buon 2010

"allora, nano grande? che impressione ti fa questo microbbit?"
"… di semplicità"
"e a te, nano piccolo? come ti sembra il microbbit?"
"è un bambino calino. mi pazelebbe avele un flatellino così"
"… ma lui è tuo fratellino"
"ba bè, ba bè. io sto pallando di un flatellino velo"

ps duole annunciare che martina e benedetta, le bambine che risiedevano nella pancia dello hobbit piccolo ma che sono in realtà figlie di marìotereso, l’amico immaginario che abita nel muro della cucina, hanno fatto perdere ogni traccia di sè. qualsiasi domanda sulla loro sorte viene lasciata abilmente cadere nel vuoto.

pps elastigirl sta trascorrendo uno straordinario ultimo dell’anno insieme al suo nuovo microfidanzato, al momento sottratto temporaneamente da una maliarda puericultrice per la pesata post pasto. impensabile quanto possa essere romantico un reparto di ostetricia e ginecologia. provare per credere.

ppps grazie a tutti coloro che sono passati di qui negli ultimi giorni e hanno partecipato all’arrivo del microbbit con l’affetto e il calore di cui solo le blogzie e i blogzii sono capaci, rendendo la internet key nascosta tra mutande di rete monouso e calze antitrombo un elemento fondamentale di questo soggiorno ospedaliero.

pppps buon 2010

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arrivato

il ginecologo è arrivato puntuale, con il camice e non con il colbacco, né con l’ipod o con gli sci, non nudo né vestito da barbie cavallerizza o nelle numerose altre fogge in cui cui elastigirl lo aveva sognato nelle ultime settimane.
l’anestesista aveva la barba incolta di indiana jones nel tempio maledetto, l’ostetrica quella levità rassicurante e avvolgente che hanno solo le ostetriche e le maestre d’asilo nido. il capo della sala operatoria era una suora cattivissima che ha scatenato la sua ira contro un infermiere brasiliano, ignorando per fortuna elastigirl che era già abbastanza impaurita per i fatti suoi perché non è affatto vero che "la terza volta sai già come funziona e quindi non devi avere paura di niente", semmai il contrario.
faceva un freddo terribile in mezzo a quei camici verdi, quelle enormi cuffie e quelle lampade tonde come dischi volanti.
poi è arrivato lui. e sono scomparsi tutti: l’iper sognato ginecologo, l’anestesista incolto, l’osterica con la voce flautata, la suora carnefice e l’infermiere vittima.
è arrivato lui che era pesce ed è diventato bambino, in uno strillo d’aquila.
ed elastigirl ha perso il senno.

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meno due

a meno due giorni sono arrivati da bari super W, la nonna, mister brown, il nonno, e la zia matta.
"sei magra! – mente super W sapendo di mentire – sei solo pancia".
"ti sei ingrossata il giusto", dice mister brown che in presenza della famiglia allargata cade in un’estasi di beatitudine e contemplazione, fa un uso smodato dell’aggettivo "straordinario" e compra gratta e vinci con più lena e fiducia del solito.
"ho un nuovo fidanzato. il passato è archiviato e sono pronta per un luminoso futuro", annuncia la zia.
nonna J è inquieta e impaziente, non troppo diversa pertanto dalla sua condizione normale.
suo marito artù dichiara impietoso guardando elasti: "sei ogni giorno più enorme".
"la mia mamma nella vita fa i bambini, li coccola ed è intelligente. il mio papà… be’, il mio papà è barese", afferma lo hobbit grande.
lo hobbit piccolo non è pervenuto perché lui è una prima donna e in mezzo a tutto questo vociare ritiene che il silenzio si noti di più.
mister incredible fa lavatrici e lavastoviglie, scopa per terra in modo compulsivo lamentandosi della produzione industriale di sporcizia dell’elasti-famiglia. nelle situazioni di stress emotivo alcuni economisti marxisti baresi si trasformano in massaie ossessive.
lo zio con l’orecchino al naso arriverà domani, insieme al prozio implacabile e alla prozia che parla al telecomando e cambia i canali della televisione con il cellulare.
elastigirl è acquattata nelle retrovie, nella sua bolla. di giorno panifica, prepara crostate, inspira ed espira. di notte partorisce cinque, sei, sette volte, sogna il suo ginecologo vestito, nudo, presente, latitante, puntuale e in ritardo, con il bisturi in mano, con gli sci ai piedi, con il colbacco in testa e con l’ipod nelle orecchie.
a meno due giorni elastigirl vorrebbe che fosse già dopodomani, è intorpidita, frastornata e annebbiata, vorrebbe non esserci.
a meno due giorni dalla nascita del microbbit, fuori c’è il caos, dentro anche. e il tempo si è fermato.

