mi è rientrato marìotereso

in macchina. elastigirl e lo hobbit di mezzo.

“ah, mamma! sai che mi è rientrato marìotereso?”

“marìotereso??? proprio lui? il tuo amico immaginario che ha vissuto tanto tempo dentro il muro della cucina? ma che piacere!”

“sì, anche a me ha fatto piacere”

“come è successo, dopo tanto tempo?”

“eh, ero a scuola, all’intervallo, stavo pensando ai fatti miei ed è arrivato”

“bene. e come sta?”

“splendidamente. sai, lui con l’età si è fermato da vari anni. quindi è sempre uguale”

“ah, ma dai. comodo. e a che età si è fermato?”

“ai 40. ora lui ha 40 anni da sei anni e sette mesi”

“beato lui”

“già. e poi viaggia molto… adesso è appena rientrato da un lungo giro in francia”

“bella vita, quella di marìotereso…”

“ah. ti saluta. mi ha detto: salutami molto tua madre, quella gran bella donna!’”

“perché ho sempre l’impressione che tu mi stia prendendo in giro?”

“non saprei proprio, mamma”.

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un regalo, dentro un ricordo

l’elasti-casella di posta elettronica è un posto dove, quasi sempre, succedono cose belle. a volte succedono addirittura cose bellissime.

da: a.b.
a: elasti
….
il tuo papà è stato il mio Preside, un po’ di anni fa. gran professore, bella persona. e il giorno in cui ho avuto un problema (niente di che: mostruoso ritardo nel pagare la seconda rata delle tasse di iscrizione, segreteria che decide di disiscrivermi…) mi ha accolto nel suo ufficio con “giovane B, che cos’ha combinato?”. poi ha riso della mia linea di difesa (“Professore, le more servono proprio a questo, no? a gestire quelli sparpagliati come me”), ha fatto un paio di telefonate mentre io nervosissima scattavo in piedi e passavo in rassegna i titoli nella sua libreria (“trovato qualcosa che le piace?”, mi risiedo con un sommesso “mi scusi Professore”, “non si scusi, è curiosità, va bene così’”). mi ha risolto il problema e congedato con un “però si faccia un nodo al fazzoletto, giovane sparpagliata”: aveva messo su una Faccia Seria Da Preside, ma gli occhi ridevano.
della mia vita in facoltà, uno dei ricordi più affettuosi è lui che quel giorno mi dice “su, su, torni al lavoro”.

io ho questo ricordo del mio Preside, che è il tuo papà, e ho pensato che – per quel poco che vale – fosse tuo, e te lo dovevo restituire.  una buona giornata.

i ricordi sono di chi li ha vissuti. condividerli è un atto di generosità e non un dovere. dentro questo ricordo c’è proprio lui. ritrovarlo lì, nella casella di posta elettronica, inatteso e luminoso, è stato un regalo proprio grande.

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una seduta di autoipnosi

“ecco l’elenco, in ordine alfabetico. dovrebbero esserci tutti”

“non posso crederci. come hai fatto a ricordarteli tutti?”

“ho fatto una seduta di autoipnosi”

“ma tu guarda… c’è anche… no!!!! e questo chi è? mica me lo ricordo… guarda che cristina si chiamava morelli, non morilli”

“forse morotti?”

“ma nooo! nardulli!”

“io mi ricordo solo che aveva i brufoli”

“stai scherzando, vero? era bellissima, con un sacco di lentiggini”

“erano brufoli… sai che questi due si sono sposati?”

“sì, l’avevo sentita questa cosa assurda. invece ho cercato simona su facebook ed è diventata fichissima”

“impossibile. probabilmente non è lei”

“non saprei… hai notizie invece di pierre?”

“nessuna. inghiottito nel nulla. sarà forse in un paradiso fiscale”

“lo vedrei bene alle cayman. senti, bernasca…”

“dimmi, elasti”

“ma tu sei proprio sicuro che ci vogliamo imbarcare in questa cosa?”

“certo! sono i 25 anni dalla maturità”

“ecco, appunto…”

“però non bisogna dirlo. altrimenti la gente si deprime e non viene”

“non è che ci deprimiamo prima noi?”

“vuoi che passiamo in modalità selettiva?”

