una storia da piangere

il dialogo e gli eventi che seguono sono reali. tuttavia la storia in esso raccontata non è stata verificata. potrebbe essere imprecisa, approssimativa o campata per aria. ma è una bella storia e, soprattutto, non è questo il punto.

“conoscete la storia di plutone?”
“plutone, il pianeta?”
“be’, insomma, pianeta… comunque sì, quel plutone nello spazio!”
“no, non sappiamo la sua storia”
“allora ve la racconto”
“volentieri!”
“un giovane astronomo, di nome clyde, tenace e appassionato, proveniente da una famiglia di agricoltori dell’illinois, entrato nell’osservatorio di flagstaff in arizona, si incaponì nell’osservazione certosina degli oggetti celesti. passava il suo tempo a fotografare il cielo e a guardare i fotogrammi fino a quando, a 26 anni, nel 1930, scoprì il nono pianeta del sistema solare: plutone”
“accidenti!”
“che bravo!”
“già. naturalmente all’inizio il nuovo pianeta non aveva nome. fu così indetto un concorso tra le scuole degli stati uniti per scegliere come si dovesse chiamare. una bambina propose pluto, plutone, che è una divinità greca ma anche il cane di topolino. l’idea ebbe un successo enorme e il pianeta si chiamò così”
“che bella storia…”
“non è finita!”
“ah!”
“negli anni 90 tuttavia alcuni scienziati stabilirono che plutone non aveva veramente le caratteristiche di un pianeta e quindi fu retrocesso”
“ah però!”
“la cosa terribile fu che clyde, quando plutone venne retrocesso, era ancora vivo! aveva 89 anni!”
“povero! chissà che delusione”
“già. una cosa tristissima. da spezzare il cuore”
“be’, dai, insomma”
“ma no! ti rendi conto? è terribile fare una scoperta grandiosa e poi essere informati, a distanza di oltre 60 anni, che ti eri sbagliato!”

e mentre diceva così e rifletteva su quanto fosse triste il destino di clyde, lui piangeva. già. piangeva con le lacrime. e con lui piangeva la moglie, seduta accanto. e, a un certo punto, è stato necessario andare a prendere dei fazzoletti per asciugare tutte quelle lacrime, per clyde.
ed elastigirl e mister i, a tavola con loro, li guardavano piangere. increduli.
perché a volte gli americani ti stupiscono. perché hanno un’arroganza strisciante, la convinzione di essere padroni del mondo, un’ansia di riuscire, l’imperativo morale di primeggiare, l’impudenza di raccontarti quanto sono belli, bravi e vincenti. e poi, insieme a tutto questo, hanno un’ingenuità disarmante, una naïveté imbarazzante, una facilità nel commuoversi, abbandonarsi, stupirsi, intenerirsi che proprio non c’entrano niente con il resto. eppure arricchiscono e complicano il quadro. rendondolo ipnotico.

