indefessa socialità

venerdì sera sono andati a cena da un economista marxista pachistano che ha una moglie con i ricci e un bambino che ama messi. con loro c’era hiroshi, il fidanzato giapponese di mister i che, come penelope, lo ha aspettato un intero gelido inverno nella città di A, e un padre, una madre e una figlia sedicenne brasiliani, parecchio provati dalla disfatta mondiale. i bambini hanno mangiato pasta agli hot dog, con enorme soddisfazione. i grandi, pollo con lenticchie. alla fine tutti hanno divorato gelato al gusto di pasta di biscotto, cioccolato pralinato, crème caramel con torroncino e una non meglio identificata mud pie.

sabato mattina hanno invitato, per il brunch, un altro economista marxista, questa volta americano, sua moglie antropologa e i suoi figli amanti delle biglie, di qualsiasi gioco da tavolo e della crostata al cioccolato. naturalmente è venuto anche hiroshi che a un certo punto è scomparso. era a giocare a racchettoni con lo hobbit piccolo ed è stato possibile ritrovarli, nascosti in un angolo remoto del giardino, solo grazie alle grasse risate che accompagnavano la performance. l’antropologa intanto raccontava che a settembre terrà un corso in cui spiegherà agli studenti l’antropologia attraverso i giochi di società. l’allegra combriccola si è fermata a vedere la partita fino alle sei di pomeriggio. subito dopo è arrivata brenda, la ex vicina di casa ora amica e membro acquisito dell’elasti-famiglia. insieme hanno mangiato patate al forno e avanzi del brunch. elastigirl ha buttato dentro al lavandino tritatutto dei film americani delle bucce di limone, con conseguenze devastanti a cui ha rimediato, sacramentando, mister i, armato di sturalavandini oversize, che qui si chiama plunger.

domenica mattina, cioè oggi, sono andati a una spiaggia segreta sul fiume, raggiungibile attraverso un cimitero e poi un bosco. lì avevano appuntamento con S, uno dei tanti bizzarri e fantastici personaggi conosciuti nel corso dei soggiorni nella città di A. S è una delle insegnanti della reggio preschool frequentata prima dagli hobbit maggiori e ora dal piccolo. vive in un minuscolo cottage nel bosco, come la signorina dolcemiele di matilda di rohal dahl, ha antiche origini finlandesi ed è una creatura a metà tra un supereroe nordico e un elfo. è stata tempo fa adottata prima da elastigirl e poi dall’intera famiglia. S da un anno ha una fidanzata di cui è terribilmente innamorata e aveva l’urgenza di procedere con le presentazioni ufficiali. “S ha una fidanzata femmina?”, ha chiesto lo hobbit piccolo attraversando il cimitero. “già”. “stlano”, ha commentato e, arrivati sulla spiaggia, le ha regalato un sasso bucato e un granchio morto in segno di amicizia tra i popoli e le famiglie. tutti insieme hanno fatto un gran pic nic e qualcuno si è coperto di argilla dalla testa ai piedi. ma non elastigirl ché la prospettiva di doversi poi lavare buttandosi nell’acqua gelida era, di per sé, agghiacciante.

non pago di questa indefessa socialità, mister i ha invitato, appena rientrati a casa, la famiglia di pachistani a vedere la finale dei mondiali nell’elasti-casa. e la sconfitta dell’argentina, per cui tutti tifavano, è stata accompagnata da bizzarre patatine, salsa piccante al pomodoro e molto gelato al gusto mud pie. “e hiroshi? non lo hai invitato?”, ha chiesto elastigirl. “no, a lui, del calcio, non importa niente”, ha risposto, affranto, mister i. “un velo peccato”, ha aggiunto lo hobbit piccolo, parimenti desolato.

ora è sera e fuori piove. anzi, diluvia.

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succhi sempre il tuo kebab?

“elasti, amica! ci sei?”