“non so. il rischio è di restare in tre, poi”.

ogni tanto, il bernasca, colui grazie al quale elastigirl non è rimasta intrappolata dentro una versione di plutarco ma è riuscita a uscire tutta intera dal liceo classico, si fa promotore di queste garibaldine iniziative. la cena di classe. e chiama elastigirl che ha bisogno dell’autoipnosi per ricordarsi i nomi dei suoi figli, figurarsi se è in grado di ricostruire i nomi dei compagni di scuola. tuttavia bernasca continua ad avere un grande ascendente su di lei. sarà forse per la gratitudine averle fatto copiare tutte quelle versioni di greco, o forse per quel carisma da uomo di scienza. fatto sta che lei, a lui, non sa dire di no. e si sta imbarcando in un’impresa kamikaze dall’esito terribilmente incerto.

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assenze e presenze

ha cominciato a cucinare sabato mattina. ma già lunedì, durante una notte insonne, mandava messaggi alle 4 del mattino a suo fratello per condividere il dramma delle sedie e dei cucchiani mancanti. giovedì aveva fatto una spesa pantagruelica, come mai in vita sua. e venerdì mattina, in ufficio, pensava a tutto quello che aveva dimenticato, tra cui i pomodori, la tahina e la marmellata di lamponi.
il fatto è che, a questa cena, aveva cominciato a rifletterci più di un anno e mezzo fa, quando il nonno A se ne era andato troppo presto e troppo in fretta, senza che nessuno avesse avuto il tempo di prepararsi, sempre che, a certe partenze, sia possibile prepararsi. elastigirl, in quei giorni orribili e anche dopo, aveva scoperto, o forse riscoperto, il mondo del suo papà. un mondo di amici, colleghi, di presenze, di sollecitudine e partecipazione, un patrimonio prezioso di persone che erano lì prima e sarebbero state lì dopo, un’eredità di affetti, una traccia morbida e avvolgente.
in quel maggio triste si era detta che non voleva perderla, questa eredità, perché la memoria si alimenta meglio se si è in tanti a coltivarla, perché in quelle persone avrebbe rivisto il suo papà, perché averle accanto, ogni tanto, le avrebbe ricordato che non è sola.
poi, come succede spesso, la vita scorre strattonandoti, i buoni propositi scivolano in fondo a un cassetto, le urgenze della quotidianità ti distraggono dalle cose importanti. e il tempo è passato.
dieci giorni fa, nell’elasti-casa nuova che in realtà ha più di un anno ma è ancora casa nuova, è arrivato un tavolo grande, allungabile, di quei tavoli che fan venir voglia di radunare intorno un reggimento e nutrirlo.
elastigirl ha pensato che non aveva più scuse per rinviare, che di fare questa cosa aveva proprio voglia, che era arrivato il momento giusto. un momento in cui le lacrime hanno lasciato il posto a una consapevolezza struggente ma serena, un momento in cui celebrare una presenza prepotente, seppur impalpabile, e non più un’assenza lacerante.
così ha invitato gli amici di nonno A a cena. lo ha fatto con leggerezza e allegria.
dopo si è ricordata che aveva il tavolo ma non le sedie, i piatti piani ma non quelli piccoli, tante forchette ma non abbastanza cucchiaini, non più di sei bicchieri uguali. si è ricordata anche che cucinare per tante persone è un’attività a cui non è abituata e che la agita terribilmente. si è ricordata che gli hobbit talvolta possono comportarsi come gremlins. si è ricordata che, se organizzi una cena per gli amici del tuo papà che non c’è più, per dire loro grazie di esserci stati e di esserci, l’improvvisazione e la sciatteria non possono essere la tua cifra stilistica.
e le è montata un’indicibile ansia.

ora che tutto è fatto. che sabato sera è passato. che derrate di cibo sono transitate dall’elasti-frigorifero all’elasti-cucina per approdare sull’elasti-tavolo nuovo. che i piatti sono stati sufficienti, seppur scompagnati, così come i bicchieri e le sedie. che gli hobbit sono stati promozionali e simpatici ai limiti dell’irriconoscibilità. che tutti sono accorsi festosi, entusiasti e allegri, con il desiderio e il piacere di stare insieme, che nonno A era lì in mezzo, divertito da quel caos conviviale e quell’accoglienza smandrappata e sghemba.
insomma ora che la serata è archiviabile in “cose belle da ricordare e da ripetere”, elastigirl è proprio felice di come ogni tanto succede che un’assenza possa riempirsi improvvisamente, fino a traboccare, di cose così belle che nemmeno avresti immaginato.

ps di servizio. lunedì 3 febbraio, alle 12, elastigirl sarà in diretta su radio capital, a capital in the world.

