un posto migliore

il ricordo più vivido e presente è la sua risata. rideva con gli occhi, divertito e contagioso. aveva un’intelligenza sottile ma vorace e onnivora, passioni grandi e diverse, la leggerezza della profondità, lo spessore denso e ipnotico di un vero intellettuale, una dolcezza timida e ritrosa, capace di sedurre e di mettere in soggezione.
era inquieto, enigmatico, a volte sfuggente. aveva l’autorevolezza e il carisma delle persone speciali, ma, forse inconsapevole o forse schivo, le teneva quasi nascoste, riluttante a ogni esibizione. aveva mille talenti e dava sempre l’impressione di non sprecarne nessuno.
era curioso e sapeva ascoltare con un interesse avvolgente e tiepido, che faceva sentire a casa. pareva disarmato e invece era abitato una forza buona e travolgente che sembrava, o speravamo, invincibile.
affrontava la vita con il coraggio noncurante dei grandi. era un vero signore, integro e per bene. e, quella risata che non riesco a togliermi dagli occhi e dalle orecchie, era un privilegio prezioso, come un regalo.
si chiama antonello, uno dei più cari amici di mister i.
se ne è andato ieri sera.
con lui dentro, il mondo era un posto migliore.

fuori dal mondo

erano state due settimane complicate. due settimane con l’elasti-blog al buio, senza mister i che era in un bislacca e ventosa località dell’indiana per un convegno. c’era stata anche una improbabile, inattesa e parecchio incerta proposta lavorativa a scuoterle i pensieri, l’immaginazione e lo stomaco. erano state due settimane senza sonno e con il mal di pancia in cui lei cercava di concentrarsi tantissimo sulle cose belle, che sono tante e indubbie, ma ciononostante continuava a non dormire.

poi, nella notte tra mercoledì e giovedì, è tornato mister i a rimettere un po’ di ordine nel caos faticoso della quotidianità. e la mattina di giovedì è tornato il blog, ormai considerato in cocci, e con lui un gran sollievo insieme a un gran sonno. ed era il momento giusto per una fuga di tre giorni ché l’elasti-famiglia, durante l’anno, a ben pensarci, non fugge mai se non a bari, dai nonni, a natale.

sono partiti in treno, con l’avvocato preferito, che é un elasti-amico caro e di antica data, e i suoi due bambini, tra cui c’è anche una femmina che è sempre un valore aggiunto. e sono andati a napoli, dove hanno affittato un pulmino con nove posti, praticamente un paradiso, o un inferno, familiare. e hanno raggiunto un posto vicino a sorrento, dove l’avvocato preferito ha una casa di famiglia, circondata da limoni ed elastigirl mica lo conosceva, il potere rilassante della vista dei limoni.

e lei ha dormito, come non succedeva da mesi, e non ha guardato il telefonino quasi mai. ha preso un po’ di sole, ha osservato hobbit temerari tuffarsi in mare urlando, ha mangiato una quantità di vongole che alla fine temeva di svenire e non risvegliarsi più. ed è stata felice. felice e serena come non si ricordava di riuscire ad esserlo. ed è stato come un sogno, una panacea, una medicina magica.

ps e alla stazione di napoli, oggi, mister i e gli hobbit, in un bar, hanno incontrato zerocalcare,che è un mito familiare, e hanno avuto l’ardire di chiedere un autografo. e lui ha fatto un disegno, bellissimo.