“sì, avvocato preferito. sono qui!”

“è un casino! sono a marrakesh, con mia moglie. abbiamo perso l’aereo stamattina e riusciamo a essere a milano alle nove di stasera”

“ah. mi… mi spiace ma…”

“alle 1855 arriva G con il treno, da solo, per la prima volta in vita sua. e non ci sarà nessuno alla stazione. tu non è che…”

“certo che sì. sono anche senza hobbit. un dodicenne maschio in questa vita solitaria è quello che ci vuole!”

“grazie, elasti. senti, non so. forse c’è il custode che ha le chiavi ma forse non le ha tutte e in quel caso non potete entrare in casa e poi, ecco, se magari puoi preparare un panino per G”

“avvocato preferito, stai tranquillo. ho una certa dimestichezza con i maschi minorenni. ce la caveremo”.

così oggi, alle 1850, elastigirl aspettava G, in arrivo con il freccia rossa, un cappellino con la visiera, uno zaino, una borsa, gli occhi sgranati e la tipica, ostentata e spavalda serenità dei maschi che non sai mai se nascondano buchi nell’anima o una beata incoscienza. solo un abbraccio con un sollevato e inusuale trasporto avrebbe potuto rivelare una seppur trascurabile crepa in quella corazza infrangibile, benché acerba.

“vuoi darmi la borsa? o lo zaino? o tutti e due?”

“no, grazie. faccio da solo”

“ti dispiace se andiamo a casa tua piedi? così mi porto la bicicletta. cosa vorresti mangiare per cena?

“c’è un fantastico kebab vicino a casa mia. vorrei quello”

“va bene. vada per il kebab”

così uno accanto all’altra, lui con la sua andatura sghemba di chi ha i piedi troppo lunghi e un corpo in evoluzione, lei trascinando la sua bicicletta, si sono diretti verso una casa e un kebab,

“perché non ci sono gli hobbit?”

“perché sono partiti con il papà”

“e tu cosa fai qui da sola?”

“io lavoro”

“e che lavoro fai?”

“scrivo, faccio la giornalista”

“spiegami esattamente cosa fai”

….

“e invece tu, cosa vuoi fare da grande? lo sai già?”

“l’ingegnere nautico. quello che progetta le navi”

“ti piace la matematica?”

“sì. invece a te che scrivi immagino piacciano di più le materie umanistiche”

“già. anche se ho studiato tanta matematica pure io. troppa per i miei gusti”

“meglio! per me le materie umanistiche non sono molto importanti. senza la matematica il mondo andrebbe a rotoli. è grazie alla scienza che gli uomini possono andare suglie aerei, sconfiggere le malattie. sono le scienze a cambiare la vita delle persone. non le lettere”

“io non sono d’accordo. gli uomini hanno bisogno anche di nutrire la propria testa e non solo di avere automobili e aerei su cui viaggiare”

“preferiresti un mondo di cavernicoli letterati o di uomini moderni e analfabeti?”

“le due cose vanno insieme! e comunque i cavernicoli letterati devono essere piuttosto simpatici… queste chiavi non aprono casa tua. mangiamo il kebab e ti porto a casa mia… mi spiace”

“a me va bene”

“senti però non  voglio mangiare in questo posto… è buio e triste. non possiamo prendere il kebab e andare…”

“ti porto io dove ci sono dei giardini bellissimi. e ci guardiamo anche un pezzo di francia nigeria insieme. posso prendere quello che voglio da bere?”

“certo. basta che non sia alcolico”

“ok. grazie”

“la partita è appena finita. mannaggia. ora vado a chiedere il risultato”

“succhi sempre in questo modo il tuo kebab, invece di masticarlo?”

“solo quando è particolarmente buono. come questo. due a zero per la francia”

“ah”

“andiamo in bici a casa tua?”