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chat

“ciao tesora. nel weekend sono qui con il bimbo. riesco a vedervi?”
“certo! venite a pranzo domenica se hai voglia”
“che bello! molto volentieri. cosa posso portare?”
“quel che vuoi”
“ok. pensa che mi hanno invitata a una cena e mi hanno ‘ordinato’ di portare polenta e spezzatino. ti sembra normale?”
“non normalissimo, effettivamente. già che c’erano potevano chiederti di portare anche vino, dolce e coperti, oltre alla frutta”
“fra l’altro a preparare spezzatino e polenta per otto persone ci vuole un sacco di tempo e pure un bell’investimento (ché mia nonna direbbe che ci va il barolo ma io ci metto un bel montepulciano d’abruzzo). mah… mi devono presentare un tipo single, speriamo che ne valga la pena!”
“magari il tipo single ama polenta e spezzatino più di se stesso… ti vede arrivare con il manufatto dei suoi sogni e si innamora perdutamente di te”
“anche perché come caspita faccio a portare un pentolone delle dimensioni di polenta e spezzatino al barolo dall’altro capo della città? considerando che io mi muovo in motorino. mi sa che devo mettere in conto anche il taxi. oltre al parrucchiere se voglio far colpo sul tipo single”
“tanto sei fichissima anche con il mollettone della sciura pina in testa”
“da te porterò un salame e una bottiglia di vino, ché con l’austerity di tuo marito rischio di bere solo acqua o birra autoprodotta!”
“potrebbe anche capitarti di bere acqua clorata della piscina o acqua e bisolfiti per sanificare il kit del birraio perfetto…”
“ma mi vesto strafiga, carina da ufficio o scazzata?”
“a casa mia??? puoi venire anche in pigiama”
“no! a cena con lo spezzatino e il tipo single!”
“scazzata con un tocco da strafiga”
“jeans e camicia fichissima?”
“ti si vede un po’ il generoso decolleté?”
“non che sia così generoso… forse però, quel che c’è da vedere, non si vede abbastanza. cambio?”
“allora, il senso è che ti devi sentire a tuo agio sciallata ma anche con qualche freccia al tuo arco. secondo me vestita da ufficio è un po’ triste ma anche elegante strafiga rischia di essere troppo. punterei sullo sciallato sexy, della serie sembra che mi sono messa i primi stracci che ho trovato nell’armadio in realtà sono un’opera d’arte costruita in mesi di sapiente lavoro”
“certo, macchiare la camicia fichissima con il maledetto spezzatino sarebbe triste…”
“la variabile spezzatino effettivamente è fastidiosa, non ci avevo pensato. ma vuoi mettere la sensualità di una donna che si presenta a cena con la camicia madida di spezzatino e polenta?”.

poche cose danno un senso all’esistenza come una chat con un’amica single là fuori nel mondo, mentre tu sei in un sottoscala, al freddo e al gelo, aspettando che tuo figlio di mezzo, bardato come un crociato, finisca la lezione di scherma.

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a volte ritornano, accompagnate

eliza ha capelli neri e dritti come spaghetti, uno sguardo stupito, benevolo e divertito sul mondo, occhi grandi che ridono, la lievità e la discrezione dei gatti che si muovono per casa e tu ti dimentichi che ci sono. è allegra, responsabile, buffa. viene da una città minuscola e fricchettonissima, in massachusetts, dove una volta al mese, in corrispondenza della luna piena, gli abitanti si ritrovano nella sala del comune e mangiano, ballano, si raccontano e stanno insieme. la sua mamma, da ragazza, viveva in un teepee, che sono le tende degli indiani d’america, il suo papà in una yurta, che è una tenda mongola. quando decisero di mettere su famiglia, smontarono il teepee e la yurta e, in quello stesso posto nel fitto del bosco, costruirono una casa di legno, che sembra la casa delle fate.

eliza è stata con elastigirl e gli hobbit quattro mesi l’anno scorso, quando misterincredible lavorava oltreoceano. ha fatto la ragazza alla pari. ed elastigirl se ne è innamorata, ancora non sa se per le sue oggettive qualità o per la disabitudine alla grandiosa esperienza di vivere con una donna sotto le stesso tetto.

quest’anno eliza tornerà perché, forse, a meno che non sia una masochista kamikaze, anche lei era stata bene. tornerà da gennaio a maggio.

ha un’amica che sarebbe interessata a fare la stessa esperienza, nello stesso periodo, più o meno. e cerca famiglia, necessariamente a milano, ancor meglio se in zona nord. eliza la descrive così:

