ore 8,05
“sbrigati, dobbiamo uscire”
“mi devi fare la giustifica”
“e perché?”
“perché non ho potuto fare i compiti”
“come mai?”
“avevo dimenticato il quaderno di matematica a scuola”
“non vedo perché io dovrei scrivere la giustificazione per la tua storditaggine. prenditi le tue responsabilità”
“ma poi la maestra mi mette una nota sul diario. e io di note non ne ho mai avute”
“c’è sempre una prima volta. cosa stai facendo ora? arriviamo in ritardo”
“sto cercando una cosa… un libro di scuola”
“adesso? mentre stiamo uscendo?! non potevi cercarlo ieri sera? la cartella si prepara la sera”
“la sera tu non mi lasci il tempo di fare niente, tra il il bagno, poi la cena…”
“non ti rispondo nemmeno… sei pronto?”
“no”
ore 8,10
“hobbit grande, adesso basta traccheggiare. fuori!”
“umpf. come andiamo? in bici?”
“no, c’è troppo ghiaccio. andiamo a piedi”
“ma si può sapere perché non prendiamo mai la macchina?”
“perché a scuola ci possiamo andare tranquillamente senza”
“sgrunt”
“siamo di buon umore oggi?”
“…”
“questo pomeriggio danno le pagelle!”
“e allora?”
“allora cosa ti aspetti?”
“che boccino alla grande”
“sei in terza elementare, è difficile che boccino. e poi siamo solo al primo quadrimestre, non alla fine dell’anno. ma volevo sapere, per te, per la tua pagella, cosa ti aspetti?”
“tutti otto, nove e dieci”
“sei proprio sicuro?”
“certo”
“non è che se poi non è così ci rimani male?”
“è così, vedrai”
“io non sono sicurissima. comunque, lo scopriremo questo pomeriggio”
“uff”
“cos’hai? perché cammini così piano? non arriveremo mai in tempo”
“allora corro. così sei contenta. ecco! su mamma, sbrigati. come sei lenta. su su!”
“ehi, simpaticissimo!”
“cosa c’è?”
“allora, andare a scuola insieme non è obbligatorio. ci sono tante mamme che a turno accompagnano gruppi di bambini e mi chiedono se vogliamo unirci anche noi… potrei smettere di fare l’asociale dicendo che a noi due piace tantissimo fare la strada insieme, che è il nostro momento di intimità e segreti eccetera eccetera. così accompagno te e altri simpaticissimi come te un giorno alla settimana e gli altri giorni evito di scaraventarmi fuori di casa con mister piacevole-compagnia che mugugna per tutto il tragitto. facciamo così?”
“bof”
“bof cosa vuol dire? perché andare a scuola insieme tutte le mattine deve essere un piacere, se non lo è ci si organizza nel modo più comodo e facile per tutti. chiaro?”
“fa troppo freddo per discutere con te”
“se continui così ti butto dentro il cassonetto dei vestiti usati all’angolo della strada”
“non mi fai per niente ridere”
“guarda che non sono pronta, sai?”
“a cosa?”
“alla tua adolescenza”
“cos’è l’adolescenza?”
“è un’età, che comincia intorno ai 13 anni, in cui i ragazzini cambiano, crescono e spesso diventano orrendi con i loro genitori perché hanno bisogno di separarsi da loro per diventare grandi. be’, mancano ancora cinque anni alla tua adolescenza. godiamoceli senza essere orrendi l’uno con l’altra”
“è tutta colpa tua.. che non mi hai fatto la giustifica”
“ok, mi hai convinta. il cassonetto giallo ti aspetta”
“siamo in ritardo?”
“non troppo”
“…”
“eccoci. arrivati. vuoi che ti saluti dalla finestra, come tutti gli altri giorni o preferisci che oggi facciamo finta di non conoscerci?”
“fai un po’ come ti pare”
“va bene. ciao”
“ciao”
“su! perché non vai?”
“bbcc”
“scusa?”
“eddai, hai capito, mamma”
“no, non ho capito. ti assicuro. se parli dentro la sciarpa… vai, dai che chiudono il portone. cosa aspetti?”
“cosa vuoi che aspetti? il bacio, no? pure tu…”
e va bene
questa sera. a cena.