“possiamo provare. non so se ti reggo. magari pedalo solo sulle piste ciclabili. quando c’è la strada andiamo a piedi ché ho paura”

“vuoi che pedali io, elasti?”

“nemmeno per sogno. sali dietro”

“come vuoi”

“però fermo. fermo come un soldato. o come una statua di sale”

“sai come si disarma una barca a vela? se vuoi te lo spiego mentre pedali”

“basta che non gesticoli lì dietro ché mi sbilancio e ci spiattelliamo”.

è stato bello. e divertente. e istruttivo. a tratti molto buffo. perché c’è anche il suo senso nella specializzazione di genere. e i maschi piccoli che diventano grandi sono creature terribilmente affascinanti, anche se non sono tuoi.

 

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le collane di nice

sembra una bambina. è la prima cosa che pensi quando la incontri. nonostante i suoi 23 anni, una regalità quasi algida e un’infanzia che, con lei, non ha avuto alcun riguardo.
parla lentamente, a voce bassa, misurando parole e pensieri e tenendoli a bada, come per proteggersi dalla densità vischiosa e ipnotica dei suoi racconti.
si chiama nice, è nata in kenya, in un villaggio masai alle pendici del kilimanjaro. il suo papà si chiamava paul, la sua mamma alice. li perse entrambi, a distanza di poco uno dall’altra. aveva otto anni e, con i suoi fratelli, fu affidata al nonno e mandata in una cosiddetta boarding school, dove si studia e si vive durante l’anno scolastico.

un giorno di aprile, durante le vacanze, arrivò lo zio. le sue tre figlie, a brevissimo, sarebbero diventate donne. “potremmo fare una cerimonia comune, anche con le tue due bambine. risparmieremmo dei soldi e non ci penseremmo più”, propose al nonno.

nel villaggio di nice il passaggio dall’infanzia all’età adulta, per le ragazzine, avveniva con la mutilazione genitale, o infibulazione, o circoncisione femminile, una pratica vietata dalla legge, dolorosa e pericolosa per la salute immediata e futura della donna, una pratica durante la quale non bisogna gridare, piangere e lamentarsi altrimenti nessuno vorrà mai sposarti.

“ho solo otto anni. sono troppo piccola. certamente piangerò”, disse nice alla sorella e, insieme, la notte prima del rito, scapparono da una zia.
furono trovate, sgridate e picchiate, con la promessa che non sarebbero certo state risparmiate e il loro momento sarebbe stato solo rinviato. tornarono a scuola dove nice scoprì che la mutilazione genitale non è l’unica via per diventare grande e che molte sue compagne non avevano dovuto subirla.

nice usa un tono monocorde e spegne lo sguardo quando torna indietro nel tempo, forse per non lasciarsi scalfire dai ricordi, per non soccombere all’emozione. guarda davanti a sé, come se di fronte non avesse nessuno, chiusa in una forza inossidabile e ribelle, di cui cerco le crepe perché, nella testa e nel cuore di una così, vorresti entrarci, anche solo per un momento.

arrivò dicembre e, di nuovo, la chiamata dello zio. “che senso ha scappare per poi essere acciuffate e poi scappare di nuovo? prima o poi ci prenderanno perché questo è il nostro destino. scappare è inutile. io resto”, disse la sorella che, il giorno successivo, alle 4 del mattino, fu circoncisa.
nice invece non si arrese. e fuggì da sola. si rifugiò dal nonno. “ho visto amiche sanguinare e morire. io non sono pronta e non lo sarò mai. io voglio continuare ad andare a scuola, io non voglio sposarmi ora, io voglio rispettare le tradizioni, ma questa no”, gli disse. lui capì, la risparmiò e la fece tornare a studiare.

il tarlo della ribellione si era insinuato in lei. il senso di colpa per non essere riuscita a salvare la sorella la tormentava. provava su di sé la responsabilità verso ragazzine come lei, che non sarebbero riuscite a sfuggire al loro destino di sofferenza. lo stigma e l’isolamento da parte della sua comunità, che la additava come reietta per essersi opposta a una tradizione radicata e indiscussa, non la piegarono.