She is very adaptable and would be interested in talking to any family if it looks like they may have a space (including a family we may know who frequently take au pairs, if they will be needing one). She is small, blonde, and bubbly; very unobtrusive and respectful, and excellent at playing and creative activities and living in foreign countries (she lived in Spain for a semester and speaks spanish), and has experience mostly with children aged 2-10.

no, questo posto non si è trasformato in un’agenzia di collocamento per ragazze alla pari. sì, si tratta di interessi privati in atti d’ufficio. ma quella con eliza, per l’elasti-famiglia, è stata una esperienza bellissima e le esperienze bellissime si condividono.

se qualcuno fosse seriamente interessato, può scrivere all’elasti-indirizzo qui accanto.

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meditazioni di genere. o forse no

lei è: intelligente, acuta, vigile, attenta, maturissima, brillante, osservatrice, arguta, perspicace, premurosa, socievole, tecnologica, vivace.

ma è anche: chiacchierona, implacabile, ossessiva, puntigliosa, paurosa, a tratti lagnosa, shopaholic, vagamente petulante.

lei è la figlia di nina, l’amica d’infanzia di elastigirl, una specie di sorella che abitava al terzo piano e che purtroppo ora vive in un’altra città. questo fine settimana elastigirl ha preso un pullman, ha avuto parecchio mal d’auto, ed è andata in montagna, a trovare nina, suo marito e la loro bambina bionda, con cui elastigirl ha fatto coppia fissa. grazie a lei, ha avuto conferma che, in una famiglia a prevalenza femminile, i discorsi, l’atmosfera, l’interazione, gli argomenti, i giochi e molto altro sono altri, diversi e talvolta lontanissimi rispetto a quelli delle famiglie in cui il testosterone regna sovrano. ha avuto inoltre conferma che si perde una gran fetta di mondo, ma anche che ci sono lati oscuri di cui è abbastanza contenta di fare a meno (“conosci violetta? guarda come è bella violetta. sai che ha un indirizzo a cui le si può scrivere? vuoi sentire la canzone di violetta? ti piace la mia felpa con la foto di violetta?”).

la domanda che elastigirl si pone stamane è: quante e quali delle caratteristiche della bambina bionda sono comuni al genere e quante e quali proprie dell’adorabile soggetto?

 

ps di aggiornamento familiare: mister i e gli hobbit sono arrivati stamane nel salento dopo una viaggio intercontinentale in cui il medio ha vomitato dieci, ripeto dieci volte. mister incredible, in modalità ‘fenomeno onnipotente e indistruttibile’ ha dichiarato: ‘tutto bene, tranquilla elasti’. segue messaggio mandato a elastigirl dalla zia matta, in macchina con loro dall’aeroporto di brindisi alla wisteria del salento: piccolo svenuto, medio vomita, grande con guanti da chirurgo, mio fratello ha occhi da pazzo. mister brown alla guida fa da tappo del salento, abbiamo 5 macchine dietro.

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that’s where i come from

un giorno, quest’inverno, eliza, la ragazza alla pari americana che ha vissuto quattro mesi con elastigirl e gli hobbit mentre mister incredible lavorava nella città di A, in massachusetts, tirò fuori una piccola fotografia di una casa nel bosco. era una casa di legno che somigliava a quella delle favole, a metà strada tra quella bilbo baggings nel signore degli anelli e quella della strega di hansel e gretel ma senza dolci a coprire i muri. “questa l’ha costruita il mio papà, poco prima che io nascessi. l’ha costruita qui, su questa terra e in questo bosco perché è qui che ha conosciuto mia mamma. negli anni ’70 stavano tutti qui, con i loro amici hippies”. “ah”. “mio padre, ai tempi, abitava in una yurta, una tenda mongola. invece mia madre viveva poco lontano in un teepee, come quelle dei nativi americani”. “come quelle degli indiani?”. “esatto”. “stai dicendo che i tuoi genitori, negli anni ’70, vivevano in un bosco, dove in inverno la temperatura scende a meno 30 gradi, dentro delle tende?”. “già. però, quando hanno deciso di mettere su famiglia, mio papà ha costruito questa casetta che vedete qui e dove sono nata io, perché sono nata in casa…”. “certo, in casa…”. “d’inverno è un po’ impegnativo perché fa molto freddo e la casa è scaldata dalla stufa a legna. ah. e poi internet qui non arriva. ecco. that’s where i come from”, aveva concluso, riponendo la fotografia dentro un libro.

