ultime cene

ieri sera, a cena, in dodici, a casa di amici, in un patio salentino con un piatto di ostuni che si chiama acqua sala e potrebbe diventare la nuova ossessione di mister i.
improvvisamente, senza bussare o suonare il campanello, entra una bambina con i capelli lunghissimi e l’aria selvatica e volitiva dei supereroi in incognito.
“ah, è ellis. ciao ellis”, dice la padrona di casa.
ellis bofonchia un saluto ruvido e sbrigativo. dietro di lei, come una coda inquieta, spunta una minuscola creatura stropicciata.
“e lui chi è?”
“mio nipote”, risponde ellis, serissima.
“non sei un po’ troppo giovane per avere un nipote?”
“non è questione di essere giovani o vecchi. sono sua zia e basta”
“buonasera nipote di ellis”
“vive in germania e ha bisogno del bagno”, spiega lei.
lui, minuscolo e guardingo, si infila in un anfratto del patio.
“ehi! fermati! quello è lo sgabuzzino. non puoi fare la pipì lì!”
“la pipì l’ha già fatta”, dice ellis, spiccia e accigliata.
“nel cespuglio”, spiega il nipote tedesco in un perfetto italiano con una lieve inflessione leccese.
“deve lavarsi le mani”, aggiunge ellis.
“solo le mani”, chiosa il tedesco.
“cosa avete mangiato?” domanda la zia, con tono casuale e ciarliero, mentre accarezza il cane e aspetta il nipote.
poi vanno via, senza inutili convenevoli.
“sono un po’ depressa”, annuncia caterina che ha 19 anni ed è bellissima.
“perché?” domanda la sua nonna che di questo patio e di questa casa è la padrona.
“sneddu mi ha friendzonata”
“eh?”
lo hobbit piccolo, detto sneddu, all’età di tre anni, era perdutamente innamorato di caterina.
“io amo lei”, dichiarava con aria sognante.
adesso la osserva in tralice, con il suo sguardo torvo e diffidente.
l’incanto di tre anni fa si è rotto. a sneddu si è indurito il cuore.
“ciao friendzonata!” dice mila, 20 anni, sorella di caterina.
“ma che vuol dire?” domanda super w, la nonna degli hobbit.
“vuol dire mettere nella friend zone. succede quando dici a una tipa che la vuoi solo come amica”, spiega lo hobbit grande.
allora il medio, per risollevare gli animi, fa un indovinello su un autista di un autobus che porta i passeggeri in gelateria, al teatro, sulla collina e a casa di un politico morto.
poi l’acqua sala finisce, caterina va a vestirsi e a truccarsi ed esce con i suoi amici per consolarsi un po’, gli hobbit provano uno skateboard che si chiama waveboard, senza alcun successo e in tavola compare tantissima anguria.
il cielo è pieno di stelle e mercoledì elastigirl tornerà a milano, lasciando i maschi ancora un po’ qui a godersi meraviglie e follie di fine estate.

newport, rhode island, e aragosta

“il rhode island è il più piccolo stato dell’unione. lo sapevate?”
“l’unione di cosa?”
“degli stati uniti d’america”
“ah”
“che sgnacchere sono le tipe del rhode island, mica come in massachusetts. dove siamo noi, le ragazze vanno in giro come delle disperate e non si depilano mai. qui sembrano tutte modelle… perché per anni siamo andati nel posto sbagliato? è stato un errore o una scelta?”
“non fare la bestia per cortesia, hobbit grande. questa è una località di mare, turistica, piena di gente in vacanza…”
“la città di A è un luogo di fricchettoni marxisti che fanno yoga, predicano il pedal power, che poi sarebbe il potere della bicicletta, e discettano di mirtilli biologici e di fluidità dell’identità di genere. qui invece per anni c’è stata l’america’s cup che è la competizione più importante al mondo di barche a vela. rendo l’idea?”
“nooooo! guarda quelle barche! fichissime!!! io da grande me ne compro una uguale”
“si chiamano yacht. se te ne compri uno, mi inviti, sneddu?”
“no”
“in questo mare ci sono gli squali? e le balene? si può nuotare? abbiamo il costume? posso fare il bagno vestito? eh, mamma? eh?”
“se l’anno prossimo venissimo qui a fare un bel campo estivo naturalistico?”