un giorno amref bussò al consiglio degli anziani del suo villaggio. cercavano un ragazzo e una ragazza, che sapessero leggere e  scrivere e fossero andati a scuola, per un peer educators training, un corso per formare educatori di comunità che istruissero a loro volta i coetanei sulla salute sessuale e riproduttiva. nice era l’unica ad avere i requisiti richiesti e gli anziani, in mancanza di alternative, indicarono lei.

forte di una nuova consapevolezza, rientrata a casa, nice si convinse che, nonostante alle donne, men che meno a quelle non circoncise, non fosse permesso, doveva riuscire a parlare con gli anziani del villaggio e trovare con loro un’alternativa alla mutilazione genitale, pur nel rispetto delle tradizioni.
passò un anno e mezzo a chiedere udienza e ad essere respinta. si batté, con la caparbietà dei bambini, o dei guerrieri. alla fine ottenne quello che voleva. gli anziani le diedero il permesso di essere ascoltata dai moran, i giovani preposti alla protezione della comunità e alla cura degli animali. fece una lunga opera di convincimento, coinvolgendo anche le donne del villaggio. gli anziani alla fine capirono che poteva esserci un’altra via a quella dolorosa e crudele della mutilazione.

oggi le bambine di quel villaggio diventano donne nel corso di una celebrazione di tre giorni. nei primi due fanno un corso di educazione sessuale, in cui imparano cosa sono la sessualità, la prevenzione, la pianificazione familiare. perché solo con la conoscenza si può diventare grandi. il terzo giorno si fa festa, con canti e balli fino a notte. e alle 4, l’ora in cui tradizionalmente veniva praticata la circoncisione, gli anziani del villaggio benedicono i libri, i quaderni e le penne, e chiedono alle ragazze di essere forti, coraggiose e di studiare, perché è così che diventeranno donne.

negli ultimi due anni, grazie a nice e ad amref, sono state salvate più di 2.600 ragazzine.

la scorsa settimana, giovedì, elastigirl ha intervistato nice durante un incontro in una libreria con il soffitto a volta.

lei aveva portato delle collane blu. “nel mio villaggio i padri, una settimana prima della circoncisione, mettono al collo delle figlie questa collana. serve per dare loro forza e coraggio”, ha spiegato. anche oggi, che l’infibulazione non c’è più, le figlie ricevono dai padri la stessa collana perché di forza e di coraggio per diventare donne, ne hanno bisogno lo stesso.
alla fine dell’incontro nice ha offerto a ognuno dei partecipanti una di quelle collane, infilandogliela al collo con una grazia delicata e sensuale. poi ha sorriso. “non preoccupatevi. non sarete circoncisi tra una settimana”, ha detto ridendo, finalmente disarmata, con lo sguardo furbo dei bambini.

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mi è rientrato marìotereso

in macchina. elastigirl e lo hobbit di mezzo.

“ah, mamma! sai che mi è rientrato marìotereso?”

“marìotereso??? proprio lui? il tuo amico immaginario che ha vissuto tanto tempo dentro il muro della cucina? ma che piacere!”

“sì, anche a me ha fatto piacere”

“come è successo, dopo tanto tempo?”

“eh, ero a scuola, all’intervallo, stavo pensando ai fatti miei ed è arrivato”

“bene. e come sta?”

“splendidamente. sai, lui con l’età si è fermato da vari anni. quindi è sempre uguale”

“ah, ma dai. comodo. e a che età si è fermato?”

“ai 40. ora lui ha 40 anni da sei anni e sette mesi”

“beato lui”

“già. e poi viaggia molto… adesso è appena rientrato da un lungo giro in francia”

“bella vita, quella di marìotereso…”

“ah. ti saluta. mi ha detto: salutami molto tua madre, quella gran bella donna!’”

