo qualcosa di brutto e davanti ai bambini è meglio di no.
dopocena:
gli hobbit mangiavano tre quadratini a testa di cioccolato fondente. elastigirl continuava a ruminare finocchio crudo. e li odiava, proprio loro che, fino a ieri, erano oggetto di incondizionato e obnubilato amore materno.

elastigirl da stamane è a dieta. una dieta autoinflitta e autoprodotta che prevede l’eliminazione di tutto ciò per cui vale la pena vivere, gallette di riso, per ovvie ragioni, escluse. l’obiettivo, visto da lontano, non è affatto ambizioso. visto da vicino è eroico e titanico: elastigirl ha infatti deciso di eliminare i tre chili ereditati dalla gravidanza dello hobbit piccolo, rimasti attaccati laddove non dovevano, come cozze allo scoglio.
alla fine del giorno uno elastigirl si è resa conto di non essersi pesata prima di cominciare, in quanto non possiede una bilancia. tuttavia, guardandosi allo specchio questa sera, dopo la doccia, con sgomento, incredulità e cocente delusione, non ha notato alcun miglioramento nella silhouette, rispetto alla doccia precedente, esattamente 24 ore prima.
in compenso è di pessimo umore.

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10 piccolezze da non sottovalutare

1. spegnere la luce e guardare un film tutti insieme, intorno al computer, sul lettone. scoprire che i maschi della famiglia ti hanno ingannata e non si tratta di una commedia, come pensavi, ma della storia dark della guerra tra licantropi e vampiri. e addormentarsi così, tra un lupo che ulula e un canino che sporge, mentre nessuno si accorge di te.
2. togliersi il reggiseno, la sera. perché ti sembrava di non sentirlo ma quando lo levi sei così contenta che probabilmente ti sbagliavi.
3. rispondere “sì, grazie” a chi ti offre di farti una spremuta d’arancia. e, mentre la bevi, riflettere sullla rarissima accoppiata di aggettivi “buonissima-sanissima”, per una volta non auto-escludentesi.
4. comprare un rossetto, una matita colorata, un qualsiasi accessorio che costi meno di dieci euro e ti faccia sentire fichissima.
5. ascoltare una canzone trash e trovarla strepitosa. e riascoltarla. e trovarla fantastica. e via così, superlativo dopo superlativo, trash dopo trash.
6. studiare la piantina di una casa enorme, decidere la destinazione di ogni stanza, sala della musica (trash) e biblioteca comprese. e sognare che sia tua.
7. guardare un catalogo di cucine spaziali e inabbordabili e scegliere quella più adatta a quell’enorme casa nella piantina di cui sopra.
8. conoscere una persona e desiderare tantissimo che diventi tua amica, come ti succedeva quando eri piccola.
9. lavare la macchina, dopo tre anni. e vedere i tuoi figli che non la riconoscono più. e pensare che per altri tre anni ti sei tolta il pensiero.
10. coltivare il proprio lato fetish, e, nell’elasti-fattispecie, stare sotto le coperte a sfogliare libri di cucina.

chi vuole può mettere qui sotto le sue 2, 3, 5, 74 piccolezze da non sottovalutare, perché anche condividere fa parte dell’elenco.

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non senza imbarazzo

oggi elastigirl, in pausa pranzo, è uscita con la collega P, dopo un sacco di tempo che non succedeva. doveva essere un pranzo di racconti e condivisioni, di evasione e autocoscienza, di piacere, insomma.
sono uscite dal loro ufficio in vetrina e hanno fatto una passeggiata in quella che, se milano avesse una city, sarebbe la city di milano. sono entrate in un posto pieno di signore e signori che si sentono fichissimi come se lavorassero nella city, anche se milano una vera city non ce l’ha, e, soprattutto, al momento ci sono la crisi finanziaria globale e la recessione e loro, le signore e i signori che si sentono fichissimi, sono capitati nel posto sbagliato nel momento sbagliatissimo, poveracci. E un po’ fanno pure tenerezza.
poiché, quando uno si abitua a vivere in vetrina, poi non ne può fare a meno, la collega P ed elastigirl si sono sedute dietro un vetro a guardare la gente che passava, hanno ordinato il pranzo e hanno cominciato a ciacolare.
andava tutto bene ed era tutto molto piacevole. fino a quando elastigirl non l’ha vista.
e ha avuto un moto di insofferenza. ha pensato per un attimo che quella fosse una persecuzione e che l’unica via d’uscita fose andarsene. ha riflettuto sull’opportunità di creare delle zone ad hoc, o dei piccoli ghetti, dove rinchiudere quegli elementi socialmente molesti. è giunta alla conclusione che no, non era giusto che quell’esternalità negativa le funestasse quell’amabile convivio a due. si è convinta che non  mischiarsi è un diritto e che quella e tutti quelli come lei, almeno lì e ora, non fossero affar suo. “vade retro. non voglio nemmeno vederti, tantomeno sentirti. io ho già dato. anzi già do, quotidianamente. ora lontano dalle mie orecchie e dalla mia vista. grazie”, ha detto tra sé e sé.
tutto questo non senza imbarazzo.
perché lei, fin a poco tempo fa, i bambini, tutti, anche quelli altrui, li amava parecchio. e se li incontrava era contenta e li guardava con meraviglia e cercava anche di diventare amica loro.
oggi no. oggi, quella piccoletta paffuta, di rosa vestita, in braccio alla sua mamma, al tavolo accanto, l’avrebbe evitata volentieri. oggi ha avuto un moto di stizzita esasperazione. e non è stato bello. per niente.
forse è solo la stanchezza.
o forse il primo passo della metamorfosi da madre amorevole ed ecumenica a implacabile erode.

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