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sogni d’oro

questa notte elastigirl ha partorito sette volte con il cesareo:
la prima volta le è toccato un intervento d’urgenza nella emergency room del policlinico universitario di chicago. alla fine ha ricevuto un conto di 27.000 dollari.
la seconda volta il suo ginecologo era in ritardo per colpa della neve e del traffico intenso sulla milano-meda. al suo posto è comparso bigiotti filippo, il suo fidanzato di terza elementare, perito elettrotecnico travestito da chirurgo.
la terza volta mancava l’anestesista ma il ginecologo, finalmente giunto dall’inferno della milano-meda, le ha spiegato che con l’ipnosi si affronta qualsiasi cosa, basta lasciarsi andare.
la quarta volta era natale e per festeggiare gli hobbit sono stati ammessi da una suora ostetrica ad assistere al lieto evento in sala operatoria "perché così si ricorderanno del loro fratellino tutta la vita".
la quinta volta era completamente sola, sul divano di casa. ascoltava brothers in arms dei dire straits e aveva 16 anni
la sesta volta si è ricordata troppo tardi di non avere fatto la ceretta e di avere una foresta di mangrovie al posto delle gambe. per l’imbarazzo ha chiesto di potere indossare un burqa.
la settima volta era stremata dalle precedenti sei e non si è accorta che il microbbit era in realtà una bambina con i capelli rossi e le trecce, come pippi calzelunghe.

alle gestanti a termine dovrebbe essere interdetta l’attività onirica.

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allo specchio

sabato sera l’elastifamiglia è stata invitata a una cena di natale. di quelle cene con un rassicurante menu sempre identico, decennio dopo decennio, con rassicuranti parenti che si incontrano un giorno ogni 365 e che guardando la tua pancia abitata chiedono: "ma come, ancora?", un po’ sorpresi, un po’ allarmati, un po’ increduli. di quelle cene in cui bambini sono diventati adulti dandoti la misura della vita che scorre. di quelle cene in cui qualcuno guarda lo hobbit piccolo ed esclama: "ma è tutto il suo papà", e un altro dice: "stai scherzando? è identico alla sua mamma!" e alla fine qualcun altro chiede "ma tu, nano, quando ti guardi allo specchio, chi vedi?"
e lo hobbit piccolo alza un sopracciglio e si fa serio. lancia uno sguardo torvo ai parenti lontani in ascolto, tace, riflette e alla fine dichiara:
"io vedo a vonte un le, a vonte un impelatole, a volte un patzo" (= a volte specchiandomi vedo un re, a volte un imperatore, a volte un pazzo).

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ehi tu, alla paura ci penso già io

ehi tu,
sono sempre io, il buio e il rumore intorno a te, quella che ti aspetta, quella che è stufa e scalpita, quella che per colpa tua non si vede più i piedi e non si allaccia più le scarpe. insomma la tua mamma.
ci sono cose che non si possono dire a chi sta fuori. non si possono dire al tuo papà barese perché si mette a fare gli scongiuri e i gestacci e mi guarda come se fossi pazza. non si possono dire ai tuoi fratelli perché il loro mondo è solo a colori ed è così che deve essere. non si possono dire a nonna J perché la mia vulnerabilità è il suo unico tallone d’achille. non si possono dire a nonno A perché userebbe parole troppo sagge e razionali per essere rassicuranti. non si possono dire a un’amica perché risponderebbe "lo so" e non aiuterebbe oppure "non fare la scema" e aiuterebbe ancora meno.
quindi lo dico a te anche se, come dice il ginecologo, suscitando in tuo padre virile compiacimento e in me una curiosa sensazione di déjà vu, "hai lo scroto" e quindi sei maschio e pertanto dotato di sensibilità ridotta, anche se sei lungo solo 50 centimetri e non ti meriti tanta franchezza, anche se probabilmente, laggiù nel tuo acquario, sei troppo concentrato sulla tua vita da pesce per farti carico delle paturnie materne.
lo dico a te perché è a te che sto pensando ora, perché saremo tanto vicini ancora per poco, perché un giorno vorrei che ridessimo insieme dei nostri fantasmi. 
ho paura.
ecco l’ho detto.
ma non paura di un taglio, dei punti, del mal di pancia, di quel po’ di dolore che qualcuno ritiene persino utile e giusto e che in fondo passa presto.
ho paura per te.
paura che si spenga un interruttore, che qualcosa si rompa, che tu non pianga e non urli la tua sorpresa al mondo. paura della tua fragilità di pesce che diventa uomo. paura che si perdano pezzi per strada. paura che tu non sia.
ecco. non solo l’ho detto. ma te l’ho anche spiegato.
ed è per questa paura che fatico a immaginarti, che non mi chiedo di che colore avrai i capelli e se li avrai, che non penso alla tua voce d’aquila e al tuo profumo di zucchero filato. per questo non ti ho ancora comperato i pannolini e per questo oggi, stendendo il bucato dei tuoi vestiti di terza mano, facevo finta di giocare alle bambole.
ehi tu, piccoletto, unico uomo in grado di mettere in fuga i miei mostri, fai il bravo in questi nove giorni che ci separano, e, soprattutto, non avere paura. che a quella ci penso già io.
la tua pavida mamma