“perché ho sempre l’impressione che tu mi stia prendendo in giro?”

“non saprei proprio, mamma”.

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un regalo, dentro un ricordo

l’elasti-casella di posta elettronica è un posto dove, quasi sempre, succedono cose belle. a volte succedono addirittura cose bellissime.

da: a.b.
a: elasti
….
il tuo papà è stato il mio Preside, un po’ di anni fa. gran professore, bella persona. e il giorno in cui ho avuto un problema (niente di che: mostruoso ritardo nel pagare la seconda rata delle tasse di iscrizione, segreteria che decide di disiscrivermi…) mi ha accolto nel suo ufficio con “giovane B, che cos’ha combinato?”. poi ha riso della mia linea di difesa (“Professore, le more servono proprio a questo, no? a gestire quelli sparpagliati come me”), ha fatto un paio di telefonate mentre io nervosissima scattavo in piedi e passavo in rassegna i titoli nella sua libreria (“trovato qualcosa che le piace?”, mi risiedo con un sommesso “mi scusi Professore”, “non si scusi, è curiosità, va bene così’”). mi ha risolto il problema e congedato con un “però si faccia un nodo al fazzoletto, giovane sparpagliata”: aveva messo su una Faccia Seria Da Preside, ma gli occhi ridevano.
della mia vita in facoltà, uno dei ricordi più affettuosi è lui che quel giorno mi dice “su, su, torni al lavoro”.

io ho questo ricordo del mio Preside, che è il tuo papà, e ho pensato che – per quel poco che vale – fosse tuo, e te lo dovevo restituire.  una buona giornata.

i ricordi sono di chi li ha vissuti. condividerli è un atto di generosità e non un dovere. dentro questo ricordo c’è proprio lui. ritrovarlo lì, nella casella di posta elettronica, inatteso e luminoso, è stato un regalo proprio grande.

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una seduta di autoipnosi

“ecco l’elenco, in ordine alfabetico. dovrebbero esserci tutti”

“non posso crederci. come hai fatto a ricordarteli tutti?”

“ho fatto una seduta di autoipnosi”

“ma tu guarda… c’è anche… no!!!! e questo chi è? mica me lo ricordo… guarda che cristina si chiamava morelli, non morilli”

“forse morotti?”

“ma nooo! nardulli!”

“io mi ricordo solo che aveva i brufoli”

“stai scherzando, vero? era bellissima, con un sacco di lentiggini”

“erano brufoli… sai che questi due si sono sposati?”

“sì, l’avevo sentita questa cosa assurda. invece ho cercato simona su facebook ed è diventata fichissima”

“impossibile. probabilmente non è lei”

“non saprei… hai notizie invece di pierre?”

“nessuna. inghiottito nel nulla. sarà forse in un paradiso fiscale”

“lo vedrei bene alle cayman. senti, bernasca…”

“dimmi, elasti”

“ma tu sei proprio sicuro che ci vogliamo imbarcare in questa cosa?”

“certo! sono i 25 anni dalla maturità”

“ecco, appunto…”

“però non bisogna dirlo. altrimenti la gente si deprime e non viene”

“non è che ci deprimiamo prima noi?”

“vuoi che passiamo in modalità selettiva?”

“non so. il rischio è di restare in tre, poi”.

ogni tanto, il bernasca, colui grazie al quale elastigirl non è rimasta intrappolata dentro una versione di plutarco ma è riuscita a uscire tutta intera dal liceo classico, si fa promotore di queste garibaldine iniziative. la cena di classe. e chiama elastigirl che ha bisogno dell’autoipnosi per ricordarsi i nomi dei suoi figli, figurarsi se è in grado di ricostruire i nomi dei compagni di scuola. tuttavia bernasca continua ad avere un grande ascendente su di lei. sarà forse per la gratitudine averle fatto copiare tutte quelle versioni di greco, o forse per quel carisma da uomo di scienza. fatto sta che lei, a lui, non sa dire di no. e si sta imbarcando in un’impresa kamikaze dall’esito terribilmente incerto.