“sai, papà? io prenderei il coltello del pane e mi suiciderei, talmente ti voglio bene. io”.
e va bene che è enfatico, proprio come il suo amato.
e va bene che ne è innamorato pazzo da quel giorno di quasi sei anni fa in cui gliel’ho presentato, e quindi da sempre.
e va bene che è imprevedibile e passionale, come gli uomini del sud dei film.
ma a volte lo hobbit di mezzo esagera.
positive thinking
ieri sera, ore 21
“mamma, ci racconti ancora la barzelletta del fantasma formaggino come ieri sera?”
“no, ho troppo sonno. e poi non fa ridere per niente. era solo per mostrarvi quanto erano sceme le barzellette che ci raccontavamo quando ero piccola”
“dai, era bella…”
“no, si dorme ora. buonanotte”
“uffa. buonanotte”
“mamma?”
“…”
“mamma, ma non vai di là, nel tuo letto?”
“…”
“mammaaaa!”
“…”
“si è addormentata?!”
“mi sa di sì”.
ore 2,50
ma quanto si sta scomodi in questo posto? sembra di essere in campeggio, in sei dentro una tenda monoposto. o in automobile. o nell’armadio. oddio cos’è ‘sta cosa dura e pelosa? una testa. la testa dello hobbit di mezzo. mi sono addormentata come una polla nel suo letto. ohi, perché mi fa così male il sedere? ah già, la botta di quando lo hobbit piccolo mi ha tolto la sedia da sotto, all’infamona. possibile che mi faccia ancora così male dopo tutto questo tempo. uhi… sono quasi le tre di notte. nevica ancora? chissenefrega. devo andare nel mio letto. ma… ehi, nel lettone ci sarà mister incredible tornato da londra! niente guepière né piume di struzzo nemmeno oggi… il solito tutone diserotizzante, poveraccio. del resto non è che lui si sforzi più di tanto, con la maglietta gattocomunisti-sempre o da-vicino-nessuno-è-normale…
ops. non c’è. no, il letto è vuoto.
magari è di là sul divano, con le finestre aperte perché altrimenti gli si secca la gola. del resto, quando uno è pazzo, è pazzo.
no. non c’è nemmeno qui.
avrebbe dovuto arrivare a mezzanotte…
twitter. devo controllare su twitter se c’è stato un incid… non fare la cretina! queste cose non si pensano nemmeno. devo controllare su twitter se ci sono gli aeroporti chiusi per neve…
non trovo nulla… solo i tweet di vendommerda che ritwitta i pensieri dei coatti teledipendenti… seguo la gente sbagliata. e pensare che faccio pure la giornalista…
calma, calma, calma e calma.
non è successo niente. sono solo le tre di notte e lui, il padre dei tuoi tre figli piccoli e maschi, non è tornato a casa. ha solo preso un aereo, come fa ogni settimana per ben due volte. e nevica. nevica che dalla finestra c’è solo neve, anzi nene, come dice lo hobbit piccolo. provo a telefonargli… fa il tu-tu inglese. si è dimenticato di nuovo il telefonino a londra. ma porca miseria. perché, perché è così stordito? quando arriva, se arriva, lo massacro…
oh signur. non è ancora arrivato. a qualcuno lo devo dire.
se avvertissi i vicini? secondo me capirebbero. scusate, sì, lo so che ho il tutone diserotizzante e i calzerotti inguardabili di lana. lo so che sono le tre di notte e che avete due bambini piccoli e se si svegliano è un casino. lo so che abbiamo rapporti di ottimo vicinato ma non siamo fratelli. lo so, so tutto. ma, ecco, lui non è ancora tornato e se ci penso intensamente mi viene la tachicardia e anche un po’ da piangere. e a qualcuno dovevo pur dirlo e i vicini di casa a cosa servono?
no, non posso.
click clack click clack
“le murt’”
“amore! sei arrivato!”
“le murt dell’aereo. le murt’ della neve. a verona siamo atterrati. a verona! ti rendi conto??? mannaggiallamiseria”.
picio pacio
“sei in piedi! guarda un po’ come cammini. bravo papà”
“hai visto? ormai faccio le passeggiate e giovedì mi fanno uscire”
“fantastico. hai voglia di andare a casa?”