in 16 anni

sabato scorso.
“ehi amica A, tu non ti rendi conto del disastro”
“quale disastro?”
“sono senza blog. da una settimana. pare che si sia rotto il disco fisso sul server in francia. e mica lo so esattamente cosa significa ma sono al buio. un incubo. ti rendi conto?”
“va be’, approfittane. prenditi una vacanza”
“tu non capisci! io sono in un tunnel ossessivo-depressivo. potrebbero esserci dei danni irreversibili…”
“i danni irreversibili sono altri, elasti”
“forse non hai capito: si tratta di nove, dico nove anni, della mia vita che in questo momento sono in un buco nero da cui potrebbero non riemergere più. solo a dirlo mi sento male. anzi, aspetta che mi siedo”
“elasti, smettila”
“vorrei smetterla, ma sono giorni che non penso ad altro e se mi concentro un po’, scoppio in singhiozzi”
“tranquillizzati!”
“sono nove anni di vita!”
“sarebbero nove anni di vita se avessi l’alzheimer e dimenticassi tutto quel che è stato. allora sì che avresti il diritto di disperarti. così no. inspira, espira e pensa a quanto sei fortunata”
“questa è pura sindrome di pollyanna, lo sai, vero?”
“non mi interessa cos’è. mi basta che tu esca da questo tunnel che ti sta inghiottendo”
“okay. ci provo”.
così, elastigirl ha cominciato a pensare all’alzheimer e alle vere perdite della vita. e poi ha chiamato l’amico G che le ha detto che, in un modo o nell’altro, tutto è recuperabile, anche se forse non ne era sicurissimo.
così lei, sull’orlo del precipizio da una settimana, ha deciso che aveva due opzioni: saltarci dentro, in quel precipizio, o fare dieci passi indietro. ha scelto la seconda e ha ricominciato a dormire e a mangiare, almeno un po’.
ha smesso di inviare ossessivi sms al cugino S che si occupa dei problemi tecnologici del blog e non solo e ha deciso di avere fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità.
oggi, con forzata noncuranza, ha inviato un messaggio al cugino.
“ci sono aggiornamenti?”
e ha ricevuto questo.
“è un inenarrabile casino. pare sia rotto anche il secondo hard disk, quello del backup. un disastro del genere non l’ho mai visto in 16 anni”.
allora, elastigirl ha ripreso il telefono e, con dita incerte e la voce strozzata, ha richiamato la pragmatica amica A.
“ehm, scusa…”
“dimmi, elasti”
“avrei bisogno che mi raccontassi di nuovo la storia dei nove anni persi, dell’alzheimer e della fortuna pazzesca che ho…”.

un colore troppo bello per morire

“il sangue è del colole sbagliato”

“perché, hobbit piccolo?”

“pelché è losso. e il losso è un bel colole”

“hai ragione. il rosso è un bel colore”

“è un colole tloppo bello pel molile. non si può molile nel losso. si deve molile nel nelo. per questo il sangue deve essele nelo. deve esselsi sbagliato, chi lo ha disegnato losso”.

sarà che oggi elastigirl è stata travolta da una notizia lontana ma bruttissima, che arriva dalla città di A, in massachusetts, dove con mister incredible e gli hobbit va ogni estate da sei anni. sarà che doreen era la prima persona di A che hanno conosciuto laggiù e aveva due gemelli, l’irrequietezza di chi ha bisogno di correre via, la follia delicata dell’inquietudine, un talento per il pane che aveva trasformato in lavoro e trasportava in giro con un bizzarro mezzo a pedali ed energia solare. sarà che oggi è arrivato un messaggio: “doreen è caduta giù, da una montagna, forse una cascata, probabilmente nel bosco. è finita nell’acqua o forse era ghiaccio. faceva freddissimo”. sarà che doreen non c’è più, da domenica scorsa. ma il giornale lo ha scritto solo oggi. sarà che doreen sembrava inarrestabile e invincibile, un po’ tigre, un po’ gatto, un po’ elfo, un po’ pazzia pura nella sua essenza più sfrenata e ipnotica. sarà che è tutto il giorno che doreen cade da quella montagna o forse era una cascata. sarà, ma quando lo hobbit piccolo, questa sera, le ha spiegato che il nero è il colore giusto e non si può fare un torto tanto grande al rosso, elastigirl ha pensato che non avrebbe saputo dirlo meglio.

ciccioli d’oro e altri rimedi antistress

alcuni mesi fa chiesero a elastigirl se volesse partecipare a una iniziativa dell’arci di reggio emilia che si intitola autori in prestito e si sottotitola questa è l’acqua. avrebbe dovuto – le spiegarono – andare un pomeriggio di autunno inoltrato in una delle biblioteche della provincia di reggio emilia a raccontare quali sono stati i libri, i film e la musica che hanno riempito l’aria che ha respirato, colorato l’acqua in cui ha nuotato e che l’hanno resa quella che è. disse subito sì perché alla persona che glielo aveva chiesto dire di no non si può, perché per l’emilia romagna ha un debole e anche per l’arci. disse sì pensando che fosse un compito difficilissimo ma mancava ancora tanto tempo ed era inutile preoccuparsi con tanto anticipo.