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assenze e presenze

ha cominciato a cucinare sabato mattina. ma già lunedì, durante una notte insonne, mandava messaggi alle 4 del mattino a suo fratello per condividere il dramma delle sedie e dei cucchiani mancanti. giovedì aveva fatto una spesa pantagruelica, come mai in vita sua. e venerdì mattina, in ufficio, pensava a tutto quello che aveva dimenticato, tra cui i pomodori, la tahina e la marmellata di lamponi.
il fatto è che, a questa cena, aveva cominciato a rifletterci più di un anno e mezzo fa, quando il nonno A se ne era andato troppo presto e troppo in fretta, senza che nessuno avesse avuto il tempo di prepararsi, sempre che, a certe partenze, sia possibile prepararsi. elastigirl, in quei giorni orribili e anche dopo, aveva scoperto, o forse riscoperto, il mondo del suo papà. un mondo di amici, colleghi, di presenze, di sollecitudine e partecipazione, un patrimonio prezioso di persone che erano lì prima e sarebbero state lì dopo, un’eredità di affetti, una traccia morbida e avvolgente.
in quel maggio triste si era detta che non voleva perderla, questa eredità, perché la memoria si alimenta meglio se si è in tanti a coltivarla, perché in quelle persone avrebbe rivisto il suo papà, perché averle accanto, ogni tanto, le avrebbe ricordato che non è sola.
poi, come succede spesso, la vita scorre strattonandoti, i buoni propositi scivolano in fondo a un cassetto, le urgenze della quotidianità ti distraggono dalle cose importanti. e il tempo è passato.
dieci giorni fa, nell’elasti-casa nuova che in realtà ha più di un anno ma è ancora casa nuova, è arrivato un tavolo grande, allungabile, di quei tavoli che fan venir voglia di radunare intorno un reggimento e nutrirlo.
elastigirl ha pensato che non aveva più scuse per rinviare, che di fare questa cosa aveva proprio voglia, che era arrivato il momento giusto. un momento in cui le lacrime hanno lasciato il posto a una consapevolezza struggente ma serena, un momento in cui celebrare una presenza prepotente, seppur impalpabile, e non più un’assenza lacerante.
così ha invitato gli amici di nonno A a cena. lo ha fatto con leggerezza e allegria.
dopo si è ricordata che aveva il tavolo ma non le sedie, i piatti piani ma non quelli piccoli, tante forchette ma non abbastanza cucchiaini, non più di sei bicchieri uguali. si è ricordata anche che cucinare per tante persone è un’attività a cui non è abituata e che la agita terribilmente. si è ricordata che gli hobbit talvolta possono comportarsi come gremlins. si è ricordata che, se organizzi una cena per gli amici del tuo papà che non c’è più, per dire loro grazie di esserci stati e di esserci, l’improvvisazione e la sciatteria non possono essere la tua cifra stilistica.
e le è montata un’indicibile ansia.

ora che tutto è fatto. che sabato sera è passato. che derrate di cibo sono transitate dall’elasti-frigorifero all’elasti-cucina per approdare sull’elasti-tavolo nuovo. che i piatti sono stati sufficienti, seppur scompagnati, così come i bicchieri e le sedie. che gli hobbit sono stati promozionali e simpatici ai limiti dell’irriconoscibilità. che tutti sono accorsi festosi, entusiasti e allegri, con il desiderio e il piacere di stare insieme, che nonno A era lì in mezzo, divertito da quel caos conviviale e quell’accoglienza smandrappata e sghemba.
insomma ora che la serata è archiviabile in “cose belle da ricordare e da ripetere”, elastigirl è proprio felice di come ogni tanto succede che un’assenza possa riempirsi improvvisamente, fino a traboccare, di cose così belle che nemmeno avresti immaginato.

ps di servizio. lunedì 3 febbraio, alle 12, elastigirl sarà in diretta su radio capital, a capital in the world.