questo fine settimana, contravvenendo alle abitudini stanziali, l’elasti-famiglia è andata in gita fuori porta a newport, nel rhode island, che è uno stato minuscolo a sud del massachusetts e a est del connecticut.
hanno visto un ponte mozzafiato, le ville sontuose dei ricchissimi americani dei primi del 900, varie limousine chilometriche, le spiagge sull’oceano dove lo hobbit di mezzo ha fatto il bagno vestito, sneddu ha catturato granchi e il grande se ne è stato appollaiato su una roccia a pensare alla fauna femminile locale.
a cena sono andati in connecticut, con amici, in un baracchino sulla spiaggia dove si mangiano aragoste che qui un tempo erano considerate cibo per schiavi e c’era la legge secondo cui ogni schiavo non poteva averne più di cinque a settimana, altrimenti si sarebbe intossicato. sneddu e lo hobbit di mezzo però, invece di mangiare aragoste, hanno nutrito i pesci con dei croccantini che si chiamano oyster crackers, pensati per accompagnare le ostriche ma condannati a un destino miserevole.
per la notte, sono stati ospiti dagli stessi amici con cui hanno condiviso l’aragosta e che vivono in una enorme casa blu in una di quelle cittadine costruite senza un centro, senza un contorno, senza alcunché che, a occhi europei, le renda degne di tale nome. però, quella casa blu era meravigliosa, anche se sneddu continuava a ripetere “ehi, che creepy! aiuto. questa casa è proprio creepy”, perché ha dimenticato che si dice paurosa e ha temporaneamente cancellato il confine linguistico tra inglese e italiano e produce suoni e frasi che fanno rabbrividire quasi come gli angoli bui di quella casa su due piani.
c’erano tappezzerie a fiori e cuscini e quadri e oggetti strani alle pareti tra cui un braciere antico, e poi sotto ogni letto o divano o tavolino stavano nascoste decine, forse centinaia di strumenti a corda perché il lui, della coppia di amici, oltre a essere economista marxista, suona qualsiasi cosa abbia delle corde. c’era anche un bagno degli ospiti con una vasca con i piedini proprio nel mezzo e un telefono nero, con la rotella, su una sedia di vimini accanto alla vasca. e poi c’erano vecchi caloriferi di ghisa e un salotto e un altro e uno studio con un pianoforte e una biblioteca e una stanza per i gatti e varie camere da letto e su ogni letto moltissimi cuscini (“guarda che creepy anche i cuscini!” “ma ci sono ricamati gatti!” “appunto! creepissimi!”) e un orologio a cucù che allo scoccare dell’ora faceva una melodia lugubre che non finiva mai.
nel mezzo della notte lo hobbit di mezzo è arrivato, gli occhi tondi da civetta e un messaggio ferale da consegnare: “odio essere io a dirvelo ma il grande sta vomitando l’anima”. elastigirl e mister i si sono precipitati nella zona hobbit di quella casa enorme pensando, senza però dirselo: “starà vomitando sul tappeto”, “starà vomitando sul materasso”, “starà vomitando sui cuscini con i gatti ricamati o direttamente sui gatti veri”, “starà vomitando su sneddu che dorme”, “starà irrimediabilmente danneggiando questa casa fantastica e i padroni di casa da domattina non saranno più nostri amici e ci cacceranno di casa e dal connecticut e non vorranno vederci mai più”.
e invece lo hobbit grande era riuscito a trascinarsi nel bagno con la vasca con i piedini, al centro della stanza. e se ne stava ancora riverso sulle piastrelle (lavabili), inondate dai poveri resti di aragosta. “pensavo di morire”, ha dichiarato. “e ora come ti senti?” “benissimo. ho fame. non è che hai qualcosa da mangiare, madre?”
dopo aver cercato, come ladri nella notte, un prodotto per pulire quel disastro, hanno fatto sparire ogni traccia dell’accaduto e sono ritornati a dormire mentre il cucù segnava le tre.
se non fosse stato per lo hobbit di mezzo, che mattiniero e ciarliero, il giorno dopo si è presentato per primo agli anfitrioni in cucina regalando dettagli splatter dell’incidente notturno, nessuno si sarebbe accorto di nulla.
gli amici hanno preparato un brunch con i pancake e le noci e sette tipi diversi di sciroppo d’acero, e bagels e banana bread e pane e marmellata e bacon e salmone e formaggi e fragole, uva e mirtilli e pinte di latte e di caffè e tutto, ma proprio tutto, era grandioso e prefetto.
sulla strada di casa hanno incontrato una casetta, ai margini del bosco. c’era un cartello: pizza & firearms unlimited, che voleva dire pizza e armi da fuoco senza limiti.