la mia famiglia e un pellicano

elastigirl aveva appena metabolizzato l’idea che, nella città di A, una gallina di nome kushla potesse diventare la regina della casa, amata come un cucciolo di cane e viziata come un bambino. certo, l’acquisto di vermi essiccati a uso, consumo e piacere di kushla la lasciava ancora parecchio perplessa, ma, nonostante tutto, il mondo le sembrava ancora abbastanza in ordine.
poi è andata a cena, con mister i e gli hobbit, nel portico di brenda, la vicina di casa che vive in una comune multietnica all’insegna della diversity, in cui gli inquilini sono equamente e rigorosamente ripartiti tra genere, orientamento sessuale e religioso, provenienza etnica e geografica.
ha portato, allo scopo di non turbare gli stereotipi sul cibo italiano, una grande pizza fatta in casa, oltre a tre hobbit vocianti e un mister i munito di birre, e ha trovato, in cambio, lata.
lata è indiana, insegna hindi all’università di A ma vorrebbe tornare a casa sua, possibilmente con un marito che la aspetti. e, tra un pezzo di pizza, del salmone al vapore, gran quantità di maionese e qualche foglia di insalata, lata ha cominciato a raccontare, come se fosse tutto terribilmente scontato e banale, della sua infanzia indiana con una mamma casalinga, un papà poliziotto, un fratello maggiore, una sorella minore e “alcuni animali domestici nel giardino”.
“alcuni animali domestici? tipo?”
“ma no, niente di che…”
“gatti? cani?”
“mmmhhh, sì, avevamo un paio di gatti e anche un cane. ma non mi sono mai stati molto simpatici”
“e oltre al cane e ai gatti avevate qualche altro animale domestico?”
“be’, certo. un coniglio… tre mucche…”
“tre mucche???”
“sì. e anche un altro animale, simile alla mucca, ma più grande e selvaggio. ma ha un nome intraducibile. poi mio papà amava i serpenti e ne aveva uno”
“accidenti! cane, gatti, mucche selvagge e non selvagge, un coniglio, un serpente…”
“be’, avevamo anche delle scimmie ma erano terribilmente dispettose. io non le sopportavo”
“avevate uno zoo?”
“no, no. stavano a casa nostra. liberi. in giardino…”
“avevate un parco!”
“no, un giardino. c’erano anche un paio di cavalli e un cervo”
“un cervo???”
“sì. un cervo. ma soprattutto… il mio preferito!”
“e chi era il tuo preferito?”
“il pellicano!”
e mentre nominava il pellicano, lata si illuminava, come se avesse evocato un grande amore.
“e com’è un pellicano domestico?”
“meraviglioso! simpatico, divertente, affettuoso! mia madre però lo detestava perché quando lavorava a maglia il pellicano le rubava i gomitoli e li disfaceva, riempiendo il giardino di fili della sua lana…”
“…”
“mia madre non sopportava il pellicano e il pellicano, che era intelligente, non sopportava mia madre”
“e quindi cosa faceva?”
“e quindi un giorno ha preso mia sorella, che era piccola piccola, nel suo grande becco. e se ne andava in giro con mia sorella dentro il becco, guardando mia mamma con aria di sfida”
“e tua sorella?”
“mia sorella non capiva, ma si divertiva molto”
“e tua madre?”
“mia madre gridava ‘ridammi subito mia figlia!'”
“lata, ma dove stavi tu in india è normale avere uno zoo nel giardino?”
“no, non proprio. infatti casa nostra era sempre un via vai di visitatori che volevano vedere i nostri animali domestici”
“domestici…”
“mamma, possiamo prendere un pellicano così magari si porta via sneddulone dentro al suo becco?”.
e allora elastigirl si è convinta che, in fin dei conti, i vermi essiccati di kushla sono mal di poco e che tutto, ma proprio tutto, ha, da qualche parte nel mondo, la sua versione iperbolica.

piacere, kushla

“vedrai, è bellissima. e poi è intelligente. e sveglia. e furbissima. capisce tutto. già. adorabile. chi l’avrebbe detto che sarebbe diventata immediatamente parte della famiglia?”
“ecco, appunto, chi lo avrebbe mai detto che avreste perso la testa per…”
“la vuoi conoscere?”
“ehm, con piacere, certo. ma non sta qui, a casa tua, brenda?”
“no, al momento vive a casa della mia amica neozelandese, a nord della città di A. deve riprendersi dallo shock”
“quale shock?”
“ha subito un trauma, poverina… ma si sta riprendendo alla grandissima. chiama gli hobbit che vi porto a conoscerla!”
così, capitanati da un’entusiasta brenda, la vicina di casa e amica nella città di A, in massachusetts, elastigirl e gli hobbit sono andati, in pompa magna e con una certa trepidazione, a conoscere l’irresistibile kushla, bella e intelligente, scampata per miracolo a due terribili incidenti da cui si sta riprendendo grazie alle amorevoli cure di brenda, della sua amica karen, eccentrica neozelandese, e del marito paul, italoamericano anch’egli segretamente e discretamente innamorato di kushla.