la casa di eliza è molto vicina alla città di A dove l’elasti-famiglia passa l’estate. è in un villaggio di 900 persone, con un minuscolo centro, con un grande prato pubblico, un cimitero, un municipio, una chiesa che non funge da chiesa ma da luogo di ritrovo, una biblioteca, un giardino con i giochi per i bambini e basta. come succede in questi posti, dove lo spazio è una risorsa abbondatissima, le case sono sparse su una superficie enorme, per lo più nascoste dentro il folto del bosco. nel centro c’è anche una grande scatola di legno pitturata di tutti i colori, con la scritta free box. chi vuole, ci mette dentro i vestiti che non vuole più. chi passa, apre la scatola, che sembra più un vecchio armadio, e, se trova qualcosa di suo gradimento, può prenderselo.
poco lontano c’è l’unico negozio del paese. accanto un pub, aperto cinque anni fa, che ha enorme successo. nient’altro. questo posto è una comunità hippy, tuttora attiva.
nelle sere di luna piena gli abitanti si riuniscono nella sala del municipio o della chiesa-non-chiesa. e cantano, mangiano e ballano tutti insieme. full moon nights, si chiamano queste riunioni.

ieri l’elasti-famiglia è andata a vedere la casa di eliza. e a conoscere il suo papà, che ha costruito la casa della favole (“per me questa casa è un sogno diventato realtà. l’avevo immaginata da piccolo”) e a toccare con mano “where she comes from”, come dice lei.
intorno alla casa vivono orsi, alci, serpenti, volpi, scoiattoli, marmotte, cervi, salamandre arancioni e migliaia di altre creature piccole e grandi.
“ho passato l’infanzia qui, a esplorare questo bosco”, ha detto eliza mentre si avventurava per mano agli hobbit su un sentiero che un tempo c’era ma oggi è un groviglio di rami, di foglie, di rovi e di alberi.
poi hanno mangiato la crostata al cioccolata che elastigirl aveva preparato perché era la torta preferita di eliza e si sono raccontati gli ultimi tre mesi, mentre gli hobbit riempivano un secchio di salamandre arancioni e dicevano che volevano restare lì per sempre.

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numeri uno

al parco della città di A. gli hobbit escono dall’automobile e si precipitano verso tre bambini, gridando i loro nomi con un trasporto e un entusiasmo non proprio insoliti per i loro standard chiassosi e tendenzialmente caciaroni ma decisamente inusuali in questo luogo di gente controllata e contenuta. “jung! kwang! shin! ma dai! siete voi! che bello ritrovarvi!” e poi virili pacche sulle spalle, strette di mano, come stai? che piacere rivederti! fico. yeah. cool. do you want to play tag? che poi sarebbe: giochiamo a ‘ce l’hai’? e via, a ricorrersi come pazzi furiosi e felici.

elastigirl, dopo avere rimirato questo quadretto di interazione e amicizia tra maschi piccoli, ha scorto, su una panchina, quella che poteva essere verosimilmente la mamma dei tre. vestito bianco, sandali e una visierona di paglia in pendant con i sandali infradito.

“i tuoi bambini erano al campo naturalista qualche settimana fa?”

“sì. mi chiamo sun. e due di loro sono i miei figli, l’altro è mio nipote, in visita per l’estate. noi viviamo qui, nella città di A per due anni. siamo sudcoreani. e tu?”

“mi chiamo elasti, sono italiana e quei tre sono i miei figli…”

“ah dai! i coreani e gli italiani si somigliano molto, lo sapevi?”

“veramente? no, non sapevo. credo di no avere mai chiacchierato con coreani, prima di oggi”

“sì. viviamo entrambi in una penisola, siamo entrambi socievoli, amichevoli e simpatici”

“bello!”

“già. tuo figlio grande è molto bello”

“grazie”

“forse tuo marito è molto bello”

“ehm, be’ veramente…”

“l’uomo italiano è il sogno di ogni donna coreana, sai?”