elogio di una donna speciale

erano i primi giorni del 2011, o gli ultimi del 2010. le arrivò un messaggio da una psicologa che conosceva di nome. era un messaggio spiccio, sbrigativo e affettuoso. suonava più o meno così: “ehi tu, elasti, lo so non mi conosci. ma dobbiamo per forza diventare amiche. ho scritto un libro, si chiama elogio di una donna normale. vorrei che tu lo avessi. se ti piacesse e se effettivamente diventassimo amiche, cosa che succederà per forza, sarebbe bellissimo che lo presentassi tu. ma non corriamo troppo. piacere, mi chiamo irene”.
elastigirl pensò: questa è proprio matta, voglio assolutamente incontrarla.
e diventarono amiche.
irene capiva le persone, era affascinata dalle donne in particolare, sapeva ascoltare, aveva il talento magico di entrare in sintonia con il prossimo. aveva il coraggio di dire quello che pensava, sempre. lo diceva quando sbagliavi, quando dava consigli scomodi, quando ti sgridava. già, non era reticente per nulla, irene. nemmeno quando era orgogliosa di te, quando ti voleva bene, quando voleva abbracciarti. era limpida e diretta. era saggia e luminosa.
elastigirl si rese conto molto presto che essere amica di una donna così era un gran privilegio. di quelli che, nella vita, ti capitano due o tre volte al massimo e per cui deve essere grata.
irene faceva molto ridere. e rideva molto. e starle accanto era soprattutto divertente.
irene era intelligente e passionale e buffa e ironica e saggia e, sì, anche un po’ matta, perché non aveva alcuna paura di essere se stessa. e perché era libera.
una volta aveva regalato agli hobbit delle polverine colorate da mettere dentro la vasca da bagno: blu, rosse e gialle. “sarà come fare il bagno nel mare profondissimo”, aveva detto il medio, sognante. “sarà come fare il bagno nel sangue”, aveva detto il grande, eccitato. “sarà come fare il bagno nella pipì”, aveva detto lei, furba. e loro, di lei, si erano pazzamente innamorati.
irene era una di quelle persone a cui vorresti somigliare, almeno un po’.
“sono dentro un incubo”, aveva scritto un giorno, via whatsapp. poi silenzio. voleva stare sola.
“ehi, irene, posso entrare in questo incubo? vorrei starti vicina, partecipare, uscirne insieme a te. ma se non vuoi me ne sto buona qui. e ti voglio bene da lontano”.
quella volta aveva risposto. era l’8 maggio scorso.
“l’idea di te buona buona che mi vuoi bene da lontano è irresistibile. produce un bel sorrisone da triglia. opzione perfetta. un bacio”.
nient’altro.
poi, ieri, se ne è andata.
un pezzetto di lei resterà nelle moltissime persone che le hanno voluto bene. perché è così che succede con le donne grandi e speciali.
ma non basta.
ciao, irene.
continuerò a volerti bene da lontano.