“salutate kushla, ragazzi!”
“c-i-a-o kushla… capisce l’inglese?”
“certo che sì! capisce tutto! volete farvela amica al primo sguardo?”
“sì, dai, che bello!”
“allora andate in cucina e prendete il barattolo con il tappo rosso sullo scaffale sopra il tavolo. non potete sbagliare. poi tornate qui!”

“è questo?”
“sì! bravissimi, cari!”
“se volete far felice kushla e diventare suoi amici per sempre, offritele un po’ delle prelibatezze che ci sono nel barattolo!”
“ma sono…”
“vermi…”
“secchi!”
“sì! esattamente! li ho comprati apposta per kushla! li adora. insieme ai semi di zucca che paul mette nei cereali a colazione”
“del resto, quando hai perso le tue sorelle emily, hellen, zoe e amanda, selvaggiamente trucidate da una volpe e da un falco, ti puoi concedere qualche vizio, no?”.

può capitare, nella città di A, un innamoramento collettivo per una gallina bianca, di nome kushla che non fa uova perché le galline domestiche, pare, non si disturbano a produrre alcunché, ma terribilmente intelligente, oltre che bellissima, ovvio.

un amico

“vedi lui?”
“chi? il biondino?”
“no, l’altlo. quello con gli occhiali”
“ah, sì. eccolo lì. ha una faccia simpatica. come si chiama?”
“boh”
“ma è nel tuo stesso gruppo al campo naturalistico?”
“sì. celto. hai capito quale è?”
“sì. il ricciolino con gli occhiali… quindi?”
“è mio amico”
“è fantastico! bene. hai un amico nel campo estivo americano! quindi giocate insieme?”
“no”
“allora cosa fate insieme?”
“niente”
“ah. e come mai dici che è tuo amico?”
“pelché mi palla”
“ah. ti parla… e tu gli rispondi?”
“no”
“ma capisci quello che dice?”
“a volte”
“be’, allora potresti anche rispondergli, le volte che capisci…”
“no, non è il caso”
“non è il caso di rispondergli quando ti parla?”
“no. siamo amici”
“appunto!”
“ma non COSÌ amici”
“capisco”
“hi guys!”
“che dici?”
“niente. pallo inglese con me stesso…”
“ah. ok”
“hi guys! hi! guys! guys! hi!”
“è arrivato l’autobus, hobbit piccolo detto sneddu. sbrighiamoci!”
“bye guys! look! bus! friends! no, thank you. yes, please. it’s me. yeah!”.

asocialità coatta

“e comunque, elasti, siamo tutti stanchi!”
“già. non sarà mica un caso che, da quando sono arrivata, non ho fatto altro che dormire”
“appunto. quindi non metterti strane idee in testa?”
“quali idee?”
“idee di socialità”
“in che senso?”
“nel senso che, in questo periodo americano nella città di A, in cui gli hobbit vanno tutti al campo estivo naturalistico, tu scribacchi le tue cose e io lavoro al dipartimento di economia più marxista del mondo, dobbiamo stare tranquilli, senza gente intorno”
“non vuoi vedere nessuno?”
“solo se siamo obbligati”
“non possiamo invitare a casa amici, conoscenze occasionali, balordi di passaggio?”
“no! ecco! niente socialità indefessa e indiscriminata. niente esplorazione compulsiva della fauna locale. ce ne stiamo tranquilli, per i fatti nostri e siamo contenti e felici tra noi”
“ok… ma non possiamo nemmeno invitare l’economista che guida gli aerei? l’antropologa amante dei giochi di società? il matematico del congo che insegna le acrobazie pazze agli hobbit? l’insegnante russo di yiddish che canta ‘fischia il vento infuria la bufera’ in italiano? il fisico brasiliano che fa i giochi di prestigio? l’economista ciclista? l’inglese che coltiva i fiori che non esistono? la cake designer che è scappata da new york? il massaggiatore che vive nel cimitero?”
“no! non voglio nessuno di questi matti!”
“ci annoieremo moltissimo…”
“non mi interessa. dobbiamo stare tranquilli. sia noi sia gli hobbit”
“ah. e hiroshi, il tuo fidanzato giapponese in infradito che ha l’appetito di un lupo mannaro?”
“hiroshi? be’, lui arriva tra qualche giorno…”
“anche lui fuori da casa nostra? lontano dalla nostra cucina? a cento passi almeno dal nostro spazio vitale?”
“cosa c’entra hiroshi, adesso? lui è famiglia…”
“ah”.