la data – 29 novembre – si avvicinava e la locandina della rassegna era piena di autori intimidenti e vedersi lì in mezzo la agitava non poco. iniziò a pensare ai libri, ai film e alla musica che avevano fatto la sua storia e si rese conto che non era affatto facile raccontarli e che bisognava anche bilanciare l’onestà – e il conseguente coming out su alcune perle trash non esattamente edificanti – e un livello dignitoso di rispettabilità intellettuale (“avrai pur letto cose serie, no? visto film francesi mortali? ascoltato sofisticato jazz tedesco?” “non saprei, non ricordo. certamente molto molto meno di tutti gli altri”). stilò il suo elenco e pensò che non sarebbe mai stata capace di spiegare, motivare, incuriosire, condividere, perché un conto è leggerli, i libri, un conto è parlarne.

“avrai un’ora e un quarto di tempo. hai bisogno di supporti multimediali? vuoi far veder spezzoni di film? ascoltare canzoni, stupire gli astanti con presentazioni power point?” “ehm, no, grazie. mi sembra già abbastanza complicato gestire me stessa per un’ora e mezza. figuriamoci gestire supporti multimediali…”.

e alla fine si è trovata in una biblioteca, dentro una piazza bella, struggente e nebbiosa. c’erano le travi sul soffitto, libri vecchi, libri nuovi, una corte interna e, su uno scaffale, proprio i suoi libri, quelli della sua storia, scritti su una lista che aveva mandato qualche giorno prima senza nemmeno pensarci.

e c’erano tante persone, sotto quelle travi di legno, lì per ascoltare di cosa fossero fatte la sua acqua, la sua aria e la sua pasta. e poi c’erano i ciccioli che sono creature strane, figlie del maiale, protagoniste di una festa che si chiama il cicciolo d’oro, e le caramelle, e il parmigiano e altri libri e una sublime e commovente merenda preparata da una silvia biologica che fa tutto a mano, da mangiare sul treno, tornando a casa quando è quasi notte. ed è stato bello, festoso, ridanciano, accogliente e un po’ cialtrone perché elastigirl, la cialtroneria, ce l’ha un po’ nel dna, come una condanna, direbbe nonna J, o una benedizione, avrebbe detto nonno A. e persino raccontare libri, film e musica le è sembrato facile, naturale e inevitabile. si è sentita a casa. ma non vale, ché lei si sente a casa piuttosto facilmente. si è sentita accudita. e questo vale moltissimo. perché, di sentirsi accudita, non le succede quasi mai ed è un privilegio prezioso che le ricorda l’infanzia e la felicità.

atroci dilemmi

sono più di 24 ore che non pensa ad altro. perché mica è facile decidere tra cucina giapponese e pasticceria austro-ungarica, sapendo che sono sempre aperte anche le opzioni finger food e buffet. certo, non sono da scartare nemmeno gnocchi, biscotti o praline&tartufi, anche se è sugli arrosti o magari sul pesce che dovrebbe concentrarsi. se gli hobbit mangiassero riso, si lancerebbe nei risotti anche se i cupcake la attirano parecchio. e perché non un menu di natale che verrebbe utile a breve? o un single in cucina, ché non si sa mai nella vita? certo, difficile rinunciare anche a tartare e carpacci, per non parlare dei soufflé. a tutto baccalà, tuttavia potrebbe riservare suggestive sorprese. e se un giorno si pentisse terribilmente per non avere optato per la decorazione del piatto?

ci sono regali belli, regali graditi, regali di circostanza, regali eccessivi, regali riciclati, regali “ma non dovevate”, regali pensati, regali sbagliati, regali “a caval donato non si guarda in bocca”, regali improbabili, regali “e adesso cosa ci faccio?”.

e poi ci sono regali di chi ti conosce da 18 anni e conosce le tue debolezze, le tue follie, le tue ossessioni e le tue passioni. regali di chi sa esattamente chi sei e come sei ma forse non si rende conto veramente delle conseguenze, delle reazioni, delle fantasie e degli amletici dubbi che possono scatenarsi.