in due

elastigirl non è un animale solitario.
un animale solitario non sposa un barese dotato di una grande famiglia, non fa tre figli e non considera il piacere più grande averli tutti intorno, vocianti e molesti, non condivide la sua vita su un blog per dieci anni interi e, se va avanti così, pure di più, non adora cucinare per decine di commensali, non prova terribile nostalgia per un open space con venti persone stipate dentro, non pensa the more the merrier.
eppure, nonostante sia profondamente convinta che è solo l’interazione con il prossimo che dà un senso alle persone e al loro andare, ci sono attività che preferisce fare da sola, come lo shopping, o che non concepisce di fare in compagnia come studiare, leggere o scrivere. quest’ultima in particolare è sempre stata per lei una pratica intima, un rito da consumare con se stessi, una terapia da assumere rigorosamente da sola. forse è proprio per questo che ha sempre guardato con diffidenza mister i, impegnato in una comunione di amorosi sensi scritti con l’economista marxista giapponese hiroshi, definito “il mio coautore” ma nella realtà, quasi certamente il suo fidanzato segreto. e si è sempre stupita al cospetto di libri vergati a quattro, a sei o addirittura a otto mani.
qualche tempo fa tuttavia si ritrovò a fantasticare con una collega e amica di progetti, esperimenti, azzardi e a concordare sulla possibilità, che era anche desiderio e curiosità, di unire le forze e fare qualcosa insieme.
“ma io ho tre figli”
“e io no”
“ma ho sempre un gran sonno”
“pure io”
“ma non ho mai scritto nulla insieme a qualcuno. e se non riusciamo?”
“pazienza”
“e se ci stiamo antipatiche?”
“boh”
“e se…”
“se non proviamo non lo sapremo mai”
“quando?”
“quest’estate”
“però io sarò nella città di A, in massachusetts”
“vorrà dire che ci verrò pure io”
“sei sicura? è un posto strano, fricchettone, con più scoiattoli che uomini, pieno di boschi e gente bizzarra”
“mi pare il posto giusto per fare un esperimento”.
così adesso, ogni mattina, verso le 9, loro due si trovano a un tavolino rotondo che affaccia su una finestra da cui transitano chipmonks e ghiandaie.
e scrivono, insieme, sullo stesso documento. si confrontano, si correggono, si prendono in giro, si completano, ridono moltissimo. un pezzo al giorno, dalle 9 alle 14,30, di un progetto che ancora sta soltanto per aria, nella loro testa, nei loro file condivisi. al momento fantasticano moltissimo ma non hanno alcuna certezza che si realizzi. eppure per elastigirl, nell’ultimo periodo, poche cose sono state istruttive, divertenti, costruttive e sensate come questo lavoro a quattro mani che viaggia dentro un sogno e gode di rara libertà e del buffo e sconosciuto incastro di due voci.

mi manca

“mi manca”
“chi ti manca, hobbit piccolo, detto sneddu?”
“ieri pomeriggio… abbiamo giocato tanto insieme… aveva i pantaloni blu, beveva il latte nel biberon… mi manca”
“ma certo! siete stati insieme sul tappeto un sacco di tempo. sei stato molto bravo tu! ha solo sette mesi. ti ricordi come si chiama?”
“no. non lo so come si chiama”
“julie! è la figlia di L e B, gli amici della mamma e del papà che sono venuti a trovarci. ma che storidito sei? ci hai giocato per ore e non sapevi neppure come si chiamava?”
“no”
“comunque si chiama julie”
“mi manca”
“dobbiamo invitarli di presto di nuovo, allora. così la rivedi”
“ma… era una femmina… giulì?”
“sì. perché? pensavi fosse un maschio?”
“sì”
“ti manca anche adesso che sai che era una bambina?”
“un po’ meno”.

una storia da piangere

il dialogo e gli eventi che seguono sono reali. tuttavia la storia in esso raccontata non è stata verificata. potrebbe essere imprecisa, approssimativa o campata per aria. ma è una bella storia e, soprattutto, non è questo il punto.