la cosa più difficile

“per me, la cosa più difficile, dopo, è andare al supermercato. e ritrovarmi alla cassa, con il carrello pieno di frutta, verdura, latte, uova, bistecche, cereali e bastoncini di pesce. e sentire i biiip biiip biiip delle cose che passano sul nastro e la cassiera annoiata che ti chiede “ce l’ha la tessera?”. ecco, a me, sentirmi chiedere la tessera del supermercato, a milano, l’indomani del caterraduno, a senigallia, è una cosa che mi disintegra, tutte le volte”.

già. lui ha ragione. non è facile ripiombare nella vita vera dopo essere stati una settimana intera al caterraduno, che poi è la festa, l’incontro, il raduno degli ascoltatori di caterpillar e caterpillar am, che sono due programmi su radio2, uno all’alba e uno il pomeriggio. ed elastigirl, così per inciso, lavora in quello dell’alba.

perché a senigallia succedono cose folli e bellissime e anche stupefacenti. e a senigallia sembra di vivere in un mondo dove si è tutti amici e tutte persone per bene, per giunta simpatiche e gentili e disponibili e di buon umore.

si incontrano un signore che fa penne intagliando il legno e le chiama rampenne perché sono un po’ ramo un po’ penna, una ragazza in sedia a rotelle che cerca un volontario che la porti ai concerti perché lei va pazza per la musica ma, se non puoi camminare, persino l’amore per la musica diventa complicatissimo, un bambino che decide di rompere il salvadanaio e dare quello che c’era dentro a libera, che combatte le mafie e che a senigallia ha raccolto più di 61.000 euro, non tutti presi dal salvadanaio di quel bambino. si incontrano un cane con un pass al collo con su scritto “artista”, una ragazza che ti regala uno smalto rosso e un’altra che ti consegna una cartolina con parole bellissime. si incontrano un cantante con i ricci e una con la voce così bella che, quando la ascolti, ti dimentichi chi sei, un attore calvo e irresistibile, un comico che vorresti portare a casa, un autore che ti dà consigli di vita, un collega che ti fa molto ridere, una signora sorniona che vorresti fosse tua amica, una famiglia a cui vorresti somigliare.

a senigallia si cammina sulla spiaggia ascoltando un audiolibro e qualcuno ti dice “ehi! ciao. noi due siamo amici anche se tu non lo sai”. a senigallia ci si abbraccia e bacia parecchio e di notte si balla e si dorme poco e ci si dimentica subito che, in fondo, tutto questo è lavoro. al caterraduno elastigirl ha pensato che anche gli hobbit si sarebbero divertiti moltissimo anche se lei è convinta che non bisogna mai mischiare gli hobbit con il lavoro anche quando non sembra tale.

tuttavia, nonostante questa settimana sia stata memorabile e abbia dato un senso a tante cose, anche faticose, successe quest’anno, elastigirl è stata felice di tornare e di sentire il biiip biiip delle casse al supermercato. perché, nonostante cose e persone folli e bellisime, il suo baricentro è altrove e, quando se ne allontana, dopo un po’ perde l’equilibrio e la trebisonda.