ieri elastigirl ha invitato a pranzo i suoi colleghi del lavoro di prima, dell’open space, quelli con cui ha raggiunto la maggiore età professionale e insieme ai quali ha condiviso meraviglie, miserie, macchinetta del caffè, stampante, pausa pranzo, gioie, dolori e moltissimo altro. e loro le hanno regalato un corso di cucina, a scelta tra decine, mandandola in estasi e in tilt. perché, lei già lo sa, scegliere sarà difficilissimo.

creature della notte

fa il turno di notte. e sorride, con una dolcezza pacata e una professionalità accudente. è alta, ha spalle larghe, occhi chiari e liquidi e una bocca carnosa. è solida, giunonica, quasi maestosa. è composta e regale. abita le tenebre come se le appartenessero. difficile immaginarsela alla luce del giorno, in mezzo alla folla, alla cassa del supermercato, su un autobus all’ora di punta.
chissà come passa tutte quelle ore, quando non arriva nessuno e resta sola? chissà se ha paura nelle ore piccole, di starsene lì, in quell’edicola illuminata, alla mercè di chiunque? chissà come si difende se qualcuno la importuna? magari invece non ha alcun bisogno di difendersi perché la notte è un posto meno minaccioso di quello che pensa chi non la frequenta con assiduità e attenzione. o forse ha compagnia, solo che non si vede.
ascolta la radio. a volte sbuffa perché quella musica non le piace. ma non cambia mai.
è riservata e misteriosa. a elastigirl piacerebbe parlarci, per squarciare quel velo algido e altero che la ricopre, come il mantello di una regina.
“la settimana prossima non ci sarò e nemmeno quella dopo ancora”, le ha detto un mattino, alle 4,40.
“ma come? perché? e io come…”
“vado in vacanza. alle canarie! ci sarà un ragazzo a sostituirmi”. e gli occhi si sono illuminati come quelli di un bambino. poi si è fatta seria. “ecco i tuoi giornali. buona giornata!”, ha aggiunto ricomponendosi e ricacciando dentro quel poco che aveva concesso.
strano dispiacersi per la temporanea assenza di qualcuno che si conosce appena. strano sentirsi improvvisamente e stupidamente smarriti, come se si spegnesse improvvisamente un faro in mezzo al mare.
elastigirl ogni mattina, prima dell’alba, va a comprare i giornali in un’edicola notturna. arriva, parcheggia la macchina al marciapiede accanto, scende, ritira la mazzetta e scappa via, al lavoro. ma vorrebbe che ci fossero più tempo e più parole.
perché di notte, quando è buio e non c’è nessuno, basta poco per diventare compagne di viaggio, anche solo per un minuto ogni giorno.

in visita a casa

l’altro giorno era in centro, proprio accanto al suo ufficio. il suo ex ufficio. fuori era buio e freddo, come fosse già inverno ma dentro, attraverso i vetri, c’era tanta luce e un po’ di persone ma non troppe ché troppe l’avrebbero intimidita. così è entrata, senza pensarci troppo e le sue gambe sapevano la strada attraverso i corridoi e probabilmente le sue dita si sarebbero ricordate le password e tutti i comandi necessari per quel lavoro lì, che è stato il suo per 18 anni.

e ha incontrato la collega A che è completamente matta, ma anche geniale e curiosa e divertente come pochissime persone nell’universo. ha chiacchierato con il suo capo, ex capo, come fossero due amici che si incontrano per un caffè. si è messa d’accordo per vedere nel weekend la collega-amica C che diceva di essere sbrindellatissima ma invece era fichissima, come al solito. ha salutato Z che era troppo stressata per concederle più di un bacio ma Z è fatta così e bisogna volerle bene anche quando cade nel pozzo del lavoro matto e disperato. ha detto a G che era bellissimo, così bello che lo aveva dimenticato, e lui ha sorriso sotto i baffi. ha abbracciato stretto L che da grande farà la rockstar. ha incrociato E che parte per un viaggio solitario in africa. ha parlato con S e alla fine avrebbe voluto abbracciarla e portarsela via con sé.