“conoscete la storia di plutone?”
“plutone, il pianeta?”
“be’, insomma, pianeta… comunque sì, quel plutone nello spazio!”
“no, non sappiamo la sua storia”
“allora ve la racconto”
“volentieri!”
“un giovane astronomo, di nome clyde, tenace e appassionato, proveniente da una famiglia di agricoltori dell’illinois, entrato nell’osservatorio di flagstaff in arizona, si incaponì nell’osservazione certosina degli oggetti celesti. passava il suo tempo a fotografare il cielo e a guardare i fotogrammi fino a quando, a 26 anni, nel 1930, scoprì il nono pianeta del sistema solare: plutone”
“accidenti!”
“che bravo!”
“già. naturalmente all’inizio il nuovo pianeta non aveva nome. fu così indetto un concorso tra le scuole degli stati uniti per scegliere come si dovesse chiamare. una bambina propose pluto, plutone, che è una divinità greca ma anche il cane di topolino. l’idea ebbe un successo enorme e il pianeta si chiamò così”
“che bella storia…”
“non è finita!”
“ah!”
“negli anni 90 tuttavia alcuni scienziati stabilirono che plutone non aveva veramente le caratteristiche di un pianeta e quindi fu retrocesso”
“ah però!”
“la cosa terribile fu che clyde, quando plutone venne retrocesso, era ancora vivo! aveva 89 anni!”
“povero! chissà che delusione”
“già. una cosa tristissima. da spezzare il cuore”
“be’, dai, insomma”
“ma no! ti rendi conto? è terribile fare una scoperta grandiosa e poi essere informati, a distanza di oltre 60 anni, che ti eri sbagliato!”

e mentre diceva così e rifletteva su quanto fosse triste il destino di clyde, lui piangeva. già. piangeva con le lacrime. e con lui piangeva la moglie, seduta accanto. e, a un certo punto, è stato necessario andare a prendere dei fazzoletti per asciugare tutte quelle lacrime, per clyde.
ed elastigirl e mister i, a tavola con loro, li guardavano piangere. increduli.
perché a volte gli americani ti stupiscono. perché hanno un’arroganza strisciante, la convinzione di essere padroni del mondo, un’ansia di riuscire, l’imperativo morale di primeggiare, l’impudenza di raccontarti quanto sono belli, bravi e vincenti. e poi, insieme a tutto questo, hanno un’ingenuità disarmante, una naïveté imbarazzante, una facilità nel commuoversi, abbandonarsi, stupirsi, intenerirsi che proprio non c’entrano niente con il resto. eppure arricchiscono e complicano il quadro. rendondolo ipnotico.