spalle larghe

per convenzione, ma non per anagrafe, si chiama jean, come jean-claude van damme, ma è molto, molto più giovane. leggendo il suo curriculum, parecchio tempo fa, “questo è uno fichissimo”, era stato il commento unanime. studia ma mentre studia fa molto altro e i suoi compagni di università lo chiamano “direttore”. è taciturno, sornione, efficientissimo, disponibile ai limiti dell’abnegazione, professionale, serio, vigile. parla poco ma ha l’aria di uno che riflette parecchio. ha un guizzo vivace, vorace e vagamente folle nello sguardo, che stride con la sua dedizione silenziosa e diligente. a volte viene voglia di entrargli nei pensieri, perché, da fuori, sembrano lucidi e pungenti ma da dentro chissà come e quali sono veramente.

della sua vita privata si conosce pochissimo perché, su di sé, è terribilmente discreto, ai limiti dell’omertà. viene dalla sicilia e ha un papà che sta su twitter da poco, magari per seguire il figlio. se una fidanzata esiste, ha l’evanescente incorporeità della moglie del tenente colombo. nient’altro è dato sapere.

si è svegliato per alcuni mesi all’alba, è stato istruito, accompagnato, consigliato, sfruttato e talvolta maltrattato. è stato punching ball, carta assorbente, oggetto di frizzi, lazzi, un po’ figlio, fratello minore, collega, capro espiatorio. a un certo punto è entrato in famiglia e anche nel gruppo lavorativo di whatsapp, che sono un po’ la stessa cosa. sembra avere un’integrità coriacea, un rigore luminoso e un’ironia sottile che lo ripara dalla pioggia.

fa lo stagista alla radio. è a senigallia, per il caterraduno, insieme a elastigirl e ai suoi colleghi. come loro lavora, più di loro corre su e giù e deve ricordarsi un sacco di cose. come loro è in servizio quasi sempre ma si sveglia prima la mattina e va a dormire più tardi la sera. diversamente da loro, non è pagato perché questo è l’ingiusto destino degli stagisti.

si chiama jean, come jean-claude van damme, ma è molto, molto più giovane. e ha spalle persino più larghe.

un posto migliore

il ricordo più vivido e presente è la sua risata. rideva con gli occhi, divertito e contagioso. aveva un’intelligenza sottile ma vorace e onnivora, passioni grandi e diverse, la leggerezza della profondità, lo spessore denso e ipnotico di un vero intellettuale, una dolcezza timida e ritrosa, capace di sedurre e di mettere in soggezione.
era inquieto, enigmatico, a volte sfuggente. aveva l’autorevolezza e il carisma delle persone speciali, ma, forse inconsapevole o forse schivo, le teneva quasi nascoste, riluttante a ogni esibizione. aveva mille talenti e dava sempre l’impressione di non sprecarne nessuno.
era curioso e sapeva ascoltare con un interesse avvolgente e tiepido, che faceva sentire a casa. pareva disarmato e invece era abitato una forza buona e travolgente che sembrava, o speravamo, invincibile.
affrontava la vita con il coraggio noncurante dei grandi. era un vero signore, integro e per bene. e, quella risata che non riesco a togliermi dagli occhi e dalle orecchie, era un privilegio prezioso, come un regalo.
si chiama antonello, uno dei più cari amici di mister i.
se ne è andato ieri sera.
con lui dentro, il mondo era un posto migliore.

fuori dal mondo

erano state due settimane complicate. due settimane con l’elasti-blog al buio, senza mister i che era in un bislacca e ventosa località dell’indiana per un convegno. c’era stata anche una improbabile, inattesa e parecchio incerta proposta lavorativa a scuoterle i pensieri, l’immaginazione e lo stomaco. erano state due settimane senza sonno e con il mal di pancia in cui lei cercava di concentrarsi tantissimo sulle cose belle, che sono tante e indubbie, ma ciononostante continuava a non dormire.

poi, nella notte tra mercoledì e giovedì, è tornato mister i a rimettere un po’ di ordine nel caos faticoso della quotidianità. e la mattina di giovedì è tornato il blog, ormai considerato in cocci, e con lui un gran sollievo insieme a un gran sonno. ed era il momento giusto per una fuga di tre giorni ché l’elasti-famiglia, durante l’anno, a ben pensarci, non fugge mai se non a bari, dai nonni, a natale.