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chat

“ciao tesora. nel weekend sono qui con il bimbo. riesco a vedervi?”
“certo! venite a pranzo domenica se hai voglia”
“che bello! molto volentieri. cosa posso portare?”
“quel che vuoi”
“ok. pensa che mi hanno invitata a una cena e mi hanno ‘ordinato’ di portare polenta e spezzatino. ti sembra normale?”
“non normalissimo, effettivamente. già che c’erano potevano chiederti di portare anche vino, dolce e coperti, oltre alla frutta”
“fra l’altro a preparare spezzatino e polenta per otto persone ci vuole un sacco di tempo e pure un bell’investimento (ché mia nonna direbbe che ci va il barolo ma io ci metto un bel montepulciano d’abruzzo). mah… mi devono presentare un tipo single, speriamo che ne valga la pena!”
“magari il tipo single ama polenta e spezzatino più di se stesso… ti vede arrivare con il manufatto dei suoi sogni e si innamora perdutamente di te”
“anche perché come caspita faccio a portare un pentolone delle dimensioni di polenta e spezzatino al barolo dall’altro capo della città? considerando che io mi muovo in motorino. mi sa che devo mettere in conto anche il taxi. oltre al parrucchiere se voglio far colpo sul tipo single”
“tanto sei fichissima anche con il mollettone della sciura pina in testa”
“da te porterò un salame e una bottiglia di vino, ché con l’austerity di tuo marito rischio di bere solo acqua o birra autoprodotta!”
“potrebbe anche capitarti di bere acqua clorata della piscina o acqua e bisolfiti per sanificare il kit del birraio perfetto…”
“ma mi vesto strafiga, carina da ufficio o scazzata?”
“a casa mia??? puoi venire anche in pigiama”
“no! a cena con lo spezzatino e il tipo single!”
“scazzata con un tocco da strafiga”
“jeans e camicia fichissima?”
“ti si vede un po’ il generoso decolleté?”
“non che sia così generoso… forse però, quel che c’è da vedere, non si vede abbastanza. cambio?”
“allora, il senso è che ti devi sentire a tuo agio sciallata ma anche con qualche freccia al tuo arco. secondo me vestita da ufficio è un po’ triste ma anche elegante strafiga rischia di essere troppo. punterei sullo sciallato sexy, della serie sembra che mi sono messa i primi stracci che ho trovato nell’armadio in realtà sono un’opera d’arte costruita in mesi di sapiente lavoro”
“certo, macchiare la camicia fichissima con il maledetto spezzatino sarebbe triste…”
“la variabile spezzatino effettivamente è fastidiosa, non ci avevo pensato. ma vuoi mettere la sensualità di una donna che si presenta a cena con la camicia madida di spezzatino e polenta?”.

poche cose danno un senso all’esistenza come una chat con un’amica single là fuori nel mondo, mentre tu sei in un sottoscala, al freddo e al gelo, aspettando che tuo figlio di mezzo, bardato come un crociato, finisca la lezione di scherma.

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a volte ritornano, accompagnate

eliza ha capelli neri e dritti come spaghetti, uno sguardo stupito, benevolo e divertito sul mondo, occhi grandi che ridono, la lievità e la discrezione dei gatti che si muovono per casa e tu ti dimentichi che ci sono. è allegra, responsabile, buffa. viene da una città minuscola e fricchettonissima, in massachusetts, dove una volta al mese, in corrispondenza della luna piena, gli abitanti si ritrovano nella sala del comune e mangiano, ballano, si raccontano e stanno insieme. la sua mamma, da ragazza, viveva in un teepee, che sono le tende degli indiani d’america, il suo papà in una yurta, che è una tenda mongola. quando decisero di mettere su famiglia, smontarono il teepee e la yurta e, in quello stesso posto nel fitto del bosco, costruirono una casa di legno, che sembra la casa delle fate.