“no, sun, non lo sapevo. mi stai aprendo un mondo sul tuo paese…”

“probabilmente è anche perché gli italiani parlano molto. mentre gli uomini coreani non spiccicano parola…”

“be’, dipende…”.

sun è ingegnere informatico ma quando suo marito ha avuto l’opportunità di venire due anni nella città di A, si è licenziata e lo ha seguito con i bambini. qui in america non può lavorare. “quando ero in corea invidiavo le casalinghe. oggi che sono casalinga ho capito che è un lavoro pesantissimo, che non sono capace di fare”. è preoccupata perché quando tornerà a casa, l’anno prossimo, non sa se troverà un lavoro. il suo no di certo.  la sua società, un’enorme multinazionale dei telefonini, ha chiuso la sede coreana. “in corea scambiarsi effusioni in pubblico, anche tra marito e moglie, è sconveniente. è sconveniente anche che una donna sposata abbracci o baci un altro uomo, e viceversa. “mi sono talmente disabituata a toccare una uomo che non sia mio marito che mi rendo conto ora che ho smesso di abbracciare da anni anche mio fratello. che peccato”. con i bambini però si può essere affettuosi quanto si vuole, anche in pubblico.

elastigirl e sun hanno deciso che sono amiche e quando si sono salutate, si sono abbracciate perché, pare dica un antico proverbio, italiane e coreane una fazza una razza. jung, il bambino più grande, coetaneo dello hobbit maggiore, per congedarsi, si è avvicinato a elastigirl e le ha stretto la mano. “è stato un piacere conoscerti e ritrovare i tuoi figli”, ha detto. 

“simpatici i vostri amici, hobbit”, ha detto lei in macchina tornando a casa.

“molto simpatici”

“e poi sono super educati. quando mi ha salutata jung, per poco non cadevo per terra dallo stupore. è un vero signore. mica come voi tre bestie”

“mamma, i coreani sono i numeri uno”.

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al completo

le settimane nella città di A, nel mezzo del nulla del massachusetts, rappresentano uno dei rari prolungati periodi dell’anno in cui l’elasti-famiglia è riunita, in cui le settimane non sono scandite da partenze, assenze e arrivi, in cui si sta tutti insieme, sotto lo stesso tetto, intorno alla stessa tavola. queste sono le settimane in cui ognuno dà il meglio di sé. mister i ed elastigirl lavorano senza troppi stress e frenesie, o almeno ci provano, lo hobbit grande si gode il campo estivo naturalista e sfoggia un braccialetto blu che lo autorizza a fare il fenomeno nella piscina comunale, il medio parla come un italo-americano dei film (“ehi, guarda un po’! nel fridge c’è un whole bunch of sugo!”), perde le scarpe negli stagni o a casa altrui, il piccolo dipinge figure astratte insieme bambini “che pallano inglese mentle io pallo italiano e quindi nessuno capisse niente”. e poi il telefonino non squilla mai, non ci sono incombenze burocratiche e i ritmi sono molto, molto rilassati.

insomma, questo periodo ad A serve a tutti, per apprezzare la reciproca compagnia e per coltivare i propri spazi di autonomia, per saldare ulteriormente i legami, per sentirsi in vacanza e produttivi contemporaneamente e, soprattutto, per stare insieme, tutti e cinque, al completo.

elastigirl tuttavia doveva capirlo che, alla perfetta rotondità, nonché felicità familiare, mancava un elemento. doveva intuirlo dallo sguardo inquieto di mister incredible, dalla sua impazienza e, negli ultimi giorni, dalla sua trepidante seppur silente eccitazione. elastigirl dovrebbe ormai saperlo che, per essere al completo, hanno bisogno anche di lui, ormai.

“che ti succede? sei particolarmente irrequieto. sembra che scalpiti…”

“no, ecco. è che ieri sera…”

“ieri sera cosa?”

“è arrivato lui”

“non posso crederci. lui è qui? e non mi avevi detto nulla? o forse sì ma lo avevo rimosso… certo che voi due siete spudorati nel vostro amore!”

“eddai, siamo solo coautori… e amici ormai”

“e fidanzati”

“eddai, non fare la scema”

“ma no, io non solo gelosa. preferisco dividerti con hiroshi, tuo collega workaholic marxista giapponese che con natasha, studentessa siberiana”.

hiroshi è qui, assiduo, fedele, dove va mister i va lui. l’asse bari-tokyo non conosce frontiere. sono anni che si inseguono per il mondo. era giusto che anche lui fosse presente durante questa insolita congiuntura astrale, in cui non manca nessuno e ognuno offre il suo lato migliore. l’elasti-famiglia è finalmente al completo. e questo pomeriggio, per celebrare, è andata a mangiare il gelato in una fattoria, con le galline, le mucche, i vitelli e il latte non pastorizzato. tutti e sei. hiroshi è stato il primo a finire il suo cono tutto caffé, poi ha preso per mano lo hobbit piccolo e insieme sono andati a salutare gli animali.

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