la mia famiglia e un pellicano

elastigirl aveva appena metabolizzato l’idea che, nella città di A, una gallina di nome kushla potesse diventare la regina della casa, amata come un cucciolo di cane e viziata come un bambino. certo, l’acquisto di vermi essiccati a uso, consumo e piacere di kushla la lasciava ancora parecchio perplessa, ma, nonostante tutto, il mondo le sembrava ancora abbastanza in ordine.
poi è andata a cena, con mister i e gli hobbit, nel portico di brenda, la vicina di casa che vive in una comune multietnica all’insegna della diversity, in cui gli inquilini sono equamente e rigorosamente ripartiti tra genere, orientamento sessuale e religioso, provenienza etnica e geografica.
ha portato, allo scopo di non turbare gli stereotipi sul cibo italiano, una grande pizza fatta in casa, oltre a tre hobbit vocianti e un mister i munito di birre, e ha trovato, in cambio, lata.
lata è indiana, insegna hindi all’università di A ma vorrebbe tornare a casa sua, possibilmente con un marito che la aspetti. e, tra un pezzo di pizza, del salmone al vapore, gran quantità di maionese e qualche foglia di insalata, lata ha cominciato a raccontare, come se fosse tutto terribilmente scontato e banale, della sua infanzia indiana con una mamma casalinga, un papà poliziotto, un fratello maggiore, una sorella minore e “alcuni animali domestici nel giardino”.
“alcuni animali domestici? tipo?”
“ma no, niente di che…”
“gatti? cani?”
“mmmhhh, sì, avevamo un paio di gatti e anche un cane. ma non mi sono mai stati molto simpatici”
“e oltre al cane e ai gatti avevate qualche altro animale domestico?”
“be’, certo. un coniglio… tre mucche…”
“tre mucche???”
“sì. e anche un altro animale, simile alla mucca, ma più grande e selvaggio. ma ha un nome intraducibile. poi mio papà amava i serpenti e ne aveva uno”
“accidenti! cane, gatti, mucche selvagge e non selvagge, un coniglio, un serpente…”
“be’, avevamo anche delle scimmie ma erano terribilmente dispettose. io non le sopportavo”
“avevate uno zoo?”
“no, no. stavano a casa nostra. liberi. in giardino…”
“avevate un parco!”
“no, un giardino. c’erano anche un paio di cavalli e un cervo”
“un cervo???”
“sì. un cervo. ma soprattutto… il mio preferito!”
“e chi era il tuo preferito?”
“il pellicano!”
e mentre nominava il pellicano, lata si illuminava, come se avesse evocato un grande amore.
“e com’è un pellicano domestico?”
“meraviglioso! simpatico, divertente, affettuoso! mia madre però lo detestava perché quando lavorava a maglia il pellicano le rubava i gomitoli e li disfaceva, riempiendo il giardino di fili della sua lana…”
“…”
“mia madre non sopportava il pellicano e il pellicano, che era intelligente, non sopportava mia madre”
“e quindi cosa faceva?”
“e quindi un giorno ha preso mia sorella, che era piccola piccola, nel suo grande becco. e se ne andava in giro con mia sorella dentro il becco, guardando mia mamma con aria di sfida”
“e tua sorella?”
“mia sorella non capiva, ma si divertiva molto”
“e tua madre?”
“mia madre gridava ‘ridammi subito mia figlia!'”
“lata, ma dove stavi tu in india è normale avere uno zoo nel giardino?”
“no, non proprio. infatti casa nostra era sempre un via vai di visitatori che volevano vedere i nostri animali domestici”
“domestici…”
“mamma, possiamo prendere un pellicano così magari si porta via sneddulone dentro al suo becco?”.
e allora elastigirl si è convinta che, in fin dei conti, i vermi essiccati di kushla sono mal di poco e che tutto, ma proprio tutto, ha, da qualche parte nel mondo, la sua versione iperbolica.

piacere, kushla

“vedrai, è bellissima. e poi è intelligente. e sveglia. e furbissima. capisce tutto. già. adorabile. chi l’avrebbe detto che sarebbe diventata immediatamente parte della famiglia?”
“ecco, appunto, chi lo avrebbe mai detto che avreste perso la testa per…”
“la vuoi conoscere?”
“ehm, con piacere, certo. ma non sta qui, a casa tua, brenda?”
“no, al momento vive a casa della mia amica neozelandese, a nord della città di A. deve riprendersi dallo shock”
“quale shock?”
“ha subito un trauma, poverina… ma si sta riprendendo alla grandissima. chiama gli hobbit che vi porto a conoscerla!”
così, capitanati da un’entusiasta brenda, la vicina di casa e amica nella città di A, in massachusetts, elastigirl e gli hobbit sono andati, in pompa magna e con una certa trepidazione, a conoscere l’irresistibile kushla, bella e intelligente, scampata per miracolo a due terribili incidenti da cui si sta riprendendo grazie alle amorevoli cure di brenda, della sua amica karen, eccentrica neozelandese, e del marito paul, italoamericano anch’egli segretamente e discretamente innamorato di kushla.

“salutate kushla, ragazzi!”
“c-i-a-o kushla… capisce l’inglese?”
“certo che sì! capisce tutto! volete farvela amica al primo sguardo?”
“sì, dai, che bello!”
“allora andate in cucina e prendete il barattolo con il tappo rosso sullo scaffale sopra il tavolo. non potete sbagliare. poi tornate qui!”