“certo. io ho sempre voglia di andare a casa mia. qui puzzo di ospedale anche io. però il mio compagno di stanza è un signore simpatico. mi piace molto. e stasera mi vedo due film”
“fammi un po’ vedere quanti fili hai ancora attaccati?”
“ho questo al collo che mi dà parecchio fastidio, poi questo e quest’altro. ah! guarda un po’ questa cosa blu che penzola. quando vado in giro posso lasciarla così ma quando sono a letto devo attaccarla al monitor così medici e infermieri in quella sala controllano il mio cuore”
“fichissimo”
“già. la caposala mi ha detto: ‘mi raccomando, quando è a letto attacchi questo filo alla presa. sa com’è, noi infermiere di là siamo delle guardone’. e io obbedisco”
“bravo papà, fai contente le guardone”
“che si dice là fuori?”
“nevica e fra un freddo cane. però tutti sono amici di tutti perché il gelo unisce i cuori e si chiacchiera del tempo come tra cordiali colleghi meteorologi”
…
“ora vado, papà. altrimenti arrivo a casa troppo tardi e gli hobbit protestano. ci vediamo domani”
“ma senti, visto che giovedì torno a casa è inutile che tu venga domani…”
“come vuoi. io mi sono già organizzata per venire ma se non…”
“no, va be’, se ci tieni a venire vieni”
“se a te fa…”
“insomma, basta stare qui a perdere tempo in discussioni inutili. ci vediamo domani e non se ne parli più”.
uscita dall’ospedale della profonda periferia est, elastigirl ha perso l’autobus e ha aspettato il successivo. la neve scendeva da destra, da sinistra, da sopra e, a guardare bene, anche un po’ da sotto. se il freddo non le fosse entrato dentro i pantaloni, nelle maniche, dentro il naso e le orecchie, nella sciarpa, tra i capelli e i denti, quel paesaggio lunare alla fermata, in mezzo a tante signore con la borsetta, i guanti e le guance rosse, incantate a guardare in su, sarebbe stato bellissimo.
poi l’autobus è arrivato, aveva anche il riscaldamento e una signora ha detto: “domani ci sarà un picio pacio…”. elastigirl allora ha pensato che esistono parole capaci di riconciliarti con la tua città e con il mondo e “picio pacio” è una di quelle.
un po’ stanchino
“ti ricordi forrest gump? quando corre, corre, corre per tre anni, senza mai fermarsi. eh? te lo ricordi?”
“sì. e allora?”
“ti ricordi che nessuno sa perché forrest gump corra come un pazzo né dove stia andando?”
“sì, e allora?”
“ti ricordi che lui a un certo punto, improvvisamente, smette di correre e tutti si fermano dietro di lui, muti, aspettando una dichiarazione epocale che ribalterà le loro esistenze. te lo ricordi?”
“sì, e allora?”
“ti ricordi cosa dice forrest, dopo tre anni passati a correre in silenzio, soltanto ‘perché avevo voglia di correre’. eh? te lo ricordi cosa dice?”
“no. non me lo ricordo cosa dice”
“come non te lo ricordi? è una frase storica”
“non me la ricordo. cosa dice forrest gump quando si ferma dopo tre anni che corre?”
“dice ‘sono un po’ stanchino’”
“ah, sì. ora me lo ricordo”
“non è geniale?”
“…”
“va be’. chiedimi come mi sento in questo momento”
“come ti senti in questo momento?”
“un po’ stanchina”
“e quindi?”
“quindi niente. non sono mica forrest gump”
“ma hai già attaccato le 35 bottiglie della mia birra in fermentazione nello sgabuzzino?”
“no, non ho attaccato le bottiglie della tua sbobba odorosa di malto. perché?”
“no, nulla. chiedevo così”.
lei
lei arrivò un mercoledì pomeriggio. mister incredible era a londra.
“sono qui per lui”
“lui chi?, qui ce ne sono parecchi di ‘lui’”
“lui-lui. mister incredible. sono il suo bellissimo regalo”
“ci mancavi solo tu, qui dentro. va be’. devi aspettare che torni”
“aspetto, non ho fretta. te l’ho detto. sono qui per lui”.
gli hobbit guardavano il suo involucro con morbosa curiosità. tentarono perfino di metterle le mani addosso.
poi finalmente lui-lui arrivò, la guardò, esclamò: “la desideravo così tanto!” e tirò fuori dal suo involucro barattoli, misurini, tappi, due enormi secchi, mestoli, ammennicoli di oscura utilità, lieviti e altre bizzarrie.