è stato bello. è stato come quando torni nella casa dove sei cresciuto, che resta sempre tua, anche se la tua stanza è stata trasformata in studio, o lavanderia, o inglobata nella sala da pranzo.

indefessa socialità

venerdì sera sono andati a cena da un economista marxista pachistano che ha una moglie con i ricci e un bambino che ama messi. con loro c’era hiroshi, il fidanzato giapponese di mister i che, come penelope, lo ha aspettato un intero gelido inverno nella città di A, e un padre, una madre e una figlia sedicenne brasiliani, parecchio provati dalla disfatta mondiale. i bambini hanno mangiato pasta agli hot dog, con enorme soddisfazione. i grandi, pollo con lenticchie. alla fine tutti hanno divorato gelato al gusto di pasta di biscotto, cioccolato pralinato, crème caramel con torroncino e una non meglio identificata mud pie.

sabato mattina hanno invitato, per il brunch, un altro economista marxista, questa volta americano, sua moglie antropologa e i suoi figli amanti delle biglie, di qualsiasi gioco da tavolo e della crostata al cioccolato. naturalmente è venuto anche hiroshi che a un certo punto è scomparso. era a giocare a racchettoni con lo hobbit piccolo ed è stato possibile ritrovarli, nascosti in un angolo remoto del giardino, solo grazie alle grasse risate che accompagnavano la performance. l’antropologa intanto raccontava che a settembre terrà un corso in cui spiegherà agli studenti l’antropologia attraverso i giochi di società. l’allegra combriccola si è fermata a vedere la partita fino alle sei di pomeriggio. subito dopo è arrivata brenda, la ex vicina di casa ora amica e membro acquisito dell’elasti-famiglia. insieme hanno mangiato patate al forno e avanzi del brunch. elastigirl ha buttato dentro al lavandino tritatutto dei film americani delle bucce di limone, con conseguenze devastanti a cui ha rimediato, sacramentando, mister i, armato di sturalavandini oversize, che qui si chiama plunger.

domenica mattina, cioè oggi, sono andati a una spiaggia segreta sul fiume, raggiungibile attraverso un cimitero e poi un bosco. lì avevano appuntamento con S, uno dei tanti bizzarri e fantastici personaggi conosciuti nel corso dei soggiorni nella città di A. S è una delle insegnanti della reggio preschool frequentata prima dagli hobbit maggiori e ora dal piccolo. vive in un minuscolo cottage nel bosco, come la signorina dolcemiele di matilda di rohal dahl, ha antiche origini finlandesi ed è una creatura a metà tra un supereroe nordico e un elfo. è stata tempo fa adottata prima da elastigirl e poi dall’intera famiglia. S da un anno ha una fidanzata di cui è terribilmente innamorata e aveva l’urgenza di procedere con le presentazioni ufficiali. “S ha una fidanzata femmina?”, ha chiesto lo hobbit piccolo attraversando il cimitero. “già”. “stlano”, ha commentato e, arrivati sulla spiaggia, le ha regalato un sasso bucato e un granchio morto in segno di amicizia tra i popoli e le famiglie. tutti insieme hanno fatto un gran pic nic e qualcuno si è coperto di argilla dalla testa ai piedi. ma non elastigirl ché la prospettiva di doversi poi lavare buttandosi nell’acqua gelida era, di per sé, agghiacciante.

non pago di questa indefessa socialità, mister i ha invitato, appena rientrati a casa, la famiglia di pachistani a vedere la finale dei mondiali nell’elasti-casa. e la sconfitta dell’argentina, per cui tutti tifavano, è stata accompagnata da bizzarre patatine, salsa piccante al pomodoro e molto gelato al gusto mud pie. “e hiroshi? non lo hai invitato?”, ha chiesto elastigirl. “no, a lui, del calcio, non importa niente”, ha risposto, affranto, mister i. “un velo peccato”, ha aggiunto lo hobbit piccolo, parimenti desolato.

ora è sera e fuori piove. anzi, diluvia.

succhi sempre il tuo kebab?

“elasti, amica! ci sei?”

“sì, avvocato preferito. sono qui!”

“è un casino! sono a marrakesh, con mia moglie. abbiamo perso l’aereo stamattina e riusciamo a essere a milano alle nove di stasera”

“ah. mi… mi spiace ma…”

“alle 1855 arriva G con il treno, da solo, per la prima volta in vita sua. e non ci sarà nessuno alla stazione. tu non è che…”

“certo che sì. sono anche senza hobbit. un dodicenne maschio in questa vita solitaria è quello che ci vuole!”