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domande sbagliate

"bene elasti. adesso che abbiamo fatto l’ultima ecografia e abbiamo visto che il microbbit più che un bambino è un abbacchio, adesso che hai ritirato gli ultimi esami e l’elettrocardiogramma, adesso che l’anestesista ha detto che nulla osta alla spinale, vatti pure a comprare la fascia post operatoria in cui ti strizzerai non appena liberata dell’inquilino, e le calze bianche autoreggenti antitrombo, ciliegina sulla tua già irresistibile carica erotica. poi non mancherà niente, ma proprio niente. e ti aspettiamo tra esattamente 12 giorni, alle 7 sel mattino, digiuna ed evacuata – ti ricordi, no? – sempre che gli eventi non precipitino prima. altre domande?"

"mmmh. direi di no"

"ottimo. puoi andare allora"

"…"

"ho detto che è tutto a posto. puoi andare. non sei l’unica gestante a termine qui e io avrei parecchie cose da fare…"

"in verità una domanda ce l’avrei…"

"dimmi"

"il wi fi…"

"il uai cosa?"

"la connessione a internet… insomma. non è che qui in ospedale avete una connessione a internet? no, sa com’è. dovendo stare qui quattro giorni, per giunta da sola a capodanno, con gli hobbit, mister incredible, super W e mister brown venuti da bari, lo zio con l’orecchino al naso e la zia matta che fanno baldoria a casa, sarebbe bello poter… mi chiedevo se fosse possibile… usare il computer. ecco l’ho detto"

l’ostetrica è impallidita, ha fatto tre passi indietro e ha scosso ripetutamente la testa, turbata. come se le fosse stato chiesto il permesso di guardare film pornografici o di celebrare una messa nera durante il travaglio.
a insaputa dell’indignata signorina tuttavia, elasti-depravata si presenterà all’appuntamento, con la fascia post operatoria, le calze autoreggenti da maliarda e, soprattutto, una internet key nascosta tra le mutande di rete monouso.

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remì senza famiglia

"che fine falà il flatellino quando esse dalla panza tua?"

"come che fine farà? verrà a casa, con te, lo hobbit grande, la mamma e il papà"

"non è pozzibile"

"e perché mai non è possibile?"

"pelché il flatellino non ha una mamma e un papà"

"ma…"

"no, il flatellino ploplio non ze li ha la mamma e il papà. al mazzimo ha dei nonni, ma non cledo".

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alla deriva

se tra le tre e le quattro del mattino scrivi email di buon natale a parenti e amici lontani, se per strada i passanti ti guardano come guarderebbero il giubbotto esplosivo di un kamikaze, se la dirimpettaia ti chiede ogni mattina: "ma come signora? la lasciano andare in giro da sola?", se riesci a scoppiare in singhiozzi guardando il limone agonizzante sul terrazzino o ripensando al primo incontro tra barbapapà e barbamamma,
se al supermercato sei attratta dallo sciroppo di lamponi e dalle tette della cassiera, se con due gradi sopra lo zero ti togli il giaccone perché "ti fa un po’ caldo", se riesci a smettere di pensare a comando, se ti senti indistruttibile come jeeg robot d’acciaio e l’unica cosa di cui hai bisogno è una maleodorante crema al burro di carité,
allora forse l’inquilino nella pancia ha preso il sopravvento ed è giunto il momento di affidarsi alla scienza medica.

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