“mi aiuti con lei?”
“non credo di essere portata per queste cose. fai pure da solo. ti guardo, insieme agli hobbit”.
mister incredible dedicò un intero fine settimana a sanificare, bollire, mischiare, versare e misurare. poi ripartì per londra.
lei, chiusa in un secchio dentro lo sgabuzzino insieme alla lavatrice e ai detersivi, gorgogliava senza sosta e impregnava il mondo intorno a sé del suo odore dolciastro.
“sono passati dieci giorni. è pronta ormai”, disse mister incredible giovedì scorso e andò nel cassonetto della raccolta del vetro di un ristorante cinese e trafugò 35 bottiglie da 66 ml.
“che schifo!”
“ma no! ora le mettiamo tutte a bollire e le sanifichiamo. tanto questo weekend non abbiamo niente da fare…”.
adesso lei, la birra artigianale di mister incredible è dentro quelle 35 bottiglie. deve fermentare ancora qualche settimana, pare.
“mi sa che è venuta una porcheria”
“perché dici così? cosa ne sai?”
“non so. mi sembra impossibile che sia buona al primo tentativo”
“…”
“e comunque se non è buona, non mi arrendo e ci riproviamo subito”.
proprio lui
“come si sente?”
“posso farle l’elenco di tutte le cose che mi fanno male, dottoressa?”
“va bene, ho capito. aumentiamo l’analgesico”
“allora: la gamba, il petto, la gola…”
“d’accordo ho capito. ora aumentiamo un po’”
“la spalla, la schiena”
“se può consolarla, l’intervento è andato bene e tutto sta procedendo nella norma”
“anche qui di lato mi fa un po’ male”.
“guardi che io lo so che sono noioso”
“non si preoccupi. non è noioso. e poi io sono infermiere, è il mio lavoro occuparmi di lei”
“lei è molto gentile e io mi scuso se sono noioso, ma quando mi togliete queso tubo che mi fa colare il naso?”
“domattina”
“lei si scandalizza se io dico una parolaccia?”
“no, può dire una parolaccia”
“va bene, non la dirò adesso. grazie”
“prego, ci mancherebbe”
“è normale che mi dia fastidio qui di lato sul collo?”
“normalissimo. ha un ago con cinque tubicini attaccati”
“ah”
“anche quelli, almeno una parte, glieli togliamo domani”
“mi sembra di avere una bolla in gola”
“è colpa del tubo che però adesso non ha più e questa brutta sensazione passerà”
“mmmh. sono noioso, ma sono anche grato. fino a che ora resta insieme a me questa sera?”
“papà, adesso basta dare fastidio a tutti quanti. rilassati. ti hanno operato al cuore sei ore fa. è normale che tu non sia in splendida forma. a me sembra già un miracolo vederti così, con tutta questa energia per fare domande a tutti i poveracci che ti capitano sotto tiro”
“vieni domani, elasti?”.
stamane hanno messo un bypass a nonno A. lì per lì, quando elastigirl lo ha visto, con tutti quei fili e quei tubi attaccati ovunque, coperto da un lenzuolo bianco, circondato da monitor, le spalle nude, un cerotto sullo sterno, in una grande sala che lo faceva sembrare piccolo e fragile, così uguale ai suoi dieci compagni della terapia intensiva, tutti piccoli, fragili e pieni di fili e tubi, insomma lì per lì elastigirl ha pensato che il suo papà si fosse perso da qualche parte, nella periferia est di milano, tra la sala operatoria e la sala d’attesa. poi però si è accorta che no, non si era perso e che quel signore in fondo a sinistra, che sfiniva la dottoressa bionda e l’infermiere con la barba con quella tecnica sottile, a metà tra la galanteria e l’artiglieria pesante, era proprio lui.
di che colore era
“mamma, hai sentito il terremoto questa mattina?”
“no, accidenti. stavo legando la bicicletta a un palo davanti all’ufficio. quando sono entrata erano tutti agitati. ha anche telefonato il collega G da casa, quello che voleva essere una rockstar. lui abita al settimo piano e si è spaventato parecchio. tu l’hai sentito?”