“grazie, elasti. senti, non so. forse c’è il custode che ha le chiavi ma forse non le ha tutte e in quel caso non potete entrare in casa e poi, ecco, se magari puoi preparare un panino per G”

“avvocato preferito, stai tranquillo. ho una certa dimestichezza con i maschi minorenni. ce la caveremo”.

così oggi, alle 1850, elastigirl aspettava G, in arrivo con il freccia rossa, un cappellino con la visiera, uno zaino, una borsa, gli occhi sgranati e la tipica, ostentata e spavalda serenità dei maschi che non sai mai se nascondano buchi nell’anima o una beata incoscienza. solo un abbraccio con un sollevato e inusuale trasporto avrebbe potuto rivelare una seppur trascurabile crepa in quella corazza infrangibile, benché acerba.

“vuoi darmi la borsa? o lo zaino? o tutti e due?”

“no, grazie. faccio da solo”

“ti dispiace se andiamo a casa tua piedi? così mi porto la bicicletta. cosa vorresti mangiare per cena?

“c’è un fantastico kebab vicino a casa mia. vorrei quello”

“va bene. vada per il kebab”

così uno accanto all’altra, lui con la sua andatura sghemba di chi ha i piedi troppo lunghi e un corpo in evoluzione, lei trascinando la sua bicicletta, si sono diretti verso una casa e un kebab,

“perché non ci sono gli hobbit?”

“perché sono partiti con il papà”

“e tu cosa fai qui da sola?”

“io lavoro”

“e che lavoro fai?”

“scrivo, faccio la giornalista”

“spiegami esattamente cosa fai”

….

“e invece tu, cosa vuoi fare da grande? lo sai già?”

“l’ingegnere nautico. quello che progetta le navi”

“ti piace la matematica?”

“sì. invece a te che scrivi immagino piacciano di più le materie umanistiche”

“già. anche se ho studiato tanta matematica pure io. troppa per i miei gusti”

“meglio! per me le materie umanistiche non sono molto importanti. senza la matematica il mondo andrebbe a rotoli. è grazie alla scienza che gli uomini possono andare suglie aerei, sconfiggere le malattie. sono le scienze a cambiare la vita delle persone. non le lettere”

“io non sono d’accordo. gli uomini hanno bisogno anche di nutrire la propria testa e non solo di avere automobili e aerei su cui viaggiare”

“preferiresti un mondo di cavernicoli letterati o di uomini moderni e analfabeti?”

“le due cose vanno insieme! e comunque i cavernicoli letterati devono essere piuttosto simpatici… queste chiavi non aprono casa tua. mangiamo il kebab e ti porto a casa mia… mi spiace”

“a me va bene”

“senti però non  voglio mangiare in questo posto… è buio e triste. non possiamo prendere il kebab e andare…”

“ti porto io dove ci sono dei giardini bellissimi. e ci guardiamo anche un pezzo di francia nigeria insieme. posso prendere quello che voglio da bere?”

“certo. basta che non sia alcolico”

“ok. grazie”

“la partita è appena finita. mannaggia. ora vado a chiedere il risultato”

“succhi sempre in questo modo il tuo kebab, invece di masticarlo?”

“solo quando è particolarmente buono. come questo. due a zero per la francia”

“ah”

“andiamo in bici a casa tua?”

“possiamo provare. non so se ti reggo. magari pedalo solo sulle piste ciclabili. quando c’è la strada andiamo a piedi ché ho paura”

“vuoi che pedali io, elasti?”

“nemmeno per sogno. sali dietro”

“come vuoi”

“però fermo. fermo come un soldato. o come una statua di sale”

“sai come si disarma una barca a vela? se vuoi te lo spiego mentre pedali”

“basta che non gesticoli lì dietro ché mi sbilancio e ci spiattelliamo”.

è stato bello. e divertente. e istruttivo. a tratti molto buffo. perché c’è anche il suo senso nella specializzazione di genere. e i maschi piccoli che diventano grandi sono creature terribilmente affascinanti, anche se non sono tuoi.