sono partiti in treno, con l’avvocato preferito, che é un elasti-amico caro e di antica data, e i suoi due bambini, tra cui c’è anche una femmina che è sempre un valore aggiunto. e sono andati a napoli, dove hanno affittato un pulmino con nove posti, praticamente un paradiso, o un inferno, familiare. e hanno raggiunto un posto vicino a sorrento, dove l’avvocato preferito ha una casa di famiglia, circondata da limoni ed elastigirl mica lo conosceva, il potere rilassante della vista dei limoni.

e lei ha dormito, come non succedeva da mesi, e non ha guardato il telefonino quasi mai. ha preso un po’ di sole, ha osservato hobbit temerari tuffarsi in mare urlando, ha mangiato una quantità di vongole che alla fine temeva di svenire e non risvegliarsi più. ed è stata felice. felice e serena come non si ricordava di riuscire ad esserlo. ed è stato come un sogno, una panacea, una medicina magica.

ps e alla stazione di napoli, oggi, mister i e gli hobbit, in un bar, hanno incontrato zerocalcare,che è un mito familiare, e hanno avuto l’ardire di chiedere un autografo. e lui ha fatto un disegno, bellissimo.

in 16 anni

sabato scorso.
“ehi amica A, tu non ti rendi conto del disastro”
“quale disastro?”
“sono senza blog. da una settimana. pare che si sia rotto il disco fisso sul server in francia. e mica lo so esattamente cosa significa ma sono al buio. un incubo. ti rendi conto?”
“va be’, approfittane. prenditi una vacanza”
“tu non capisci! io sono in un tunnel ossessivo-depressivo. potrebbero esserci dei danni irreversibili…”
“i danni irreversibili sono altri, elasti”
“forse non hai capito: si tratta di nove, dico nove anni, della mia vita che in questo momento sono in un buco nero da cui potrebbero non riemergere più. solo a dirlo mi sento male. anzi, aspetta che mi siedo”
“elasti, smettila”
“vorrei smetterla, ma sono giorni che non penso ad altro e se mi concentro un po’, scoppio in singhiozzi”
“tranquillizzati!”
“sono nove anni di vita!”
“sarebbero nove anni di vita se avessi l’alzheimer e dimenticassi tutto quel che è stato. allora sì che avresti il diritto di disperarti. così no. inspira, espira e pensa a quanto sei fortunata”
“questa è pura sindrome di pollyanna, lo sai, vero?”
“non mi interessa cos’è. mi basta che tu esca da questo tunnel che ti sta inghiottendo”
“okay. ci provo”.
così, elastigirl ha cominciato a pensare all’alzheimer e alle vere perdite della vita. e poi ha chiamato l’amico G che le ha detto che, in un modo o nell’altro, tutto è recuperabile, anche se forse non ne era sicurissimo.
così lei, sull’orlo del precipizio da una settimana, ha deciso che aveva due opzioni: saltarci dentro, in quel precipizio, o fare dieci passi indietro. ha scelto la seconda e ha ricominciato a dormire e a mangiare, almeno un po’.
ha smesso di inviare ossessivi sms al cugino S che si occupa dei problemi tecnologici del blog e non solo e ha deciso di avere fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità.
oggi, con forzata noncuranza, ha inviato un messaggio al cugino.
“ci sono aggiornamenti?”
e ha ricevuto questo.
“è un inenarrabile casino. pare sia rotto anche il secondo hard disk, quello del backup. un disastro del genere non l’ho mai visto in 16 anni”.
allora, elastigirl ha ripreso il telefono e, con dita incerte e la voce strozzata, ha richiamato la pragmatica amica A.
“ehm, scusa…”
“dimmi, elasti”
“avrei bisogno che mi raccontassi di nuovo la storia dei nove anni persi, dell’alzheimer e della fortuna pazzesca che ho…”.