ho tre figli, due adolescenti e uno piccolo, che ha quasi tre anni.
il piccolo non lo abbiamo cercato, è arrivato. e quando io ho scoperto di essere incinta di nuovo ho avuto paura. perché era un altro maschio, perché mio marito ed io avevamo appena ricominciato a respirare, perché il mio corpo si sarebbe trasformato di nuovo e non sapevo se mai sarebbe tornato come prima. ho avuto paura di affrontare tutto di nuovo, da capo, quando ormai mi sentivo libera, quando avevo ricominciato ad andare al cinema, a uscire a cena e a pensare a me.
il piccolo è nato in un posto dove tutto era facile.
poi siamo arrivati a milano e qui la vita è dura.
qui manca la cultura dell'accoglienza, qui non parlano le lingue, qui sono diffidenti.
diffidano perché hai una famiglia numerosa, perché hai il capo coperto, perché non mangi il prosciutto, perché non sei identico a loro, perché non ti capiscono.
noi cambiamo città ogni tre-quattro anni, siamo stati a dubai, a parigi, a bruxelles e a hong kong e mai ho trovato la chiusura che ho trovato qui.
ho imparato l'italiano perché è una lingua che amo ma nessuno mi ha mai aiutata qui, nessuno mi ha mai fatto sentire a casa, nessuno mi ha mai teso la mano. adesso va meglio rispetto ai primi tempi, ma tutto costa molta fatica.
hasem l'anno prossimo andrà all'asilo francese perché non voglio che soffra e lì so che sarà più semplice.
ha il capo capo coperto, un corpo minuto, lo sguardo sfrontato e una passione per proust. vorrebbe fare la mediatrice culturale e per questo ha studiato. suo marito è diplomatico e lei lo segue, in giro per il mondo. è gaudente e perplessa, curiosa e incredula, lucida e sfuggente, vicina e lontanissima.
è la mamma di hasem, il bambino tunisino, compagno di nido dello hobbit piccolo.
quando parla così vorresti chiederle scusa, per tutta quella strada ancora da percorrere.
il piccolo non lo abbiamo cercato, è arrivato. e quando io ho scoperto di essere incinta di nuovo ho avuto paura. perché era un altro maschio, perché mio marito ed io avevamo appena ricominciato a respirare, perché il mio corpo si sarebbe trasformato di nuovo e non sapevo se mai sarebbe tornato come prima. ho avuto paura di affrontare tutto di nuovo, da capo, quando ormai mi sentivo libera, quando avevo ricominciato ad andare al cinema, a uscire a cena e a pensare a me.
il piccolo è nato in un posto dove tutto era facile.
poi siamo arrivati a milano e qui la vita è dura.
qui manca la cultura dell'accoglienza, qui non parlano le lingue, qui sono diffidenti.
diffidano perché hai una famiglia numerosa, perché hai il capo coperto, perché non mangi il prosciutto, perché non sei identico a loro, perché non ti capiscono.
noi cambiamo città ogni tre-quattro anni, siamo stati a dubai, a parigi, a bruxelles e a hong kong e mai ho trovato la chiusura che ho trovato qui.
ho imparato l'italiano perché è una lingua che amo ma nessuno mi ha mai aiutata qui, nessuno mi ha mai fatto sentire a casa, nessuno mi ha mai teso la mano. adesso va meglio rispetto ai primi tempi, ma tutto costa molta fatica.
hasem l'anno prossimo andrà all'asilo francese perché non voglio che soffra e lì so che sarà più semplice.
ha il capo capo coperto, un corpo minuto, lo sguardo sfrontato e una passione per proust. vorrebbe fare la mediatrice culturale e per questo ha studiato. suo marito è diplomatico e lei lo segue, in giro per il mondo. è gaudente e perplessa, curiosa e incredula, lucida e sfuggente, vicina e lontanissima.
è la mamma di hasem, il bambino tunisino, compagno di nido dello hobbit piccolo.
quando parla così vorresti chiederle scusa, per tutta quella strada ancora da percorrere.
postato da: nonsolomamma alle ore 21:58 | Permalink | commenti (134)
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categoria:mamme, autocoscienza, asilo
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