“io sì, benissimo”
“raccontami, eri in classe? cosa stavate facendo?”
“stavamo scrivendo e a un certo punto si muoveva tutto e noi abbiamo iniziato a ridere e a gridare”
“e la maestra cos’ha detto?”
“ha detto: ‘be’? cos’avete? è solo un terremoto. e poi ci ha fatto mettere in fila e siamo andati in cortile”
“in cortile c’erano bambini di altre classi?”
“sì, ma non tutti. per esempio quelli della terza D sono si sono nascosti sotto i banchi e sono rimasti lì”
“il dirigente c’era?”
“no, è scappato sgommando con il pullmino della refezione”
“dai! c’era il dirigente?”
“certo che c’era”
“e tu, hobbit di mezzo, hai sentito il terremoto?”
“no, né ieri né l’altro ieri”
“in realtà il terremoto è stato stamattina, quindi è normale che tu non l’abbia sentito ieri e l’altro ieri”
“ah, no, nessun terremoto stamattina. nella mia scuola non è arrivato”
“è arrivato per forza. ha colpito buona parte dell’italia del nord…”
“lo ha sentito anche super w, la nonna, a bari. me lo ha detto per telefono”
“non credo che la nonna abbia potuto sentirlo fino a bari…”
“comunque nella mia scuola abbiamo chiuso bene le porte e non è entrato questo terremoto”
“probabilmente eravate talmente impegnati a giocare che non ve ne siete accorti”
“storditi come siete, tu e i tuoi amici…”
“certo, meglio storditi che cretini, come te e i tuoi amici scemi”
“la smettete?! stavamo parlando belli tranquilli del terremoto”
“ecco appunto: si può sapere di che colore era, questo terremoto?”
all’infamona
Il problema è che è il numero tre. l’ultimo, il piccolo, la passione struggente e sfrenata.
il problema è che la passione è reciproca e pertanto schizza all’insù come una funzione esponenziale.
il problema è che la sera, quando nessuno li vede, si dicono i segreti, sempre gli stessi, molto elementari, quasi primitivi, ma pur sempre segreti.
il problema è che sono fidanzati, dal primo momento che ci sono visti, alla faccia delle sprezzanti occhiate di superiorità degli altri maschi.
il problema è che la fa ridere, praticamente sempre. la fa ridere quando passa il mocio sotto i mobili, quando canta pop-pop-il-festival-pop muovendo le gambe e le braccia scompostamente, o geghe-geghe-geghe-gè usando il manico del mocio come microfono, quando dice io-io-io e rivendica al mondo la sua autonomia, quando si lancia dentro il letto con le sbarre come una tartaruga ninja.
il problema è che elastigirl, da quel giorno di due anni e 25 giorni fa, quando perse il senno per lo hobbit piccolo incontrandolo tra un ginecologo, un’ostetrica e una suora proterva e dispotica, non è mai più guarita.
quindi sabato sera, a tavola con amici, lei non ci poteva credere che fosse successo davvero. non ci poteva proprio credere di essersi alzata per servire la pasta, di essersi riseduta, di non avere trovato la sedia e di essere atterrata con il sedere sul marmo a peso morto, facendosi un male, ma un male, che, dopo, anche respirare era doloroso e perfino adesso che sono passati due giorni interi non si scherza. non ci poteva credere che fosse stato proprio lui, la passione, il fidanzato, il piccolo, adorabile, numero tre, l’infingardo criminale, ad averle tolto quella maledetta sedia da sotto, di nascosto, all’infamona, come direbbe mister incredible.
povero van gogh
“mamma, lo sai che van gogh si è tagliato un orecchio?”
“già. tremendo eh? ma chi te lo ha detto?”
“me lo ha detto mister brown, il nonno, che mi spiega i pittori, anche al telefono da bari”
“ah. secondo te perché lo ha fatto, van gogh?”
“non lo so. forse per il nervoso. però il vero problema non è tanto avere un orecchio tagliato”
“e qual è il vero problema?”
“il vero problema è che, senza l’orecchio non si può fare la carta di identità. mica è valida una foto senza un orecchio”
“…”
“proprio un bel problema, povero van gogh, senza l’orecchio e senza carta di identità”.