eliza è stata con elastigirl e gli hobbit quattro mesi l’anno scorso, quando misterincredible lavorava oltreoceano. ha fatto la ragazza alla pari. ed elastigirl se ne è innamorata, ancora non sa se per le sue oggettive qualità o per la disabitudine alla grandiosa esperienza di vivere con una donna sotto le stesso tetto.

quest’anno eliza tornerà perché, forse, a meno che non sia una masochista kamikaze, anche lei era stata bene. tornerà da gennaio a maggio.

ha un’amica che sarebbe interessata a fare la stessa esperienza, nello stesso periodo, più o meno. e cerca famiglia, necessariamente a milano, ancor meglio se in zona nord. eliza la descrive così:

She is very adaptable and would be interested in talking to any family if it looks like they may have a space (including a family we may know who frequently take au pairs, if they will be needing one). She is small, blonde, and bubbly; very unobtrusive and respectful, and excellent at playing and creative activities and living in foreign countries (she lived in Spain for a semester and speaks spanish), and has experience mostly with children aged 2-10.

no, questo posto non si è trasformato in un’agenzia di collocamento per ragazze alla pari. sì, si tratta di interessi privati in atti d’ufficio. ma quella con eliza, per l’elasti-famiglia, è stata una esperienza bellissima e le esperienze bellissime si condividono.

se qualcuno fosse seriamente interessato, può scrivere all’elasti-indirizzo qui accanto.

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meditazioni di genere. o forse no

lei è: intelligente, acuta, vigile, attenta, maturissima, brillante, osservatrice, arguta, perspicace, premurosa, socievole, tecnologica, vivace.

ma è anche: chiacchierona, implacabile, ossessiva, puntigliosa, paurosa, a tratti lagnosa, shopaholic, vagamente petulante.

lei è la figlia di nina, l’amica d’infanzia di elastigirl, una specie di sorella che abitava al terzo piano e che purtroppo ora vive in un’altra città. questo fine settimana elastigirl ha preso un pullman, ha avuto parecchio mal d’auto, ed è andata in montagna, a trovare nina, suo marito e la loro bambina bionda, con cui elastigirl ha fatto coppia fissa. grazie a lei, ha avuto conferma che, in una famiglia a prevalenza femminile, i discorsi, l’atmosfera, l’interazione, gli argomenti, i giochi e molto altro sono altri, diversi e talvolta lontanissimi rispetto a quelli delle famiglie in cui il testosterone regna sovrano. ha avuto inoltre conferma che si perde una gran fetta di mondo, ma anche che ci sono lati oscuri di cui è abbastanza contenta di fare a meno (“conosci violetta? guarda come è bella violetta. sai che ha un indirizzo a cui le si può scrivere? vuoi sentire la canzone di violetta? ti piace la mia felpa con la foto di violetta?”).

la domanda che elastigirl si pone stamane è: quante e quali delle caratteristiche della bambina bionda sono comuni al genere e quante e quali proprie dell’adorabile soggetto?

 

ps di aggiornamento familiare: mister i e gli hobbit sono arrivati stamane nel salento dopo una viaggio intercontinentale in cui il medio ha vomitato dieci, ripeto dieci volte. mister incredible, in modalità ‘fenomeno onnipotente e indistruttibile’ ha dichiarato: ‘tutto bene, tranquilla elasti’. segue messaggio mandato a elastigirl dalla zia matta, in macchina con loro dall’aeroporto di brindisi alla wisteria del salento: piccolo svenuto, medio vomita, grande con guanti da chirurgo, mio fratello ha occhi da pazzo. mister brown alla guida fa da tappo del salento, abbiamo 5 macchine dietro.

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