“è questo?”
“sì! bravissimi, cari!”
“se volete far felice kushla e diventare suoi amici per sempre, offritele un po’ delle prelibatezze che ci sono nel barattolo!”
“ma sono…”
“vermi…”
“secchi!”
“sì! esattamente! li ho comprati apposta per kushla! li adora. insieme ai semi di zucca che paul mette nei cereali a colazione”
“del resto, quando hai perso le tue sorelle emily, hellen, zoe e amanda, selvaggiamente trucidate da una volpe e da un falco, ti puoi concedere qualche vizio, no?”.

può capitare, nella città di A, un innamoramento collettivo per una gallina bianca, di nome kushla che non fa uova perché le galline domestiche, pare, non si disturbano a produrre alcunché, ma terribilmente intelligente, oltre che bellissima, ovvio.

un amico

“vedi lui?”
“chi? il biondino?”
“no, l’altlo. quello con gli occhiali”
“ah, sì. eccolo lì. ha una faccia simpatica. come si chiama?”
“boh”
“ma è nel tuo stesso gruppo al campo naturalistico?”
“sì. celto. hai capito quale è?”
“sì. il ricciolino con gli occhiali… quindi?”
“è mio amico”
“è fantastico! bene. hai un amico nel campo estivo americano! quindi giocate insieme?”
“no”
“allora cosa fate insieme?”
“niente”
“ah. e come mai dici che è tuo amico?”
“pelché mi palla”
“ah. ti parla… e tu gli rispondi?”
“no”
“ma capisci quello che dice?”
“a volte”
“be’, allora potresti anche rispondergli, le volte che capisci…”
“no, non è il caso”
“non è il caso di rispondergli quando ti parla?”
“no. siamo amici”
“appunto!”
“ma non COSÌ amici”
“capisco”
“hi guys!”
“che dici?”
“niente. pallo inglese con me stesso…”
“ah. ok”
“hi guys! hi! guys! guys! hi!”
“è arrivato l’autobus, hobbit piccolo detto sneddu. sbrighiamoci!”
“bye guys! look! bus! friends! no, thank you. yes, please. it’s me. yeah!”.

asocialità coatta

“e comunque, elasti, siamo tutti stanchi!”
“già. non sarà mica un caso che, da quando sono arrivata, non ho fatto altro che dormire”
“appunto. quindi non metterti strane idee in testa?”
“quali idee?”
“idee di socialità”
“in che senso?”
“nel senso che, in questo periodo americano nella città di A, in cui gli hobbit vanno tutti al campo estivo naturalistico, tu scribacchi le tue cose e io lavoro al dipartimento di economia più marxista del mondo, dobbiamo stare tranquilli, senza gente intorno”
“non vuoi vedere nessuno?”
“solo se siamo obbligati”
“non possiamo invitare a casa amici, conoscenze occasionali, balordi di passaggio?”
“no! ecco! niente socialità indefessa e indiscriminata. niente esplorazione compulsiva della fauna locale. ce ne stiamo tranquilli, per i fatti nostri e siamo contenti e felici tra noi”
“ok… ma non possiamo nemmeno invitare l’economista che guida gli aerei? l’antropologa amante dei giochi di società? il matematico del congo che insegna le acrobazie pazze agli hobbit? l’insegnante russo di yiddish che canta ‘fischia il vento infuria la bufera’ in italiano? il fisico brasiliano che fa i giochi di prestigio? l’economista ciclista? l’inglese che coltiva i fiori che non esistono? la cake designer che è scappata da new york? il massaggiatore che vive nel cimitero?”
“no! non voglio nessuno di questi matti!”
“ci annoieremo moltissimo…”
“non mi interessa. dobbiamo stare tranquilli. sia noi sia gli hobbit”
“ah. e hiroshi, il tuo fidanzato giapponese in infradito che ha l’appetito di un lupo mannaro?”
“hiroshi? be’, lui arriva tra qualche giorno…”
“anche lui fuori da casa nostra? lontano dalla nostra cucina? a cento passi almeno dal nostro spazio vitale?”
“cosa c’entra hiroshi, adesso? lui è famiglia…”
“ah”.